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leonardo
stimate superflue. Un soffio di insoddisfazione spirituale passava sulle loro anime, ed una irrequietudine nobile generava progetti visioni volontà.
Ma nessuno arrivava alla realtà. I più si perdevano in una ridicola smania di imitare ed esagerare il mio corpo, il corpo da cui sorgeva la voce che li eccitava. Essi aumentavano la mole delle mie cravatte romantiche e cercavano d'abitare come me in una città etnisca un palazzo secentesco le cui cantine scavate nel tufo erano antiche tombe di lucumoni, coperte di strane meduse e di misteriosi cavalcatori di draghi. E quando, dopo aver fatto tutto questo non trovavano la voce, venivano a chiedermi le mie letture e andavano a informarsi dei miei maestri, e frequentavano gli stessi spiriti di cui amavo la compagnia. E siccome questo non bastava, venivano da me e mi assediavano e mi opprimevano, e tornavan delusi senza capire quel che io rispondevo : « Tutto il genio sta nel coraggio, e il coraggio ci vuole per accettare il proprio genio ». E nessuno pensava di donare il proprio corpo alla voce, perchè potesse crescere e pronunziare tutte le sue parole.
E con gli imitatori materiali mi giungevano all'orecchio le lodi stupide. « Che belle favole sa narrare, io non me ne stanco mai, e mi pare d'essere tornato bimbo ». Un altro più focoso : « A me piacciono tanto le sue polemiche : che eccellente poliziotto del pensiero I che fiuto e che sveltezza nel seguire le piste ! » E un gruppetto al caffè : « Sa dire veramente cose carine e graziose ; è uno spirito sottile e leggero, un vero giocoliere malese, un danzatore di corda, un cUntrn senza pari ». E una commentava : « Sì, anche quando è tragico, che ci credete ? è troppo furbo per fare sul serio. Mentre voi piangete, lui se la ride ». E finalmente: « E chi sa quanto ci guadagna! »
Ah perdio ! carino e grazioso io — io che ho avvelenato mio padre per dare libertà alla mia voce che lo chiedeva, che ho fatto impazzire mia madre, che ho lasciato gli amici e gettato via — come se dovessi vivere