I danneggiati politici del Risorgimento (*)
di
Federico Adamoli



Nel febbraio del 1882 l'ingegnere Isidoro Strina manda alle stampe (1) un manifesto pubblicato a L'Aquila e rivolto ai deputati abruzzesi alla vigilia della discussione alla Camera dei Deputati di un annoso problema, il quale si trascinava da più di vent'anni: la questione dei risarcimenti economici che spettavano a tutti quei cittadini e patrioti delle provincie meridionali che erano rimasti coinvolti con pesanti conseguenze negli eventi del 1848 e 1849. Il problema era stato già affrontato dal Governo in altre due precedenti occasioni, nel 1862 e 1877, senza però alcun concreto seguito. In quel 1882 una proposta del deputato Nicotera era stata considerata urgente, quindi lo Strina invitava i corregionari presenti al Governo - che in quei 20 anni di silenzio sembrava aver dimenticato "quali vittime del cieco dispotismo borbonico abbiano sparsa di lagrime e sangue la via del trionfo" - ad assistere alla discussione (che si svolse il 22 e 23 febbraio) e di appoggiare la proposta di Nicotera, un appoggio che dagli abruzzesi "non venne mai meno alle grandi quistioni di libertà e di giustizia nazionale".

Esiste un "Comitato dei Danneggiati Politici delle Provincie meridionali" (
2), che già nel marzo 1873 aveva presentato una petizione collettiva, raccomandata in Parlamento dal patriota generale Giuseppe Avezzano, che tuttavia fu rinviata gli archivi. Di fronte all'inoperosità del Governo, il Comitato intraprese le vie legali, cercando di coinvolgere la stampa nazionale ed estera, senza tuttavia conseguire gli esiti sperati. Nel 1878 alcuni cittadini delle provincie napoletane si rivolsero ai tribunali; solo dopo molto tempo la Cassazione di Roma discusse la questione ed emise una sentenza con la quale, non avendo essa azione verso il Governo, si dichiarava incompetente alla nomina di una 'Commissione di riparto', senza la quale non riteneva che potesse esserci il diritto dei patrioti danneggiati. Il Comitato considera questa sentenza "fatale ed inqualificabile", e rende la condizione del loro diritto "difficilissima". La conseguenza è che solo l'azione parlamentare poteva provvedere alla risoluzione della questione, attraverso la creazione di una Giunta composta non solamente dagli appartenenti ai poteri gerarchici dello Stato, ma anche da semplici cittadini che conoscono la "patriottica benemerenza, i reali bisogni e gli ineffabili dolori" dei danneggiati.

Nel 1882 una nuova petizione viene quindi sottoposta all'attenzione del Governo, e grazie all'ampia discussione appoggiata da un gruppo di deputati amici (
3), il Presidente Depetris riconosce l'urgenza del problema, prendendo l'impegno per una concreta risoluzione, "prima che venga in discussione il bilancio del 1883". E' il formale impegno a dare esecuzione ai Decreti di Garibaldi dopo ben 22 anni.


Lo stesso Isidoro Strina (nella foto) avrebbe un interesse diretto a questi risarcimenti economici, a causa del suo coinvolgimento nel processo per i "Fatti di Paganica" del 1849, per i quali egli fu condannato, insieme al cognato Ascanio Vicentini, a sette anni di relegazione nell'isolotto di Santo Stefano. La condanna, insieme alla circostanza che i militari borbonici avevano occupato la casa degli Strina a Tempera (L'Aquila), determinò la crisi nelle attività di famiglia, dato che risultò impossibile continuare a lavorare nella cartiera e nella fonderia di rame. Gli Strina furono costretti a rientrare a L'Aquila e a provvedere diversamente per il proprio sostentamento. Isidoro Strina fece ritorno a casa dopo tre anni di pena, in virtù della grazia concessa dalla regina, alla quale si era rivolta la moglie Angela Maria Bizzoni. Per lui fu però impossibile riprendere il lavoro, a causa della stretta sorveglianza di polizia a cui venne sottoposto e per la formale interdizione dall'esercizio professionale, che durò sino alla liberazione d'Italia.

Il discusso e disatteso diritto al risarcimento dei danni patiti per il trionfo della causa nazionale fu previsto, con la definitiva scomparsa del regime borbonico, dai Decreti del Dittatore Giuseppe Garibaldi del 23 e 29 ottobre 1860. Francesco Crispi si era già occupato in passato del problema posto dal ‘Comitato dei Danneggiati’ alla Camera, anzi il suo interesse nella questione era stato diretto, poiché il Decreto del 29 ottobre 1860 fu firmato proprio da lui. Con questa nuova petizione promossa alla Camera, Crispi rappresenta, per gli interessi dei danneggiati, la voce più autorevole nella discussione: egli sottolinea che sin dai tempi della Rivoluzione francese era stato posto il "quesito se e quando i danni di guerra debbano essere risarciti". C'è chi ritiene la guerra un caso di forza maggiore, indipendente dalla volontà dei Governi, e quindi i cittadini colpiti devono subirne le conseguenze; altri ritengono che essendo la guerra fatta dallo Stato, con denaro dello Stato e nell'interesse dello Stato, tutti i cittadini, ugualmente, devono sopportare le conseguenze dei danni prodotti alla popolazione (4). Al riguardo è il collega Carnazza-Amari che offre le precise puntualizzazioni sulla responsabilità di uno Stato di “indennizare i mali che possano ai privati derivare da una guerra”: “la regola [è] che l'indennità dovrebbe sempre essere attribuita, [perché] i danni apportati ad alcuni cittadini sono danni nazionali e perciò devono essere risarciti". Questi riferisce che nel 1871 la Francia aveva ammesso questo principio per la guerra con la Prussia del 1870, poiché l'Assemblea di Versailles, quasi all'unanimità, dispose un'indennità da attribuire ai danneggiati dalle truppe prussiane. L'Assemblea francese ritenne la deliberazione ispirata dai "sentimenti di nazionalità che sono nel cuore di tutti i francesi [che] impongono nello Stato l'obbligo di indennizzare coloro che sono stati colpiti nella lotta comune".

Crispi rievoca i giorni vissuti sui campi di battaglia, e fa presente che "bisogna essersi trovati nelle rivoluzioni, per capire la logica del risarcimento dei danni. Quando si giunge in un comune, e si trovano le case bruciate, i cittadini o uccisi in combattimento o dispersi perché, per mancanza di armi, non tutti potevano opporsi alle orde invaditrici della tirannide, non c'è cuore che possa resistere, e non vi è un uomo che incrociando le braccia al seno, resti indifferente a tanto disastro! Nel 18 maggio 1860, io ed altri entravamo a Partinico con Garibaldi, e quella città ci offriva questo orribile spettacolo! In quella guerra selvaggia che per ordini ancora più selvaggi si faceva dalle truppe borboniche, ogni soldato era provvisto di una bottiglia di acqua ragia ed aveva ordine, passando pei comuni, bruciare a dritta e a sinistra tutto quello che c'era. (...) Si voleva incutere terrore alla cittadinanza, affinché essa non si associasse alla guerra per la libertà".

Quando a Palermo scoppiò la rivoluzione del 1848, il Re faceva la guerra con le bombe (meritandosi l'ingiurioso appellativo di "Re bomba"): "gli operai percorrevano imperterriti le strade e dimostravano la loro virtù andando a spegnere le micce delle bombe. Qualche volta succedeva che non arrivassero in tempo e la bomba scoppiando ne faceva macello. Nondimeno spesso giungevano a tempo per togliere la miccia ed allora caricatasi la bomba sulle spalle, venivano trionfando al Palazzo di città gridando che le bombe erano impotenti". Dopo Palermo insorse Messina e "l'eroismo di quel popolo, era tale, da maravigliare e commuovere le intime fibre dei cuori". Dopo 7 mesi di bombardamenti "la città era tutta un incendio! Non v'era strada in cui non fosse fuoco, non v'era casa che fosse illesa, compreso il palazzo municipale!" Quando poi la guerra riprese nell'aprile 1848 lo stesso scenario di fiamme ed incendi si presentò a Catania (
5).

Nel maggio 1860, di fronte a Partinico in fiamme, Crispi e Garibaldi compresero che esisteva la necessità di riparare i danni, anche per alimentare l'eroismo e incoraggiare la rivoluzione; essendo la guerra di tutti gli italiani, tutti dovevano partecipare al risarcimento. A fronte di queste necessità fu fatto il Decreto del 18 maggio, che imponeva che i municipi risarcissero i danni di guerra. Nonostante le vittorie da Marsala a Partinico, le principali città erano però ancora in mano al Governo borbonico, quindi non si poteva disporre in tal senso. Lo stesso decreto stabiliva pure che alla fine della guerra lo Stato avrebbe rimborsato ai municipi il denaro erogato.

Il 27 maggio ci fu l'ingresso a Palermo, e gli altri comuni pure si levarono per cacciare le truppe borboniche. Per procedere ai risarcimenti venne fatto il Decreto del 9 giugno 1860, con il quale l'erario italiano non fu direttamente colpito, perché i danni furono (o dovevano) essere risarciti con i fondi locali, per cui si stabilì di utilizzare per lo scopo tutte le rendite delle opere pie (salvo quelle per gli ospedali, per i poveri e per bisogni simili). I risarcimenti iniziarono dal 1860 e con i decreti ministeriali del 1862 e 1863 vennero emessi Buoni che furono distribuiti ai danneggiati. Una volta assolto lo scopo, le rendite sarebbero tornate alle opere pie.


Con la sconfitta della tirannide nel 1860 occorreva pensare non tanto agli esuli, perché "non c'è esule onesto e di cuore, il quale voglia toccare un centesimo del denaro tolto al Borbone", quanto a quei derelitti che avevano “servito con disinteresse la patria, che non pensarono a procurarsi o non lo poterono, una posizione, [e che] si trovano in uno stato di deplorevole miseria" (...) e si trovano spinti (...) a gettarsi in braccio dei clericali e dei borbonici" (Plutino-Agostino).

Nel mese di settembre 1860 Raffaele Conforti, Ministro dell'Interno di Garibaldi, venuto a conoscenza dell'esistenza a Napoli di rendite del Re borbonico spodestato, intestate a Gaetano Rispoli, uomo di corte, ne dispose la confisca, oltre ad altre rendite che facevano capo a principi e principesse (
6). Le somme confiscate dal Conforti (7) erano state accumulate negli anni dalla corte borbonica attraverso la sistematica operazione di sottrazione delle risorse pubbliche del Regno di Napoli: "ogni qual volta nasceva un figlio al Borbone i ministri erano obbligati a provvedere all'appannaggio del neonato, sottraendo al servizio pubblico una somma che mensilmente presentavano al Sovrano. (...) se il ministro di grazia e giustizia doveva fare nomine di magistrati, provvedeva con supplenti, ed economizzava una forte somma che serviva a pagare l'assegno del nuovo nato" (Plutino-Agostino). Così pure, a titolo di esempio, per le nomine di ufficiali, per i reclutamenti, per l'armamento dell'esercito napoletano: veniva sottratta una parte delle somme che il paese pagava, e destinata al Sovrano; tutti i ministri sottraevano somme al servizio pubblico e le destinavano al Sovrano.

Delle rendite confiscate, grazie a un decreto, furono riservate somme per un valore di quasi 26.000.000 di lire italiane da destinarsi ai danneggiati politici delle provincie napoletane. In conseguenza del Decreto Conforti venne fatto un simile provvedimento anche per la Sicilia, emesso negli ultimi giorni di ottobre, quando la dittatura era ormai al termine, con il quale un quarto (
8) delle rendite fosse previsto per i danneggiati della Sicilia del 1848 e 1849. Con queste operazioni in definitiva lo Stato rimaneva estraneo al sacrificio economico sopportato.


Nonostante i decreti, il denaro confiscato non fu effettivamente mai distribuito ai danneggiati, e Francesco Crispi lo fa presente in modo perentorio, concludendo il suo intervento alla Camera con una laconica domanda: "Che se n'è fatto di questo danaro? Si è invertito. Si è invertito? E allora lo Stato c'entra, come ci entra un debitore che ha speso il danaro non suo". Il decreto del 29 ottobre 1860 stabiliva la nomina di una Commissione che avrebbe proceduto alla distribuzione; non essendo però possibile assegnare con immediatezza le somme stesse, lo stato diveniva quindi un depositario, e le tratteneva nell'interesse dei danneggiati, iscrivendole nei bilanci nazionali. Vennero distribuiti alcuni sussidi a favore dei danneggiati più bisognosi nel 1861, quindi più nulla, per 23 anni; ed il denaro venne nel frattempo utilizzato per altri bisogni.

L’impegno formale del Governo, espresso nelle parole del Presidente del Consiglio Depetris, di dare una concreta attuazione al problema dei danneggiati, venne rispettato con la
legge dell’8 luglio 1883 n. 1496, che estendeva i benefici ai danneggiati politici di saccheggi ed incendi avvenuti a Napoli (1848), Messina (1848) e Catania (1849) e a coloro che per cause politiche furono imprigionati, condannati, perseguitati o espulsi dal paese; la legge autorizzava una spesa annua di lire 800.000 e disponeva la nomina di due commissioni (una per le provincie siciliane e una per quelle napoletane) di sette membri (composte da membri del Parlamento, magistrati e funzionari dello stato). Il diritto poteva essere esercitato anche dagli ascendenti, dalle vedove, dai figli e discendenti del danneggiato. I termini previsti dalla legge per i benefici vennero prorogati più volte; non solo, ma questa legge attesa per più di 20 anni finì con l’avere una vita incredibilmente lunga, ed estese il beneficio del vitalizio ai nipoti dei danneggiati; fu abolita solamente nel 1985, quando erano rimasti 470 pronipoti che percepivano un assegno annuale di 60.000 lire! (9)




N O T E

(*) Il presente lavoro si basa sui contenuti dell'opuscolo intitolato "Il Comitato dei danneggiati politici delle provincie meridionali ed il Parlamento nazionale con il manifesto programma del Comitato elettorale-politico-indipendente delle provincie del Sud per L. Prota-Giurleo", stampato in Napoli nel 1882 presso lo Stabilimento Tipografico Prete, Strada S. Paolo 10 (pagine 50). ß

(1) Aquila, Stabilimento Tipografico Grossi. ß

(2) Il Comitato dei danneggiati, che rappresenta gli interessi di circa duemila famiglie, è "fuso in unità di pensiero e di azione con l'antico e tanto benemerito" 'Comitato Elettorale-Politico-Indipendente delle Provincie del Sud', fondato nel 1874 dal comm. Luigi Prota-Giurleo, che risulta aver eletto 93 candidati su 97 proposti. (Segretario Generale del Comitato è il cav. A. Pansa; il comitato si trova in Napoli, in Vico Gerolomini 19). L'iniziativa di mandare in stampa i contenuti della discussione parlamentare qui trattata si sposa alla campagna elettorale in corso, poiché nell’opuscolo è presente il "Manifesto-Programma e Regolamento organico" del suddetto comitato elettorale, vicina alla corrente progressista. Con le elezioni del 1882 entra in vigore la nuova legge elettorale, che prevede l'allargamento del voto e lo scrutinio di lista [nda: la legge 22-1-1882 n. 999 costituiva il primo passo verso il suffragio universale. Con essa venivano ammessi al voto i cittadini maggiorenni che avessero superato l'esame del corso elementare obbligatorio oppure pagassero un contributo annuo di lire 19,80; in tal modo gli elettori passavano dal 2% al 7% della popolazione. Cfr. ‘Verso il suffragio universale’]; una legge con la quale, a giudizio del comitato, la vita politica del paese "compie uno dei più ardenti voti della progrediente civiltà del nostro popolo". Il comitato invita la costituzione di gruppi locali (chiamati anche 'Comitati parziali') e chiede ai propri simpatizzanti anche il sostegno economico. L'appello è rivolto proprio ai danneggiati politici, ai quali si chiede di "stendere la vostra fraterna mano, per raggiungere la meta cui aspiriamo": "per ben tre volte una apposita commissione si recò in Roma a proprie spese, per sostenere e propugnare il vostro dritto presso i poteri costituiti dello Stato; e molto ancora ci resta a fare, specialmente quando il Governo presenterà al Parlamento i promessi provvedimenti".
           Riguardo alla modalità con la quale erogare i risarcimenti il 'Comitato dei Danneggiati' in funzione del fatto che "dai fondi delle pensioni di grazia concesse dal Borbone a tutti quelli, che dopo il 15 maggio 1848 si cooperarono alla distruzione dalle istituzioni costituzionali, e nelle persecuzioni politiche della parte liberale, si staccò la somma di un milione di lire per essere divise in sussidi provvisorii ai più bisognosi tra i danneggiati della borbonica tirannide; e lire 500.000 a titolo di pensioni, delle quali però si distribuirono solo lire 200.000" si auspicava "che dalla somma residuale dei sei milioni di ducati confiscati dal Dittatore alla dinastia borbonica, e stanziati dal medesimo per il risarcimento dei danni delle sue vittime, 2/3 si erogassero a titolo di sussidio, per una volta sola, a tutti i superstiti martiri, che si trovassero al disopra dell'età di anni 60, e tal sussidio proporzionale si poteva fissare dalle 10000 alle 500 lire cadauno; e con l'altro terzo si costituisse un fondo di pensioni vitalizie, per i loro discendenti, a cui la legge dittatoriale dà il diritto di succedere ai diritti acquisiti dei loro genitori". L'idea del Governo era invece quella di "stanziare nel bilancio una cifra di rendita sul debito pubblico, per essere divisa e frazionata in altrettante pensioncelle vitalizie, ai più bisognosi e miserrimi dei danneggiati politici, cui fino ad ora è stato negato ogni soccorso; pensioni, o assegni, che rappresentano in minima parte l'interesse di quel capitale, del quale colla morte dei pensionati, cui per dritto appartiene, resterebbe assoluto possessore il pubblico erario". Una proposta che il Comitato definiva illusoria perché il vero proprietario del capitale rimaneva lo Stato; i danneggiati sarebbero stati i "tollerati usufruttuarii col titolo di pensionisti", neppure stabile, perché tale diritto potrebbe essere revocato in caso di miglioramento della condizione sociale, valutata peraltro "secondo gli apprezzamenti o del vostro emulo vicino, o del portinajo della vostra casa, che ordinariamente sono le limpide fonti da cui si attingono le informazioni ufficiali!". Inoltre, mentre i pensionati civili e militari morendo lasciano alle vedove e ai loro figli una proporzionale sul "monte vedovile"; i pensionati politici non godrebbero di questo benificio. ß

(3) Sono i deputati Nicotera, Crispi, Romeo, della Rocca, Branca, del Zio, Vollaro, Di S. Donato, Tajani, Abignenti, Cannella, La Porta, Morana, Picardi, Finzi ed altri. ß

(4) "Il Governo borbonico riconobbe il dovere di pagare i danni di cui esso fu la causa. Furono nell'interesse degli stranieri presentati reclami da tutte le potenze, perché una gran parte dei danni riflettevano le mercanzie che erano depositate nei magazzini del porto franco e sotto la custodia del Governo. [In Sicilia] gli stranieri furono pagati ed a spese dei contribuenti. Fu costituita una commissione affinché con l'intervento dei consoli avesse liquidato il valore delle mercanzie che erano sparite per il sacco e l'incendio avvenuti nei magazzini del porto franco e che appartenevano agli stranieri. Questi furono risarciti a spese dei contribuenti; ai siciliani invece fu negato ogni risarcimento perché il Governo borbonico disse che in faccia ai propri sudditi si trattava di repressione di ribellione, e che quindi i popoli ribelli non meritano alcun compenso". (Picardi). ß

(5) Dal deputato Nicotera viene ricordata la sorte di un'altra piccola città, Pizzo (già provincia di Catanzaro, oggi di Vibo Valentia). "Nel 1848, quando le truppe borboniche, battute al fiume Angitola, dovettero fuggire e fermarsi al Pizzo, ove erano i legni da guerra, pur essendo quella piccola città tranquilla, ed inoffensiva, dopo poche ore, fu messa a sacco e fuoco. Mi sanguina il cuore a rammentarlo: fra gli uccisi vi fu il vecchio Musolino, padre dell'ex-nostro collega, il quale, benché podagroso e gravemente infermo, fu sgozzato e bruciato, e come lui fu trucidato il maggiore dei figli. Per la città si videro innalzati alle baionette innocenti bambini. Quante famiglia agiate furono ridotte alla miseria! E queste famiglie nulla hanno avuto, meno qualcuna la quale talvolta ha potuto ottenere dalla pietà dei ministri dell'interno, un tenue sussidio". ß

(6) Una parte delle rendite confiscate dal Conforti furono restituite alle principesse di Casa Borbone in forza del trattato di pace del 1866. ß

(7) A fronte dei milioni esistenti nelle casse del Regno di Napoli, molti altri risultavano depositati nelle Banche di Londra e di Pietroburgo. ß

(8) La Sicilia negli ordinamenti amministrativi e finanziari del Regno delle Due Sicilie contribuiva alle spese comuni (guerra, marineria, corpo diplomatico, lista civile) per un quarto. ß

(9) Cfr. ‘Quando lo Stato diventa Pantalone’ (fonte: La Stampa) ß


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