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pria dignità, mentre non lo si poteva d'altronde occupare in un impiego stabile, data l'assenza della salute di Lui.
4. — E che stesse proprio male, lo diceva la preghiera reiterata, ch'egli rivolgeva al Puccinotti, d'andarlo a visitare, per dirgli una parola definitiva come amico e come medico (Lettere n. 631-645).
A settembre, non solo gli occhi, ma tutto il fisico gli si era malato: non poteva far nulla: era condannato a quella dimora detestata, senza speranza d'uscirne (Leti. al Bunsen, 5 settembre 1829). Non poteva più scrivere nè dettare (Paolina, Leti, al Vieitsseux, 25 set-sembre 1829); perchè ogni applicazione della mente gli era impossibile, perfino il discorrere (Leti, al Giordani, 20 ottobre 1829).
A settembre, il Colletta ammalò; e in ottobre, avendo peggiorato, decise cambiare aria e trasferirsi a Livorno (III, 262 a 269). Sempre eguale in affetto verso il Nostro, gli diceva che, essendo l'aria di Toscana meno malvagia di quella di Recanati, se gli mancava qualche cosa per muoversi, si fosse confidato con lui. Il 3 di novembre, sarebbe partito per salute alla volta di Livorno ; e, nel quartiere fermato, c'era anche una stanza per Giacomo Leopardi (Leti, del Colletta, 31 ottobre 1829). Questi si schermiva gentilmente dall'ac-cettare, quantunque non vedesse nè possibilità, nè speranza d'uscire di Recanati, e gli si dichiarava commosso fino alle lagrime di tanta prova di sincera amicizia (Leti, del Leopardi, 22 novembre 1829).
Se il Nostro, al primo rinfrescar della stagione, propendeva a migliorare, non aveva assaporato la gioia della sola speranza, chè, le sue infermità lo riassalivano più di prima. Almeno lo avessero finito, sottraendolo così per sempre a sofferenze maggiori ! No : in quel terribile inverno 1829-30, la sventura lo incliio-