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La Patria. Geografia dell'Italia
Provincia di Venezia
Gustavo Strafforello
Unione Tipografico-Editrice Torino, 1902, pagine 383

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   1>arte Prima — Alta Italia
   In origine le vetrerie si fabbricavano a Venezia. Senonchè, ad eliminare i pericoli d'incendio, le fabbriche vennero concentrate in Murano, ove già risulta ne esistessero fin dal 1255 e forse per merito di Marco Polo, che di conterie di Murano sembra si sia valso per commerciare coll'Oriente ed accrescere le sue ricchezze e quelle dell'amico suo Cristoforo Briani. Il Domenico Miatto ridusse poi l'mulazione delle gemme ad arte speciale, distinta dalla composizione del vetro, donde poi i margaritari famosi, tra cui Andrea Vidanze.
   La prosperità massima delle vetrerie di Murano fu raggiunta nei secoli XV e XVI e solo quando la moda volse ai cristalli solidi, sebbene meno artistici, di Boemia e d'Inghilterra, sol quando in Francia si trovò il modo di fondere grandissime lastre per specchi, l'industria muranese decadde lentamente, i forni ad uno ad uno si spensero quasi tutti ed i segreti di fabbricazione speciale, pei quali si ottenevano quei meravigliosi vasi di grandi dimensioni, sottilissimi e finamente lavorati, si perdettero.
   Poco più di una trentina d'anni fa, per merito specialmente del Salviati e del Badi, l'industria incominciò a rifiorire, gli antichi sistemi furono ritrovati perfezionati ed aiutando il buon gusto, ritornato negli acquisitori, i vetri di Murano ebbero ancora celebrità ed ora, malgrado le imitazioni e le contraffazioni più o meno riuscite, hanno riconquistato il mercato.
   Attualmente si producono in Murano per 4 milioni di chilogrammi di smalti, conterie, perle ed altri articoli, per un valore superiore agli 8 milioni di lire. Vi si producono pure 800.000 chilogrammi di vetri soffiati e di lastre grandissime per un rilevante valore.
   La Repubblica favorì ai suoi tempi in ogni modo possibile l'industria muranese, concedendo ai cittadini che l'esercitavano le più grandi prerogative. Murano, per esempio, ebbe sempre il diritto di battere moneta propria, possedette uno speciale libro d'oro dei suoi patrizi ed i più umili operai delle vetrerie potevano aspirare alle più alte cariche della Repubblica. Era riconosciuta la cittadinanza veneziana ai figli nati dall'unione di un patrizio di Venezia con una donna di Murano. Traccie notevoli della grande prosperità di Murano le troviamo nei suoi antichi edifizi e nelle opere d'arte racchiuse nelle sue chiese. Tra queste va in prima linea la bella
   che l'abside appartenga all'antica primitiva costruzione
   Cattedrale di San Donato. — Vuoisi risalga all'anno 908 ed ha forma di basilica, divisa in tre grandi navate, con colonne in marmo greco ed un pavimento in musaico risalente al 1111, simile a quello di San Marco in Venezia. Al disopra della chiesa laterale di sinistra è una bella Vergine, dipinta dal Sebastiani nel 1484. Un sarcofago antico, romano, della famiglia Acilia serviva una volta da fonte battesimale ed ora, sebbene sia stato sostituito con più adatto monumento, viene conservato presso la porta già indicata. Un singolare lavoro in legno è il bassorilievo rappresentante San Donato, scolpito nel 1310. In una cappella di sinistra si trovano caratteristici bassorilievi del medioevo e l'abside è ornato da un magnifico musaico bisantino su fondo d'oro, rappresentante l'Assunzione; la vòlta è coperta da affreschi risalenti al XV secolo.
   Di questa chiesa va specialmente osservato l'abside dal suo lato esterno (fig. 99), il quale, secondo il già citato Selvatico, starebbe a riprova dell'influenza che Bisantini ed Arabi ebbero sulle forme architettoniche venete. I cronisti dicono che la chiesa fu alzata sul finire del X secolo e vediamo difatti citata la basilica muranese in un documento del 999, ma aggiungono che poi fu rifatta per intiero. Ora è a ritenersi
   e che sia stato conservato appunto per la particolare sua leggiadria. Esso consiste in un pentagono a due ordini di arcate, il secondo dei quali continua anche sui muri delle navi minori cogli archi però raccorciati in guisa da seguire la pendenza dei tetti. Disposizione assai bizzarra, ma non priva di una certa fantastica eleganza: fra i due ordini di colonnati stanno dei fregi foggiati a sega, i quali ricordano assai bene quelli della chiesa di Kapnicarca in Atene. Anche le colonne binate, reggenti archi cotanto prolungati, somigliano a quelle delle chiese greche del basso Impero. Singolare è il modo col quale sono disposte le arcate laterali, le quali fiancheggiano il giro dell'abside. Due archi ad altissimo peduccio serrano in uno spazio più stretto una finestra, la quale, arcuata essa pure, ha per archivolto quello stesso fregio a sega che ricorre per tutta la lunghezza, come abbiamo già accennato. Cosi la linea retta rimane artisticamente interrotta da quell'ornamento, il quale acquista perciò grazia particolare. Onde il Selvatico, nella sua Architettura e scoltura in Venezia, scrive: «... Sebbene il principale carattere di cui si impronta quest'abside debba considerarsi bisantino, pure vi si intravvede qualshe influenza di quella