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LEONARDO
Ciò che sopratutto le occorreva e m'era tanto doloroso era il silenzio. Ma non il silenzio solito, quello della bocca, quello di coloro che non hanno nulla da dire. Io avrei anche potuto parlare e chiacchierare ; il silenzio che la voce mi chiedeva è il silenzio interno. E un operazione magica, che meglio dei circoli e dei tetragrammi cabalisti riesce a farci apparire gli esseri superiori e inferiori a.1 nostro mondo. Ma come è dolorosa ! Bisogna comprimere la propria anima ed espellerne tutte le cose, farla vuota e pulita ; bisogna che nulla più vi si senta, sussurri o bisbigli o si accosti alla sua soglia, perchè cosi la voce possa riempirla tutta, gonfiarla, farla tremare, sussultare, e svenire.
Una volta provato ciò non potei gustare altra cosa. La voce così mi aveva tutto in mano sua e quando il mio corpo peccava, mi lasciava per giorni e per intere settimane. Non v'era cosa più atroce di questo abbandono. Il mondo s'affondava in una cloaca e tutto m'ap pariva color di fango ; gli uomini divenivano topi ciechi o stupide ranocchie gargarizzanti.
E allora non v'era rimedio possibile, fra gli imitatori materiali e i critici piccini, che richiamare come un disperato la voce, e organizzare il silenziose rinforzare il mio corpo stanco del suo terribile volontariato. E allora venivan le segregazioni sulle torri, le gite ai luoghi dove stava volentieri la voce : ai chiostri, alle chiese, alle pinete, al mare ; e venivan le docce e le iniezioni di caffeina (ormai il caffè non mi faceva più effetto) e l'oppio. E allora quando m'ero, dopo il peccato, purificato, la mia voce mi riafferrava come un ladro notturno e ricelebravo con lei le mie nozze, pentito e dolorante. La ritrovavo in mille luoghi, davanti a un panorama, nella pagina di un libro eterno, nell'occhio vitreo di una capra, dopo una corsa sfrenata o in mezzo a un riposo da cadavere.
E la voce mi rapiva seco, e diventavo palombaro, scavatore sotterraneo, salvatore di tesori affondati e spia dei tranquilli dialoghi che tengono i naufraghi in fondo