— 205 —
4 maggio 1833 rispondeva a Paolina, che suo fratello godeva uno stato di salute tale, ch'egli avea potuto, la sera prima, trattenersi nel suo salone in un scelto crocchio di amici sin dopo la mezzanotte, ed era intervenuto regolarmente alle riunioni del giovedì, benché abitasse molto distante. Solo confermava che, durante i freddi eccessivi, si era risentito più del solito dell'oftalmia cronica (III, 514).
Il medico, dott. Zanetti, approvò il trasferimento del sofferente a Napoli per ragioni di clima. Però consigliò di differirlo per ora, fino a dopo cessati i calori della state.
Con che cuore gli amici fiorentini apprendessero che il Leopardi stesse per allontanarsi, è facile immaginare. E, com'è di tutte le voci, questa notizia, volando di bocca in bocca, per via forse s'alterò, e fini coll'essere creduta una partenza, senza speranza di ritorno. Supposta prima probabile, come quella di uno che tanto spesso parea corresse pericolo della vita, fu data da qualcuno già per avvenuta e scambiata per la morte stessa. Onde, alle insistenti domande della famiglia fu costretto rispondere di proprio pugno: Care anime mie, vede Iddio, ch'io non posso scrivere; ma siate tranquillissimi, io non posso morire; la mia macchina (così dice anche il mio eccellente medico) non ha vita bastante a concepire una malattia mortale. Vi lascio per forza, abbracciando tutti con immensa tenerezza (Lettera n. 777).
Ma almeno aveva a stento potuto fare questo biglietto! In seguito, anche perchè il Ranieri, per isra-dicarlo da Firenze, gli rivelò le canzonature della Fanny (Ridella, pag. 21.7), il Leopardi, piombato nel più orrido baratro della sciagura, sentì che più nulla lo legava alla vita, e a giugno peggiorò d'assai in salute. Ai 7 di luglio contava 50 giorni di spasimi (Let-