Umberto Adamoli
NEL TURBINIO D'UNA TEMPESTA
(DALLE PAGINE DEL MIO DIARIO. 1943/1944)


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     Nella caduta pareva che non si guardasse la voragine, che si apriva di sotto spaventosa; che non pił si guardasse in alto, al bel volto pallido e sconsolato della patria colpita. Pareva che, con i torvi desideri, con i neri egoismi, rifiorissero gli odi di parte e le vendette; rifiorissero, nella sventura, persino le lotte regionalistiche, mentre i partiti, servendo appunto lo straniero, magari in buona fede, da stolti si dilaniavano sul bell'italo corpo, profondamente ferito, sanguinosamente mutilato.

     Intanto non tardavano a prodursi, nell'ottimismo e nelle speranze degli stessi cittadini, le prime delusioni. I liberatori, tanto attesi, tanto desiderati, tanto invocati ed esaltati, non erano giunti da nemici, ma neppure da amici. Non erano giunti, ad ogni modo, come molti ritenevano, apportatori, senza riserva, di benessere, di giustizia, di libertą. I metodi, che usavano, non erano pił quelli tedeschi, e vero; ma sotto il sorriso, sotto l'amabile cortesia si intuiva, si sentiva l'avversione, con cui consideravano, in quel momento, le nostre cose e le nostre persone.

     Sembrava, talvolta, che si compiacessero dei dissidi, di quella lotta di caste e di partiti, che concorreva ad aumentare la confusione, la nostra disgregazione. Quando dalle beghe, dalla nostra leggerezza potevano essere molestati, non esitavano ad emettere, nei nostri confronti, giudizi e provvedimenti non certo a noi favorevoli.
     Il popolo, il buon popolo teramano, al quale in taluni momenti mancava anche il pane, osservava, ma anche commentava i fatti con quel suo buon senso, con quel suo acuto spirito, con quelle sue espressioni, che avevano in sč la vivezza, la forza del sarcasmo e della veritą.


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Umberto