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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume II - M-Z
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1899, pagine 2200
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Onde Salomone dice: figliuolo mio, non anderai con li rei, acciò che tu non perischi con loro insieme. » - Benv.: « Quasi dicat, scis tu, quae pietas debet haberi istis? nullo modo dolere de poena eorum ; sicut a simili, loquendo catholice, non esset pium, sed impium deplorare animam Neronis vel Iudse. Ergo vera pietas est non habere hic pietatem, sed crudelitatem contra tam crudeles, quorum alter prodidit naturam, alter vero Dominum ipsius naturse. Ita in proposito: Non debes habere compassionem erga istos, qui ultra facul-tatem naturse humanse in tanta caligine rerum positi voluerunt ascendere coelum viventes, et usurpare sibi divinum officium, inquirendo futura, il li soli cognita. » - Buti : « Qui è da notare che cosa è pietà e compassione, et alcuno dubbio. E prima, pietà, secondo che Ughic-cione dice, è virtù per la quale alla patria et a'benivolenti et a'congiunti con sangue si dà officio e diligente culto, o vero per la quale noi diventiamo benivoli ai congiunti col sangue. E compassione è dolore dell' altrui pena ; e nasce la pietà dalla carità, e dalla pietà nasce compassione e congratulazione, le quali sono contrarie: imperò che, come è detto, compassione è dolore del male del prossimo; e congratulazione è allegrezza del bene del prossimo. E puossi muovere uno dubbio: se alli giustamente condannati si dee avere compassione. E pare che l'autore voglia che no, secondo che dice nel testo, et in contrario pare che sì; imperò che l'uomo de'avere carità in verso lo suo prossimo; e s'elli ha carità, li conviene essere lieto del bene, e dolente del male. Dunque si dee avere compassione alli giustamente condannati che hanno male, cioè la pena? A questo dubbio si dee rispondere che non si dee aver compassione a' giustamente condannati, quanto alla pena; imperò che la pena è buona per ragione di giustizia; ma sì alla miseria; imperò che l'uomo si dee dolere che lo prossimo sia caduto in quella miseria del fallo commesso. Occorre ancora un altro dubbio : cioè come sia pietà non avere pietà, come dice l'autore nel testo quando dice: Qui vive la pietà, quand'è ben morta ; imperò che pare essere contradizione. A questo si risponde che la pietà, che è cagione di congratulazione e di compassione, si pone per li suoi effetti secondo che è usanza di retorici di porre alcuna volta l'effetto per la sua cagione, et alcuna volta la cagione per lo suo effetto, per quello colore che si chiama metonimia; e così fa qui l'autore, e deesi intendere così: Qui, cioè nelli dannati e per rispetto delli dannati, vive la pietà, cioè la congratulazione della giustizia di Dio, che giustamente dà pena ai dannati, quand'è ben morta, la pietà, cioè la compassione della pena de' dannati ; imperò che due cose contrarie non possono essere in un suggetto, e però non può uno avere congratulazione insieme e compassione; ma, tolta via l'una, ben può avere l'altra,