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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume II - M-Z
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1899, pagine 2200
1914 Tamiri «Tan m'abelis
Tamiri, lat. Tomyris e Tamiris, regina degli Sciti, la quale, sdegnata contro Ciro che le aveva ucciso il figliolo, disprezzando superbamente le di lei rimostranze, fece ricercare il corpo morto di Ciro, e ritrovatolo, gli fece tagliare il capo e quello gettare in un otre pieno di sangue umano, dicendo: « Satia te sanguine quem sitisti. » Herodot. i, 201 (traci, del Boiardo): « Tomyris poiché ebbe intesa la disavventura del figliolo (caduto prigione a inganno) mandò uno caduceatore a Ciro, dicendogli che ei non s' insuperbisse di questo che fatto era, perchè del vino e non di lui era questa vittoria, e che a magnanimi imperatori convenia per battaglia e non per inganni esser superiori. Ma che essa compren-dea che per avidità di sangue umano e non per gloria combattea: però gli comandava che nel termine di tre giorni, rendendogli il figliolo, si partisse; altrimenti giurava per il sole, suo unico signore, che di sangue lo farebbe sazio. Fece Ciro di queste minacce pochissimo conto, e nel seguente giorno passò avanti contra la regina. » - Morto Spargapise, figliuolo di Tomiri, e disfatto e morto Ciro, « tra la ruina di tanta uccisione fece ella ricercare il morto corpo di Ciro, e ritrovatolo, gli fece tagliare il capo e quello gettare dentro a un otre che di sangue umano avea prima ripieno, dicendogli con amare parole: Saziati oramai di sangue, del quale avesti in vita tanta sete. » Su per giù lo stesso racconta eziandio Giustino (i, 8). Quantunque sulla morte di Ciro non si abbiano notizie certe (cfr. Xen. Anab. i, 10), il racconto è considerato oggigiorno generalmente come favoloso; ma ai tempi di Dante lo si credeva storico, onde il Poeta lo ricorda Purg. xn, 56. Cfr. Mon. i, 9, 32.
Tan in' afaelis. ecc. principio dei versi provenzali che Dante pone in bocca al poeta Arnaldo Daniello, Purg. xxvi, 140-147. Tradotti alla lettera questi versi suonano: « Tanto m'abbella (=mi è bella, mi piace, cfr. Par. xxvi, 132) la vostra cortese domanda, che io non mi posso nè mi voglio a voi coprire (= nascondere). Io sono Arnaldo, che piango e vado cantando; perchè così tosto (che) io veggo la passata follìa, io veggo (eziandìo) giubilando il giorno che spero dinanzi (a me). Ora vi prego, per quel valore che vi guida al sommo della scala (del Purgatorio), sovvengavi a tempo del mio dolore. » Poeticamente e combinandoli colle rime dell' originale i versi si ponno tradurre :
Tanto m' è bel vostro gentil dimando, Ch' io non mi posso o voglio a voi coprire.
Arnaldo io son, che piango e vo cantando; Chè, nel veder il mio passato errore Pur vedo il dì sperato esultando.