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Per la storia di un'anima
Biografia di Giacomo Leopardi
Ciro Annovi
S. Lapi Tipografo Editore Città di Castello, 1898, pagine 232

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   — 212 —
   cosa no dite, De Sanctis ? — C'era un modo convenzionale in questi giudizi. Si esaminava prima il concetto e l'orditura, quasi lo scheletro del lavoro; poi vi si aggiungeva la carne e il sangue, cioè a dire lo stile e la lingua ! . . . . Parlai una buona mezz'ora, e il Conte mi udiva attentamente, a gran sodisfazione del Marchese, che mi voleva bene. Notai, tra parecchi errori di lingua, un onde con l'infinito. Il Marchese faceva sì col capo. Quando ebbi finito, il Conte mi volle a sè vicino, e si rallegrò meco, o disse ch'io aveva molta disposizione alla critica. Notò che nel parlare e nello scrivere, si vuol porre mente più alla proprietà dei vocaboli che all'eleganza; disse pure, che quell'orafe colFinfinito non gli pareva un peccato mortale, a gran meraviglia e scandalo di tutti noi. Il Marchese era affermativo, imperatorio, non pativa contradizioni. Se alcuno di noi giovani si fosse arrischiato a dir cosa simile, sarebbe andato in tempesta ; ma il Conte parlava cosi dolce e modesto, ch'egli non disse verbo. — Nelle cose della lingua, disse, si vuole andare molto a rilento. — E citava in prova il Torto e il Diritto del P. Bartoli. —- Dire con certezza che di questa o quella parola o costrutto non è alcuno esempio negli scrittori, gli è cosa poco facile. — Il Marchese, che, quando voleva, sapeva essere gentiluomo, usò ogni maniera di cortesia e di ossequio al Leopardi, che parve contento, quando andò via. „
   Parecchi cercarono di rivederlo presso Antonio Ranieri, ma il De Sanctis dice di non aver più veduto quell'uomo, che aveva lasciato un così profondo solco nell'anima sua.