a cura di Federico Adamoli


"Il Palazzo dei Professori"
[20 aprile 2026]

Prima parte

     Quando la notte del 6 aprile 2009 L'Aquila fu colpita dal disastroso terremoto, anche Teramo venne scossa violentemente dal sisma; non ci furono grandi danni, ma i teramani vissero con sgomento lo sciame sismico delle settimane successive. Si viveva nella paura, si dormiva nelle auto, ed in certi momenti si diffondeva il panico perché venivano annunciate nuove, violente scosse.
      In quell'epoca la zia Fernanda era ancora viva, ma l'Alzheimer che l'aveva colpita nei mesi precedenti le stava rapidamente prosciugando la memoria. Risentì molto di quella situazione, che sembrava aver peggiorato le sue condizioni. La zia in estate lasciò il suo appartamento, per sempre, per entrare in una casa di riposo, dove morì dopo sole due settimane, il 14 luglio 2009. Il destino volle che fosse lo stesso giorno in cui morì, nel lontano 1946, il padre Federico al quale era legatissima. Il giorno prima di morire, in uno degli ultimi bagliori di lucidità che le davano coscienza dello stato in cui era precipitata, disse ad Annunziata: "Voglio morire...". Venne accontenta. L'ho considerata un'uscita di scena di classe, nonostante tutto.
      Per la prima volta, da quasi cinquant'anni, l'appartamento di via Cadorna rimase vuoto. Saltuariamente veniva utilizzato da Annunziata e da me, e proprio io mi trovavo lì dentro, quando giunse la paurosa scossa del 24 agosto 2016, alle 3.36, in piena notte. Fu il terremoto di Amatrice, con 299 morti. Ero in piedi a quell'ora, stavo camminando al buio, e venni gelato da quello scuotimento che mi sembrava dovesse far crollare tutto.
      Il terremoto provocò seri danni a Teramo, più di quello che poteva sembrare nelle prime ore. In città, per l'accertamento dei danni, vennero eseguite le necessarie verifiche a tappeto, ed anche l'edificio di via Cadorna, il "palazzo dei professori", dovette fare la conta dei danni, che si rivelarono essere più gravi del previsto. Due appartamenti vennero dichiarati inagibili; quello della zia (al primo piano) ebbe una inagibilità parziale, a causa di una lesione a una parete della cucina, confinante con uno dei due appartamenti resi inagibili. In conseguenza della parziale inagibilità venne tolta l'utenza del gas ma, nonostante tutto, ho potuto utilizzare quell'appartamento, che era stato ereditato da Annunziata, per quasi altri dieci anni. Lì ho dormito l'ultima volta il 28 aprile 2024, quando nel palazzo (da oltre un anno in stato di abbandono) ero rimasto l'unico ad abitarvi occasionalmente, nell'appartamento già privo di gran parte del mobilio.
      Dopo il sisma del 2016 si aprì un capitolo lungo e burocraticamente tormentato, legato alla possibilità di recuperare l'edificio. Inizialmente venne ipotizzato un risanamento, poi venne deciso di percorrere il progetto di ricostruire una nuova palazzina, con la conseguente demolizione del "palazzo dei professori". Ci sono voluti quasi dieci anni ed una procedura lunga e tortuosa, fatta di incertezze, traversie burocratiche incredibili, assemblee condominiali con discussioni roventi: raccontare questo percorso, che sembrava interminabile, sarebbe un'impresa. Ciò che conta è che, dopo tanta attesa, è arrivato il giorno in cui si è dato inizio alla demolizione del palazzo: il primo atto, lo smontaggio di porte e finestre, eseguito negli ultimi giorni di febbraio, quindi la demolizione vera e propria, iniziata intorno al 18 marzo 2026 e già conclusa il giorno 25, quando rimanevano solo cumuli di macerie (guarda qui le immagini della demolizione). Da questo momento ha avuto inizio il capitolo della ricostruzione.
      Per la conservazione della memoria di questo edificio rimangono alcuni bei servizi fotografici da me realizzati, dei quali pubblico qui quello realizzato nel dicembre 2004 (guarda qui il servizio fotografico), e che forse sono l'unica testimonianza di questo fabbricato che ha avuto una vita di quasi 75 anni.
     Del "palazzo dei professori" rimangono tanti ricordi, i miei personali sono quelli dell'infanzia e delle domeniche passate, insieme ai miei fratelli, a casa delle tre zie, in giornate spensierate ed indimenticabili, come pure i pranzi di Natale e di Pasqua, i giochi natalizi (in primis le tombolate ed il Mercante in Fiera). Come anche ricordo con grande piacere le ore trascorse al terzo piano, a casa dello zio Carlo e della zia Dina, a gustare i prelibati dolci della zia e a trafficare con i francobolli, perché lo zio Carlo è stato un grande appassionato di filatelia, ed aveva una raccolta che ai miei occhi sembrava incredibile. Lo zio tentò di inculcare questa passione anche ai suoi nipoti, con scarso successo devo dire. Regalò a ciascuno di noi un album con una dotazione di base di francobolli italiani e stranieri, con l'augurio di incrementarla nel tempo. Le rispettive raccolte ad un certo momento, per vari motivi, confluirono in un'unica raccolta i cui pezzi erano stati ammassati in una scatola; dopo qualche anno la raccolta venne abbandonata. Nonostante tutto, rimangono a testimonianza di questo hobby alcuni album tenuti da me, accuratamente riordinati.
      Accanto al ricordi delle giornate liete rimangono anche quelli tristi, come il Natale del 1975, l'ultimo festeggiato da tutti, ma con la zia Concetta ormai nella fase terminale della sua malattia, perché morì il successivo mese di marzo; e subito dopo si ammalò la zia Italia, della quale ho il penoso ricordo dell'ultima visita, dopo la dimissione dall'ospedale, quando, ridotta ormai ad uno scheletro, mi chiese con un filo di voce: “Mi trovi sciupata?”. Qualche settimana dopo morì tra grandi sofferenze, nell'aprile del 1977. La zia Fernanda in via Cadorna ha vissuto con le sorelle poco meno di 20 anni, e vi ha trascorso da sola circa 35 anni. L'ultimo ricordo triste è proprio il giorno in cui lasciò definitivamente la sua casa, verso Chieti, nell'estate del 2009.





Seconda parte

      La casa dei professori, o Condominio CEFIM (Cooperativa Educazione Fisica Insegnanti Medie) venne costruita nei primi anni Cinquanta per iniziativa di un gruppo di insegnanti di educazione fisica; questi i loro nomi: al primo piano Fernanda Adamoli, Giorgio Caruso, Orlando Pecorale; al secondo piano Angelo Gaspero, Gennaro Persiani (l'unico dei soci a non essere un insegnante; successivamente Valchera), Domenico Bernardini; al terzo piano Carlo Eugeni, Ruggero Ruggeri e Dante Ciarelli. Esiste una fotografia dell'edificio in costruzione che, come precisa il caro cugino Fausto Eugeni, “è particolarmente importante, anche perché credo sia l'unica testimonianza conosciuta della pinciaretta che era sul confine ovest del nostro terreno”.


      Per mettere a fuoco i primi ricordi di questa palazzina, mi avvalgo del prezioso contributo di Fausto, che abitava al terzo piano col padre Carlo Eugeni, la mamma Diana Adamoli ed il fratello maggiore Franco:
      “Il terreno su cui sorse l'edificio della cooperativa era di De Cicco che era molto amico di mio padre. Durante le trattative De Cicco offrì a mio padre per un prezzo di favore e senza una scadenza precisa (gli disse: mi paghi quando ce l'hai) il terreno di una delle due villette all'inizio di via Pigliacelli. Ma mio padre non se la sentì. C'era di mezzo anche la casa di Giulianova.
      “Nella sua prima versione l'esterno non aveva il rivestimento in mattoni ed era di colore rosa
(come pure originariamente mancava l'impianto di riscaldamento). Un rosa schock tipo le case dei contadini. Solo dopo 10-15 anni, più o meno, fu rifatta in giallo scuro, tipo la caserma dei pompieri. Il rivestimento in mattoni arrivò, credo, addirittura negli anni 70. Lungo via Cadorna ricordo una casa rosso cupo e una azzurra colore carta coda zucchero.
      “Noi ci insediammo intorno al mese di luglio del 1956, se non ricordo male. Non c'era ancora la caserma dei pompieri. C'era un campo con alberi di pere. Dove c'è il Condominio di fronte, su via Cadorna, c'era una bellissima villa con dei pini. Non ricordo a chi apparteneva. Via Cadorna era brecciata e fu asfaltata verso il 1958. Via Pigliacelli invece qualche anno più tardi. Su via Pigliacelli, tra il 1957 e il 1958, c'era sulla destra la famiglia De Patre. La villetta successiva cambiò spesso proprietari. A sinistra, sul nostro confine nord, c'era già il villino bifamiliare con i Di Felice al primo piano e Di Dionisio al secondo. A seguire, ancora sulla sinistra, ricordo la costruzione del cosiddetto “palazzo dei maestri" (dove abitavano i Nardini, i Pavone, gli Ioannoni Fiore e altri che non ricordo). A seguire ancora c'era la villa di De Cicco con il campo coltivato dall'ortolano Damuccio che ci prendeva a pietrate (ho una sua foto). Non c'era il condominio con i garage a piano terra, che fu costruito qualche anno dopo. A quell'altezza la strada era sbarrata da un muro che impediva il passaggio sia alle auto che ai pedoni. Via Pigliacelli fu aperta al traffico solo nella prima metà degli anni '60. Intorno al 1959 mi sembra fu costruito l'edificio del Brefotrofio, oggi Liceo Artistico”
.
      La storia di questo edificio ha visto, nei primi anni, anche una questione legale molto seria: il tentativo di estromettere dalla proprietà la zia Fernanda, riconducibile alla circostanza che lei non avrebbe abitato quella casa (requisito fondamentale per i diritti scaturiti dall'adesione alla cooperativa), bensì era stabilmente in via Giannina Milli con la madre ed i fratelli (Fausto ricorda che “per diverso tempo bisognava tenere accese le luci, per far vedere che ci abitavano”). Le cose andarono in questo modo: un collega di educazione fisica, interessato a subentrare e a “fare le scarpe” alla zia, raccolse alcune testimonianze, sia nell'ambiente sportivo che all'interno del condominio, ed intraprese una causa, che però, nonostante le aspettative affatto rosee, vide vincente la zia Fernanda, che tante volte ci ha raccontato questa vicenda (della quale conserviamo anche una corposa documentazione). All'epoca questa penosa vicenda provocò un vero e proprio terremoto all'interno del condominio, con la fine di consolidati rapporti di amicizia.



Via Cadorna negli anni '50

     






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