LA VOCE
Sono stanco di questa mia terribile voce. Sono stanco di essere stretto, legato, asserragliato, murato a vita — di essere la proprietà senza temperamenti, il feudo assoluto, la carne schiava di questa mia dominatrice opprimente. Sono ormai quindici anni che ho avvelenato mio padre il giorno di Pasqua della Resurrezione, per dare vita e libertà a questa mia terribile voce, allora appena esile e fanciulla, che mormorava fiabe presso i ruscelli dell' Appennino toscano e canticchiava accompagnando il vento fra le pinete delle gighe e delle fughe con la sua voce bianca di infante. La mia terribile voce! allora era leggera e sacerdotale come un cigno sopra il lago della mia anima ignara, ed ora che s' è levata in alto, pesa sulla sua superficie e 1' oscura come una nuvola d'agosto. E dopo mio padre, quante vittime ! Debbo confessarlo, ho insanguinato il mio cammino con gioia, perchè non lo facevo per me, ma per la mia voce, per il mio cleptomane sire. Una voce — sopratutto la mia voce, una voce come la mia — costa cara a mantenerla, e non si contenta di tragedie sulla scena, di imperi nei libri, di amori e di lotte nei quadri, ma vuole che le si serva della vita, delle porzioni di vita cruda e rossa, della vita di prima qualità ! Per questo — ho capito dopo — gli uomini 1' hanno odiata quando è sorta, e 1'han voluta soffocare, e più tardi mi han dato il benevolo consiglio da mezzani, di licenziarla — lei ! l'illi-cenziabile compagna. Fin dalla mia famiglia non mi fu permesso avere una voce; appena con le prime ore di indecisione melanconica, e con le prime stimmate della sua grazia, sorse il pallore, il silenzio, l'amore della solitudine, la sollecitazione all' avventura, il gusto del so-