Umberto Adamoli
NEL TURBINIO D'UNA TEMPESTA
(DALLE PAGINE DEL MIO DIARIO. 1943/1944)


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     Serviranno alla elevazione dei nostri nepoti, ansiosi, certo, di notizie; ma serviranno più ancora a far pensare, a far meditare coloro che, nella corsa inesorabile del tempo, nelle dolorose e liete vicende, si succederanno in quel posto di comando, ove io già fui, dove la vita dalla modesta prosa si elevava, talvolta, ad accenti di appassionata umanità, a palpiti di nobile poesia.
     Poesia che saliva non dalla serenità, ma negli umani contrasti, dagli eventi oscuri, attorno ai quali rumoreggiava nera la tempesta, ghignava bieca la morte.
     «Fuggi» poteva sussurrare, ansioso, lo spirito dei pavidi, ma non trovava ascolto. Non si fugge neppure la morte nell'adempimento sacro del dovere, nella visione superiore della vita.
     Non fuggivo, come non dovranno fuggire da quel posto, qualunque gli eventi, i successori vicini e lontani. Successori che vi dovranno giungere, quindi, senza inganno, ma con animo mondo da ogni viltà, libero da ogni egoismo, puro da ogni bassa ambizione. Vi dovranno giungere, in un'alta concezione, con il cuore aperto a tutte le voci, pronto a rispondere a tutti i doveri, a compiere tutti i sacrifici.

     Non degno si dimostrerebbe, adunque, dell'alta onorifica carica, chi non sapesse scrivere su la propria insegna, e non serbarvi fermamente fede, il motto:
     «Nulla per sé, tutto per gli altri, anche la vita».

     UMBERTO ADAMOLI


     Nubi nel sereno

     Riposavo, dalle fatiche, nel verde e nel silenzio del mio giardino del Viale Francesco Crispi. Nel godimento della breve pausa alla mia podestarile attività, seguivo curiosamente quanto accadeva intorno. Seguivo, nei loro amori, i passeri; li seguivo nel diligente lavoro, che compivano in omaggio alla imperiosa legge della riproduzione, che avveniva nella sicura ospitalità del tetto della mia casa. Seguivo in aria le rondini, nei guizzi, nei veloci movimenti, negli artistici voli. Ascoltavo il ronzio delle operose api, e le pigre cicale, che cantavano, nella stoppia infuocata, il loro canto di morte.


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Umberto