T. Col. Umberto Adamoli
NEL ROMANZO DELLA VITA (MEMORIE)


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     Eravamo lassù, alla montagna, da quattro giorni. Le provviste, per un eccezionale appetito, determinato dal freddo e dalla giovinezza, erano state esaurite innanzi tempo, e la fame tormentava lo stomaco. I villaggi, dove ad ogni modo non si poteva andare, erano in fondo alle valli, o su lontani poggi. Sul mezzogiorno, nell'ora in cui tutto il mondo della cristianità, dal tugurio alla reggia, dalla casa più povera alla casa più ricca, s'imbandivano pranzi, noi uscivamo dalla caverna, come lupi affamati, per visitare, tra le difficoltà della neve, i vicini casolari. In uno di essi, dopo non lievi fatiche, scovammo, finalmente, avanzi estivi di polenta, bene ammuffita. Con quella polenta, che la fame rendeva molto gustosa, festeggiammo anche noi il santo Natale.

     Ed eravamo felici!


     Godevo quasi di quella vita che si viveva fuori delle umane cattiverie; che si viveva nella poesia della solitudine, diversa da quella degli Abruzzi e della Campania. Là i canti salivano, nell'aria profumata, con la tenue delicatezza delle medievali ballate; qua, nella solennità delle altitudini, dal possente divino solitario creato.
     Di tali altezze, che avvicinavano al cielo, povera appariva la vita che si viveva nel basso, nella frivolezza delle moltitudini.
     Dopo le lunghe letture, facilitate dalla sopraggiunta primavera, l'anima si dilatava nella vastità dell'infinito e saliva, nei meriggi silenziosi, nelle magiche notti stellate, trascorse in veglia, a penetrare nel mistero degli spazi eterni, ove fortemente si sentiva la spirituale esistenza.


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Umberto