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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincie di Cremona e Mantova
Gustavo Strafforello
Unione Tipografica Editrice Torino, 1899, pagine 296

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   Crema
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   Cremaschi, dei Milanesi e dei Bresciani, che chiusi nella città li aiutavano nella difesa, Federico pensò di valersi del tradimento, e per danaro e per lusinghe riuscì ad attirare nel proprio campo un tal Marcliiso, ingegnere, del quale i Cremaschi si erano valsi per costrurre le loro macchine di difesa. Questi, passato al campo nemico, immaginò una nuova torre dalla quale, ad un dato momento, si sarebbe rovesciato sulle mura un gran ponte e da cui gli assediatiti avrebbero fatto irruzione nella città. Ma nemmeno questo espediente riesci, perchè i Cremaschi furono sì pronti alla difesa e con tale impeto e costanza la sostennero, che mandarono la nuova macchina tutta conquassata, il ponte sfasciato ed un gran numero di nemici feriti e precipitati nelle fosse, tra questi il duca Corrado di Svevia, fratello dell'imperatore. Dopo questo scacco Federico si persuase che la città non poteva aversi se non per fame; perciò, fatte allontanare dalle mura le truppe, cinse Crema d'un blocco rigorosissimo, mandando di quando in quando squadre d'arcieri tedeschi a molestare la città. Nel frattempo due consiglieri dell'imperatore, il patriarca d'Aquileja ed il duca di Sassonia, prevedendo il finale eccidio dei Cremaschi, ove la città fosse caduta per forza nelle mani dell'imperatore, domandarono i cittadini a parlamento per trattare della pace. Furono spediti due anziani dei Cremaschi: Giovanni de' Medici ed Albino de' Bonati. Dopo lunghe trattative, convinti dal patriarca d'Aquileja ch'era buon parlatore, fu conchiusa la pace ai 25 gennaio 1160, avendo l'assedio memorando durato sei mesi e diciotto giorni. Le condizioni della pace furono: che i Cremaschi cedessero la città all'imperatore, il quale loro donava la vita e permetteva che ne uscissero seco portando quanto potessero, in una volta sola, con facoltà di andare ad abitare ove loro più piacesse ; che i Milanesi ed i Bresciani uscissero senza asportare alcuna cosa. Entrato l'imperatore in città ne uscirono per la porta Orientale circa 20,000 persone, compresevi le milizie milanesi e bresciane, che tanta parte avevano avuto nella difesa ostinata della città. I profughi Cremaschi furono accolti con grandi dimostrazioni di affetto e di pietà nelle città vicine, a Brescia, a Bergamo, a Milano. Nel frattempo i Lodigiani ed i Cremonesi, entrati coll'imperatore, misero tutto a sacco ed i Tedeschi sopraggiunti diedero mano ad incendiare ed a demolire gli edifizi della sciagurata città. Fu tanta la gioia di Barbarossa per la caduta di Crema, che ne diede partecipazione a tutti i principi d'Europa con una enfatica lettera, conservatasi dai cronisti sincroni, nella quale fra altro è detto: Sicque gloriose ex ipsa triumphavimus, quod tamen miserae genti quae in ea futi vitam concessimus. Leges enim, tam divinae quam humanae summam semper clementiam in Principe esse debere testantur.
   Cessata la guerra ed allontanatosi l'imperatore molti Cremaschi, vinti da < pietà del natio loco », ritornarono nello stesso anno nella città e si diedero a rialzarne ed a ristorarne alla meglio i distrutti edifizi. Nel frattempo i Cremonesi, volendo avere la città sotto al loro dominio, l'avevano comperata dall'imperatore per 16,000 lire imperiali, dello quali 10,000 sborsate all'atto della cessione e le altre 6000 alla Pasqua successiva. Saputo questo i Cremaschi, che già in gran parte erano rientrati nella loro città, la disertarono di nuovo, deliberati di non voler vivere in soggezione dei Cremonesi, e si rifugiarono nelle ville e nei castelli vicini, ove si fortificarono, resistendo più volte agli attacchi dei Cremonesi. In tal modo la città stette deserta venticinque anni. Durante questo periodo si svolgevano le vicende epiche della Lega Lombarda, alla quale molti profughi cremaschi presero parte, specialmente all'assedio di Lodi messo dalle città collegate per costringere questa, fedelissima all'imperatore, ad entrare nella federazione. I Cremonesi, animati da odio acerrimo cont ro Crema, fra i patti della loro adesione alla Lega misero quello che non si sarebbe permesso ai Cremaschi di riedificare la loro città, nè si sarebbero eretti castelli tra l'Oglio e l'Adda senza il previo consenso del Comune di Cremona: queste condizioni furono dalla Lega — cui premeva togliere a Barbarossa il valido aiuto di Cremona — accettate nel Congresso