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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume II - M-Z
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1899, pagine 2200

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   1889
   cuno conforto non mi valea. Tuttavia, dopo alquanto tempo, la mia mente, che s'argomentava di sanare, provvide (poiché nò il mio nè l'altrui consolare valea) ritornare al modo che alcuno sconsolato avea tenuto a consolarsi. E misimi a leggere quello, non conosciuto da molti, Libro di Boezio, nel quale, cattivo e discacciato, consolato s' avea. E udendo ancora, che Tullio scritto avea un altro libro, nel quale, trattando dell'amistà, avea toccate parole della consolazione di Lelio, uomo eccellentissimo, nella morte di Scipione amico suo, misimi a leggere quello. E avvegnaché duro mi fosse prima entrare nella loro sentenza, finalmente v'entrai tan-t'entro, quanto l'arte di Gramatica ch'io avea e un poco di mio ingegno potea fare ; per lo quale ingegno molte cose, quasi come sognando, già vedea.... E siccome esser suole, che 1' uomo va cercando argento, e fuori della intenzione trova oro, lo quale occulta cagione presentii, non forse divino imperio: io, che cercava di consolare me, trovai non solamente alle mie lagrime rimedio, ma vocaboli d'Autori e di Scienze e di Libri: li quali considerando, giudicava bene che la Filosofia, che era donna di questi autori, di queste scienze e di questi libri, fosse somma cosa. E immaginava lei fatta come una Donna gentile, e non la potea immaginare in atto alcuno, se non misericordioso; per che sì volentieri lo pensiero la mirava, che appena lo potea volgere da quella. E da questo immaginare cominciai ad andare là ov' ella si dimostrava veracemente, cioè nelle scuole de' Religiosi e alle disputazioni de'Filosofanti: sicché in picciol tempo, forse di trenta mesi, cominciai tanto a sentire della sua dolcezza, che il suo amore cacciava e distruggeva ogni altro pensiero. »
   Da questo passo, nel quale Dante parla di un'epoca posteriore di oltre un anno alla morte di Beatrice, quando egli era entrato nel ventisestesimo anno dell'età sua, risulta senz'altro: 1° Che sino all'età di venticinque anni compiuti il Poeta non aveva ancora letto Boezio e non conosceva ancora il De amicitia di Cicerone. -2° Che nella lingua latina egli era ancora tanto addietro, da avere difficoltà non lievi ad intendere queste opere. - 3° Che quanto egli vi leggeva, erano per lui cose nuove, non solamente in filosofia, ma anche in filologia. - 4° Che nell'età di ventisei anni il Poeta incominciò ad andare nelle scuole dove si insegnava filosofia. -5° Che soltanto dopo due anni e mezzo, dunque nel ventesimonono anno della sua età egli incominciò a gustare le dolcezze della filosofia, segno che fino a quell'epoca della sua vita non le era ancora mai divenuto famigliare. Questo è quanto, il resto è zero.
   Ma gli antichi suoi biografi ne sanno di più, - cioè, non vollero confessare che degli studii di Dante non ne sapevano nulla affatto.