Stai consultando: 'Leonardo Rivista d'idee', Anno 1906

   

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Leonardo
Rivista d'idee

1906, pagine 390

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a cura di Federico Adamoli

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   schermaglie
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   dire che possiede ad alta temperatura certe qualità che son rare tra noi — quali la fierezza, lo scarso amore delle chiacchiere, la sincerità e il senso del grande. In tutta la sua vita s'è trovato ben raramente d'accordo col suo paese, e molte delle sue cose più belle sono rampogne e ammonizioni ai suoi concittadini.
   Gli Italiani hanno ammirato rampogne e ammonizioni, ma poi non ne hanno fatto gran caso. Le hanno messe in volumi ben rilegati in tela e hanno lodato il vivo e maschio stile in cui sono espresse. E il Carducci, glorioso decorato e celebrato, è rimasto solo.
   Anche quei tre o quattro ai quali alludevo in principio hanno avuto con lui piuttosto relazioni di amicizia che affinità di spirito.
   Il Borgognoni, ad esempio, era critico arguto e scrittore fino; Severino Ferrari aveva qualche volta una fresca vena di poesia popolareggiante, ma nè l'uno nè l'altro hanno mai avuto neppure un riflesso della grandiosità carducciana. 11 Chiarini, compagno più che discepolo, ha finito col fargli da biografo e da critico — del Mazzoni il Carducci stesso, quando ebbe a difenderlo per il famoso concorso-di Padova, non seppe lodare che la cultura e lo scrivere garbato. Ma quanto poco è carducciano il « garbo », così fiorentino e cosi mediocre !
   Degli altri chi resta ? Il D'Annunzio e il Pascoli, che pur derivando in fondo dal Carducci si son fatti una persona a parte, non si posson mettere fra i discepoli. A loro manca, per quanto ne abbiano manifestata qualche volta la voglia, la capacità di avere un ufficio civile e non puramente letterario o filosofico nella vita italiana e manca pure quell'arte di maltrattare e di beffeggiare i buffoni e i vili che il Carducci ha posseduto e usato per nostro bene.
   Il vecchio e grande poeta è proprio solo. Nel passato io conosco qualcuno che gli somiglia : Ugo Foscolo. Nel presente non vedo nessuno e ine ne duole. G. F.
   Il Menefreghismo.
   L'antico romano esprimeva il suo orgoglio imperatorio e cittadino col civis romanum sutn — il romano moderno riassume la sua scettica e cinica apatia col me ne frego. Tra i due motti corrono ben altre differenze che di lingua, ma il romano moderno non è meno soddisfatto dell'antico annunciando il suo preventivo disdegno per tutto ciò che non sia affare o pettegolezzo.