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aggio della moneta. Protestava infine, che sarebbe stata la prima e l'ultima volta, che gli tenea questo melanconico discorso (Lett. n. 755).
Sebbene vi fu chi esortò Monaldo a strappare il figlio da Firenze, negandogli il denaro, egli resistette al malo consiglio (Piergili, Docum., XLIX) ; e invece per conto suo acconsentì subito al desiderio del primogenito, spedendogli la prima rata di 24 francesconi per le mesate di agosto e settembre 1832. Ma, per rendere fisso l'assegno, lo consigliò di ripetere la domanda alla madre, avvertendolo di nascosto. Il che fu fatto, con lettera 17 novembre 1832 (diretta pel padre alla marchesa Roberti a Recanati). In essa il figlio confessavagli che, senza i 54 francesconi, che doveva da luglio in qua al suo buon cuore, non avrebbe potuto vivere in nessun modo, non avendo altro avanzo che 30 scudi, di cui metà se n'era ita nelle malattie. Scrisse dunque chiaramente alla madre. A lei pure fece riflettere le stesse cose dette al padre: aggiungendo, che non le chiedea se non lo stesso trattamento accordato a Carlo che rimaneva a Recanati.
La sua domanda, perorata certo da Monaldo con fervore paterno, fu completamente esaudita, perchè ragionevole.
E in un angolo di uno scrittoio del conte Monaldo furono rinvenute tutte le cambialette pagate per il primogenito, dall'agosto 1832 al giugno 1837 (Piergili, Docum., LI), l'ultima delle quali il Ranieri riscosso quattro dì innanzi la morte dell'ospite adorato.