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Enciclopedia Dantesca
Dizionario critico e ragionato di quanto concerne la vita e le opere di Dante Alighieri - Volume II - M-Z
Giovanni Andrea Scartazzini
Ulrico Hoepli Editore Milano, 1899, pagine 2200

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   Peregrinazioni (li Dante
   1481
   il quadro sembra corrispondere al vero ed essere il più degno di fede di quanti abbozzaro gli antichi biografi del sommo Poeta. Filippo Villani, nepote del cronista, non fa che ripetere, compilando, traducendo ed anche frantendendo, quanto aveva detto il novelliere da Certaldo. Leonardo Bruni, secondo il quale sul finire del 1301 e sul principio del 1302 Dante trovavasi ambasciadore a Roma presso Bonifazio Vili, racconta: « Sentita Dante la sua ruina, subito partì di Roma, dove era Ambasciadore, e camminando con gran celerità ne venne a Siena. Quivi intesa più chiaramente la sua calamità, non vedendo alcun riparo, deliberò accostarsi con gli altri usciti, e il primo accozzamento fu in una congregazione degli usciti, la quale si fé' a Gorgonza, dove trattate molte cose, finalmente fermarono la sedia loro ad Arezzo, e quivi ferono campo grosso, e crearono loro capitano il conte Alessandro da Romena, feron dodici Consiglieri, del numero de1 quali fu Dante, e di speranza in speranza stettero infino all'anno MCCC1V; e allora fatto sforzo grandissimo d'ogni loro amistà, ne vennero per rientrare in Firenze con grandissima moltitudine; la quale non solamente da Arezzo, ma da Bologna, e da Pistoja con loro si congiunse, e giugnendo improvvisi subito presero una porta di Firenze, e vinsero parte della Terra; ma finalmente bisognò se n'andassero senza frutto alcuno. Fallita dunque questa tanta speranza, non parendo a Dante più da perder tempo, partì d'Arezzo, e andossene a Verona, dove ricevuto molto cortesemente da' Signori della Scala, con loro fece dimora alcun tempo, e ridussesi tutto a umiltà, cercando con buone opere, e con buoni portamenti riacquistare la grazia di poter tornare in Firenze per ispon-tanea rivocazione di chi reggeva la Terra; e sopra questa parte s'affaticò assai, e scrisse più volte non solamente a' particulari Cittadini del Reggimento, ma ancora al Popolo; e intra l'altre un'Epistola assai lunga, che incomincia Popule mee quid feci libi. Essendo in questa speranza di ritornare per via di perdono, sopravvenne l'elezione d'Arrigo di Luzinborgo Imperadore; per la cui elezione prima, e poi la passata sua, essendo tutta Italia sollevata in speranza di grandissime novità, Dante non potè tenere il proposito suo dell'aspettare grazia, ma levatosi coll'animo altiero cominciò a dir male di quelli che reggevano la Terra, appellandoli scellerati e cattivi, e minacciando loro la debita vendetta per la potenza dell'Imperadore, contro la quale, diceva, esser manifesto, che essi non avrebbon potuto avere scampo alcuno. Pure il tenne tanto la riverenza della Patria, che, venendo l'Imperadore contro a Firenze, e ponendosi a campo presso alla Porta non vi volle essere, secondo lui scrive, contutto chè confortatore fusse stato di sua venuta. Morto poi l'Imperadore Arrigo, il quale nella seguente state morì a Buonconvento,