Giulio Adamoli
DA S. MARTINO A MENTANA
(Ricordi di un volontario garibaldino)


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     Garibaldi stesso rimase compreso da quello spettacolo. Egli che pure passò molte ore con noi là in cima, scrutando, con il suo cannocchiale, ogni angolo dell'orizzonte. Vi diede persino udienze e faceva pietà vedere come certuni arrivassero su, ansanti e trafelati, dopo quel po' di gradini, e in quella stagione. Esso li accoglieva con la usata cortesia; ma appena data la risposta, rimetteva l'occhio al telescopio.
     Il bel primo giorno, dopo avere insistentemente
     osservata la via, che conduce nell'interno dell'isola, in fondo alla quale dovevano trovarsi le truppe del generale Mella, rivoltosi a me: “Adamoli”, mi disse, “salite sul lucernario e sappiatemi dire quanto di lassù si veda meglio”.
     Ho sempre sofferto un po' di vertigini, e quella immensa calotta di piombo, liscia, lucente, erta a un centinaio di metri dal suolo, e che si scala esternamente mercè sbarre di ferro infisse l'una sopra l'altra, mi mise i brividi. Mi balenò alla mente la leggenda de' seguaci del Vecchio della montagna; ma non potevo rifiutarmi: afferrai il primo pinolo, e mi arrampicai, vincendo con uno sforzo di volontà il ribrezzo del capogiro. Esitai un po' nel ridiscendere; ma ritornatovi altre volte, finii per essere affatto indifferente. Di là in alto ci si vedeva di fatto meglio, ma ci si arrostiva. Quando più tardi la moda delle ascensioni alpine portò anche me su le vette più aspre de' nostri monti, mi giovò sempre il ricordo di aver potuto superare quella prima scalata per avere “fortemente voluto”.


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Umberto