Oristano
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egiziani, emancipatisi dal dominio di loia, i quali prima occuparono le grotte del Sinis e del Norachi e poscia cost russerò la città, che in breve prosperò, mercè l'attività loro sviluppando in sommo grado il commercio, le scienze, le arti e le industrie.
Rammenta il gran tempio degli Egiziani, quello romano di Minerva, il foro, l'antiteatro, la gloria di aver accolto il padre Sardo, che diede il nome all'isola, la gran torre costruita per lo scambio dei segnali con il tempio dedicato a questi nella Frasca, in occasione delle grandi feste ivi celebrate in di lei onore. Eccita poscia a ristaurare la città dai danni subiti nella sconfitta avuta dagli abitanti di Camus per il tradimento del loro re Ninnila. Infine dice che la sua città è, dopo Cagliari, la più importante dell'isola (1).
Tuttoeiò è pure confermato da un frani mento di storia del celebre Giorgio di Lacon, che giusLifica l'odio, causa della guerra tra Tkàrros e Coruus, essere nato per il divieto dei Tarrensi di ammogliarsi con donzelle di questa città, perchè impudiche e dedite troppo al lusso.
Antonio di Tliarros scrisse la storia della sua città natale, allorché, reduce dalla schiavitù dei Saraceni, la ritrovò devastata, ciò che pare sia accaduto verso il 775, cioè tre anni prima della cacciata dei Mori dall' isola, che avvenne nel 778. Pare inoltre che l'autore si rivolgesse a Nicolò, il quale regnò dall'807 all'817, ed era figlio di Ausoni), sotto il cui regno avvenne la cacciata.
Ricostruita la città nel 1U00 fu di nuovo invasa dai Saraceni, come ne scrisse Giorgio di Lacon. Respinti, questi vi ritornarono due anni dopo. Fu allora che i Sardi, chiesero soccorso al papa, che, alleatosi con le Repubbliche di Genova e di Pisa, venne in loro aiuto e cosi i Saraceni furono ancora scacciati.
Barisone, giudice d'Arborea, essendo morto in quel tempo, gli succedette Mariano da Fisa, eletto dal popolo, il quale fu assai stimato per le prove di coraggio date in quella occasione. Ma nel 1050 i Saraceni tornarono ancora e distrussero le città di Cortius, Sulcis, Fausauia totalmente e in parte quelle di lorres, Fonati Irujani e Tharros, che, vent'anni dopo, fu definitivamente abbandonata, come già si disse parlando di Oristano. Pare però che le sue rovine fossero ancora visibili nel 11815, accennando ad esse il moro della Spagna, Mali n i o u d - E bn - Dj obaì'r, nella relazione d'un viaggio da lui fatto da Granata alla Mecca, pubblicato a Leida nel 1852 da W. Wright, professore d'arabo a Dublino.
Il La Marinora, nel suo Itinerario, riporta un frammento, che ebbe in comunicazione dall'illustre orientalista Michele Amari, e nel quale si legge che egli (Djobair) si ancorò assieme ad una nave di Gartagena diretta m Sicilia, scampata ad una tempesta — in un porto formato da un promontorio della Sardegna, denominato K'usm-r-ìca (Comarca), dove trovavausi avanzi di una città, soggiorno, dicevasi, degli ebrei nei tempi antichi. — 11 promontorio citato è certo quello di San Marco.
La periferia della città, secondo l'archeologo Spano, partiva dalla torre attuale di San Giovanni di Sinis per arrivare lino al piede del promontorio di San Marco, ed era perciò di quasi quattro miglia geografiche. Parte di questo territorio ora è coperto dalle acque, clic però vi lasciano scorgere avanzi di considerevoli edilizi costruiti alla romana, frammenti di cornicioni, pavimenti, statue, mosaici e ornati. Vi si osserva pure la traccia di una antica strada romana in pietre poligone con gl'incavi, prodotto delle ruote dei carri e che forse era la via per Camus (2). Verso l'est, frammezzo alle alghe, vi si osservano grandi muraglie, costruzioni ciclopiche formate da grossi macigni basaltici ; quivi dovea certo essere il suo posto. 11 Vidal narra avervi visto acquedotti e tubi di piombo. Lo Spano vi osservò grandi bacini
(1) Martini, Pergamene (VArborea, ,aj). IV, pag. 265.
(2) Pasquali; Cuoia, Nuovo itinerario dell' Isola di Sardegna, 18'J2.