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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincia di Roma
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1894, pagine 679

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   Homa — Cenni storici
   357
   dell'Imponi toro greco, il governo alla Santa Cluesa e alla Repubblica romana. Immediatamente dopo la partenza dell'esercito ili Pipino, Astolfo ruppe la pace, e ne fu punito coll'esser costretto ad aggiungere la città di Cornacchie ai domimi papali.
   D'allora ili poi (72(1) i Papi assunsero il linguaggio di Sovrani temporali, e datarono i loro rescritti dagli anni dei loro proprii pontificati. Sempre però il Governo papale era nominale, piuttostochò reale. I Longobardi erano 1 veri padroni delle città caduto, finché Carlo Magno rovesciò da ultimo il loro potere; ma ciò non pare alterasse gran fatto la condizione dei Pontefici, dacché ci tenne per se tutti 1 regii diritti, e, quantunque pregato a più ripreso di adempiere, pel bene dell'anima sua, le promesso fatte alla Chiesa, il più circi fece si fu di permettere ch'essa riscuotesse le rendite dello Esarcato.
   Quando lo scettro imperiale passò dalle Franche nelle mani Germaniche, l'influenza temporale della Chiesa fn vieppiù menomata, e noi troviamo Enrico, od Arrigo 111 che nomina i l'api uè più uè meno della Regina Vittoria, che nomina i vescovi anglicani.
   Gregorio VII, uomo ardito, intraprendente ed energico, cogliendo il destro della minorità ili Eurico IV, risolse di sciogliere il papato dalla dipendenza dell'Impero; e ad istigazione di lui un Concilio convocato a Roma dichiarò che quindinnanzi niim laico potrebbe conferire uffici ecclesiastici.
   Accorto nou nien clie ardito, Gregorio trasse dalla sua parecchi principi germanici, sentenziando che l'Impero era una monarchia e non ereditaria. Una fiera e lunga lotta per la supremazia, scoppiò fra l'Impero e il Papato; il pontefice fu espulso più volte dalla sua capitale e costretto a vedere gli antipapi assidersi un dopo l'altro sul trono apostolico.
   Nel 1102 la contessa Matilde di Toscana, figliuola del margravio Bonifacio e vedova di Goffredo il Gobbo di Lorena, fanatica (li Roma, lasciò al papa i suoi feudi di Parma, Mantova, Modena e Toscana; ma essi furono sequestrati immediatamente dall'imperatore, e, tranne il primo, non caddero mai in dominio dei Papi.
   Un secolo dopo, Innocenzo III persuase le città di Spoleto, Foligno, Gubbio, Rieti, Perugia, Assisi, Nocera, Città di Castello, Todi, Fermo, Osimo, Fano, Jesi, Senigallia, Camerino, Pesaro ed Ancona a sottomettersi alla S. Sede, guarentendo 1 inviolabilità dei loro statuti municipali.
   Nel 1278, Rodolfo di Absburgo, ad istanza di papa Nicolò, fissò formalmente i confini dello Stato della Chiesa da Radicofani a Coprano, presso il Liri, lungo la frontiera napoletana, e comprendenti Perugia, Bologna, Bertinoro, il ducato di Spoleto, l'esarcato di Ravenna e la Marca di Ancona. Gli abitanti furono prosciolti dal loro giuramento di sudditanza all'Impero. Rodolfo rinunciò per se e i suoi successori ad ogni diritto sui suddetti luoghi e riconobbe la sovranità dei Pontefici sopra di essi. La qual sovranità non fu però che nominale. Perugia, Ancona e Bologna erano repubbliche, e molte delle altre città, principati ereditari!, sui quali l'influenza papale era minima; e anche essa fu assottigliata vieppiù sempre dai 70 anni dell'esilio Avignonese.
   Per quanto povero però in temporalità sue proprie, il Papato era assai potente sn quelle degli altri Un monarca inglese umiliò sè stesso e i suoi sudditi dichiarando il suo Regno un feudo papale; un re d'Aragona rassegnò il suo regno al pontefice; ed uno straniero fu collocato sul trono di Napoli dal gerarca di Roma.
   Sisto IV, desiderando dotare di un appannaggio un suo nipote, gittò gli occhi sulla bella e fertil pianura romagnola, che contendevansi varii principi italiani; a forza d intrighi, di spergiuri e di uccisioni, raggiunse l'intento, ed ebbe la soddisfazione di salutare Girolamo Riario quale signore (l'Imola e di Forlì.
   In pochi anni Sisto cede il posto ad Alessandro VI, e Girolamo lasciò il principato alla sua vedova, la quale non ne godè a lungo. Ella fu cacciata dalla Romagna e Cesare Borgia regnò in sua vece.