il senso di hegel 305
Leggendo l'ultimo libro di Benedetto Croce, come pure leggendo qualunque libro di Hegel o di hegeliani, il problema che siamo obbligati a porre non è tanto filosofico quanto psicologico. Come accade che degli uomini che io debbo, per altre vie, riconoscere intelligenti e magari geniali, mostrano di comprendere perfettamente delle cose che altre persone intelligenti e anche geniali trovano completamente prive di senso ?
Prendiamo pure l'esempio speciale che si presenta necessariamente a me in questo momento.
Benedetto Croce è un uomo di grande ingegno e ricco di una cultura vasta e di prima mano. I suoi libri si leggono rapidamente, con piacere, con eccitamento, anche quando parlano delle questioni più difficili e più alte che si possa proporre il pensiero umano. Le sue critiche sono deliziose, piene di spirito, di franchezza e di buona fede. Molte delle sue osservazioni particolari, alcune delle sue teorie ci obbligano a riconoscere in lui uno degli ingegni più agili, più aperti, più acuti che abbia prodotto l'Italia negli ultmi anni.
D'altra parte io non posso rifiutarmi — senza evidente contraddizione col fatto che scrivo parlo e predico per gli altri — la qualità di uomo intelligente e se non posso dire di me quello che ho detto di Croce sta il fatto che il Croce stesso, pubblicamente e privatamente, ha espresse su di me opinioni che mi fanno molto onore e proprio in questo Leonardo scrisse eh' io sono « un cervello acuto, che scorge il punto giusto delle questioni » (i).
Come si spiega dunque che leggendo e rileggendo il libro che il Croce ha scritto per dire ciò eh' è vivo e ciò eh' è morto nella filosofia di Hegel io m'imbatta continuamente in frasi di cui il Croce mostra di comprendere perfettamente e senza nessuna esitazione il significato e che a me, invece, fanno l'effetto
(i) a. Ili, 1905. — p. 177.