ì!1() l'arie Quinta — Italia Insulare
assai commendevole, ed il Valéry osserva, clie una disposizione rileva la dorma in tutla la sua bontà e delicatezza d'animo, qual'è quella che commina la pena di 25 lire a chi darà quel titolo ridicolo, che suolsi comunemente regalare al marito sfortunato, riducendola a sole lire 15 se l'incolpato non prova il fatto.
Il primo a pubblicare la Carta de toga fu il valente giurista cagliaritano Mameli, che ire fece accurata versione, la quale vide la luce ira Boma nel 1805. La purezza dello stile del Logudoro, ove ha culla il vero linguaggio sardo, aggiungi- lustro ad Eleonora, che, amantissima delle lettere patr ie, dava ordine di raccogliere tutti gli scritti di Torbeno Fallili (1).
15 bene riportare una slrofa per illustrare, non solo il celebre poela sardo, ma anche per dare un saggio del come si scrivesse in quell'epoca in quest'isola, non cosi lontana come da molti vuoisi, del progresso letterario. I versi sono del discepolo del Falliti, certo Francesco Garaii, cagliaritano, che li dedicava al suo amato maestro:
« 1)1 r/uel passato linoni de gru/ni ! ultttrtt, li ili menti e ili senno smisurato, Che area ile le muse la tloltura, Che lo sardo J'elrarrti fu clamato, ('nulo eo. Che lasciando la figura l'atta fango, lo spirito volato Lo se tolte il Signore, san fattura
A suo loco menando destinato.
Al mondo fae renato
Con meno di splendore.
Ut li nego l'honori•
tjuel Albero fronzuto (2j,
Quei Albero antvpio et immortale,
Che lumbra li furo n! suo natale (.'!).
(«li Arboreu.si, in sui pi-imi anni del governo di Eleonora, lordarono, istigati dagli Aragonesi, di rovesciare la monarchia per costituirsi in repubblica Costei però giurava fedellà al re d'Aragona e inviava Branca leone Doria, suo marito, nella corte di lui, per ottenerne sussidi d'uomini, onde soggiogare i rivoltosi, lnlanloessa, vestita l'assisa del guerriero, e messasi a capo del suo esercito, valoroso se non poderoso, riducevali ad obbedienza. La Corte aragonese tenne pertanto quasi prigioniero il Doria, promettendogli libertà a patto che iri sua vece desse in ostaggio il figlio Feder ico. Eleonora ricusò, offesa nel suo affetto di madre, e senza più dichiarò guerra ad Aragona. Le sue anni vittoriose ottennero la libertà del suo consorte e una pace che durò solo due anni. Riservatosi il Governo, essa fece assumere il comando dell'esercito da Brancaleone, il quale ebbe tale fortuna, che, iri pochi mesi, assoggettava tutto il Logudoro, compresa la città di Sassari. Gli sforzi aragonesi si spuntarono contro l'astuzia e il coraggio degli Arborensi, e lo stesso re Don Martino nel 1397 non riusciva, quantunque per un mese stanziasse in Alghero, a debellare la casa d'Arborea.
La peste terribile, che, dal 1398 al 1405, infierì tremendamente nell'isola, mieteva in mezzo a tante vite quella preziosa di Eleonora. Nel 14 febbraio 1403 essa moriva colpita dal fiero morbo. A lei succedeva il figlio Mariano, secondogenito, essendo morto Federico, che regno pochi anni. Fu allora contesa la successione tra il di lui padre Brancaleone e Guglielmo, visconte di Narbona, nipote di Beatrice, sorella minore di Eleonora. Riuscito vincitore, Guglielmo pioseguì la guerra contro gli Aragonesi. Martino, re di Sicilia e d'Aragona, nel 1408 sbarcava in Sardegna e vinceva il visconte nel successivo anno 1409. Morto questi nello slesso anno, in seguito a stravizi, i signori d'Arborea acclamavano Leonardo Cubello, ricco cittadino d'Oristano, il quale patteggiò con Aragona, il che produsse l'abolizione del titolo di Giudice, surrogato da quelli di marchese d'Oristano e conte del Goceano, che soli rimasero al Cubello.
(1) Martini, Raccolta delle pergamene d'Arborea, pag. 173.
(2) Lo stemma d'Arborea.
(3) La nascita illegittima di Torbeno.