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contagio, faceva temere di caderne vittima, non tanto per la prevenzione, con cui vi si disponeva, quanto pei suoi cronici incomodi intestinali. Quando seppe poi che infieriva molto dappresso, volea preferire la campagna, per isfuggire il contatto di una popolazione, fra le più sudicie, sudicissima. Ma ne lo sconsigliavano, perchè là non c' era nemmeno modo di curarsi. Infine il 20 agosto tutti si ridonarono a Torre del Greco ; ed ecco il 18 ottobre la malattia scoppiare nella Capitale. Perciò essi fecero quello che fecero gli altri, cioè restarono dove si trovavano, come raccontò Giacomo al De Sinner il 22 decembre 1836.
L'il decembre, il Nostro scriveva al padre di avere notabilmente sofferto nella salute dall'umidità del casino nella cattiva stagione. Difatti il Ranieri specifica il fatto, narrando, che in campagna gli si gonfiò il ginocchio della gamba destra. Premendo col dito, l'impressione restava. E difettando in campagna il servizio medico, determinarono tornare in città, appena l'ammalato fosse, senza gran disagio, trasportabile.
Il contagio, che nell'inverno 1836-37 era sembrato sparito, serpeggiava invece occultamente pei quartieri più poveri e luridi della città. Quindi, a primavera, e più precisamente il 13 aprile 1837, riprese la'violenza di prima. Molti morivano di solo terrore per questo nuovo genere di epidemia, come era avvenuto al poeta Platen, il quale soggiacque a Siracusa, assai prima che il morbo vi giungesse.
A fobbraio, Giacomo ammalò in villa d'un attacco di petto con febbre, senza che potessero consultare nessuno. Risanatone solo per mezzo di straordinario riguardo, i sodali tornarono in città, dove il convalescente rimase a letto per ogni possibile buon fine. E di questi particolari Egli dava notizia il 2 marzo al