Arnaldo Mussolini
Vita di Sandro


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     Ma un'altra prova mi aspettava in quel giorno: alla Mamma, che attendeva trepidante, cosa avremmo detto? Come parlarle del tuo male senza lasciar indovinare la verità dal suo vigile sguardo materno? Le avremmo detto che si trattava di un'anemia assai comune tra i giovani, da curare energicamente. Ricomposi, con uno sforzo sovrumano, il mio viso per renderlo sereno. Quando rientrai nella nostra dimora di via Mario Pagano, mi parve che la casa, nell'attesa, si fosse fatta più oscura. A tua Madre, che mi venne incontro su la porta, dissi con naturalezza che non c'era niente di grave, che con un po' di pazienza e con una cura energica ti saresti ripreso. La casa si rasserenò. Parve che la sola preoccupazione fosse nel fatto della sospensione scolastica: e così era per la Mamma e per te; ed io chiudevo nel cuore, dolorando, il mio segreto.
     Si stabilì la cura. Intanto, sotto l'ossessione di quanto mi aveva detto il medico, cominciai a studiare io stesso la composizione del sangue. Vivevo sotto il peso tragico della triste profezia dei pochi mesi di vita. Volli interrogare in silenzio, da solo, altri medici, altri luminari della scienza. Feci loro mille quesiti e nessuno, pur troppo, fu in grado di dirmi una verità consolante. Per tutti, la tua malattia era inguaribile. Attraverso alternative di riprese e di ricadute, un giorno sarebbe cominciata la disintegrazione. E la fine sarebbe stata quasi improvvisa.
     A questo pensiero di tragedia imminente, il mio cervello si arroventava in un tumulto spasmodico; le forze del mio spirito si dissolvevano, in una lenta agonia interiore, di giorno in giorno. Chiesi la grazia ai Santi: dove non arrivava la scienza umana poteva giungere, chi sa?, l'infinita bontà di Dio. Ma bisognava meritarlo, a qualunque costo. Mi studiai di diventare migliore. Un amico un giorno mi disse: «Tu sei troppo buono; Iddio non può punirti e farti soffrire». Queste parole mi diedero una speranza.