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Discorso 'Squarci di vita vissuta in trincea' tenuto da Umberto Adamoli su invito del Direttorio Nazionale del Nastro Azzurro

Il Direttorio Nazionale dell'Istituto del Nastro Azzurro di cui fa parte il Segretario del Partito S.E. Starace, ha in questi giorni invitato tutte le Sezioni provinciali a tenere speciali riunioni, allo scopo di ravvivare con racconti di squarci di vita vissuta in trincea, il ricordo della gloria dei soldati italiani scritta col sangue nella storia dei popoli. Di parlare particolarmente ai giovani non presenti nei grandi eventi della patria, destinati a sostituire a mano a mano, nella corsa inesorabile del tempo, nella vita nazionale, la martoriata ed eroica generazione della guerra. Di parlare particolarmente a voi o giovani che nascevate alla vita, in questa nostra bella Italia, quando di fronte si stavano per accendere, o da poco si erano accese le fiamme di quel gigantesco incendio bellico che dovevano placare in parte i grandi spiriti che si agitavano ansiosi su i contrasti, su gli incerti destini della patria del 1915. Ma se a voi o giovani non toccava in sorte di partire e di assistere alle commoventi ed entusiastiche partenze, e di trepidare poi delle incerte vicende della lotta; se a voi o giovani non toccava in sorte di partire o di acclamare coloro che come un turno doloroso tornavano, quando tornavano, per medicarsi, per sanarsi delle ferite prodotte dal piombo nemico; se a voi non era concesso nella vittoria di godere la divina gioia del trionfo, avete però ancora la fortuna, e non è poco, di poter vantare nella vostra vecchiezza di aver conosciuto coloro che saranno divenuti già miti nella fantasia dei vostri nipoti; di avere udito dalla viva voce dei Combattenti stessi, degli attori stessi del grande dramma, o meglio delle grandi tragedie, i commoventi ed eroici racconti della guerra vittoriosa. Di quella guerra necessaria, santa per noi, come tante volte avete già inteso ripetere, e nella quale cadeva, per un santo ideale, la più bella giovinezza; cadevano a centinaia, a migliaia ragazzi, giovanetti come voi, ma cadevano sereni, lieti, e nella lieta certezza di rivivere, come rivivono, immortali nell'immortalità della patria.
Quando adunque nel maggio del 1915 si iniziavano le ostilità, poiché, come sapete, parlo dei miei ricordi di guerra, o meglio di qualcuno dei miei ricordi del primo anno di guerra, io ero già al fronte, e precisamente nella zona montuosa del Trentino. Come molti facevano, anch'io scrivevo il mio diario di guerra, e in quel primo gran giorno, mentre il cannone iniziava al fronte la sua sinfonia, quella sinfonia che doveva durare per ben quattro anni, io vi scrivevo precisamente così: "Odo verso Nord, verso l'Altipiano di Asiago il rombo del cannone. Quel cannone non può essere che nostro. La guerra evidentemente è incominciata. Quel che sento nell'animo mio è indescrivibile. Salve, o Italia.
Di sopra ai forti sentimenti umanitari sorgono, ora, i più forti sentimenti di italianità e di patria. Il non intervento penso rappresentava per l'Italia la povertà, la fiacchezza, la viltà; penso che l'Italia, rinunciando alla lotta, alle sue giuste rivendicazioni, rinunciava al diritto di vivere fra le grandi nazioni. Tra tanti soprusi, tra tante prepotenze, evviva la guerra! Ben dovrà comprendere e presto, il barbaro teutonico, quanto sia difficile di tenere o di riporre in catena popoli liberi e civili. Si picchi, quindi, senza pietà. Ieri fu lotta di liberazione; oggi sia per l'Italia anche lotta di forza, di valore, di grandezza".
Così scrivevo italianamente nel mio diario di guerra il 24 maggio del 1915, scritto che oggi, nel rileggere, non mi dispiace. E con tali patriottici sentimenti raggiungevo, poco dopo, con il mio battaglione, nella testata di Val d'Assa, sull'Altipiano dei Sette Comuni le trincee di prima linea. Da fervente interventista, quale io ero stato, come erano stati tutti i buoni italiani, e quale nipote di un perseguitato politico, di un profugo lombardo del 1848, quindi di un patriota quale era stato mio nonno, una volta in trincea avrei voluto agire subito; avrei voluto, anche per regolare l'antico conto di famiglia, azzuffarmi senz'altro con gli austriaci. Non essendo, però là ancora ben preparati, occorreva aspettare, occorreva pazientare. Intanto, per non perdere tempo, si facevano i primi assaggi, le prime prove e col pericolo, e col fuoco.
Ma il primo fatto d'armi, nel quale in seguito potevo prendere parte, fatto d'armi di una certa importanza, non riusciva, purtroppo, a noi favorevole. Era stato determinato, anche per rompere la monotonia, per fare qualche cosa anche nel Trentino, uno sbalzo in avanti; uno sbalzo oltre la prima linea dei forti nemici, verso la martoriata Trento. Dopo la consueta preparazione, il consueto tiro di distruzione delle linee avversarie da parte delle nostre artiglierie, nella chiara notte di luna del 15 agosto, il valoroso 115 reggimento fanteria, secondo gli ordini, iniziava per primo l'attacco, per la marcia in avanti. Conquistata facilmente la prima trincea, con coraggiosa sicurezza, con irresistibile impeto, si slanciava sulla seconda trincea, però, purtroppo sull'insidia e sulla morte. Gli Austriaci, che sino a quel momento, astutamente, non avevano dati segni di una vivace resistenza, aprivano d'improvviso, e da tutte le parti, un violento fuoco di mitragliatrici, distruggendo, falciando in pochi minuti e quasi per intero il bel reggimento.
E così quell'azione tanto desiderata, tanto aspettata, ed iniziata con tanto entusiasmo, dolorosamente finiva. Gli incerti della guerra!
Dopo quella dura lezione, che ci ebbe a mostrare per molto tempo fra le due linee, i nostri poveri caduti, divenimmo in quella zona davvero fortemente trincerata e fortificata, quindi di difficile conquista, più guardinghi, più prudenti. Ma anche a stare soltanto in trincea si era sempre nel pericolo, si viveva pur sempre sul confine della morte, potendo da un momento all'altro, come spesso avveniva, una scortese granata qualsiasi fornirci del foglio di viaggio per l'altro mondo. Nonostante non difettava in noi il buone umore. Non mancavano in quel mondo coperto di trincee, di camminamenti, di rifugi, di caverne; in quel mondo sepolto di talpe in cui si viveva, facezie, comicità. Talvolta si scherzava anche nella tragedia, anche nella morte. Fra l'altro, costituiva una nota spassosa, allegra in questa speciale vita, per la novità, certi signori che ad intere tribù, da veri padroni correvano, scorazzavano per il nostro corpo, provocando in noi un certo vivace movimento, e facendoci sentire, da veri caloriferi, molto caldo anche quando faceva molto freddo, anche quando, d'inverno, gelava; certi signori piccoli, più grandi, col codino, bianchi, neri, rossi, di tutti i colori, insomma, e di tutte le razze europee, che noi, nel nostro fiorito linguaggio di guerra, chiamavamo passeggeri, ma che nel linguaggio di pace sono chiamati con altro... nome. Altra nota simpatica la costituivano i medici ed il cappellano del battaglione, amici carissimi, veri angeli, ma continuamente in bisticcio, simpaticamente in litigio fra loro.
Ma dopo il doloroso episodio dell'agosto non si viveva, poi, del tutto rintanati, chiusi nelle nostre trincee, in apatico raccoglimento. Si era in guerra e qualche cosa si faceva pur sempre. Rendemmo, ad esempio, la notte di Natale, notte di tregua e di pace negli affanni umani, direste voi, molto movimentata, molto agitata, tentando, nonostante la neve caduta e che cadeva, di fare una visita, una irruzione di sorpresa nelle linee nemiche, divenendo così la notte di pace, notte di lotta, d'inferno. Gli Austriaci, cavallerescamente, ci restituirono la visita il primo dell'anno, accolti da noi, ben s'intende, con tutti gli onori già resi a noi; con tutti gli onori di una generale sparatoria, pagando, così, dall'una e dall'altra parte, per l'uno e per l'altro fatto, buon tributo di sangue. Cortesie di guerra!
Si eseguivano, inoltre, secondo le necessità del posto e gli ordini superiori, lavori di rafforzamento e, con ardite pattuglie, servizi di ricognizione e di molestia al nemico. E fu proprio in uno di questi servizi spinto di giorno imprudentemente un po' troppo avanti, che io ebbi ad avere nella carne, come si diceva pure in gergo guerresco scherzando, una buona iniezione di piombo.
Ferito così piuttosto gravemente ero costretto a lasciare a malincuore il fronte per l'ospedale. Lasciavo il fronte però col proposito di tornarvi non appena possibile, per farvi qualche cosa di meglio. Ne partivo il 7 gennaio del 1916, e vi tornavo infatti a mia domanda, non ancora ben guarito, allo stesso reparto, verso la fine di marzo.
E di quel periodo, della tanta corrispondenza ricevuta all'Ospedale, voglio leggervi tre cartoline scrittemi da tre miei dipendenti, per mostrarvi con quale animo, con quale spirito i soldati italiani combattessero nell'ultima grande guerra di redenzione. E queste cartoline si scrivevano non dai caffè, ma dalla linea del fuoco e della gloria; si scrivevano quando la vita si viveva di minuto a minuto.

(leggere le cartoline) (riportare i testi?)

Tornava al fronte, come dicevo verso la fine di marzo. Ma quei benedetti austriaci pareva che mi tenessero segnato. Mi preparavano sempre un qualche brutto scherzo. Uscito un giorno, dopo qualche giorno del mio ritorno fuori della trincea, da solo, avanti, per una ricognizione del terreno, vedevo nel forte Luserna, che era di fronte, girare una delle sue torri corazzate e sporgere da essa nella mia direzione la bocca di un cannone. Vi era davvero da rabbrividire, ma io veramente non me ne preoccupavo, non ritenendo che potessi essere preso di mira, perché non si usava di sparare con cannoni contro uomini isolati. Quando mi accorsi che il colpo che partiva era proprio per la mia modesta persona, anche per il particolare onore che in tal modo mi si rendeva, ritenni non soltanto scortese, ma anche inutile e vergognosa la fuga. Poiché fuggire dinanzi al pericolo, dinanzi al nemico, e ricordatelo o giovani, è sempre una vergogna, quando non si tratti di vigliaccheria. Intanto il proiettile, non di grosso calibro però, rumorosamente arrivava, ma anziché colpire me, tradendo la propria missione, penetrava nel rialzo del terreno dove io ero e scoppiava. Una comica capriola in aria, con terra, sassi, schegge, da parte mia, e poi giù ruzzoloni, giù disteso al suolo come morto. Nello stordimento mi ritenni questa volta davvero finito, spacciato, fracassato. La vita che ancora sentivo in me, così vagamente, come in sogno, l'attribuivo alla sopravvivenza dello spirito, o meglio al ritardo dello spirito dal distaccarsi dalla materia, dal corpo per il gran volo verso il mondo dell'eternità. Ma anche questa volta, a dispetto dell'allegro artigliere nemico, potevo rientrare, sia pure con molte ammaccature, ma senza nulla di grave, vivo nelle nostre linee.
Non tardava, intanto, di giungermi un ordine di trasferimento per un'altra non lontana ma infelicissima posizione, Milegrobe, cacciata, incuneata tra le linee nemiche, chiamata dal generale Murari-Brà nel suo più esatto nome di Nido di proiettili. Ad ogni soldato mandato in quella posizione, si sarebbe dovuto concedere, per il particolare disagio e sacrificio, una particolare ricompensa. Nessun movimento vi era consentito di giorno; nelle deboli trincee, sotto il tiro della fucileria avversaria, vi si doveva stare appiattati, chiusi come un una tomba. Nonostante, non mancava il così detto stilicidio, non mancavano quasi giornalmente feriti, morti. Il giorno di Pasqua, 4 aprile, che non dimenticherò mai, quantunque abituati ormai alla visione del sangue, pur la nostra sensibilità vi fu fortemente scossa. Due bravi soldati, approfittando della nebbia e del nevischio, caso contrario non sarebbe stato possibile, si offrivano volontariamente di portare a noi in quella tomba, dalle linee arretrate, nella mistica ricorrenza, cibi caldi, generi di conforto. Ma lungo il cammino, quasi nelle nostre vicinanze, un colpo di vento fugata sventuratamente la nebbia, li scopriva al tiro del nemico, rendendoli così vittime del loro premuroso generoso cameratismo. Non cadevano, i poveretti, in combattimento, ma noi li considerammo ugualmente vittime di un atto non meno bello, non meno nobile. Lasciammo quei due oscuri eroi a dormire il sonno eterno, poco lontano dal luogo del loro sacrificio, nel silenzio di Valmorta, ma essi vivono e vivranno sempre pietosamente nel nostro ricordo. Episodio modestissimo in sé stesso, nella grande tragedia, ma significativo, pieno di profonda umanità!
Il fatto per quanto ci commovesse, ci scuotesse, non ci deprimeva, però. Dalla causa santa, per cui si combatteva, per cui si sapeva di combattere, si traeva sempre ragione, forza, conforto per sostenere serenamente le privazioni, le sofferenze, i pericoli, la morte; per vivere serenamente ed anche allegramente nell'insidia, nel fango, nella neve. Vi potevano essere, sì, talvolta, dei brontoloni, degli scontenti, come in nessun ordine mancano, neppure tra voi, scommetto, che siete ragazzi; ma fiammeggiava generalmente, nei soldati tra cui io ero, vivo il senso del dovere, l'orgoglio della razza, l'amore della patria. Non mancavano, purtroppo, neppure i rinnegati, come non ne mancavano negli altri eserciti; ma essi da noi non facevano quasi mai in tempo di pentirsi delle loro tristi azioni. E vidi io stesso due di costoro essere precipitati nel buio mondo dal piombo dei propri compagni, essere uccisi in altre parole, dai propri compagni di propria iniziativa, senza ordini superiori, mentre vigliaccamente tentavano di passare al nemico. Quei bravi giustizieri, che a giusto onore, furono posti all'ordine del giorno delle truppe del Trentino, tutelavano così fieramente non soltanto l'onore della propria divisa e del proprio reparto, ma anche l'onore della razza, l'onore della patria. E così o giovani va sempre fatto contro i vigliacchi, contro i rinnegati. Essi non debbono avere diritto di vita in un popolo sano, forte e di nobilissime tradizioni qual è il popolo italiano.
Ma in tal modo, tra un episodio e l'altro, si usciva dall'inverno senza che si notassero nel nostro campo, in quella zona, come era nel desiderio di molti, segni di una qualche preparazione offensiva. Troppe difficoltà veramente vi erano da superare nel Trentino per una offensiva favorevole: monti alti, vallate profonde, una fitta rete di imponenti forti, numerosi ordini di trincee e reticolati, campi trincerati ovunque da considerarsi imprendibili. Il generale Cadorna evidentemente preferiva di continuare nelle sue vittoriose battaglie nel terreno più favorevole dell'Isonzo e del Carso. Ma se non da noi, l'offensiva la preparavano, invece, occultamente ma in grande stile, gli austriaci, con quella loro famosa spedizione così detta punitiva, ricorrendo per la vittoria a tutti i mezzi. La loro principessa, la principessa Zita, futura loro imperatrice, affinché trionfassero le armi austriache, inalzava financo sul terreno della battaglia una cappella votiva alla madonna. Preparavano quella Strafe-expedition, con la quale miravano nientemeno che a Roma. Nach Roma dicevano burbanzosamente e scrivevano anche su tabelle, su cartelli indicatori, che noi poi trovammo sulle vie della loro ritirata. Nach Roma. Per Roma.
E con tali pazzeschi propositi, l'azione iniziatasi si può dire, nella sera piovosa del cinque maggio, con la distruzione di tutti i posti avanzati, si sviluppava verso il quindici con una pioggia infernale, spaventosa di proiettili di ogni calibro e di ogni specie. Non mancavano per le trincee, per produrre i maggiori danni, anche morali, neppure i 420, proiettili enormi, giganteschi, da usarsi soltanto contro le fortezze, frantumando così dove cadevano trincee e campi trincerati, sradicando, schiantando, abbattendo alberi, sconvolgendo, cambiando addirittura fisionomia al terreno. E dopo lo scoppio avveniva un'altra pericolosa pioggia di sassi e di schegge di ogni grossezza, facendo nuove vittime. I soldati colpiti, o compresi semplicemente nel raggio di scoppio, erano lanciati in aria talvolta a brandelli, talvolta, stringendo i fucili, vivi ancora, che noi vedevamo poi roteare in aria come fuscelli e ricadere pesantemente, quando non rimanevano impigliati e penzoloni dai rami degli alberi. Spettacolo fantastico, di tragica grandiosità, che fortemente scuoteva, impressionava.
L'azione svolta in quei giorni contro il settore dove io ero, dal corrispondente di guerra austriaco della 'Neuie frei Presse' era così descritta: "Una delle principali battaglie fu data per l'espugnazione del Costesin quota 1528 che costituiva un punto d'appoggio straordinariamente forte nel complesso delle linee nemiche di difesa. La lotta s'iniziò con un cannoneggiamento che non è possibile descrivere. A cinquanta passi dai reticolati nemici stavano gli osservatori d'artiglieria per segnalare i risultati del tiro. Artiglieri che hanno partecipato alle più terribili azioni d'artiglieria di questa guerra, dichiarano di non aver mai visto un bombardamento di simile violenza, e questo si può credere senz'altro osservando le posizioni nemiche. Vi si nota un caos raccapricciante; un ammasso di reticolati divelti, contorti, di tronchi a terra, enormi depressioni del terreno generate dallo scoppio delle granate. Queste colpirono potentemente, stroncando tronchi robustissimi di alberi, sventrando i sacchi a terra, e spargendo il contenuto molto lontano.
Quando il bombardamento ebbe inebititi i nemici, cagionando loro terribili perdite, allora fu sferrato l'assalto delle fanterie".
Così scriveva il corrispondente nemico, e scriveva perfettamente la verità. E in questa diabolica opera non vi era tregua che soltanto di notte, tregua di cannoni. Ma dopo la notte, con la nuova alba, con il nuovo giorno, con inesorabile ed esasperante puntualità, con crescente veemenza, si riprendeva dal nemico l'opera infernale di distruzione e di morte. Con le trincee, con le opere fortificatorie, come affermava il giornalista austriaco, cadevano anche i prodi difensori, che per verità, per sciagurato caso non erano molti in quel momento in su quel fronte. Essendo stato l'attacco improvviso, imprevisto, imprevedibile, gli alti nostri comandi non vi credevano, pareva che non vi dovesse essere salvezza. Se avessero superato senza gravi contrasti le prime linee, prima dell'arrivo dei nostri rinforzi, forse ai barbari, in forza appunto del numero e dei mezzi, non sarebbe stato difficile di continuare giù per le vallate, per la verdeggiante pianura veneta la loro marcia rovinosa, la loro marcia maledetta. E tale doveva essere, anzi tale era ora il loro disegno, lasciamo andare Roma! Il disegno di scendere giù per colpire alle spalle per liquidare la partita le armate dell'Isonzo, di porre così fuori combattimento la maggiore e la migliore parte del nostro Esercito combattente.
Tremendo, quindi, appariva, il nostro compito, il compito delle truppe del Trentino per una valida, forte, estrema resistenza; della resistenza ad ogni costo, della resistenza della salvezza.
Con il giorno ventuno, settimo del bombardamento, il sole invocato sempre ed atteso come una benedizione, sorgeva, invece, ancora una volta, come un castigo, ad illuminare, a favorire, non la gioia e la vita, ma l'odio e la distruzione. Verso le ore nove come vasto e furioso temporale, il cannoneggiamento volgeva su altri Settori. Ma nello stesso tempo si slanciavano, s'avventavano, sulle nostre povere e sconquassate trincee, nuove grosse ondate della fosca marea invaditrice. Ma la salda difesa, per quanto colpita, per quanto ridotta, ancora non si scuoteva. Mentre, però, a quota 1528 del Costesin dove io ero, e di cui parlava il Corrispondente nemico, fortemente si resisteva, gli austriaci, vincitori a sinistra, con azione avvolgente, attaccavano di improvviso alle spalle il mio reparto. Il momento, come potete immaginare, si presentava di particolare, di estrema gravità. La sorpresa in combattimento, come ben sanno i Combattenti, è terribile, e quasi sempre la sconfitta, è quasi sempre la morte, quando non si posseggano per fronteggiarla nervi di acciaio, una assoluta padronanza di sé stessi, una assoluta calma. Io stesso, e non lo nascondo, che non direi la verità, ebbi un momento di smarrimento. Ma fu per fortuna un momento, un attimo, che subito dopo, non avendo tempo di dare ordini, come spinto dall'istinto della salvezza, mi lanciai su una delle mitragliatrici, che furiosamente sparavano per respingere l'attacco frontale, e trasportandola di peso su altra posizione, verso la nuova mortale minaccia, aprivo il fuoco. Aprivo il fuoco quando gli austriaci, sicuri ormai della vittoria, ebri di gioia e di liquori, terribili, quasi in ordine chiuso, in massa, erano a pochi passi da noi. Colpiti in pieno dalla mia falciata neppure uno di quella prima ondata se ne salvava. Cadevano, sotto la terribile raffica della terribile arma, come fulminati. Ma gli energumeni delle ondate successive, trattandosi di truppa scelta ed aitante, disposta a tutto, non si arrestava. Una forza cieca, una forza diabolica pareva che li spingesse avanti, li spingesse al massacro, ricolmando, con disperato valore, i compagni caduti. Un cadetto, intanto, giovanissimo, ma valoroso, ma prode davvero, infiltratosi nelle nostre linee da un camminamento, mi giungeva inosservato alle spalle. Ma invece di uccidermi, come avrebbe potuto benissimo, si limitava ingenuamente, picchiandomi su di una spalla, ad impormi con imperiosi cenni, la resa. Baldanza o inesperienza, ingenuità giovanile, che caramente pagava! Occupato come io ero nella terribile opera sterminatrice, che per la nostra salvezza, per la salvezza della posizione, non sopportava un attimo di arresto, non mi potevo interessare di lui.
Cercai soltanto, essendo in un rialzo, di respingerlo con una forte gomitata nel camminamento. Gli balzava, invece addosso, mentre con più senno questa volta mi puntava la rivoltella, un mio bravo milite, che mi faceva da servente nell'arma, uno sportivo milanese tutto nervi. Avveniva fra i due, uguali di forza e di valore, per potersi sopraffare, una lotta viva, disperata, mortale. Ma in ultimo il cadetto, in una stretta più forte vinto cedeva, s'abbatteva esanime al suolo. Fine tragica, inevitabile, necessaria per la nostra salvezza, ma che io non avrei voluto. Talvolta anche il nemico, quando è valoroso, poiché il valore infonde sempre profondo rispetto, può destare sensi di pietà e di ammirazione. Quando, dopo di aver respinto vittoriosamente quell'attacco scatenatosi da tutte le parti, potevo leggere in una cartolina, cadutagli nella lotta e scrittagli qualche giorno prima dalla mamma lontana, parole d'amore, d'affettuosa gentilezza, gli avrei voluto restituire la vita. "Lieber Bubi" lo chiamava la madre - Caro ragazzo. Ed era, nonostante il leonino coraggio, davvero un ragazzo. Onore quindi anche alla mamma del prode ragazzo, del prode nemico così eroicamente caduto; eroismo forse rimasto ignorato dalla sua patria; come rimarranno ignorati tanti atti eroici compiuti nella missione furiosa dai nostri Combattenti. Onore, quindi, anche al prode ragazzo, al prode oscuro nemico così eroicamente caduto.
Ma non potei di molto continuare nella cavalleresca commiserazione poiché gli austriaci, al fallito attacco, così sanguinosamente da noi respinto, facevano seguire violenta la reazione. Pareva che non vi dovesse essere più salvezza per noi! Nonostante che si conservassero vive le forze e vivo l'ardore bellico, pure più di una volta ci vedemmo, ci sentimmo perduti. Ormai a forza di combattere su quel cocuzzolo, su quella luminosa e sconquassata quota che pareva davvero invulnerabile, sulla quale più tardi fu collocato un ricordo marmoreo, eravamo rimasti quasi soli, e quasi accerchiati. Gli austriaci, vicinissimi, tanto da non poter più sparare con i cannoni su di noi, ci imponevano, alla voce, la resa. Da tre giorni che non si mangiava; da cinque non si dormiva, e come potete immaginare la più cupa desolazione era intorno a noi: morti a mucchi, ai quali non era possibile dare sepoltura , odor di cadaveri, brandelli di carne umana ovunque, invocazioni, lamenti penosi di feriti e di moribondi e scialba, tra il fumo della battaglia, la luce del sole. Quadro fantasticamente infernale, quadro di sangue, e su questo quadro, come nota comica, come una ironia, come una beffa un cuculo continuava a cantare allegramente nel bosco. Cantava, evidentemente, nella verde primavera, nel fiorito maggio, alla vita, quando la vita là moriva.
Quando verso sera mi poteva giungere l'ordine di ripiegare su un'altra più favorevole posizione, non erano rimasti della mia povera Sezione che quattro uomini ed una sola mitragliatrice. Tutto il resto era andato in aria, come erano andate in aria le trincee, i sacchi a terra, gli alberi; come era andata in aria ogni cosa.
Ma la laboriosa giornata, quella giornata che io annovero fra le più belle, più vive e più poeticamente commoventi della mia vita non era ancora finita, non era ancora per noi compiuta. Nel non lontano bosco di Camporosa, che si doveva attraversare, fummo di nuovo dal nemico violentemente attaccati. La colonna dei fanti della brava brigata Ivrea al comando del valoroso colonnello Rossi Luigi, che era la raccolta che con noi si doveva riunire nel ripiegamento, per essere impiegata altrove, continuava nel proprio cammino; noi, quali mitraglieri, quindi quale assoluto nostro dovere, poiché i mitraglieri si debbono sempre sacrificare per l'altrui salvezza, riponemmo ancora una volta l'unica arma rimastaci intatta in posizione ed in azione. Per qualche tempo si ebbe ad udire nella notte e nel bosco, tre razzi illuminanti, sparo di fucileria e raffiche di mitragliatrice. Poi a mano a mano scendeva su tutto assoluto il silenzio. L'inseguimento così era stato arrestato, la colonna dei fanti era in salvo, ma noi, non riuscendo ad orientarci nell'oscurità, non potemmo lasciare il bosco che ai primi chiarori dell'alba. Ma non avendo dato più segni di vita nella notte, fummo ritenuti perduti. Anzi il buon cappellano del battaglione, don Ferdinando Caporali, ad ogni buon fine, all'alba alzava preghiere, preci anche per la salvezza e la pace delle nostre anime. Ma il trapasso per noi non era avvenuto. Tornevamo però fra i nostri in pochi, in pochissimi e, come è facile immaginare in condizioni pietosissime. Tornevamo laceri, contusi, sanguinanti, con la febbre nel sangue, irriconoscibili, fisicamente disfatti, ma fieri del dovere italianamente compiuto. Ed in queste condizioni ma con spirito elevatissimo, in attesa dei rinforzi, restammo ancora alla difesa delle trincee di Ca-Nova, lungo la Val d'Assa, nelle vicinanze di Asiago, mentre Asiago colpita da granate incendiarie, moriva fra le fiamme. Moriva, per risorgere più tardi più bella del suo sacrificio.
E così si concludeva, nella zona del Trentino, il primo anno di guerra. Si concludeva mentre la battaglia, pur nel suo spostamento, continuava viva più che mai, aspra, sanguinosa. Continuava ma per far scrivere nella storia, dal magnifico nostro esercito, nuove pagine di incomparabile, commovente, epico, eroismo. Il nostro magnifico esercito ebbe a compiere in quei giorni gesta immemorabili, davvero leggendarie; la battaglia continuava ma per concludersi, nell'inizio del secondo anno, con la vittoria, con il trionfo del diritto del giusto.
Ed ora, per concludere anch'io, ancora poche parole per voi ragazzi; per voi che avete la fortuna, nella sana e forte educazione fascista, di giunger sani e forti nella vita nazionale; vogliate un po' di bene a questa martoriata generazione della guerra, e che fu anche la generazione sacra della Rivoluzione. E sia sempre vivo in voi il rispetto ed il culto per i loro monumenti, per le loro tombe. Il rispetto ed il culto per coloro che ebbero tanto a soffrire, che ebbero a versare tanto sangue per procurare a voi una più libera e grande patria. Quella patria ricongiunta oggi con il fascismo, figlio della guerra, ai forti ordinamenti, al forte spirito imperiale romano. Quell'impero che dovrà essere da voi riconquistato per intero all'Italia. Noi vi aiuteremo in questa opera, anche se non più giovani; vi aiuteremo anche con le armi, se si rendesse ciò necessario, per guidarvi, con la salda e provata nostra esperienza, nelle nuove battaglie.



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