Prefazione
[1] L'amore per il luogo natio, che sempre eleva ed infiamma, mi
induceva ad accettare la carica di Podestà, quando in una
tranquilla vita, potevo rimanere a godere, nella verde campagna,
in cui mi ero ritirato, un placido riposo.
Riposo al quale mi dava diritto la lunga operosità, resa a
favore della patria: resa, nella luce degli ideali e dei santi
umani doveri, su le Alpi, nelle sofferenze delle gelide bufere,
nei pericoli della valanga; resa nelle isole romite, nel disagio
delle solitudini, nella melanconia dei vasti silenzi, nella
minaccia delle pestifere paludi; resa, in più forti sentimenti,
in guerra, nell' orgasmo della trincea, nelle fiamme della
battaglia, dalle cime candide dei monti, alle sponde verdi dei
fiumi, sacri taluni al sangue, sacri alla vittoria.
Lo stesso amore mi tratteneva al mio posto, quando, in giorni di
lutto, la rabbia tedesca, tendente, nel nuovo scompiglio, alla
vendetta ed alla distruzione, assaliva, rendeva vulcanica questa
nostra silenziosa contrada.
Lo stesso amore m'induce oggi ancora a raccogliere, per la
ricordanza, in pochi episodi, taluni momenti di quella storia,
aspra di travaglio, colma di passioni, santa di sacrificio.
Serviranno alla elevazione dei nostri nepoti, ansiosi, certo, di
notizie; ma serviranno più ancora a far pensare, a far meditare
coloro che, nella corsa inesorabile del tempo, nelle dolorose e
liete vicende, si succederanno in quel posto di comando, ove io
già fui, dove la vita dalla modesta prosa si elevava, talvolta,
ad accenti di appassionata umanità, a palpiti di nobile poesia.
Poesia che saliva non dalla serenità, ma negli umani contrasti,
dagli eventi oscuri, attorno ai quali rumoreggia va nera la
tempesta, ghignava bieca la morte.
Fuggi poteva sussurrare, ansioso, lo spirito dei pavidi, ma non
trovava ascolto. Non si fugge neppure la morte nell'adempimento
sacro del dovere, nella visione superiore della vita.
Non fuggivo, come non dovranno fuggire da quel posto, qualunque
gli eventi, i successori vicini e lontani. Successori che vi
dovranno giungere, quindi, senza inganno, ma con animo mondo da
ogni viltà, libero da ogni egoismo, puro da ogni bassa
ambizione. Vi dovranno giungere, in un'alta concezione, con il
cuore aperto a tutte le voci, pronto a rispondere a tutti i
doveri, a compiere tutti i sacrifici.
Non degno si dimostrerebbe, adunque, dell' alta onorifica carica,
chi non sapesse scrivere su la propria insegna, e non serbarvi
fermamente fede, il motto:
"Nulla per sé, tutto per gli altri, anche la vita".
UMBERTO ADAMOLI
Nubi nel sereno
[2] Riposavo, dalle fatiche, nel verde e nel silenzio del mio
giardino del Viale Francesco Crispi. Nel godimento della breve
pausa alla mia podestarile attività, seguivo curiosamente quanto
accadeva intorno. Seguivo, nei loro amori, i passeri; li seguivo
nel diligente lavoro, che compivano in omaggio alla imperiosa
legge della riproduzione, che avveniva nella sicura ospitalità
del tetto della mia casa. Seguivo in aria le rondini, nei guizzi,
nei veloci movimenti, negli artistici voli. Ascoltavo il ronzio
delle operose api, e le pigre cicale, che cantavano, nella
stoppia infuocata, il loro canto di morte.
Nel godimento del breve ozio, ascoltavo anche la musica, diffusa
dalla radio del non lontano autocentro militare.
L'ora del riposo si svolgeva, in quell'aperta campagna, nel caldo
di luglio, poeticamente tranquilla. Nessuna nube in aria, di
nessuna specie. Poche ombre nel cielo politico. Non si
spiegavano, però, in relazione alla guerra che si combatteva,
gli improvvisi rovesci della Tripolitania e della Tunisia. Non si
spiegavano la resa, dopo debole resistenza, della ben munita base
navale di Lipari, e l'abbandono precipitoso delle isole di
Sicilia e di Sardegna, preziosissime perle del nostro
Mediterraneo. Nè si spiegava il facile sbarco alleato nelle
difficili coste della montagnosa Calabria. Molte altre cose non
si capivano. Ma i buoni Pretuziani, guardando il paterno
Gransasso, cuore d'Italia, simbolo d'unità e di potenza, non se
ne scoraggiavano. Le armi italiche, al momento opportuno, si
sarebbero lanciate ancora una volta alla riscossa, ed avrebbero
ancora una volta scritto, nel glorioso nazionale poema, altri
gloriosi canti.
[3] Invece, lontano, oltre i monti, oltre le valli, sulle rive del
Tevere biondo, entro i Sette fatali colli, si maturavano eventi,
che avrebbero duramente colpita la soverchia fiducia nella buona
stella d'Italia, e data una brusca svolta alla tormentata sua
storia.
Quella radio che serviva, con l'altoparlante, tutta la contrada,
completato il suo programma, lanciava vicino e lontano, nel piano
e su i colli, una notizia inaspettata, che colpiva, sbalordiva:
con meccanica, precisa rudezza annunziava al mondo la caduta del
fascismo e del suo capo.
La stessa radio dichiarava che il nuovo governo, affidato al
maresciallo Pietro Badoglio, avrebbe mantenuto i suoi impegni,
continuando, a fianco della alleata Germania, la sua guerra. Ciò
non toglieva che non sorgessero, nei buoni, per il nostro
avvenire, forti apprensioni. Ed invero, anche qui in Teramo, non
tardava l' inizio della lotta, non contro lo straniero, ma contro
le istituzioni e contro gli uomini del caduto regime. Lotta
intestina, dunque, da cui si deduceva che non s'intendeva affatto
di rispettare quel diritto di libertà, per riacquistare il quale
si era lavorato, come si diceva, per oltre venti anni.
Addolorava, poichè si capiva che neppure questa volta si
considerava che dalla violenza nulla si poteva ottenere di buono.
Poteva considerarsi in qualche modo giustificata la lotta contro
i disonesti, contro gli speculatori e gli sfruttatori, di
qualunque ordine e specie; ma non quella tendente a colpire, non
gli atti, ma l'idea, sacro personale patrimonio.
Faceva ancora pensare l'altro pietoso fenomeno dell'improvviso
rinnegamento, da parte di altre persone, di tutto un proprio
passato. Non appena il disgraziato regime, con la sua caduta,
perdeva forza ed autorità, scomparivano, come per incanto, tutti
i suoi distintivi. Non solo, ma molti, che vi avevano occupato
posti elevati, che si erano ubriacati di una fede che non
possedevano, assumendo strani atteggiamenti, s'imbrancavano con i
più accesi sedicenti tribuni, che chiassosamente correvano a
demolire, a frantumare nelle piazze, negli uffici, negli
istituti, tutto quanto si potesse riferire ad emblemi portanti i
segni del littorio, anche quando, resi sacri dal sacrificio del
sangue, avessero altro significato da quello politico, altro
scopo, altro valore.
[4] Nulla arrestava i demolitori improvvisati, quando avrebbero
dovuto pur considerare che quel partito, sorto e sostenuto per
oltre 20 anni da molti applausi e dall'autorità del Re, al quale
aveva pure giurato fedeltà ed aveva donato un impero, più che
per le sue ideologie, cadeva per i vizi, per il mal costume degli
uomini, che ne dirigevano la fortuna. Cadeva per quelle catene
che essi uomini, perdendo il bene delle umane facoltà,
intendevano di stringere sempre più attorno al più sacro
patrimonio, che è quello della libertà. Cadeva per una smodata
avidità di conquista e per una errata valutazione delle proprie
possibilità, in rapporto agli eventi in svolgimento, al valore
delle alleanze internazionali.
Non capivano neppure che, in una composta ferma dignità, si
poteva non nascondere di essere stati fascisti, quando per gli
onesti, per quelli di buona fede, fascismo poteva significare,
entro la legalità delle leggi, marcia verso l'elevazione
intellettuale, morale e materiale del popolo lavoratore; verso la
perfezione delle libere istituzioni; verso le maggiori fortune
della nazione, entro la forza della quale il proletariato, in una
più alta giustizia sociale, doveva vedere il trionfo delle sue
legittime aspirazioni.
Il tralignamento doveva essere imputato, non all'idea, ma a
quegli stessi uomini, che con i loro inganni, la loro avidità di
godimento e di ricchezza ne avevano minate le fondamenta,
determinata la caduta, senza speranza di risorgimento. Essi
soltanto dovevano temere, se mai, la giusta reazione, la giusta
ira dei propri camerati e del popolo tradito.
Con la caduta del fascismo nessun miglioramento avveniva, come
molti ritenevano, nella nostra situazione interna ed
internazionale. Anzi, all'odio dei nemici pareva che ora si
aggiungesse l'odio delle nazioni, a favore delle quali si fingeva
ancora di combattere.
Ma i nemici, nonostante la certezza del nostro non lontano
crollo, non diminuivano per nulla la violenza dei loro attacchi;
anzi pareva che un satanico spirito li spingesse a renderli
sempre più potenti, micidiali, distruttivi. Le incursioni aeree,
quindi, aumentando di numero e di potenza, gettavano nelle nostre
belle città, ricche di popolo, di insigni monumenti e di
insuperabili opere, rovina; pianto, lutto.
E le città, le case, le cose più care, per salvare la vita,
dovevano essere abbandonate.
[5] Agli sfollati dell'Alta Italia, già numerosi, s'univano di
conseguenza a Teramo anche quelli che giungevano, nella nuova
intensificata distruzione, dalle città meridionali; che
giungevano, appena dopo il 25 luglio, anche da Napoli, a
migliaia, con treni speciali, ed offrivano, nella loro
peregrinazione, uno spettacolo che dolorosamente colpiva,
profondamente sconfortava.
Erano stati essi tratti d'autorità, dalle macerie insanguinate e
fumanti, o dai sotterranei, in cui volevano, per l'amore della
loro terra, continuare a vivere, senza preoccuparsi dei
bombardamenti, che in quei giorni infierivano spietatamente
contro la loro città. Trascinavano con sè, nella disgraziata
odissea, con la propria miseria e con i propri pallidi denutriti
bambini, i cadenti vecchi, i depressi sofferenti malati.
Dal treno, ove alla partenza erano stati a viva forza e
confusamente cacciati, gettavano sul marciapiede della stazione
d'arrivo, tra un chiasso scomposto, con i cenciosi fagotti, tutti
gli altri oggetti, che non dovevano servire che a ricordare loro,
con i tuguri abbandonati, il vecchio Vesuvio, il bel mare di
Sorrento, tutto il luminoso cielo partenopeo. Giungevano quasi
nudi, o con abiti a brandelli, sudici, con i capelli arruffati,
gli occhi cisposi, le barbe incolte, pieni d'insetti, compagni
fedeli della miseria.
Ma nel lasciare la loro magica Napoli, non avevano dimenticato di
portare con sè il piccolo ringhioso cane, l'apatico sornione
gatto, e, tra le tante sciagure, il buon umore, la tipica
chiassosa loro natura, e quel concetto, molto semplice, in essi
molto radicato, della proprietà.
Nelle scuole, dove erano provvisoriamente sistemati, con il
concorso di medici, infermieri, barbieri, con la distribuzione di
oggetti di biancheria e di vestiario, si sottoponevano ad una
efficace opera di umana bonifica.
[6] Nella serata, dopo cena, nel caldo di agosto, saliva da quegli
alloggiamenti e da quei naufraghi, nel patetico canto, accordato
alle chitarre e ai mandolini, che avevano pure portati con sè,
il melanconico spirito della loro Napoli lontana.
Giungeva in quei giorni, pure da Napoli, e metteva subito in
atto, a favore del popolo, la sua squisita bontà, il professore
Raffaele Caporali, vanto della terra d'Abruzzo. Lo accompagnava
la nobile coraggiosa sua Signora donna Giacinta, che, quantunque
fosse essa stessa vittima della guerra, si metteva ai primi posti
nel prodigare il bene a favore dei colpiti della sventura.
Due forze, ancora una volta, si trovavano di fronte, con le loro
alternative, le loro passioni: l'una, salendo dal regno oscuro
del male, cercava d'avvolgere la vita con la potenza distruttiva
di spiriti folli; l'altra, scendendo dalle musicali regioni di
luce, si elevava, con l'angelica pietà, a valida generosa
difesa.
Anche qui a Teramo si costituivano, quindi, nel doloroso
frangente, come santa milizia, forti schiere che nobilitavano
sempre più, con l'efficace operosità, l'umana schiatta e la
città generosissima.
L'Armistizio
[7] Cadeva su la città pretuziana, nelle strade senza luce, oscura
la notte. Un improvviso chiasso, voci tumultuose, mi colpivano
nell'ufficio, ove mi trovavo in raccolto lavoro. La notizia
dell'armistizio conclusosi tra l'Italia e gli Anglo-Americani,
giunta in quel momento, aveva indotto gli spensierati allegri
studenti ad una rumorosa manifestazione di giubilo. Gli eventi
precipitavano, evidentemente, con particolare rapidità.
Si riteneva da molti che la guerra fosse ormai finita per noi;
che i Tedeschi, dinanzi al fatto nuovo, si sarebbero ritirati con
tutta fretta 'a difesa delle loro frontiere; che l'Italia sarebbe
tornata libera e tranquilla al suo lavoro. Così generalmente si
credeva e si faceva festa. Ma molti non erano ancora tranquilli.
La data dell'otto settembre, certo storica, capovolgeva tutta una
situazione, della quale non era possibile pel momento, prevedere
le conseguenze.
"Non si contrasti la ritirata, se i Tedeschi non useranno la
violenza".
Questa raccomandazione, giunta ambiguamente dall'alto, era
variamente intesa, in diverso modo applicata. Anche il silenzio
sulle clausole dell'armistizio era motivo di molte discussioni. I
soldati, intanto, anche di Teramo, una volta che non dovevano più
combattere, si ritenevano, nel nuovo governo, sciolti da ogni
vincolo, da ogni giuramento. Di conseguenza, a mano a mano,
svestita la divisa, che vendevano o barattavano, ciò che forse
non avevano previsto i nuovi salvatori della patria, in fuga
anch'essi, s'allontanavano in tutta fretta. Gli ufficiali,
purtroppo, tranne poche onorevoli eccezioni, in tanta confusione,
non sapevano resistere dal seguire l'esempio dei loro soldati e
del nuovo governo.
I timori di violenze, in tanto disordine, non erano infondati,
poichè apparivano già, qua e là, i segni del risveglio dei
bassi istinti umani. Dagli atti che già si commettevano era
evidente che non si temevano più quelle leggi, che dovevano
assicurare, alla convivenza civile, ordine, disciplina,
sicurezza.
[8] Con lo sfasciarsi dell'esercito, s'iniziavano quelle azioni,
dalle quali la folla esaltata acquistava, fatalmente, una sola
accesa fisonomia, un solo torvo aspetto. In queste azioni, il
latin sangue gentile, dimostrava, purtroppo, di non essere
dissimile, in certe manifestazioni, da quegli altri popoli, che
si chiamavano ancora inferiori. I componenti di quella folla, i
più accesi s'intende, pochi però, per fortuna, forse
forestieri, assalivano, con rabbiosa furia, le caserme
abbandonate, i depositi, i negozi, gli uffici, ne forzavano le
porte, vi entravano, ne asportavano quanto ancora vi si potesse
trovare in viveri, in indumenti, in mobili, in altri valori
Asportavano ancora, con uguale satanico spirito, le imposte delle
porte e delle finestre; asportavano dal tetto le tegole, dai
pavimenti le mattonelle, dai muri quanto vi si trovava
conficcato, non esclusi i chiodi.
Ciò che non potevano portar via, allo stesso modo dei barbari,
rompevano, distruggevano. In qualche caso, come nella caserma
Costantini, non mancavano di ricorrere, per la distruzione, alla
forza del fuoco.
Gli agenti della forza pubblica, i pochi rimasti, non erano in
condizione d'agire, in nessun modo. I buoni cittadini, e ne erano
molti, non potevano che guardare in silenzio e con dolore tanto
scempio.
[9] Con la conclusione dell' armistizio, dinanzi ai nuovi eventi, che
si presentavano nelle tinte più nere, potevo ritenere esaurito
il mio mandato e ritirarmi. Ma in quel grave momento abbandonare
la città e quella carica di responsabilità, che rivestivo, con
piena soddisfazione dei miei concittadini, da oltre quattro anni,
doveva sembrare una defezione, se non una vigliaccheria, indegna
di un soldato, quale io ero. Restavo, come ero restato a quel
posto senza emolumenti, anche quando dal Comando Generale, con il
richiamo alle armi, mi si voleva destinare ad Ancona in un comodo
e ben rimunerato servizio di carattere civile.
Oltre a quelli comuni, altri pericoli potevo incontrare nella
nuova situazione e nei rivolgimenti in atto, dalla mia iscrizione
al partito fascista. Ma anche in tale ordine, da un esame di
coscienza, stabilivo che non mi potevano fare accuse, non essendo
stati mai a me affidati incarichi di natura politica, non avendo
mai preso parte attiva alle manifestazioni del partito.
Restavo anche nella convinzione che, con la mia condotta, avrei
influito beneficamente su la popolazione, che aveva in me molta
fiducia, esposta anch'essa, con i nuovi metodi di guerra, a tutti
i disagi, a tutte le preoccupazioni, a tutti i pericoli.
Non far allontanare la popolazione dalla propria residenza
significava, in quel disgraziato momento, evitare, sotto ogni
riguardo, i turbamenti determinati dagli affrettati sfollamenti;
significava mantenere nella propria contrada intatta la
produzione, tanto necessaria ai bisogni nazionali; significava
mantenere in efficienza l' ordinamento, dal quale la comunità
traeva il suo ordine, la forza della sua disciplina, le ragioni
della sua integrità e della sua continuità, la certezza del suo
sviluppo.
Ad ogni modo, tra i marosi della tempesta, che diveniva sempre più
minacciosa su la povera Italia, io non dovevo preoccuparmi
d'altro che di compiere tutto il mio dovere, a qualunque costo,
sino in fondo.
Intanto, anche gli ineffabili Alleati festeggiavano, in Abruzzo,
l'inizio dell'era nuova, la caduta di quello Stato che aveva
osato di accompagnare con le armi, di là dal mare, nelle lontane
terre vergini, nel cuore dell'Abissinia, i propri esuberanti
figli, avidi di spazio, bisognosi di lavoro. Quello Stato che
aveva osato, nello spirito delle giuste rivendicazioni, di alzare
la voce per la libertà del Mediterraneo e delle sue porte; che
aveva osato di inculcare ai figli di Roma, contro l'Anglia avidità
di dominio e di potenza, con il senso dei suoi diritti, un nuovo
forte spirito.
[10] La festa doveva essere tale quale la imponevano gli eventi in
atto. La località, come inizio, doveva essere scelta in quella
terra, ove un altro maniaco, che poteva rispondere al nome di
Gabriele D'Annunzio, aveva osato anche lui, con il malato genio,
elevare alta la voce per risvegliare i dormienti, per esaltare le
virtù, i diritti, le glorie vecchie e nuove della stirpe sacra.
Sistemata convenientemente la bella città del molesto cantore, a
mano a mano si sarebbe provveduto, con l'ausilio dei Sassoni
consanguinei, che operavano nel basso, alla sistemazione della
infiorata Francavilla, luogo natio del moderno mago del pennello;
della musicale Ortona, da dove usciva colui, che poteva
allietare, con la elegante giovialità, con le dolci melodie, gli
ottusi abitatori della pesante città delle nebbie, ma non
intenerirne, umanizzarne l'animo impietrito. Non sarebbero state
risparmiate, successivamente, la industriosa Lanciano, la mite
Orsogna ed altre consorelle della terra dei Marrucini.
In uno di quei giorni, quindi, mentre i cittadini della
movimentata Pescara erano raccolti fiduciosi, dopo il lavoro, per
il pranzo, nelle proprie case, gli alberghi e i ristoranti
rigurgitavano di avventori, dal mare, nuovamente amarissimo,
giungevano inaspettati, a fitti stormi, gli spietati messi di
morte. E la festa s'iniziava e sotto la pioggia, non di fiori, ma
di micidiali ordigni, cadevano case, alberghi, chiese; cadevano
vecchi e giovani, donne e bambini.
Non cadevano opere militari, che soltanto avrebbero dovuto
costituire gli obiettivi degli attacchi, poichè non ve ne erano;
non cadevano Tedeschi, poichè ne erano lontani.
La bella città marinara, fervida di giovinezza, forte di
propositi, avida di lavoro e di progresso, non appariva, dopo la
pioggia maledetta, che un cumulo di fumanti macerie, dalle quali
salivano, con le fiamme distruttrici, rantoli, invocazioni, grida
strazianti dei sepolti.
Saliva anche terribile, da quelle macerie arroventate, per i
tristi assassini, la maledizione dei colpiti. La voce degli
innocenti, prima o poi, troverà ascolto nella divinità della
giustizia!
La tedesca rabbia
[11] A Teramo, sino a quel momento, non vi erano stati Tedeschi.
Quando si diffondeva la voce, che provocava molto panico, che una
colonna, proveniente dall'Aquila, vi si avvicinava, nascevano,
tra le autorità responsabili, molte discussioni. I pareri non
erano concordi su la condotta da tenere nei suoi confronti. Anzi,
si produceva a tal riguardo, tra il Comandante del Presidio,
colonnello Leopoldo Scarienzi, ed il capitano dei carabinieri
Ettore Bianco, un vivace diverbio, dal quale si rilevava, con
dolore, il rallentamento di quello spirito di disciplina, che era
stato, nel passato, vanto dell' esercito italiano. Ma forte
dell'autorità, che gli derivava dal proprio grado, le
disposizioni del colonnello, che concordavano con quelle
impartite dal governo, avevano il sopravvento. Di conseguenza,
quando la colonna, costituita da pochi autocarri e da pochi
soldati, giungeva, si lasciava passare indisturbata.
Una tale determinazione non soddisfaceva l'ardente capitano, che
mosso, evidentemente, da giovanile impulso, aveva ancora per il
superiore vivaci parole; nè soddisfaceva i più accesi
antitedeschi, che, se non proprio la distruzione, volevano di
quella colonna certo la cattura. Poichè s'annunziavano altri
arrivi, i dissidenti, tra cui alcuni ufficiali, per poter agire
liberamente, deliberavano, in un consiglio, di costituirsi in
bande, per iniziare dalla montagna la ribellione e la resistenza
armata.
Il capitano Bianco trovava un valido sostenitore nel dottore
Mario Capuani, coadiuvato, a sua volta, da un' altra schiera di
giovani. Il Capuani, anzi, nel suo acceso fervore, voleva senz'
altro lanciare alla popolazione, con apposito manifesto, un
invito alla insurrezione. Ma ne era sconsigliato, e a giusta
ragione, da coloro che ritenevano di non scoprirsi ancora, non
soltanto per meglio organizzarsi, ma anche per meglio conoscere
le intenzioni degli Alleati, nelle loro operazioni, sul
territorio nazionale. Da una mossa non bene ponderata, o
prematura, potevano derivare conseguenze molto funeste.
Il manifesto non si pubblicava, ma si facevano altre riunioni, in
posti diversi, per concretare, comunque, un piano organico
d'azione.
[12] Non tardavano, intanto, molti a raggiungere il bosco Martese,
località scelta per l'inizio delle operazioni, dove si trovava
già, per caso, con armi e munizioni, una batteria del 49.
reggimento artiglieria, al comando del capitano Giovanni
Lorenzini.
Raggiungevano, inoltre, il bosco con il t. colonnello Guido
Taraschi, altri ufficiali, tra cui il capitano dei carabinieri
Carlo Canger e il capitano di artiglieria Gelasio Adamoli.
Il movimento non sfuggiva alla città, che udiva di notte, nelle
strade, gente affaccendata e il rumore di quegli autocarri, che
trasportavano nel luogo dell'adunata, con nuovi aderenti, il
necessario vettovagliamento, prelevato dai magazzini militari e
fascisti.
Il maggiore Luigi Bologna mandava, con la sua macchina, condotta
dal figlio ventenne Giulio, due stazioni radio, trasmittente
l'una, ricevente l' altra, in dotazione alla sua caserma.
Io osservavo e, per la mia carica, tacevo; ma il prefetto Elmo
Bracali, da poco giunto dalle rovine di Napoli con molta
esperienza, riteneva d'intervenire, per dare qualche utile
consiglio. Il capitano Bianco, al quale parlava, presente il
Bologna, pareva che non disdegnasse i suggerimenti; ma una volta
fuori della Prefettura faceva a suo modo, e prendeva anche lui la
via della montagna.
Accorrevano, inoltre, ad ingrossare quelle bande, essendosi
divulgata la notizia della loro costituzione, anche stranieri,
tra cui qualche ufficiale, fuggiti dai campi, ove stavano o come
internati, o come prigionieri.
Tutto pareva che andasse conformemente ai disegni dei più
arditi. Ma in molti altri, non sembrando che i Tedeschi fossero
disposti ad andarsene, non tardavano a sorgere dubbi e
preoccupazioni.
La mattina del 25 dello stesso settembre, infatti, verso le ore
cinque, piombava dalla Specola su Teramo, come tempesta, un
battaglione autocarrato, al comando di un duro capitano
prussiano. Occupata la città e disposto, nei punti più
importanti, un servizio di sicurezza, quei Tedeschi, dalla
caserma Costantini, si recavano ad assediare quella dei
carabinieri, nella quale era stata, effettivamente, organizzata
la rivolta. Di là, con il telefono, invitavano il maggiore
Bologna, che era ancora in casa, a recarvisi subito, ciò che
faceva, senza preoccuparsi dei pericoli, cui poteva andare
incontro.
Dinanzi a quella caserma, contro la quale infieriva, pel momento,
l'ira teutonica, prelevato dal mio gabinetto podestarile, da un
drappello fortemente armato, comandato da un tenente, e caricato
su un autocarro, tra la curiosità e i commenti del pubblico, ero
condotto anch' io, come ostaggio, quale capo della città.
[13] Il fatto, che molto impressionava, produceva molto fermento e
propositi ardimentosi. Un gruppo di giovani, in collegamento
forse con le bande della montagna, armati di bombe e di
rivoltelle, si erano proposti di tentare la mia liberazione.
Intenzione, certo, encomiabile, gesto degno di storico ricordo,
ma in quel momento, dinanzi a quella soverchiante rabbiosa forza
avida di sangue, funeste ne sarebbero state per me, per la città
e per gli stessi giovani, le conseguenze. Per fortuna, poco prima
di lanciarsi all' assalto, capitava tra essi il brigadiere dei
Vigili del Fuoco, Armando D'Amico, il quale con fatica riusciva
à richiamarli alla realtà della situazione. S'allontanavano, è
vero, ma per correre ad appostarsi nei pressi del ponte della
stazione, per tentare colà la mia liberazione, qualora fossi
stato condotto altrove.
Quella caserma, intanto, guardata attorno da una siepe di cannoni
e di mitragliatrici, era, nel modo più brutale, svaligiata. Il
sangue, dinanzi a tanto scempio, ribolliva nelle vene; ma
purtroppo non si poteva che guardare con le braccia incrociate,
non avendo più quelle armi, con cui avremmo dovuto difendendoci;
rintuzzare la violenza, tutelare il nostro onore.
Anche i carabinieri, non avvezzi a piegare, frementi nell'
impotenza, erano brutalmente disarmati. Le stesse loro armi
erano, poi, gettate, con violento disprezzo, dall'iroso
straniero, su un autocarro, come preda di guerra. Il pubblico,
trattenuto di là dal cordone, guardava e mormorava.
Dopo un'attesa incerta di qualche ora, ed un breve colloquio con
un colonnello, tra il generale sollievo, ero lasciato libero. Era
trattenuto, invece, e trattato aspramente, il Bologna, Nel saluto
che ci scambiammo, quando gli passai vicino, si poteva leggere
tutta la tempesta che, per quella nostra sciagurata situazione,
tumultuava in fondo al nostro animo.
Una volta libero tornavo al mio ufficio, ove ero atteso con molta
ansia. Tornava con me l' ottimo funzionario del comune Gino Di
Francesco, che, in uno squisito senso di devozione, con suo
rischio, mi aveva voluto accompagnare volontario in quella
pericolosa avventura.
Nello stesso giorno, in quella stessa piazza del Carmine, nelle
vicinanze della Chiesa, accadeva un fatto molto grave. Un uomo
della campagna, modestamente vestito, si era avvicinato, timido e
bonario, ad un gruppo di quei soldati. Evidentemente doveva
conoscere, forse per essere stato in Germania, qualche parola
della loro lingua. Alcune donne, non molto lontano, con i capelli
arruffati, con gli sguardi torvi, ne osservavano, con sospetto, i
movimenti. Quando pareva loro che quell' uomo, ritenuto spia,
desse a quei soldati indicazioni sulle posizioni occupate dai
partigiani in montagna, esplodevano in un terribile satanico
furore. Si lanciavano sul malcapitato, come belve ferite, lo
afferravano, lo trascinavano con sè, lo atterravano. Senza
alcuna sosta lo percuotevano con zoccoli, sassi, bastoni; gli
tiravano i capelli, gli conficcavano le unghie nelle carni.
Invano il disgraziato gridava aiuto, invocava pietà. I presenti
s'allontanavano, i passanti, inorriditi, affrettavano il passo,
andavano oltre. Gli stessi Tedeschi assistevano alla feroce scena
muti, freddamente impassibili; nè se ne occupavano, nel generale
smarrimento, i carabinieri, nè gli altri agenti della forza
pubblica.
[14] Quando in quelle furie l'ira trovava un pò di tregua, lo
sventurato giaceva a terra scomposto e senza vita. Non placate
incrudelivano ancora su quel corpo straziato, trascinandolo oltre
la piazza, oltre la strada, per gettarlo dal muraglione, sotto il
quale passava il fiume.
Era il primo sangue, forse, di un innocente, che bagnava, nella
demenza, la nostra civile terra!
In tanta confusione, il prefetto Bracali riteneva opportuno di
invitare ad una riunione, in una sala del comune, cittadini di
ogni ordine e di ogni idea, per una comune intesa sulla condotta
da tenersi nel doloroso frangente. Esposta, nei particolari, la
nuova situazione, per il bene della città, raccomandava
ponderazione su ogni atto, calma, prudenza. Raccomandava di
soprassedere, pel momento, nel comune interesse, ad ogni
personale iniziativa, di far tacere ogni moto passionale, per
continuare ad ubbidire alle disposizioni delle competenti autorità
responsabili. Il pericolo che gravava su la città, e per il
concluso armistizio, e per la costituzione delle bande dei
partigiani, doveva esaminarsi, con cuore d' Italiano, con molta
serietà. I Tedeschi, che avevamo ormai in casa, con rabbiosi
propositi, avrebbero inesorabilmente spento nel sangue, come
avevano già fatto in altre località, ogni tentativo di
ribellione.
Raccomandazioni sagge, veramente paterne, da molti però non bene
comprese, quindi vivacemente discusse ed anche contrastate.
Si sentiva che la tempesta delle passioni, nel suo tumulto,
travolgeva anche i migliori. Invece in quel momento,
particolarmente delicato, dovere di ognuno doveva essere il
rispetto alle leggi, con la conseguente ubbidienza alle autorità,
che guardavano lo svolgersi degli eventi da un punto di vista
molto diverso da quello della comunità.
Gli scatti improvvisi popolari possono talvolta, con la luce che
sprigionano, commuovere e conquistare; ma non sostenuti da una
ragionata disciplina, non riescono quasi mai ad innalzare, sulla
lotta, la bandiera della vittoria. Talvolta, anzi, aumentano le
sciagure, che si intendevano eliminare.
Scompiglio nel bosco
[15] Verso le ore undici dello stesso giorno venticinque la città
vedeva, con sgomento, sfilare lungo il corso S. Giorgio, con il
maggiore Bologna, una parte di quel battaglione, diretto a
riconoscere le posizioni occupate dai ribelli. A Torricella i
componenti, evidentemente già a conoscenza della sua attività,
eseguivano una perquisizione in casa del dottore Capuani, ed
interrogavano il maresciallo dei carabinieri, ma senza positivi
risultati.
Poco dopo, ripresa la marcia, s'imbattevano, malauguratamente, in
un uomo, seduto su un ponticello. Sottoposto ad interrogatorio,
con invito di dire dove fossero i ribelli, e di dire la verità,
pena la vita, indicava con la mano un mulino, che si vedeva nel
basso, di proprietà del De Iacobis. Ad un ordine del capitano,
che li comandava, una cinquantina d'armati correvano a
circondarlo da ogni parte. Dopo una breve azione di fuoco, vi
catturavano sette partigiani, addetti al servizio dei
rifornimenti, e molto materiale, che era distrutto. I partigiani
erano condannati alla fucilazione, sospesa, pel momento, per il
coraggioso intervento del Bologna.
Nelle vicinanze di Rocca S. Maria, essendo ormai in vista, la
colonna riceveva il primo saluto, con la voce dei cannoni, messi
in azione dai ribelli; quella voce che anche a Teramo, ove era
giunta chiaramente, produceva molta commozione. I Tedeschi, che
avevano avuto colpito qualche autocarro e ferito qualche soldato,
cercavano, in tutta fretta, salvezza in un angolo morto, nei
pressi della frazione di Paranesi. Da quella località
predisponevano un attacco, allo scopo evidente di accertare di
quali forze disponessero i partigiani, e come distribuite. Avanti
al plotone, destinato all'azione, dopo avergli legate le mani
dietro la schiena, con slealtà militare, mettevano il nostro
ufficiale e i sette catturati, costringendo, inoltre, questi
ultimi, a spingere innanzi cannoncini da trincea. Ma l'attacco,
facilmente contenuto, non era spinto a fondo.
Ad un certo momento il capitano prussiano, in relazione forse al
suo piano, dava l' ordine di ripiegamento su Paranesi, per
rientrare, nella sera stessa, a Teramo.
Nel frattempo un loro maggiore medico, non conoscendo i luoghi,
si spingeva, in motocicletta, tra i partigiani, dai quali era
fatto prigioniero.
Prima di lasciare la località, nonostante il nuovo intervento
del Bologna, i Tedeschi disponevano per la fucilazione dei
catturati. Cadevano così, sotto l'iniquo piombo, vittime di una
propria fede, i giovani Mario Lanciaprima, Guido Palucci, Guido
Belloni, Gabriele Melozzi e Luigi De Iacobis. Si salvavano, come
per miracolo, Berardo Lanciaprima, che nello stesso momento in
cui si faceva fuoco, sottraendosi alla raffica, si precipitava
nel sottostante burrone, e Gennaro Di Berardino, che cadendo
svenuto, senza essere stato colpito, era ritenuto morto e
abbandonato.
[16] Nei giorni che seguivano si presentava a me il Signor Arduino
Correale per studiare insieme la possibilità di ricuperare, per
condurle a Teramo, le salme insepolte dei caduti. Ma per allora,
per ragioni complesse, con nostro rammarico, non si potè
condurre a compimento il pietoso atto, come più tardi fu fatto
per altri.
A Teramo consentivano al Bologna di rientrare in famiglia, ma
sempre in istato d' arresto, quindi vigilato. Nel mattino
successivo, avvertito dalla Prefettura che anche lui, secondo
l'ordine del colonnello comandante della piazza dell' Aquila,
doveva essere fucilato per intesa con i partigiani, in abito
civile, riusciva abilmente ad allontanarsi, conducendo con sè la
famiglia.
A ciò era indotto questo valoroso ufficiale superiore, la storia
del quale si pregiava, per opere di pace e per opere di guerra,
di pagine davvero superbe. Questo ufficiale, al quale, appunto
per le sue speciali doti, erano state affidate, nella carriera
missioni di alta fiducia, in ogni ordine, in ogni tempo. Il poeta
ultimo del rinnovamento e della patria, che lo aveva avuto
addetto alla sua persona, aveva nutrito per lui stima ed affetto.
Questo ufficiale superiore, che trovandosi a Teramo, di ritorno
dall'Albania, in regolare licenza di smobilitazione, se ne
sarebbe potuto rimanere tranquillamente nella sicurezza della sua
casa; ma quando sapeva che in quel momento molto oscuro quasi
tutti gli ufficiali, anche quelli che esercitavano comando, erano
scomparsi, correva, senza esitazione, come in trincea, a
prenderne il posto.
Il suo allontanamento, che si trasformava per lui e per la sua
famiglia in una vera odissea, molto addolorava perchè molto si
sperava dalla sua intelligente, equilibrata, ferma operosità,
dal suo sano patriottismo.
Il ritorno in città non significava, per i Tedeschi, rinuncia
alla lotta. In quella stessa giornata, infatti, e nella notte,
destando non poche preoccupazioni, specialmente nelle autorità
ed in coloro che avevano al bosco mariti, figli, fratelli,
continuavano ad arrivare, da Pescara e dall'Aquila, notevoli
rinforzi, che proseguivano, dopo breve sosta, per la zona
montana.
Sull' alba del ventisei il cannone, con cupi rombi, che si
ripercuotevano di valle in valle, di poggio in poggio sino alla
pianura, annunziava alla città la ripresa del combattimento.
I partigiani avevano cercato, nell' attesa, di meglio predisporsi
a difesa, ma non tardavano a sorgere tra essi dissensi. Nel darsi
lassù un ordinamento, non riuscivano i capi a mettersi
d'accordo. Ognuno riteneva di possedere i requisiti per
esercitare le funzioni di comandante, disdegnando i diritti che
agli altri potessero competere per la maggiore capacità, età e
grado militare. Il capitano Bianco, ad esempio, molto impulsivo,
non intendeva cedere il comando tattico, che già esercitava,
quando tra gli ufficiali vi era il t. colonnello Taraschi, reduce
da molte guerre. La discordia, che nella discussione si allargava
sempre più, anche per la scelta della posizione sulla quale fare
la maggiore resistenza, non poteva non avere, di fronte alle bene
agguerrite truppe tedesche, conseguenze dolorose.
[17] Ciò nonostante, anche quel giorno, per bravura della loro
artiglieria, comandata dai capitani Adamoli e Lorenzini,
resistevano, in qualche modo, agli attacchi nemici.
Mentre nel bosco si lottava, i Tedeschi rimasti a Teramo,
ritenendo che quella resistenza, favorita dal terreno, non
potesse essere stroncata, pensavano per rimuoverla di ricorrere
ad altri mezzi. Alcuni ufficiali, in vero, presentatisi al
Prefetto, dopo un riepilogo della situazione, gli dichiaravano,
con la consueta durezza, che se quelle bande non si fossero
sciolte entro un dato tempo, sarebbe stata compiuta, su Teramo,
per rappresaglia, una forte incursione aerea.
Molto turbato e preoccupato, il Prefetto, che aveva in me molta
fiducia, me ne dava subito comunicazione. Sperava, poi, che io mi
offrissi di andare al bosco, per persuadere i partigiani, con la
mia autorità. a sciogliersi, a far ritorno alle proprie case.
Offerta brusca, che mi poneva in una alternativa penosissima. Per
scongiurare il minacciato bombardamento, certo funesto alla mia
città e ai miei concittadini, sarei dovuto andare, avrei dovuto
impegnare tutto me stesso, per assolvere nel modo migliore la
dura missione.
Ma come sarei stato accolto dai partigiani, che si erano spinti a
quella avventura tra tanti consensi, entusiasmi, fermi propositi
e belle speranze? E' vero che io avrei parlato a nome della città,
delle stesse loro famiglie, dei loro bambini in pericolo, ma le
mie parole, anche se salivano dal cuore e dalla sincerità,
potevano essere fraintese, sfavorevolmente interpretate. Si
poteva vedere nel mio atto, in quel momento colmo di sospetti, un
eccesso di zelo, se non un inganno, un tradimento.
Non andando, mi sarei assunto ugualmente una grave responsabilità.
Qualora la sanguinosa minaccia fosse stata effettuata, dal crollo
e dalle macerie delle case, con i lamenti dei colpiti, dovevano
salire a me il rimbrotto, la maledizione.
La discussione col Prefetto non poteva non essere larga, minuta,
appassionata. Non poteva sfuggire al medesimo la lotta tremenda
che si combatteva entro il mio animo.
In un certo momento, dopo altre riflessioni, qualunque cosa mi
potesse capitare, decidevo di andare, a condizione, però, che si
accettassero le mie dimissioni da Podestà, appena dopo il
ritorno. Mi pareva che dopo quanto stava per accadere non potessi
più restare a quel posto. Ma il Prefetto non vi aderiva, e
pensava d' affidare quella missione al maggiore Bologna, che
faceva ricercare nella campagna. Ma neppure lui, per altre
ragioni, poteva compierla.
La minaccia su Teramo, quindi, non soltanto rimaneva, ma si
aggravava, essendo stato ucciso nel frattempo, dai partigiani,
quel maggiore medico, che era caduto nelle loro mani.
Nella città in subbuglio ed in panico, intanto, tra il rumore
delle armi, si chiudevano negozi, uffici, istituti, case. La fuga
verso la campagna, verso i luoghi più sicuri, con ogni mezzo,
diveniva sempre più larga, viva, affannosa. Pareva come se si
fuggisse, con le cose più care, da una città colpita dal morbo,
da una città maledetta.
Lassù, nella montagna, coperta di nebbia, il cannone continuava
a tuonare.
Luci nelle tenebre
[18] Tale era la situazione, molto nera, quando si presentavano anche
a me, nel mio ufficio, dove, dalla Prefettura, ero tornato,
accompagnati da una signora romana che faceva da interprete, tre
ufficiali: un maggiore e due tenenti. Prima che la discussione si
animasse, avveniva un muto scambievole esame delle nostre
persone, forse anche delle nostre intenzioni, dei nostri umori.
Il maggiore aveva aspetto piuttosto bonario, ma da non farvi
soverchio affidamento; uno dei due tenenti, biondiccio, dal viso
terreo, aveva nello sguardo vitreo un non so che di cattivo, di
torvo. Pareva che attirasse l'attenzione di quegli ufficiali,
sopra ogni altra cosa, un quadro del Re, che pendeva ancora ad
una parete, dietro la scrivania. Evidentemente ne erano rimasti
turbati, ma non ne parlavano.
Parlavano, invece, in termini molto vivaci, del momento che si
viveva, degli ultimi avvenimenti, dell'armistizio. Requisitoria,
quindi, contro l' Italia, contro i suoi uomini di governo. Non
comprendevo, e ne ero mortificato, perché, dopo tante polemiche,
tante accuse e tante difese, da parte di uomini responsabili, si
ripetessero a me, modesto amministratore di un modesto comune,
anche se capoluogo di provincia, le loro acide rampogne. Quel
preambolo serviva ad attenuare, a giustificare la gravità di
altra richiesta, in parte già rivolta alla Prefettura. Richiesta
terribile, che riguardava, appunto, le bande della montagna; che
riguardava Teramo, in cui quelle bande erano state organizzate,
come essi affermavano, da cui quelle bande erano partite per
operare ai loro danni.
[19] Pretendevano:
1) il loro scioglimento entro settantadue ore. Se l'ordine non
fosse stato eseguito, scaduto tale termine, Teramo sarebbe stata
bombardata, da apparecchi che si trovavano già a Pescara;
2) una lista di cento cittadini delle migliori famiglie, su i
quali esercitare la rappresaglia, per il loro ufficiale ucciso al
bosco, dai ribelli;
3) l'affissione di un manifesto, per avvertire la cittadinanza
che per ogni soldato tedesco ucciso nel territorio del comune,
dovevano rispondere con la vita, cento cittadini.
La richiesta rivolta in precedenza alla Prefettura era, in
confronto, pallida cosa. Un senso di stordimento, un brivido di
freddo mi sentii correre per le vene. Quegli ufficiali, dal cuore
di sasso, evidentemente, dovevano aver perduto il bene dell'
intelletto. In nessun altro territorio; per quanto si sapeva, era
stata avanzata una richiesta così mostruosa. Lo dissi,
chiedendone le ragioni. Dissi anche, per attenuarne la furia
sanguinaria, che nessuna relazione correva tra le bande e la città,
che quasi le ignorava; bande costituite, nella maggioranza, da
slavi e da soldati alleati, fuggiti dai campi, in cui si
trovavano prigionieri o internati. Se non fossero state
provocate, forse non avrebbero neanche agito, in nessuna maniera.
[20] Molti avevano cercato la montagna per sottrarsi all'arresto,
trattandosi di sbandati, di renitenti, di disertori. Protestavo,
ad ogni modo, contro la pazzesca domanda, in sacrificio di sangue
dei cento cittadini, che, nella categoria in cui dovevano essere
scelti, nulla di male avevano fatto; che erano sempre vissuti in
opere di bene, nella gioia della famiglia, fuori di ogni intrigo,
di ogni passione politica. La guerra poteva avere le sue
esigenze, anche severe, ma non poteva mai giustificare atti di
scelleratezza tali, che avrebbero gettato negli animi dei popoli
civili il più penoso sgomento.
Queste ed altre cose dicevo con ansia, con forza, con passione,
ma senza riuscire a commuovere, a smuovere quei tre, che
apparivano sempre più fermi, sempre più inflessibili nelle loro
determinazioni. La natura teutonica assumeva in essi,
specialmente nel loquace tenente dagli occhi vitrei e dal sorriso
spento, in funzione di inquisitore, il carattere sempre più
forte di durezza, di crudeltà.
Vivevo in quel momento la mia più nera angosciosa ora.
La città, che la ignorava, non poteva partecipare a quella
lotta, che io combattevo, nel mio piccolo ufficio, per la sua
salvezza, con le sole mie forze.
Il sole, che volgeva al tramonto, illuminava ancora con gli
ultimi raggi, la cima del quadrato campanile, che sovrastava il
Duomo, che era dinanzi le sue campane, con lenti rintocchi,
chiamavano a raccolta i devoti, per la preghiera della sera. Nei
cittadini, che si muovevano, giù nelle strade e nelle piazze,
pareva che riconoscessi, con la mente, quelli che dovevano essere
destinati a placare, con il loro sangue, come nelle favole
antiche, l'ira della mostruosa belva. Li riconoscevo a uno a uno,
nella fisonomia, nelle caratteristiche, nelle passioni, nelle
cose loro migliori; li riconoscevo, ed un sentimento di
affettuosa pietà, per il loro destino, scuoteva profondamente
l'animo mio addolorato.
[21] Suonava l' avemaria. Il maggiore, nella melanconia della sera, mi
guardava, i tenenti mi guardavano, in attesa di quella
assicurazione che essi attendevano, che io non potevo, non volevo
dare. Il silenzio, che ne seguiva, era rotto dal solito tenente,
il quale, in un mefistofelico sorriso, parlava ancora. Diceva che
essi non potevano rinunciare a quella richiesta, imposta dalle
leggi di guerra, di cui dovevano rendere rigorosamente conto. In
quanto alle persone da consegnare, se io proprio lo desiderassi,
potevano consentire, non la rinuncia, ma la sostituzione. Al
posto dei cento cittadini potevo dare, ad esempio, cento ribelli
della montagna. Avrei in tal modo reso, secondo loro, un doppio
servizio alla buona causa.
« Razza dannata ! » avrei voluto rispondere, se non fossi stato
trattenuto da altre considerazioni. Qualche altra cosa si doveva
pur dire, anche per prevenire un qualche altro sciagurato diretto
atto, come in altre località era avvenuto. Ma che dire?
Tutti gli argomenti, nelle tre angustiate ore di discussione, si
dovevano ritenere ormai esauriti. Tutti ? Nella mente in tempesta
ad un tratto mi balenava, come luce divina, un' idea, che a mano
a mano si ampliava, finiva di dominare. Idea che conduceva ad una
di quelle risoluzioni, con le quali si forma la leggenda,
s'innalza la vita, si creano gli eroi.
Questa volta, con un morale più elevato, fiero di me, guardai
con maggiore calma, con nuovo animo i tremendi messi di sangue e
di morte. L' idea, che tenevo ormai in mio possesso, come
salvezza, non poteva non esercitare, nella sua generosità e
nella sua bellezza, una propria decisiva forza. Ripetei ancora
una volta, che la loro richiesta, comunque si esaminasse e si
considerasse, risultava sempre ingiusta, inumana. Giacchè non
poteva essere annullata, nè modificata, altra risoluzione
offrivo, la più facile, la più semplice, la più conveniente:
offrivo in olocausto per tutti, chi raccoglieva in sè, nella
povertà e nella ricchezza, nei vizi e nelle virtù, come in una
meravigliosa sintesi, tutta la comunità. Offrivo la fucilazione
del suo capo, che poteva soddisfare, con il suo sangue, le
esigenze più spinte, la rabbia più feroce: offrivo, nella mia
persona, la fucilazione del Podestà, che sin da quel momento si
metteva a loro disposizione.
[22] La notte cadeva calma su la pretuziana città. Nel silenzio che
seguiva, ognuno pareva colpito dalla meravigliosa offerta; ognuno
pareva assorto profondamente nei suoi pensieri. Pareva che, nella
commozione, non vi potessero essere più parole per nessuno. Dopo
un raccoglimento, come di stupore, i Tedeschi ai alzavano con una
mossa, con una espressione come se dicessero: "L'offerta è
bella. Sta bene. Ne prendiamo atto", ed uscivano.
Lassù, alla montagna, il cannone tuonava ancora.
Confidavo la drammatica conversazione al mio bravo fido Gino Di
Francesco, con particolare raccomandazione di non parlare. Ne
rendevo consapevole anche il Prefetto, che viveva, nella grande
confusione, nel più vivo orgasmo.
Più tardi rientravo nella mia casa, senza nulla raccontare,
fiero di me e della mia offerta, in serena attesa della mia
ultima ora.
Da quel momento mi sentivo in uno stato di serena beatitudine,
come se il mio animo, liberato da tutte le umane passioni,
aleggiasse, purificato; nel più puro dei cieli, nella più
mistica delle luci. Dopo quella offerta mi sentivo, con una nuova
eroica forza, come invaso dallo spirito di coloro che, con le
loro azioni nobilissime, avevano fatto risplendere su la terra un
caldo raggio di divinità.
Rivivevo come nella trincea di sangue, nella visione luminosa e
cara della Patria, per la quale si combatteva e si moriva.
Non vi erano più forze, in quello stato di grazia, che mi
potessero scuotere dalla mia ferrea determinazione, santificata
dall'idea del più nobile sacrificio. La provvidenza avrebbe
assistito, nel doloroso momento, se giungeva, la mia buona fedele
compagna.
[23] La vita, nelle sue alternative e nelle sue incognite, porta anche
con sè, a conforto degli oppressi, le eroiche rassegnazioni!
Le sorti dei partigiani, intanto, lassù a la montagna, volgevano
al peggio. Nell' impossibilità di poter resistere agli attacchi,
che i Tedeschi rinnovavano con maggior violenza, i capi, riuniti
in consiglio, deliberavano, come unità, di sciogliersi e di
restituire ad ognuno là propria libertà. Dovevano rimanere in
efficienza alcuni gruppi, tra i quali gli slavi, per proteggere
gli ulteriori movimenti
Di quei partigiani, quindi, i meno noti e compromessi ed i
ragazzi rientravano silenziosamente nelle loro case; altri si
disperdevano nelle campagne, ospiti di amici, in attesa di
migliori eventi, o si spostavano in altre località. Il capitano
Bianco, ad esempio, andava a ricostituire la sua banda nella
provincia di Ascoli Piceno; il concittadino Ammazzalorso ed altri
rimanevano, con i propri uomini, sino alla liberazione, nelle
nostre montagne, in giudiziosa operosità.
Mentre i partigiani, con viva amarezza, sfollavano dal bosco, i
Tedeschi, a pochi passi, commettevano quegli altri atti non
necessari di sangue, che molto turbavano. Trucidavano, senza
ragione, nella frazione di Pascellata, nella loro stessa caserma,
il brigadiere Leonida Barucci e i carabinieri Settimio Annechini,
Angelo Cianciosi e Vito Coscia.
Cadeva anche in vista del bosco, sotto il loro piombo, il dottor
Mario Capuani, prelevato a Torricella, nella propria casa, da
dove dava al movimento la sua collaborazione. Cadeva senza che
nessuno potesse accorrere, in un modo qualsiasi, in favore della
sua salvezza. Aveva forse rivolto negli ultimi istanti,
nell'agonia senza rantoli, ansioso lo sguardo verso il fatale
bosco. Dinanzi al terribile destino, nella visione bella della
giovinezza piena di promesse, che lasciava; nella visione
luminosa dell' adorata madre, che stava per essere orbata
dell'unico amato figlio, vi aveva forse rivolta un'invocazione:
ma il bosco, nel suo disfacimento, era rimasto senza risposta.
[24] Così cadeva, deluso ed addolorato, quell'amico delle madri e dei
bambini, per la sanità, per la floridezza dei quali aveva
profuso i tesori della sua capacità professionale, la nobiltà
del suo gentile animo.
Lassù, a la montagna, non s' udiva più la voce del cannone.
La sera del 28 i Tedeschi, vinte le ultime resistenze, erano
padroni del bosco.
Io seguivo con ansia gli eventi, convinto che essi, qualunque
l'esito, non avrebbero potuto influire, pel momento, in nessun
modo, su la così detta liberazione di Teramo. Gli Anglo -
Americani erano lontani, ed i Tedeschi avevano ancora, a loro
disposizione, forze notevoli, bene armate e bene agguerrite.
Sempre più fermo nei miei propositi, continuavo ad andare al
comune puntualmente, ogni giorno nella consueta ora. Uscivo di
casa tranquillo. Vi avrei fatto ritorno?
Nei giorni che seguivano il drammatico colloquio, dal mio ufficio
vigilavo la via in vista e la piazza sottostante. Ogni gruppo di
Tedeschi, che vi appariva; ogni automobile od autocarro che vi
sostava, e vi discendevano armati diretti al comune, in una
confusione di sentimenti, pensavo giunta la mia ultima ora; che
essi mi venissero a prendere, con I' onore delle armi, per la mia
ultima festa, tinta di sangue.
Venivano ancora, purtroppo, senza tregua, ma per altre ragioni,
per altri tormenti. Però, dopo il famoso colloquio, notavo una
certa attenuazione nei loro modi sgarbati e prepotenti.
I tre ufficiali, che io aspettavo, non si facevano più vedere, nè
da nessun altro si parlava più di partigiani, nè della mia
fucilazione, al posto dei cento cittadini, nè della città da
bombardare.
Quattro apparecchi erano stati visti in quei giorni elevarsi nel
cielo di Pescara, e prendere la via dell'oriente, da dove, forse,
erano venuti.
Evidentemente, l'offerta straordinaria, di inspirazione divina,
aveva toccato quei cuori duri, ma sensibili ai forti atti, ed
aveva compiuto il miracolo.
[25] In quegli stessi giorni aveva vita altro episodio, semplice, ma
pieno di significato, che doveva essere, per i sanguinari ad ogni
costo, di severo monito, di alto insegnamento.
Molti giovani del bosco Martese, anche di Teramo, si erano
raccolti, nella loro fuga, per riposare e rifocillarsi, in una
casa di Cortino, ove giungevano d' improvviso i Tedeschi,
destinati alla ricerca ed alla cattura dei ribelli dispersi. Le
condizioni di quei giovani, colti in quella casa, apparivano
gravissime, anche pei fatto che non potevano nè difendersi, nè
fuggire. Se fossero stati identificati, o non avessero saputo
sufficientemente giustificare la loro presenza a Cortino, non
sarebbero sfuggiti al piombo teutonico.
Quando la notizia giungeva al Segretario del Fascio, tal
Beniamino Fioravante, senza considerare il pericolo al quale si
esponeva, vi accorreva in divisa, per tentarne la salvezza.
Quell'uomo della montagna generosa dimostrava, in tal modo, di
possedere doti ben diverse da quelle di altri Italiani, che
spesso placavano il loro animo nel sangue degli innocenti.
E li salvava, facendo abilmente credere ai Tedeschi, che lo
minacciavano di morte qualora non dicesse la verità, che quei
giovani erano, non partigiani, ma fascisti fedelissimi, fuggiti
dalle loro case per sottrarsi alla rappresaglia dei sovversivi,
dai quali erano ricercati.
Pioggia di bombe
[26] Teramo, dopo l'episodio del bosco Martese, si riempiva d'uffici,
di comandi, di truppe. Molto preoccupava, poichè si sapeva la
cura, con la quale gli Anglo-Americani ricercavano i Tedeschi,
per colpirli inesorabilmente, ovunque si trovassero: nelle città
e nei villaggi, nei palazzi e nelle Chiese, nelle caserme e nelle
officine. I pericoli, quindi, con tali arrivi, da nessuno
desiderati, giornalmente aumentavano. Ma sino a quel momento gli
apparecchi erano sì qui giunti, ma soltanto in volo di
ricognizione. I cittadini, tornati quasi tutti dalla campagna
alle loro case, in una beata fiducia, ne ammiravano le agili
evoluzioni, senza riflettere che bastava il tocco di una leva,
lassù in alto per gettare in essi, giù nel basso, rovina e
morte.
Gli attacchi temuti, intanto, s'iniziavano, come quello compiuto
la mattina del 4 ottobre, giorno di San Francesco, contro il
treno, nei pressi di Fiumicino, producendo notevoli danni. Tra i
feriti risultava il Vescovo Monsignor Antonio Micozzi, che
rientrava in sede; tra i morti una giovanissima sposa, che io
vedevo insanguinata, reclinata su il sedile di un vagone, bella
nella sua pallidezza, nell' acconciatura del suo capo, nel suo
abito da festa, nel suo civettuolo abbigliamento. Andava forse a
lieto convito, ed incontrava morte.
Gli attacchi continuavano, nei giorni successivi, lungo le strade
e nelle campagne, contro carri, autocarri, automobili, il più
grave dei quali risultava quello effettuato nella contrada della
stazione, mentre nel pomeriggio di sole della domenica del 16
ottobre vi ferveva un brioso passeggio. Vi si trovava gente che,
come consuetudine, dopo il lavoro settimanale, vi si era recata
per la ricreazione campestre ; altra per visitarvi amici; altra
ancora per proseguire, con i fiori, verso il Cimitero, per il
doveroso omaggio ai defunti. Ogni cosa vi si svolgeva con normale
serena sicurezza, non essendovi colà obiettivi propriamente
bellici. Le mamme sedevano in riposo, davanti alle case, mentre i
loro bimbi si rincorrevano, lietamente chiassosi, nei campi, nei
giardini, lungo le strade. Passavano le carrozze, passavano le
automobili. Ad un tratto, in quella serenità, apparivano sopra
la Specola, come spiriti folli, velocissimi, cacciabombardieri
alleati.
[27] Dopo una rapida evoluzione su i colli, si dirigevano, a bassa
quota, oltre la vallata del Tordino, oltre Villa Mosca.
Passavano, ma tornavano subito indietro, piombando, come bolidi,
fragorosamente, su la strada, su le case, sullo scalo
ferroviario, per sganciarvi il loro micidiale carico. Compiuta,
nella fuga disordinata e nelle grida dei passanti, la loro
funesta opera, riprendevano baldanzosamente quota, giravano,
scomparivano.
Dalla mia casa, lesionata anch' essa, tra gente folle di
spavento, correvo sul vicino luogo colpito. Poche per fortuna le
bombe esplose, pochi i danni, molti i feriti. Dei cinque morti,
un bambino della famiglia Ricci, Guerino, dal viso cereo, dai
riccioli d' oro, dal piccolo ventre squarciato, molto mi colpiva,
profondamente m 'addolorava. Non I' avrei più rivisto quel
bimbo, fresco e roseo, tra gli altri bimbi dell' Asilo Nido, che
frequentava; nè avrei più ricevuto il suo timido grazioso
saluto, passando dinanzi alla sua casa; nè più avrei carezzato
paternamente il suo piccolo capo!
La madre, nel suo amore, aveva cercato salvarlo stringendolo al
suo seno, coprendolo col suo corpo; ma la scheggia, che giungeva
violenta di lato, lo colpiva ugualmente.
La coraggiosa perdeva così il bambino, ma perdeva anche un
braccio, con il quale lo stringeva.
In quella stessa incursione, cadeva, mentre spensierato giuocava
sulla strada, un altro bambino, Vincenzo, della famiglia Arlotta.
Vedevo, inoltre, mortalmente colpito, il diciottenne Umberto
Ulisse. Dalla casa di là della ferrovia, dove, tra lo strazio
della madre, agonizzava, lo trasportammo, io ed altri, a braccia,
su la strada, quindi, con un'automobile, all' Ospedale.
Le amorevoli cure dei sanitari a nulla valsero. Nella notte,
senza riprendere i sensi, lasciava per sempre la famiglia, la
madre, la bella giovinezza.
[28] Infamemente barbara quella guerra aerea, che, senza limitazioni,
colpiva dall' alto e distruggeva, con i monumenti, con il ricco
patrimonio, con la storia, intere prosperose città; che
sconvolgeva, ricchi di prodotti, vasti fecondi campi; che
uccideva, senza un palpito di pietà, ovunque si trovassero,
bambini e donne, vecchi e malati.
I neri volatori apparivano più feroci dei bianchi, le donne, non
più custodi e gioia della casa, più dei neri in questa
diabolica opera di morte.
Sinistramente terribile quella guerra; che si combatteva in nome
di una civiltà, che rappresentava, invece, nel più torbido
egoismo, la più crudele delle barbarie.
Appassionate considerazioni, che potevano sbocciare dai nobili
indipendenti spiriti, ma senza alcun valore dinanzi alla demenza
in atto del mondo.
La sera di quello stesso giorno ero ricercato, con ansia, dal
Comando Generale tedesco, per esaminare insieme il fatto nuovo.
Supponeva, ammaestrato dall' esperienza, che a causa di quel
comando, da ritenersi, su segnalazione delle spie, scoperto,
quegli apparecchi sarebbero tornati, per continuare anche su la
città i loro bombardamenti. Si poneva, quindi, urgente il
dilemma: o la città doveva evacuare, o quel comando, con i
servizi e le truppe, se ne sarebbe dovuto allontanare. La
decisione sbocciava con immediata prontezza dal mio spirito
agitato. Non sarebbe stata cosa facile, con la sua popolazione,
con i suoi uffici, con le sue organizzazioni, far evacuare la
città. Comunque, il problema, nei loro riguardi, non sarebbe
stato neppure risolto rimanendo immutato, per essi, il pericolo
delle bombe.
[29] Consigliavo, di conseguenza, come era naturale, il trasferimento
per altra sicura contrada. Fatte fallire, ad arte, le ricerche di
locali in altri comuni della provincia, nei giorni successivi, e
comando e uffici e truppe partivano per Rocca di Mezzo, provincia
dell' Aquila.
Proprio là, quel comando, dopo non molto, era colpito da uno dei
più violenti bombardamenti. Lo spionaggio, evidentemente,
funzionava alla perfezione.. In tal modo, con quei Tedeschi,
rimaneva vittima delle bombe, ciò che molto addolorava, e
vittima degli infami prezzolati delatori, la solitaria cittadina
montana.
L' Ente comunale d'assistenza vi perdeva il pianoforte, di molto
valore, che i Tedeschi, nel partire, avevano portato con sè, con
promessa di restituzione. Si poteva benedire tale perdita, quando
era stata salvata la città.
Avevo favorito, nel medesimo tempo, l'istituzione di Ospedali
militari. Già molti ve ne erano, ed altri se ne dovevano aprire,
per quindi far dichiarare Teramo, con tutti i benefici delle
leggi di guerra, città ospedaliera. Ma altri fatti facevano
sospendere, in seguito, le iniziate trattative. I Tedeschi
vedevano già sorgere sul loro orizzonte, prima molto limpido,
nere nubi temporalesche, ed eventi da cui sarebbero stati
sospinti sempre più verso settentrione.
I Prefetti
[30] Il prefetto Andrea Tincani, studioso e dotto, lasciava Teramo
verso la fine di giugno 1943, quando appunto s'iniziava, con i
nuovi dolorosi eventi, questo diario. Egli partiva, ma lasciava,
con la squisita sua educazione, con la correttezza dei suoi atti,
con l'appassionato fervore, con il quale aveva adempiuto la sua
alta missione, segni indistruttibili e luminosi. All'adempimento
rigido e scrupoloso del dovere, aveva sempre unito un senso
superiore di bontà, di umanità, di giustizia. Pareva che
vivesse, in una ricca generosità, per I' altrui bene, per la
prosperità della provincia affidata al suo saggio illuminato
governo. Dinanzi alle inevitabili difficoltà e ai contrasti,
pareva che divenisse sempre più decisamente forte. Nessuna
debolezza mostrava dinanzi a quei fenomeni, tendenti a diminuirne
l'autorità, che erano i prodotti non felici del tempo.
Teramo, proprio sotto il suo governo, poteva iniziare a
sviluppare quel suo ardito programma di rinnovamento, molto
notevole, nelle strade, nelle piazze, negli edifici, nelle
Chiese, nei costumi.
Erano state già compiute alla sua partenza opere, alle quali
legava durevolmente il suo nome.
Ne prendeva il posto il prefetto Elmo Bracali, di cui si e già
parlato, ma non per molto tempo. Ed in vero verso la fine di
ottobre, ossia a pochi mesi dalla nomina, e dopo un periodo di
ansie e di pericoli, giungeva improvviso e inaspettato il suo
collocamento a riposo.
Al suo allontanamento non dovevano essere stati estranei i
Tedeschi, che dovevano attribuire anche a lui la responsabilità,
o la tolleranza, nella costituzione a Teramo delle bande dei
ribelli. Avevano usato infatti, nel giungere, nei suoi riguardi,
modi duri e villani.
Il provvedimento determinato, senza dubbio, da ragioni politiche,
molto rammaricava. Dotato di squisita educazione, di
svegliatissima intelligenza, di vasta cultura generale e
professionale, allo stesso modo del prefetto Tincani, anche lui
aveva fatto del suo ufficio un vero apostolato. Instancabile
nella sua operosità, alla quale spesso sacrificava serenamente
vitto, sonno, riposo. Prima il dovere, pareva che fosse il suo
motto, poi i diritti.
[31] Confortava, poichè si pensava che, una volta fuori della guerra,
sarebbe stato ripreso il programma di rinnovamento, del quale si
era reso premurosamente conto.
Sostituiva il Bracali, in mezzo ai dolorosi eventi, il prefetto
di nuova nomina colonnello Vincenzo Ippoliti. Relativamente
giovane, robusto, molto intelligente, tanto da rendersi ben
conto, in breve tempo, del non facile nuovo incarico.
Di natura impulsiva, dinanzi alle contrarietà, era talvolta
indotto a compiere atti, che forse non trovavano corrispondenza
nella sua indole, nel fondo del suo animo non cattivo. Talvolta
offeso nei suoi principi e nella sua sensibilità, pareva che
volesse fucilare tutti, ma non fucilava nessuno. Ordinava,
inoltre, arresti con la stessa facilità, con cui dava poi agli
arrestati la loro libertà.
Faceva anche, nei comuni ritenuti ribelli, spedizioni armate,
magari con molto chiasso, ma con limitatissimi danni, che poi
largamente risarciva. Amava molto il popolo, con il quale
volentieri parlava, sostenendone i bisogni e le ragioni.
Non tollerava i Tedeschi, e con essi spesso litigava, e ne
biasimava la condotta di soprusi e di violenza.
Di spirito fortemente nazionalista ed imperialista, era molto
sensibile alla grandezza ed all'onore d'Italia.
Un giorno, dopo una comparsa all'Ente comunale d'assistenza, che
frequentemente visitava e ne ammirava, con animo commosso, il
benefico funzionamento, partiva da Teramo, senza farvi più
ritorno.
Scintille in fuoco spento
[32] Mentre si svolgevano tali avvenimenti, il prof. Mario Morricone,
uomo di onesto sentire e di lettere, sollecitato da Roma,
determinava di riattivare, secondo il nuovo concetto, la
Federazione dei Fasci di Combattimento. Era per lui, anima
semplice e buona, una quistione, forse, di coscienza e d' onore
rispondere all'invito, quando, nel generale smarrimento, tutti
fuggivano. Le autorità, però, in un momento tanto confuso, non
vedevano di buon occhio tale rinascita, ma con i Tedeschi in
casa, per ragioni di prudenza, non ne parlavano.
Molte adesioni erano determinate, evidentemente, da sincero
generoso impulso; ma altre, più che da ragioni ideologiche, o
convinzioni politiche, da calcoli di pratica opportunità. Le
insegne del littorio, che si intendevano rialzare, sia pure con
molto rischio personale, potevano, ad ogni modo, concorrere a
placare, come in verità placavano, e bisogna tenerne conto nella
valutazione, la rabbia tedesca, sempre pronta a compiere,
specialmente in quel primo momento, atti di sanguinosa violenza.
Poichè a Roma pareva che non si mantenessero gli impegni,
consacrati nel nuovo patto, che dovevano condurre verso più
libere democratiche istituzioni, non tardava a prodursi, tra gli
inscritti, molto malcontento, manifestato pure nelle libere
discussioni. Di conseguenza, lo stesso Morricone, offeso nella
sua sensibilità e nella sua buona fede, indiceva una assemblea
straordinaria, senza chiedere al Prefetto, divenuto, nel
frattempo, capo anche politico della provincia, alcuna
autorizzazione. Pronunciava, contro il nuovo inganno, una
coraggiosa aspra requisitoria, approvata unanimamente dai
presenti.
[33] Da quel momento la Federazione repubblicana di Teramo si doveva
ritenere virtualmente sciolta. Il tentativo del prefetto Ippoliti
di tenerla, per ragioni soprattutto politiche, ancora in vita,
con. la nomina di altro commissario, nella persona di Ansaldo
Anselmi, credo che non riuscisse. Vi potevano essere ancora i
quadri, costituiti dai più fedeli, ma pochi i gregari.
Dagli stessi fascisti non si riteneva, generalmente, di fomentare
nuove discordie e nuovi odi, quando più grandi divenivano le
sventure della patria. Anzi in qualcuno non era mancata l'idea di
giungere ad un accordo con gli stessi partigiani, per concretare,
con spirito italiano, un'azione comune contro tutti gli
stranieri, che sconquassavano, bagnavano di sangue le nostre
belle contrade.
Anche l' esperimento di ricostituire la Milizia non riusciva
pienamente. Nella lusinga di sottrarsi ad altri più pericolosi
obblighi, ed attratti dalle promesse di buone retribuzioni, vi
potevano accorrere, sul principio, molti giovani. Ma su di essi i
comandi, sia per l'età, sia per l'affrettata preparazione, non
potevano fare sicuro affidamento. Non sostenuti, inoltre, dalla
fiamma di un ideale, nè da una forte fede nella loro missione,
facilmente si stancavano, si sbandavano, disertavano. Non pochi,
qualche volta anche con le armi, raggiungevano in montagna i
partigiani. Ma altri, specialmente gli anziani, restavano fedeli
all'idea e al giuramento.
Alcuni, anche giovani e pieni di promesse, ebbero a pagare con la
vita la colpa d'aver indossata, fuori tempo, la divisa fregiata
dei segni del littorio. Essi, in verità, non avevano mai fatto
alcuna azione di forza contro i fratelli, che vivevano sulla
montagna, ed anche nelle vicinanze della città, con altri
ideali.
A mano a mano però che gli Alleati si avvicinavano i diversi
tipi di battaglioni, dai nomi sonori, si disfacevano,
scomparivano. Negli ultimi giorni di quei battaglioni non erano
rimasti che i quadri, abbandonati a se stessi, nelle loro
melanconiche riflessioni.
I Tedeschi
[34] Si credeva generalmente che i Tedeschi fossero moderati nelle
loro esigenze. Si raccontavano episodi sulla loro vita che
accreditavano quella leggenda, che li elevava ai severi costumi
degli Spartani o Romani dei migliori tempi. Invero, chi era stato
in Germania aveva notato in essi molta disciplina, un senso
superiore d'ordine, un severo controllo di sé e dei propri atti,
un rispetto fanatico alle loro leggi. Ne riportava l'impressione
di un popolo dalle doti veramente elevate, meritevole delle
migliori fortune.
Quelli capitati a Teramo, quali ufficiali addetti ai comandi,
producevano, sulle loro qualità, una certa delusione. Di natura
doppia erano evidentemente. Non ne volevano proprio sapere di
quei sacrifici imposti dalla guerra, ai quali filosoficamente si
adattava l'ufficiale italiano. Davano, con le loro non moderate
esigenze, rendendosi così maggiormente invisi, non poco fastidio
agli uffici e alla popolazione.
Nella ricerca delle case, occupavano, tra le migliori, non
soltanto quelle disponibili per sfollamento, ma anche quelle
altre, i cui proprietari erano presenti. Imponevano ad essi senza
eccezioni e senza discussioni, creando situazioni penosamente
difficili, lo sgombero in poche ore. Una volta dentro vi
apportavano modifiche, non esclusa la sostituzione con mobili
prelevati altrove, da rendere non facile la ricomposizione della
casa, alla loro partenza. Per i mobili che rimanevano, s'intende.
Normalmente, partendo, portavano con se ogni cosa, dalla sedia al
pianoforte, se vi si trovava. Del tutto inutili gli esperimenti
di accurati interramenti e di bene mascherate murature. Tutto
scoprivano, comunque nascosto, e tutto predavano, senza riguardi
per nessuno.
Inutili le proteste. Il comune, che ne era esso stesso vittima,
con il suo intervento, anche energico, poteva attenuare, ma non
eliminare i soprusi compiuti con evidente spirito di
rappresaglia.
[35] S'illudeva non poco colui che poteva ancora credere che, con la
proclamazione della repubblica sociale fascista, i Tedeschi ci
considerassero ancora amici. Dopo l'armistizio, da essi
qualificato perfido tradimento, e ce lo facevano capire in tutti
i modi, non si poteva sperare un migliore trattamento.
Di paesi nordici, soffrivano molto il freddo. Per l'invernata
requisivano tutto il carbone, ovunque si trovasse. Così, mentre
nei locali da essi occupati si soffocava dal caldo, i nostri
uffici, le nostre scuole, le nostre case rimanevano senza
riscaldamento.
Nè erano meno esigenti per i bisogni dello stomaco. Non
apparivano mai sazi. Forse avevano troppo digiunato, nella loro
terra, nel regime di economia, per la preparazione alla guerra,
che insanguinava il mondo Volevano evidentemente reintegrare il
perduto, a scapito degli altri
Dei comuni cibi non erano soddisfatti. I loro pranzi, inaffiati
da ottimi vini, che gustavano più della birra, dovevano essere
costituiti da scelte vivande. Le nostre contadine dovevano
lavorare d'astuzia per sottrarre alla requisizione il loro
pollame.
Burberi, severi, inflessibili erano però sempre questi ufficiali
nell'adempimento del loro dovere. Ma talvolta famigliarizzavano
con i soldati in un modo che nella nostra concezione latina,
molto ci meravigliava.
Nell'occupare i locali del Circolo teramano, per i loro
trattenimenti, offrivano un ricevimento, invitandovi autorità ed
elementi della milizia. Gli ufficiali, nello svolgimento della
festa, non erano appartati, non solo, ma rimanevano tra i
soldati, con i quali parlavano, allegramente scherzavano, come se
fossero di pari grado. A tavola sedevano promiscuamente, senza
alcuna distinzione. La cordialità aumentava, con l'aumentare del
vino che bevevano. I soldati, in verità, in un composto e
disciplinato contegno, non ne abusavano.
In un certo momento il colonnello, un super decorato, fatti
disporre per tre i presenti, nella grande sala, li faceva poi
sfilare, come in una rivista, al passo da noi chiamato romano, al
comando di altro ufficiale superiore, dinanzi al suo tavolo, sul
quale egli era, impettito e con il braccio teso.
[36] Nessuno dei nostri ufficiali, anche il meno serio, si sarebbe così
comportato. Un'altra stranezza dell'umana natura, che faceva pure
pensare.
Poi con soldati tedeschi e con soldati della milizia, si
formavano due separati gruppi. Ogni gruppo, successivamente, si
alternava in canti della guerra e in canti della patria.
Appartenevano i soldati tedeschi a truppa scelta; scelti anche
essi erano i nostri, per la loro prestanza fisica, per il
giovanile entusiasmo, per la svegliata intelligenza, per il forte
spirito militare e nazionale.
Dal canto che saliva da quei due gruppi, forte nelle parole, nel
significato, nell'ardore, si capiva il tormento patriottico, da
cui erano agitati. Pareva di assistere ad una delle più nobili
tenzoni, con le armi affilate sul campo di battaglia. I nostri
magnifici giovani, nel ribattere, con romano spirito, i forti
teutonici, riaffermavano la loro appartenenza ad una gloriosa
razza, di gloriosa storia.
Certo, tutto con quei giovani si sarebbe potuto osare, come si
era osato, per altre conquiste. Invece ben altro, al loro onore e
al loro ardore, era per allora riservato.
Bella santa gioventù nostra, uccisa, travolta, dispersa, nella
torbida tragedia, quando e da chi sarà a noi restituita?
Mantenevano alto il prestigio tedesco i soldati di transito,
diretti al fronte, che si presentavano robusti, vigorosi,
aitanti; che si distinguevano dagli altri, anche per quella loro
andatura sciolta, decisa, superbamente marziale. Pareva che nulla
dovesse fare ad essi ostacolo, anche quando camminavano in città,
per loro conto. Prepotenti come sempre, apparivano decisi nelle
loro azioni, contro qualunque forza. Osservavano la consegna,
sacra per essi, sino al sacrificio. Non accennavano mai a
stanchezza, nè a sfiducia. Non disperavano, anzi fermamente
credevano alla vittoria, di cui cantavano, nelle loro cadenzate
vibrate marce, la poesia, la bellezza, la gloria.
Si pensava, nel vederli e nell'ascoltarli, che quei soldati,
dalle molte possibilità, possedessero tutte le qualità per
vincere. Forse avrebbero vinto, se in contrapposto a quelle loro
personali doti non vi fossero stati errori gravi, politici e
militari, da parte dei loro troppo esaltati capi.
[37] Poca stima avevano dei soldati delle altre nazioni, che si
reggevano come essi affermavano, soltanto in forza dei potenti
mezzi meccanici, carri armati ed aeroplani, di cui disponevano.
Si ritenevano, a parità di condizioni, invincibili. Forse non
esageravano, poichè avevano dato su i campi di battaglia
splendide prove di capacità e di valore. Comunque, avevano
dimostrato come per la fanatica fede al loro capo e per l'amore
alla loro patria, sapessero serenamente soffrire, combattere e
morire.
La guerra, certo, la sapevano fare. Gli sfollati, che giungevano
dalle vicinanze del fronte abruzzese, pur nel loro odio, ne
parlavano con molto rispetto. Dicevano e confermavano
concordemente, che mediante stratagemmi ed abili spostamenti,
erano capaci, anche se in pochi, di tenere in iscacco massicci
reparti, per molto tempo.
Abilità particolare dimostravano nel sottrarsi ai duri colpi
della distruzione. Quando le truppe alleate, ritenendo, con più
potenti mezzi, d'aver tutto frantumato, ritentavano la prova,
erano ancora respinte da quegli uomini, che parevano usciti
d'improvviso, come potenza infernale, da misteriose profondità.
Intanto, il ritardo di quella avanzata, che molti speravano, dopo
Salerno, decisamente rapida, determinando molte delusioni,
rendeva sempre più viva e pungente l'angosciosa attesa della
liberazione.
Il valore di una missione
[38] Uno degli scopi di continuare nella carica di Podestà, che
diveniva sempre più pericolosa, consisteva, ripeto, nel vivo
desiderio di vigilare, nel modo migliore, su le sorti della città
affidata già da quattro anni al mio governo, al mio affetto. In
taluni momenti la vita, forse senza rendersene conto, dominata da
misteriosa forza, è sospinta verso generosi atti. In quel
periodo, invero, mi sentivo lieto quando potevo comunque
prevenire, impedire o lenire le altrui sventure, le cittadine
calamità.
Oltre agli interventi diretti, molto efficaci, provocavo anche
ordini tendenti a scongiurare, nei tanti pericoli, guai maggiori.
Riuscivo ad ottenere, ad esempio, dal generale Zanthier, forse
perchè austriaco e cattolico, un'ordinanza, che si poteva poi
vedere affissa alle porte della città, con la quale si
impartivano rigorose disposizioni sulla condotta da tenersi dalle
truppe tedesche che occupavano Teramo, o vi fossero di passaggio.
Ordinanza che, se non raggiungeva appieno il suo scopo, apportava
pur sempre notevoli benefici alla sicurezza ed alla tranquillità
della popolazione. Comunque, offriva la possibilità di correre a
presentare ai Comandi le mie proteste ogni qualvolta se ne
tentasse la violazione.
In uno di quei giorni ero chiamato d'urgenza da quell'ottimo e
colto Monsignore don Giovanni Muzi, decoro della Curia Aprutina,
al quale era stata affidata, saggiamente, la direzione della
ricca biblioteca Melchiorre Delfico.
Anche quest'ottimo Monsignore, pur nel turbinio dei pericolosi
eventi, fedele alla consegna, era rimasto, come un valoroso
soldato, saldo al suo posto. Un tal fatto, senza dubbio,
concorreva in modo notevole a salvare, dall'altrui rapacità, la
bella biblioteca.
[39] Quando, invero, soldati tedeschi, dai locali del Liceo-Convitto,
trasformato in Ospedaie, forzando una porta penetravano nel piano
inferiore, certo per farvi bottino, si trovavano di fronte il
forte custode di quel tesoro.
Insieme ci recammo dal Direttore, il quale non poteva non
piegarsi dinanzi alla serena figura del nostro sacerdote. La
porta, per la quale i soldati erano entrati, si faceva
rinchiudere, per maggiore sicurezza, in muratura; nei locali
della biblioteca si metteva, bene in vista e scritta nella loro
lingua, un'ordinanza di divieto per i Tedeschi di penetrarvi,
comunque di produrvi danni. Ordinanza che, successivamente, era
estesa al teatro romano e ad altri locali, che raccoglievano
opere di artistico storico valore.
Mi trovavo, un altro giorno, nel palazzo del Convitto, presso il
Tribunale di guerra, che per la prima volta si riuniva a Teramo.
Offriva, con il suo apparato, una certa solennità. I giudici
militari sedevano già, nell'abituale rigida compostezza, nei
loro seggi. Ad esaminarli non incoraggiavano, non facevano molto
sperare per la sorte degli imputati, che se ne stavano
silenziosamente a guardarli dai posti ad essi assegnati.
Dopo i moniti di rito si iniziava il dibattito. Vi si giudicava,
tra gli altri, per favoreggiamento al nemico, il Podestà di
Caramanico, avvocato Nicola Nanni. L' accusa era grave; la pena
chiesta dal pubblico accusatore, pena di morte, più grave
ancora. Il Nanni, nell'udirla sobbalzava, sbigottito, dal banco
su cui sedeva; i presenti rivolgevano, con sgomento, lo sguardo
verso di lui. La morte! Non poteva non atterrire quando giungeva
a colpire d'improvviso una forte esistenza, sottraendola
violentemente dalle cose terrene, dalla dolce famiglia, da tutte
le promesse, da tutte le speranze, delle quali sempre si lusinga
la povera vita. Non poteva non produrre, anche ad animi forti, un
profondo sconvolgimento.
[40] Dopo il primo stordimento, il Nanni si riaveva, si ricomponeva,
parlava ai giudici con una calma davvero ammirevole. I presenti
continuavano le loro osservazioni sulle mosse, sulle espressioni,
sulla voce di quell'uomo, che doveva già vagare con lo spirito
negli oscuri limiti del regno dell'eternità. Parlava, ma non si
comprendeva quale effetto producessero le sue parole sui giudici,
che rimanevano rigidamente composti.
Dopo l'arringa del difensore avvocato Moruzzi, i giudici si
ritiravano. lo, approfittando della conoscenza dell'interprete,
li seguivo, chiedendo, nella sala delle deliberazioni, di parlar
loro.
Tra i capi d'accusa figurava quello d'aver dato ospitalità ad
ufficiali inglesi, in esercizio di spionaggio, e di averli
accompagnati in una ricognizione, non lontano dal fronte. Io, che
ne assumevo, in quel consiglio, la difesa, giustificavo la
condotta del Nanni, non in funzione delittuosa, ma con lo spirito
di gentilezza, innato nel popolo abruzzese. Popolo che apre,
senza chiedere il nome, a chi bussa alla sua porta; che gli offre
il pane ed il letto; che gli indica, se necessario, la via nel
rimettersi in cammino.
Il Nanni aveva ubbidito, nel favorire quegli ufficiali, senza
conoscerli, ad un imperativo dell' indole sua e della sua razza.
Ed altro dissi con ansia, in una forma molto persuasiva. Nel
distendere la sentenza, quei giudici, che accusavano il Nanni di
molte contraddizioni nel discolparsi, attenuavano la richiesta
della pena, da quella di morte a quella di pochi anni di carcere,
in seguito anche graziati.
L'indulgenza era estesa ad altri imputati, che sedevano, per gli
stessi motivi, sullo stesso banco del Nanni.
Il Podestà di Caramanico non avrà, forse, mai saputo l'opera
con tanto fervore svolta, a suo favore, dal Podestà di Teramo.
[41] In seguito a mia viva intercessione presso il Prefetto erano
restituiti a libertà Ammazzalorso Amedeo, Camardella Alessio, De
Cicco Italo, D'Amico Carmelo, De Fabritiis Pasquale, Di Marco
Amilcare, Di Odoardo Pasquale, Ferri Umberto, Intellini
Alessandro, Ioannoni Giuseppe, Lattanzio Nicola, Mattucci Tobia,
Panbianco Cino, Pompa Alfredo, Romani Vincenzo, Trippetta
Giuseppe, Zaccaria Alfredo e Zippilli Felice.
Togliendoli dal carcere li toglievo anche dal campo di
concentramento dell'alta Italia, nel quale, senza dubbio,
sarebbero stati inviati, essendo sul loro conto, nell'ordine
politico, per cui erano stati arrestati, molto gravi le accuse.
Non tutti, forse, in quel periodo di diaboliche azioni, ne
sarebbero tornati.
Ottenevo pure, nonostante le gravi difficoltà, la scarcerazione,
da parte della polizia tedesca, del veterinario dott. Gatti,
detenuto anche lui per il reato di collaborazione con gli
Anglo-Americani.
Rendevo meno dura la vita agli internati politici, affidati, per
I' amministrazione, alle mie cure. I generi alimentari messi per
i medesimi a disposizione erano molto scarsi. Di conseguenza, per
poter far giungere ad essi cibo, oltre che sano, anche
abbondante, con mio rischio, dovevo alterare le cifre, che a
quegli internati si riferivano.
Mi recavo spesso a visitarli, per dir loro la buona parola. Erano
di tutte le condizioni: dall'operaio al professionista; dal
sacerdote all'ufficiale; dal cinico al mistico. Non mancavano le
donne, nè i bambini, che facevo ricoverare presso la Casa della
Madre e del Fanciullo.
Il giorno di Pasqua, chiusi nelle carceri di S. Agostino, ove li
visitavo, facevo somministrar loro un vitto speciale.
Mi adoperavo anche per la loro liberazione, a molti, a mano a
mano, concessa.
[42] Nè avevo timore dall'estendere fraterna assistenza agli Ebrei,
giunti nel comune dalla Francia e da Milano. Si presentavano a
me, nelle dure vicissitudini, timidamente. In ogni ariano,
nell'ingiusta persecuzione, vedevano un nemico, pronto a
colpirli; ma trovavano in me, per umane considerazioni, un vero
protettore.
Oltre a procurare ad essi una vita relativamente agiata, vegliavo
pure sulla loro sicurezza. Allorché i Tedeschi, ed anche la
nostra polizia, si mettevano alla loro ricerca per catturarli, li
facevo rifugiare in campagna, presso famiglie fidate.
Quando mi si chiedeva di fornire, con un elenco, il nome e il
domicilio, non esitavo dal negare la loro presenza nel territorio
del comune.
Umani sentimenti mi inducevano ancora a riscaldare la vita
sconsolata di coloro che, nel colmo dell'inverno, di giorno e di
notte, senza indumenti e senza mezzi, si rifugiavano, quali
sfollati o profughi, nella mia città.
Mi è caro riportare l'indirizzo di una lettera a me diretta, con
espressione di gratitudine, da uno di essi:
"Al Podestà di Teramo, valoroso protettore dell'umanità
smarrita".
Umanità davvero smarrita Giungevano a Teramo, questi nostri
fratelli, dalle terre colpite dalla sventura, isolati, a gruppi,
a brigate; giungevano con tutti i mezzi. Erano donne, bambini,
vecchi, malati; erano famiglie intere, frazioni di famiglie, che
avevano visto, nel partire, distrutti i loro beni, i prodotti dei
loro campi, i risparmi delle loro fatiche, il conforto del loro
dolce focolare domestico. Giungevano, nel pieno inverno, soli con
la loro desolazione, con i segni profondi delle sofferenze e
della sciagura, da cui erano stati così ferocemente colpiti.
Spesso non avevano con sè neppure il tradizionale fagotto di
cenci, unico patrimonio del pellegrino randagio.
Attendevo questi nostri fratelli, sperduti nella neve, sino a
tarda notte. Li attendevo per prodigare loro quelle prime cure,
con cibi caldi e locali riscaldati, con cui potessero
riacquistare un pò di forza, una maggiore fiducia in sè e nella
vita.
[43] Dopo la sosta fortunata, per rigorose disposizioni del comando
tedesco, che attentamente controllava, dovevano riprendere, come
deportati, il doloroso cammino. Ma molti di essi, da me favoriti,
si rifugiavano ovunque vi fosse, per ospitarli, una casa, una
capanna, un ricovero qualsiasi.
Vi erano figure del popolo lavoratore; ma vi erano anche, ridotte
in santa povertà, persone che rappresentavano I' elevata
categoria degli intellettuali, del clero, dei professionisti,
degli industriali, dei proprietari. Anch'essi, che avevano
guazzato nell' abbondanza, si dimostravano lieti di una minestra,
per mangiare, di un pò di paglia, in un locale riscaldato, per
dormire.
L'uomo per fortuna finisce sempre per adattarsi rassegnato, alle
crudeli burle, ai capricci del suo destino!
"Parlate anche di noi, nelle vostre memorie, della nostra
riconoscenza, della nostra grande gratitudine, che rimarrà
sempre viva nei nostri animi".
Così mi diceva una delle Signorine Zuccarini, la maggiore, nel
ripartire, dopo la liberazione, per la sua Lanciano.
Vi ricorderò, si, cara Signorina. Ma vi ricorderò nella
bellezza della vostra modestia, nel pregio della vostra bontà.
Con voi ricorderò tutta la vostra famiglia, nobile nella sua
fede, forte nella sua rassegnazione. Ricorderò, in modo
particolare, la squisita sensibilità del vostro mite genitore,
che tutto si compiaceva, nelle sue visite ai locali di Piazza
Muzi, per l'assistenza affettuosa, prodigata agli sfollati, suoi
compagni di sventura. Vostro padre, che scosso soverchiamente,
nel fisico e nel morale, non sapendo sopravvivere alle ultime
dure vicende, rendeva qui la sua bella anima al cielo.
[44] Completavano la mia opera, come per gli sfollati di Napoli, i
medici condotti, sempre presenti e pieni di premure nel vigilare
sulla loro salute; i Vigili del fuoco, con il comandante Umberto
Carpanelli, e le Guardie urbane, che si prodigavano in mille modi
in loro favore; il personale tutto d'ufficio, di cucina, di
refettorio, pronto a soddisfare, in tutte le ore, ogni richiesta,
ogni loro desiderio.
Facevano parte di quel personale, ed è doveroso, per la
riconoscenza, farne qui il nome, Arnaldo Di Paolo, Carlo Di
Felice, Luigi Di Marcantonio, Rosa Cesti, e le signorine, dalla
gentile grazia, Dora Quartapelle, Silvia Filipponi, Anita Di
Domenico ed Elsa Di Lodovico.
A sostegno di alcune di queste affermazioni, in riferimento ad un
santo dovere compiuto, trascrivo due lettere. Prima quella a me
diretta dalle buone Suore Domenicane, conducenti con sè
amorevolmente, nella dolorosa peregrinazione, molte orfanelle,
affidate alle loro cure.
Anime buone, che esprimevano in forma religiosamente gentile la
loro gratitudine, i loro ringraziamenti, i loro auguri.
Scrivevano:
« Signor Podestà, le Suore Domenicane e infermiere di S.
Caterina da Siena, unite all' Orfanelle di Pescara, ringraziano
di cuore per la bontà paterna avuta a loro riguardo nella breve
ed indimenticabile sosta fatta a Teramo.
Ricambieremo tale carità usataci, con la preghiera che insieme
alle Orfanelle innalzeremo al Signore per la felicità Vostra,
della Vostra famiglia e dell' intera città di Teramo. Che il
Signore voglia risparmiare la tanto ospitale città, che fa
dimenticare agli sfollati le loro sofferenze.
Forse non incontreremo più tanta bontà come a Teramo.
Vogliate estendere i nostri ringraziamenti a tutti gli Impiegati
dell' Eca, che furono con noi solleciti e gentili.
Inviamo i nostri ringraziamenti e vi ossequiamo.
S. M. Rosaria Bontempo
[45] Non dissimile, nei sentimenti della riconoscenza, la lettera, che
segue, scritta da persone di altra razza, di altre bibliche
credenze.
Signor Podestà, noi sottoscritti desideriamo, con questa
dichiarazione spontanea, esprimervi anche per iscritto la nostra
profonda gratitudine per aver salvato noi le nostre famiglie e
tanti altri correligionari che hanno lasciato nel frattempo
Teramo, dalla ferocità tedesca. Difatti ai primi di dicembre
scorso, le autorità tedesche avevano comandato I' arresto in
massa di tutti gli Israeliti. Voi, Podestà di Teramo, eludendo
la vigilanza teutonica e fascista, ci avete avvisati
tempestivamente del pericolo che incombeva sulle nostre teste
raccomandandoci paternamente di allontanarci da Teramo o di
rifugiarci presso quelle famiglie, fortunatamente numerose, non
contaminate dal virus della peste nazista e ci assicuravate ogni
qualsiasi aiuto.
E' pure a nostra conoscenza che durante il terrorismo teutonico
vi siete reso benemerito della popolazione teramana e sappiamo
anche che di concerto col Comandante del Campo di Concentramento
istituito dalle belve tedesche per sfogare il veleno che hanno
sempre in corpo, somministravate tra I' altro agli internati,
ricorrendo ad un abile stratagemma, doppia razione di cibo.
Così alla nostra benedizione si aggiungano quelle della
popolazione e degli internati.
Con riconoscente devozione".
Seguono, con quella di Oscar Stein, numerose firme.
Tra l'una e I' altra lettera, se ne trovano molte altre, di gente
di ogni condizione e di ogni contrada, che, per brevità, non si
trascrivono; lettere anch'esse colme di commoventi espressioni,
di calda affettuosa gratitudine.
Teramo ebbe a rendersi in quell' eccezionale periodo, forse come
nessun'altra città, molto benemerita per la sua squisita
sensibile generosità. Appariva ai profughi, nella dolorosa
peregrinazione, come concordemente dichiaravano, un' oasi ricca
di verde e di freschezza, in cui ritempravano le esauste forze,
ravvivavano le scosse speranze. Oasi che sarebbe rimasta, nel
volgere del tempo, particolarmente cara nel loro ricordo.
[46] Non mancavano, nella educazione latina, atti di squisita
cavalleria, ignorata, spesso, dalle altre razze, sempre disposte,
nella loro arroganza materialistica, ad umiliare, a maltrattare,
a offendere i deboli, i vinti, i colpiti dalla sfortuna.
Nel moderno edificio delle magistrali "Giannina Milli",
trasformato in ospedale di guerra, fra i feriti e gli ammalati,
vi erano anche ufficiali e soldati dell' esercito inglese, caduti
prigionieri. Quale capo della città, accompagnato dalla dama
della Croce Rossa Amina Panzieri e dal maggiore medico Guido
Bindi, facevo pure ad essi una visita di cortesia. Ve ne erano di
tutte le razze, di tutte le religioni, di tutti i continenti. Di
nulla avevano bisogno, essendo forniti di generi, anche di lusso,
che giungevano loro da ogni parte, quasi giornalmente e in
abbondanza tale da poter soddisfare, a profusione, ogni esigenza.
Gli Inglesi, ed anche gli Americani, trattavano bene coloro che,
in loro difesa e per la loro grandezza, dovevano dare la vita!
Gli Africani, dai letti in cui giacevano, mi fissavano con occhi
mestamente espressivi, come se pensassero in quel momento, ai
monti, alle valli, ai fiumi, alle foreste misteriose della loro
terra bruciata dal sole; una leggera ironia pareva che sfiorasse
i volti gialli degli Asiatici.
Gli ufficiali, quasi tutti di razza ariana, sospendendo la
lettura, in cui erano immersi, mi guardavano con curiosità, e,
conosciuta la mia qualità, si dimostravano lieti e grati della
mia visita.
M' interessavo anche dei loro morti, che qualcuno, nella nebbia
delle passioni, avrebbe voluto seppellire fuori del comune
cimitero. Io, da altre considerazioni sospinto, ordinavo che essi
fossero collocati non soltanto nel cimitero, ma addirittura nel
campo riservato ai nostri caduti, affinchè ne potessero
dividere, nella comune eterna pace, i fiori, le onoranze, la
umana pietosa bontà.
Sera mistica
[47] Si giungeva, così, alla vigilia di Natale, festa sempre cara
agli animi gentili, agli uomini di fede e di buona volontà, e
sempre colma di ricordi, di significato, di santità.
Mi trovavo alla sera di quel giorno, per caso, in una corsia del
Liceo Convitto, che ancora funzionava da Ospedale militare. Vi
regnava, in una luce opaca e diffusa, il più assoluto silenzio.
Vi parlava in un lato, tra altri ufficiali medici, il Direttore.
Il tono della voce non poteva essere molto burbanzoso, poichè,
su i diversi fronti, già notevoli sconfitte avevano sofferte le
armate teutoniche, ma gli accenti per la patria lontana
sofferente erano sempre caldi d'amore e di passione. Nessun
applauso, alla fine della mistica commemorazione, partiva da quei
soldati, rimasti come in un profondo raccoglimento. Anche nei
loro animi turbati non potevano non far ressa i ricordi della
loro terra, della loro Chiesa, degli affetti familiari.
Poi, ad un cenno del loro cappellano, senza muoversi dai letti,
su i quali erano seduti o coricati, un canto lento, largo,
armonioso usciva da quei petti in pena, che davvero commuoveva.
Quel canto mi riportava, con lo spirito, ad un altro canto, di
uguale intonazione, rimasto vivo nel fondo del mio animo, che
molti anni prima, in un altro Natale di guerra, avevo sentito
salire, nel cuore della notte, tra l'infuriare della tormenta,
dalle trincee e dai fortini occupati dai Tedeschi, di fronte alle
nostre linee, nella zona di Rovereto.
Quei cori, pieni dì nostalgia e di solennità, non potevano non
operare sulla nostra sensibilità latina, e non farci
considerare, in una viva pietà, le sorti di quel popolo, pur
ricco di tante alte qualità, pur glorioso nella storia del
pensiero e dell' umano incivilimento, che era stato, in
contrapposto, sempre condotto, dalla sfrenata ambizione dei suoi
capi, alla rovina.
La sera mistica faceva pure pensare come mai, dopo tanti secoli
da che era stata pronunciata la parola di pace, tanta cattiveria,
tanto odio angustiasse ancora l'umano genere.
[48] Ma ricordando, con quel canto, la grande guerra, ricordavo anche
l'entusiasmo, la concordia, la fede, da cui eravamo stati
sostenuti durante i quattro anni di sacrifici inauditi e di
sangue. Quel sangue della più bella giovinezza, che arrossando
abbondantemente il terreno delle aspre battaglie, aveva pure
condotto, nella luce sfolgorante di Vittorio Veneto, con le
ultime sante rivendicazioni, con il raggiungimento glorioso
dell'unità nazionale, alla nostra nuova grandezza.
Con quel ricordo non si poteva non dolorare sulle nostre nuove
sventure, alle quali eravamo stati trascinati dall'insensato
altrui egoismo, dallo spirito infernale, che sconquassava
ferocemente il mondo.
Uscito da quell'Ospedale, pieno di pensieri, riprendevo la via
per ritornare in famiglia. La città, che, negli anni precedenti,
era sempre apparsa, in quella ricorrenza, viva di movimento,
sfarzosa, nei caffè e nelle drogherie, di luce e di dolciumi,
giaceva, come in lutto, nel più assoluto silenzio. Nessun segno
di vita nelle belle Chiese mute, nelle case ermeticamente chiuse.
Deserte le strade, nella notte buia. Non s'udiva, qua e là, che
il passo cadenzato delle pattuglie di vigilanza sul coprifuoco,
il grido di « Chi va là», colpi di fucile e scoppi di bombe a
mano. La vita non vi era sicura. Io stesso, nel girare la città
a notte inoltrata, avevo sentito molto vicino il rabbioso fischio
dei proiettili.
Prima di rientrare in casa, nonostante il nevischio e il
pericolo, visitavo ancora gli sfollati, ricoverati nelle scuole
di San Giovanni di piazza Muzi.
Erano raccolti nelle camerate ad essi assegnate, quasi muti,
attorno ai tavoli, in frugale cena. I bambini, paffutelli e
rosei, già dormivano, su i giacigli, placidamente.
Apparivano quei locali, nella luce colorata e nella mestizia,
come avvolti da un senso di misticismo. Pareva che, in un alto
concetto, stessero davvero a rappresentare la nobile povertà,
con la quale si orna il santo presepio.
[49] Era diffuso, però, ovunque un benefico calore prodotto dai
termosifoni, alimentati da quel carbone che io avevo tolto,
integralmente, al riscaldamento degli uffici comunali; calore
che, in verità, ristorava, rasserenava, ravvivava.
Mi intrattenevo a lungo, per confortare, con la mia presenza e
con la mia parola, quegli ospiti eccezionali, nella loro
afflizione.
Vi tornavo il giorno dopo, nell' ora della messa celebrata nei
loro stessi locali, dal cappellano don Francesco Di Pietro. Ed
assistevo al pranzo confezionato con particolare cura, e ai
giuochi del pomeriggio, preparati specialmente per i bambini, da
gentili Signore.
Partecipavano alla festa anche gli Ebrei, che non credevano alla
venuta del Messia; ma credevano, come affermavano, con il vecchio
testamento, allo stesso Dio dei Cristiani, e ne veneravano, nelle
sinagoghe, la eterna grandezza.
Vi potevano, quindi, rimanere, per godere anch'essi i benefici
della festa santa, e la bella musica delle pastorali, trasmessa
dalla radio.
La neve nella tempesta
[50] Si chiudeva l'anno dalle molte vicende e dalle molte
inquietudini, senza un raggio di luce, senza promesse.
Il 1944, che sorgeva, si salutava alla mezzanotte
melanconicamente, mentre fuori infuriava una forte bufera di
vento e di neve. Sembrava che anche la natura volesse
partecipare, con le sue potenti forze occulte, al delirio del
mondo. Nel giorno dopo si accertavano, sotto un bianco manto,
danni gravissimi ovunque. Molti i tetti crollati, sotto alcuni
dei quali, come nell'Ospizio di mendicità, vi erano anche morti;
gli stessi pali di ferro del telegrafo, del telefono, della luce
elettrica erano stati piegati, spezzati. Neppure la robustezza
degli alberi secolari aveva potuto resistere a tanta violenza.
Nei pubblici giardini pareva che vi si fosse combattuta, con armi
potenti, una furiosa battaglia.
Un vero castigo di Dio, mai ricordato a memoria d'uomo.
Un vero castigo anche per le autorità, che nel giorno seguente
si trovavano di nuovo in conflitto con i comandi militari. Tutte
le strade erano state chiuse, dall'alta neve, al traffico. I
Tedeschi pretendevano che fossero subito riaperte al normale uso,
anche con l'impiego delle donne, almeno in città.
I cittadini rimasti, come al solito, sordi agli inviti ad essi
diretti, rendevano delicata la situazione. Si presentivano già
altri contrasti, altre minacce. Il giorno tre, infatti, alle ore
nove, si presentava a me, accompagnato da altro ufficiale, il
Comandante della Piazza. Dopo una sfuriata contro i cittadini,
che nulla volevano fare, concludeva sgarbatamente, con l'orologio
alla mano, che se per le ore undici di quello stesso giorno, non
Si fossero presentati dinanzi al palazzo delle magistrali
cinquecento uomini, la città sarebbe stata messa a fuoco.
La minaccia era stata fatta con un tono, con una rudezza tale da
non offrire speranza ad una qualsiasi attenuazione. Non
essendovi, per la salvezza della città, da perder tempo,
impartivo, con tutta urgenza, ai competenti organi comunali,
precise istruzioni. Nessuno pensava, neppure per un momento, ad
una eventuale disubbidienza. Comunicato il fatto anche alla
Prefettura, correvo dinanzi alle magistrali, per seguire, da
vicino, lo svolgersi degli eventi. Alle ore dieci e mezzo si
erano presentati, ciò che molto preoccupava, soltanto
centocinquanta operai. Molti ancora ne mancavano. Si facevano
successivamente intervenire, anche per interessamento della
Prefettura, per aumentare il numero, spazzini, carcerati,
impiegati.
Non erano alle undici gli spalatori cinquecento, ma erano di un
numero sufficiente a salvare ancora una volta Teramo.
[51] Non mancarono, dopo, per quel generoso atto, accuse di
collaborazionismo. Perfida menzogna, in cuori maligni. Innanzi
tutto, togliere dalle strade quella neve, come era stato sempre
fatto, tornava a beneficio della comunità, per il movimento
nella città, nelle campagne, nelle frazioni. Si sapeva, poi, per
dolorosa esperienza, che i Tedeschi non minacciavano invano. Far
incendiare la città, per falsi ipocriti scrupoli, significava
far distruggere opere a noi care, ricchezze che risalivano all'
operosità dei secoli; significava far perire nelle fiamme, nei
crolli delle case, donne e bambini, vecchi e malati, incapaci di
fuggire, d'affrontare, nell'alta neve, la bufera, che tormentava
la desolata campagna.
Ed i più accesi apparivano, nell' accusa stolta, coloro che
avevano cercato, nei giorni turbinosi, con il tremito dei
conigli, la via dei più sicuri rifugi.
Ma la storia un giorno, nella serena obiettività e giustizia,
saprà discernere ed onorare coloro che, senza avvilirsi, senza
parteggiare per gli uni o per gli altri degli stranieri,
affrontavano coraggiosamente i pericoli per prevenire o
allontanare sventure maggiori.
Variazioni in tono minore
[52] Nei mesi che seguivano nulla accadeva di notevole. Le richieste
al comune si erano rese meno frequenti. I Tedeschi, con la
conoscenza che ormai avevano acquistata della città, per quella
loro naturale diffidenza, molte cose se le sbrigavano da sè; ma
si rendevano, con i loro sistemi, sempre più insopportabili. Non
si riusciva ancora ad impedire i selvaggi rastrellamenti, che
rappresentavano una vera odiosa caccia all'uomo: caccia nelle
strade, nelle case, negli uffici, nelle campagne. Caccia a quegli
uomini di ogni età, di ogni condizione, che caricati, come
bestie, su autocarri, dai quali i rastrellatori si facevano
seguire, erano trasportati, per lavori, verso il fronte.
Molti, per sottrarsi alla cattura, fuggivano verso la campagna,
verso i monti, verso i partigiani, che vedevano in tal modo
aumentare, ad opera degli stessi Tedeschi, le loro file; altri si
salvavano col rifugiarsi presso uffici, ove si facevano figurare
come propri funzionari. Ad altri ancora, per sottrarli alla
cattura, si rilasciavano certificati attestanti titoli,
professioni, impieghi, mestieri mai esercitati. Anche la
qualifica di studente o di « indispensabile ad ipotetiche
funzioni di pubblico interesse, fioriva coraggiosamente
rigogliosa.
Si ricorreva a tutti gli espedienti per attenuare, se non
annullare, la caparbia prepotenza teutonica.
Si dava la caccia anche agli ufficiali, i quali erano condotti in
altre regioni, molti internati nella stessa Germania.
Si alienavano, di conseguenza, sempre più le simpatie di coloro
che, in qualche modo, erano stati ammiratori dei Tedeschi e delle
loro buone qualità ; aumentava sempre più negli altri lo
spirito della reazione e dell' odio.
Dopo vive coraggiose proteste, da parte delle autorità, i
rastrellamenti, che mortificavano davvero I' umana dignità, si
attenuavano, anzi a Teramo finivano. Nè di partigiani, che
s'aggiravano nelle vicine campagne, si parlava ulteriormente.
[53] Qualche volta si spargeva sì sangue, ma quello fraterno. Come
sangue fraterno si spargeva al fronte, ove gli Italiani, per un
oscuramento dello spirito, per l'insensato odio di parte,
combattevano in campi opposti, con quegli stranieri, dai quali
ognuno aspettava, con uguale errata fiducia, la propria salvezza.
Non ricevevano, per intanto, dagli uni e dagli altri, che
disprezzo, miseria, distruzione.
La poderosa aviazione alleata continuava, nel frattempo, nelle
sue visite, sganciando quà e là, a casaccio, le sue bombe. Una
notte erano messi a rumore i due fiumi, il Tordino ed il Vezzola,
che avvolgono, nella loro freschezza, la pretuziana città. Non
se ne spiegava la ragione, non essendovi nè strade, nè opere
militari, nè, in quel momento, presenza di truppe.
Le allegre Ninfe delle acque, risorte per I' occasione, con falsi
segnali, avevano voluto fare forse un burlesco scherzo ai
notturni feroci volatori.
Non vi erano vittime umane, questa volta. Rimanevano danneggiate,
però, le case non lontane, che si vedevano, poi, con i muri
lesionati, i vetri rotti, le porte sfasciate.
[54] Dopo una tregua, che faceva molto pensare, si rinnovava un largo
movimento di truppe, dirette verso il fronte, che si era nel
frattempo ancora avvicinato, o da esso provenienti. delle soste a
Teramo, sempre pericolose per i bombardamenti che potevano
provocare, tornavano a tormentare il comune, con richieste, che
non si esaurivano mai. Rioccupavano, intanto, le caserme, le
scuole, già ripulite, i magazzini, le case.
Con le truppe arrivavano altri comandi, i quali, come quelli
precedenti, chiedevano case, mobili, biciclette, macchine da
scrivere, apparecchi radio, automobili. Avevano le case, che non
si potevano nascondere, che requisivano con la forza, ma non
avevano altro.
Per i molti servizi e per il deposito delle armi e munizioni
requisivano il macello, l'autocentro, l' orto agrario, le
autorimesse e i cortili, trasformando Teramo in una pericolosa
officina.
Avevano disposto, inoltre, un servizio antiaereo, con cannoni e
mitragliatrici, allo scoperto, in Piazza Garibaldi, nei pubblici
giardini, sulle vicine colline. Costituiva ciò un vero pericolo
e la città ne era allarmata. Dopo le mie vivaci rimostranze,
quelle armi erano portate in altra lontana località.
Davano ancora disposizioni per un raduno di cani. Che cosa ne
volessero fare non si sapeva. Se ne videro di ogni razza e di
ogni colore, accompagnati dai dolenti proprietari, giungere
comicamente da tutte le parti. Pazienza per i cani, in - un
momento di diffusa idrofobia.
Ma altro pericolo sorgeva d' improvviso per il patrimonio
zootecnico, con I' ordinata requisizione graduale di tutti i
nostri bovini. Manifestavo apertamente la mia contrarietà,
rifiutando, nonostante le consuete minacce, qualunque
indicazione. Si dava corso all' invito per un primo raduno, più
tardi, su ordine della Prefettura. Ma l'intesa con i proprietari,
che se ne restavano raccolti lungo le vallate del Tordino e del
Vezzola, risultava perfetta: poche bestie e delle più scarte si
presentavano alla consegna. Le altre, non avendo dato i Tedeschi
segni di risentimenti, se ne tornavano, dalle vallate, alle
proprie stalle.
[55] Ma già altre volte, pur nella loro diffidenza e rigida
vigilanza, i Tedeschi erano stati giocati. Al loro giungere erano
state impartite riservate disposizioni per la distribuzione al
popolo, nella più larga misura, del grano giacente presso i
diversi depositi della provincia, del quale essi avevano già
iniziata la requisizione.
Il comune di Teramo, vigile sempre e previdente, avvalendosi
della cooperazione del commerciante Antonio Sciarra, acquistava
di quel grano per proprio conto, duemila quintali, e settanta
quintali di granone. Costituivano una preziosa riserva, da tutti
ignorata, financo dalla Prefettura; riserva che riusciva davvero
provvidenziale, quando, nell' esaurirsi delle ordinarie scorte,
lo spauracchio della fame si agitava con le sue nere ali.
Aumentando, inoltre, notevolmente le cifre, nei riguardi degli
sfollati, degli internati e della stessa popolazione teramana, si
riusciva a portar via dalle medesime riserve tedesche grano,
grassi e carne.
Agendo in tal modo, ricorrendo a tutte le astuzie, a tutti i
sotterfugi per attenuare i soprusi di chi ingiustamente
calpestava la nostra terra, sembravamo noi artefici di inganni e
di malefici, e come tali, se scoperti, severamente puniti. I
Tedeschi che, mediante il prepotente uso della forza, ci
angariavano in tutti i modi, potevano sembrare le vittime.
Sempre bizzarra e sempre piena di contrasti e di curiosità la
povera vita!
Il Comune, bene coadiuvato dal capo ufficio rag. Ubaldo Mariani,
aveva fatto da sè, e, forse, non aveva sbagliato. Il popolo, in
conseguenza di quegli atti, mangiava, i refettori dell'assistenza
erano messi in condizioni di offrire a tutti abbondante minestra
e pane.
[56] In questo frattempo tornava dalle armi il vice Podestà avvocato
Angelo Rolli. Essendosi allontanato arbitrariamente dal suo
reparto, per non servire nella repubblica, non viveva troppo
tranquillo. Spesso, infatti, era ricercato e invitato a
riprendere senza indugio, il suo posto. Per sottrarsi ad
eventuali atti di violenza, spesso si rifugiava nella campagna o
su la montagna. Queste assenze dalla città divenivano più
frequenti quando alla sua ricerca muovevano anche i Tedeschi.
L' esonero dal richiamo, più volte sollecitato, nella confusione
degli ordini e dei contrordini, non dava molto affidamento. Ma
pure, per quel senso di alta onestà, che guidava tutte le sue
azioni, in mezzo alle tante vicissitudini, non trascurava il suo
ufficio.
Anche nell'anno del più duro travaglio, mettendo in atto le
ottime qualità, di cui era largamente dotato, continuava a
rendere, in modo proficuo, la sua intelligente affettuosa
collaborazione.
Nei funzionari
[57] Dopo lo scompiglio che seguiva alla data dell'otto settembre, a
mano a mano la città si ricomponeva, riprendeva la sua attività,
il suo aspetto normale. Gli uffici, gli istituti, i negozi, le
scuole tornavano alle loro regolari funzioni. Vivevano, ormai, i
più nella serena fiducia che Teramo non sarebbe stata
bombardata.
Il comune, centro propulsore di molte attività, che non aveva
mai cessato dai complessi importanti suoi servizi, pareva che
regolasse tutta la vita cittadina.
Tutti i funzionari, in verità, superato il primo momento di
incertezza, continuavano a compiere con zelo i loro doveri, come
li compiva il segretario capo dott. Pasquale Balducci. Nei
contrasti che, nei momenti di maggiore pericolo, si determinavano
nel suo animo, lo spirito riusciva a dominare la materia.
Vi continuava a parlare con i suoi numeri il ragioniere capo Dino
Cipolloni, anche se mal tollerava il fragore minaccioso degli
apparecchi alleati, nelle loro frequenti visite a Teramo. Così
il rag. Ubaldo Mariani, nel delicato ed importante servizio del
razionamento; così Gino Di Francesco, nei suoi molteplici
incarichi, l'economo Berardo Barbetta, I' archivista Antonino De
Federicis, l'ufficiale di stato civile Arnaldo Campanella, bene
coadiuvato, per porre in salvo i registri e gli altri importanti
atti, con opportuni spostamenti dall' altro funzionario Armando
Cameli.
[58] Rendeva encomiabili servizi, con i suoi militi, nella polizia
urbana, pur nei momenti più turbinosi ed oscuri, il Comandante
Berardo Parmegiani. Non da meno appariva, nella sua attività, I'
ufficio tecnico, diretto dall'ingegnere Aldo Boldrini, l'opera
del quale risultava davvero preziosa, specialmente nello studio e
nella costruzione dei ricoveri antiaerei, bene coadiuvato dal
geometra Filippo Lucchese.
Anche nell'ordine dei medici e dei veterinari, dipendenti
comunali, vi predominava comprensione, fermezza, zelo. Il dottor
Giacinto Rossi, in continuo contatto con me, con la cooperazione
del collega Nicola Albini, riusciva abilmente a salvare, dalla
requisizione e dalla distruzione, il moderno e costoso materiale
del modernissimo macello.
Riusciva a tenere lodevolmente il suo posto, nonostante le molte
difficoltà e le molte altrui esigenze, I' ufficiale sanitario
dott. Berardo Cancrini.
Non va neppure dimenticata I' utile prestazione del rag. Remo Scàccione,
e quella dei salariati e degli uscieri tutti; tra i quali Guido
Napolitani e Raffaele D' Agostino, che rimanevano al loro posto,
senza scomporsi, come soldati in sentinella.
Mancava, in un certo momento, al servizio comunale, il Dott.
Adolfo De Marco, ritiratosi, per malattia, a Tossicia. Chiamato,
dopo la usufruita licenza, alla visita medica, per completare,
come dalle disposizioni in vigore, la sua domanda di collocamento
in aspettativa per ragioni di salute, era arrestato nell' ufficio
del medico provinciale, per motivi politici.
Non sarebbe ciò accaduto se lo stesso medico si fosse recato per
la visita di sua competenza, come era desiderio del Comune,
espresso anche per iscritto, a Tossicia.
[59] Si deve escludere che la presenza del De Marco fosse stata
telefonata, come dopo si diceva, agli organi di polizia, dal
dott. Balducci. Poteva questi non godere molte simpatie, ciò
nonostante non lo si riteneva capace di un atto così sleale,
diretto, per giunta, a danno di un funzionario del comune.
Con il dott. De Marco era pure arrestato, per intesa con i
ribelli, l'avvocato Francesco Franchi, direttore della Previdenza
sociale.
L' uno e l'altro erano condotti, con ingiustificato duro
provvedimento, a soffrire in un carcere dell' Alta Italia.
Ne rimanevo molto addolorato, sia per i rapporti di stima e di
amicizia, che mi legavano ai due arrestati, sia per non aver
potuto fare nulla in loro favore, essendo giunto il provvedimento
a mia conoscenza a fatto compiuto.
Anche la Prefettura, parlando di uffici con i quali s'avevano
diretti rapporti di servizio, sapeva rispondere, sin dall' inizio
dell'eccezionale periodo, alla sua missione. Anche là, come nel
comune, ognuno rimaneva al proprio posto, vicino al proprio capo,
per affrontare e superare, nel miglior modo, la tragica ora.
E' vero che i Tedeschi si rivolgevano al comune, ritenendolo
uguale, nelle funzioni e nelle attribuzioni, a quello germanico;
ma non risparmiavano neppure la Prefettura. Rimanevano pur sempre
ad essa, in quelle torbide vicende, gli altri importanti compiti
di carattere provinciale.
[60] In nessuno di quei funzionari erano mai venuto meno quelle qualità,
quel buon umore, quel fervore, che avevano costituito la loro
caratteristica. Non nel vice Prefetto dott. Giuseppe Labisi,
sempre presente, con l'arguto spirito siciliano, nel suo ufficio,
in lotta con i decreti, che si susseguivano senza sosta, con le
circolari, con le tante leggi, per il disbrigo delle ordinarie e
delle straordinarie pratiche affidate al suo esame, alla sua
particolare competenza. Non nel vice Prefetto ispettore dott.
Gioacchino Rigucci, specie nella sua qualità di capo ufficio
provinciale sfollati. Compassato, sempre raccolto e serio il
dott. Carlo Capasso nella non facile carica di capo gabinetto,
che assolveva, nella successione dei Prefetti, in mezzo alla
tempesta, nel modo più encomiabile. Sempre bravo, nelle molte
attività, il dott. Giulio Scaramucci, il consigliere
intelligente, colto e sagace delle ore difficili. Sempre
simpatico nella sua parlata e nel suo spirito napoletano, sempre
ricco, sempre fecondo di operosità e di buon senso, il dott.
Ettore De Rosa.
Così tutti gli altri, dai subalterni, dai funzionari di
ragioneria e d'archivio, di cui era capo il solerte signor Otello
Mengone, a quelli delle diverse sezioni, ciò che costituiva
davvero un vanto per la Prefettura di Teramo.
E' doveroso accennare anche all'opera svolta dal Consiglio delle
Corporazioni, diretto dal dott. Francesco Grue, con la preziosa
collaborazione delI' avv. Vincenzo Cameli, e dalla Sezione dell'
alimentazione, a capo della quale era il dott. Angelo De
Victoris. Si deve principalmente al loro zelo se sul mercato
giungevano, nel modo più largo e a prezzi più onesti, in ogni
tempo, prodotti di ogni specie.
Le banche, pur nei maggiori. pericoli, rimanevano con gli
sportelli aperti.
[61] I funzionari dell' Intendenza di Finanza, con a capo I' ottimo
dott. Attilio Raynieri, anch'essi davano prova di fermezza,
compiendo meritoria opera, non soltanto a favore dell'erario, ma
pure, con solleciti provvedimenti, dei contribuenti, danneggiati
dalla guerra.
Aperte rimanevano le scuole, presenti tutti i professori e tutti
gli insegnanti, frequentate, con sereno animo, dalla briosa
scolaresca.
Contrasti vi erano, nella svolta dolorosa, negli ufficiali,
tormentati dalla più penosa alternativa. La storia giudicherà,
a suo tempo, la loro condotta. Non si può ad ogni modo, non
indicare l'opera svolta nel Distretto, oltre che dal comandante
colonnello Vincenzo Marcotullio, dai concittadini t. col. Armando
Marini e maggiore Bruno Cioschi: opera italiana di riordinamento
e di tutela degli uffici, precedentemente saccheggiati; opera
generosa, come quella resa dal Cioschi, nel pagamento dei sussidi
a quelle famiglie bisognose, che avevano congiunti richiamati
alle armi.
Anche negli Ospedali, su l'esempio del presidente avv. Gioacchino
Manetta, si faceva bene il proprio dovere. Tutto Il personale,
tra cui i professori Attilio Cerminati, Giuseppe Lonero e Ignazio
Passanisi, rimaneva in piena attività, per continuare ad
allievare le umane sofferenze.
Opera meritoria compiva, unitamente ai tecnici dell' Azienda
statale, per la riattivazione delle strade danneggiate, il nostro
benemerito Genio Civile.
[62] Tali lavori potevano interessare le truppe tedesche, nei loro
movimenti; ma interessavano più ancora i nostri autoveicoli, i
quali, condotti da forti autisti, fornivano la città e l'intera
provincia, abbondantemente, di prodotti di ogni specie, che
andavano a prelevare nelle industrie, nei magazzini, negli empori
del settentrione.
Alla manutenzione delle proprie strade provvedeva, pure
lodevolmente, con gli ottimi tecnici, tra cui il solerte ing.
Antonio De Vico, la provincia. Quella provincia, che anch'essa si
manteneva, con i molti enti e i molti uffici, in continua
benefica attività.
Nel popolo
[63] Ma era pur sempre il comune, genuina espressione del popolo, che,
come faro luminoso, splendeva nel centro della città; che
infondeva fiducia, coraggio, sicurezza; che aiutava a ritrovare
la via del porto, tra i marosi della tempesta. Quel comune, al
quale si rivolgevano, in tutte le ore, cittadini di ogni
condizione, funzionari di ogni ordine, per notizie, consigli,
incoraggiamento, conforto. Molto si voleva sapere dal comune,
anche su la situazione militare, su la direzione di marcia degli
alleati, nella loro avanzata; sui disegni dei Tedeschi, nella
loro resistenza e nella loro ritirata.
Il comune, con molta disinvoltura, dissipava apprensioni, fugava
timori.
La città appariva, quindi, ciò che destava molta meraviglia ai
forestieri che vi giungevano, tranquilla come nei tempi migliori.
Vi si vedevano, infatti, i caffè, le botteghe, il mercato con la
consueta chiassosa clientela; il corso, le piazze, i giardini, il
cinematografo, il teatro, in ogni ora gremiti del consueto
spensierato pubblico; i lavoratori, senza preoccupazioni, nella
loro ordinaria attività.
Ed il martello s'udiva, sin dal mattino, allegramente martellare,
nella officina nera del fabbro; s'udiva la sega e la pialla,
nella bottega del falegname. Aperte erano, e nel loro lavoro, le
botteghe del sarto e del calzolaio. Non mancavano, nell' alto
delle impalcature, i maestri della cazzuola, in quelle
costruzioni, che potevano essere, da un momento all' altro,
distrutte dai torvi vandali dell' aria.
E dai campi, percorsi dai pigri buoi, vittime spesso essi stessi
di mitragliamenti, saliva il canto del lavoro, della santa
fecondità.
[64] Il Podestà ne era lieto, soddisfatto, ed oggi dà atto, con
orgoglio, per i presenti e per i futuri, del fermo contegno e
della utile laboriosità, in momenti così tragici, dei suoi
bravi concittadini. Quei concittadini, che senza sciocche
spavalderie e senza avvilimenti, ma con molto buon senso, con
condotta seria e dignitosa, sapevano imporre ai Tedeschi molto
rispetto.
Qualche volta lo preoccupava, però, la troppa confidenza con il
pericolo, costituito, principalmente, dagli apparecchi, che,
giungendo minacciosi su la città, da un momento all' altro,
potevano seminare tra essi desolazione e morte.
Ragione d' orgoglio costituiva anche il contegno delle donne,
che, negli allarmi, anch' esse rimanevano serene al loro posto,
ovunque si trovassero: nelle abitazioni e negli uffici, nei campi
e nelle officine. Rimanevano al loro posto, anche quando, come
nell' Asilo e nella Casa della Madre e del Fanciullo, scoppi
fragorosi di bombe ne sconvolgevano il giardino, ne frantumavano
i vetri, ne lesionavano i muri.
Commuovevano ancora quelle madri che, all'apparire degli
aeroplani, correvano a raccogliere, a coprire con il loro corpo,
come le chiocce, i figli, che supponevano in pericolo, disposte
sempre ad offrire la propria vita, per salvare quella degli
stessi figli, se comunque minacciata.
Ma sapevano anche queste brave donne compiere altri forti atti.
Due soldati tedeschi, ad esempio, entravano un giorno,
avvinazzati, in una delle case di S. Nicolò al Tordino. Non vi
era, in quel momento, che una donna, contro la quale volevano
usare violenza.
Non si perdeva d'animo la coraggiosa popolana. Quando pareva ad
essa che i mezzi pacifici non erano più sufficienti ad
allontanare il pericolo, da cui si vedeva minacciata, brandiva
una scure e colpiva alla testa uno degli aggressori ponendo in
fuga l'altro.
[65] Il comando tedesco, che provvedeva a ritirare, in condizioni
gravi, il ferito, nessun provvedimento adottava contro la donna,
che aveva provveduto da sè a tutelare la propria persona, il
proprio onore.
Il popolo, che spiegava, in ogni ordine, tanta virilità, era
anche sensibile per le opere buone. Rispondeva, con generosa
larghezza, agli appelli ad esso rivolti, per i soccorsi da
prodigare ai naufraghi della vita, nobilmente gareggiando con i
ricchi, davvero prodighi in questa umanitaria manifestazione.
Le benedizioni che da ogni parte giungevano al Podestà, per i
sollievi arrecati alle umane sofferenze, si dovevano intendere
dirette a tutti questi benefattori, i cui nomi sono consacrati in
un elenco, conservato, per la storia, nell' archivio comunale.
Si dovevano intendere dirette a quelle tante popolane, che
unitamente ad una schiera di coraggiose e generose signore,
andavano, di contrada in contrada, di strada in strada, di casa
in casa, a raccogliere, per quei naufraghi, danaro, suppellettili
di ogni specie, biancheria, vestiti.
Ma tutti questi oggetti, prima della distribuzione, dalle stesse
brave raccoglitrici, erano ripuliti, disinfettati, rattoppati,
messi a nuovo.
Spesso quello stesso popolo, elevandosi ad un senso superiore di
sacrificio e d'umanità, metteva a disposizione di coloro che,
nello sfollamento, ne erano rimasti senza, persino la propria
casa, il proprio tugurio, il proprio letto.
Non mancavano, in questa opera buona, neppure i ragazzzi,
specialmente quelli delle scuole. Accompagnati dai propri
insegnanti, spesso dal prof. Sabatino De Patre e dalla
professoressa Maria Righetti, si presentavano di frequente nel
refettorio di Piazza Muzi, a mezzogiorno, per offrire agli
sfollati quanto in cibi di ogni qualità avevano raccolto,
andando anch'essi, con fanciullesco entusiasmo, di bottega in
bottega, di casa in casa, in santa questua.
Ma anche questo popolo non sfuggiva del tutto al comune contagio,
in una forma, però, così attenuata, da non toccare che in
minima parte la sua sanità.
Quando, di conseguenza, le passioni non turberanno più gli
animi, non potrà il sereno aedo non cantare, ancora una volta,
il canto che riconsacri, alle future generazioni, il valore di
questo vecchio forte popolo pretuziano.
La notte delle beffe
[66] Un episodio tragicomico accadeva proprio in quel giorno in cui il
Fascio repubblicano teneva la sua ultima assemblea. Il
Commissario federale, prof. Morriconi, aveva appena concluso la
sua requisitoria, quando entrava nella sala, molto agitato, il
prefetto Ippoliti. Annunciava, provocando una certa commozione,
che i partigiani, rafforzati da elementi stranieri, avevano
iniziato la loro offensiva. A Castelli, già occupato in parte,
le poche Camicie nere si difendevano coraggiosamente. Non si
conosceva il numero degli attaccanti, ma dovevano essere
moltissimi. Non si escludevano tra essi paracadutisti, discesi
nella contrada con armi e munizioni. Giacevano già sul terreno,
rosso di sangue, feriti e morti, da entrambi le parti.
Dopo aver dimostrato per quella assemblea e per le sue
conclusioni la propria contrarietà, con i più fidi
collaboratori, partiva per la montagna.
La notte calava, intanto, umida sulla città, che tutto ignorava,
già divenuta, per effetto del coprifuoco, deserta nelle strade,
silenziosa nelle case. Nei locali della Federazione, ove i
gerarchi si erano, nel frattempo, raccolti, si elaborava, secondo
le istruzioni del Prefetto, un piano di difesa. Ma gli stessi
gerarchi dovevano, però, accertare che per tradurlo in atto,
mancavano uomini, armi, munizioni.
Molti scherzavano quando quel fatto avrebbe dovuto indurre, quei
rappresentanti di uno Stato che non più funzionava, alle più
amare considerazioni.
Soltanto a tarda ora riuscivano a far partire alcune pattuglie,
armate con fucili fuori uso, abbandonati in un fondaco dai
Tedeschi.
[67] La notte si svolgeva, intanto, monotona, senza novità. Ad una
certa ora, improvvisamente, si sapeva che le camicie nere a
Castelli erano state sopraffatte, che i partigiani marciavano
vittoriosi, in gran numero e bene armati, su Tossicia e su
Montorio. Del Prefetto, forse già vittima di qualche imprudenza,
nessuna notizia.
I velivoli alleati, nel frattempo, rumoreggiando bassissimi
sull'abitato, gettavano qua e là razzi luminosi. Lontano, dalla
parte del fronte, verso la marina, s' udiva fortemente il
cannone. s'udivano
oltre le colline, verso le valli, formidabili scoppi di bombe.
Dava tutto ciò a chi vegliava la sensazione di una notte di
battaglia, e faceva credere che qualche cosa di veramente
notevole stesse per accadere.
Ma la notte passava, senza che la vigilanza, alla periferia e
lungo le strade, fosse stata turbata.
Sul mezzogiorno, con il ritorno del Prefetto, si sapeva, e
suonava come solenne beffa, che Castelli non era stato mai
attaccato, che in nessun luogo vi erano stati feriti e morti, che
i partigiani non si erano mai sognati di uscire, per operazioni
belliche contro i propri fratelli, dai loro rifugi della
montagna.
Ansia tormentosa
[68] Così passavano, nell'ansia e nel pericolo, i giorni della
passione. Dopo un' assenza di qualche tempo, che dava motivo a
molte supposizioni, non escluse quelle di iniziate trattative di
pace tra i belligeranti, i velivoli alleati ricomparivano e con
maggiore frequenza. Volevano, evidentemente, ricuperare il tempo
perduto. Gli allarmi si succedevano di ora in ora, di giorno e di
notte, senza tregua. Di notte, sorvolando quasi le case,
gettavano palloncini e razzi luminosi. Ma i buoni pretuziani,
come al solito, se la dormivano tranquillamente. Tutt' al più i
timidi facevano capolino dalle finestre, guardavano in alto,
guardavano su e giù, brontolavano, maledivano e tornavano a
dormire.
Una notte sullo scorcio di maggio, dopo un furioso giro su la
città, che poteva far davvero rabbrividire, sganciavano bombe e
spezzoni nella contrada del Cimitero Vecchio. Forse vi avevano
visto qualche edificio illuminato. Non perdonavano alle luci.
Molte le case lesionate; due colpite in pieno. Dalle macerie si
estraevano feriti e sei morti, tre della famiglia Cialini, tra
cui un giovane, Francesco, molto bravo, di anni diciotto.
A queste innocenti vittime di operazioni senza scopo, di una
ferocia senza nome, si rendevano, a spese del comune, solenni
funerali. Funerali di affettuosa pietà, che avvenivano, come una
sfida, con largo concorso di popolo e di autorità, mentre
roteavano in alto, minacciosi, i neri apparecchi della morte.
Questa rinnovata attività molto preoccupava, e si pensava se non
fosse il caso di far sfollare in parte la città. Ma proprio in
quei giorni avvenivano fatti che facevano prevedere prossimi
nuovi eventi.
L' offensiva sul fronte del Lazio, che si svolgeva favorevole
agli alleati, aveva anche qui le sue ripercussioni. Svegliava,
generalmente, molto brio, molta loquela, le più ottimistiche
previsioni, le più rosee speranze. Non mancavano strategiche
intuizioni di fortunati sbarchi, di giganteschi avvolgimenti. Lo
sgombero degli Ospedali, in fretta ordinato dai Comandi tedeschi,
aumentava la speranza, la certezza della non lontana così detta
liberazione.
[69] I Tedeschi, evidentemente, per sottrarsi a più gravi disastri,
se ne andavano. Chi nella notte vegliava, poteva udire fuori,
nella strada movimenti, rumori non consueti di carri, autocarri,
quadrupedi. Nei giorni successivi, nei primi di giugno, ai carri
militari seguivano carri agricoli, vetture di ogni specie, tirati
da buoi, da cavalli, da muli, da asini, di cui la nostra
campagna, le nostre fattorie, tutti i nostri villaggi erano stati
depredati, spogliati. Carri colmi della roba più varia: dalla
biancheria ai mobili; dai viveri agli utensili caserecci e
campestri, tolti spietatamente al nostro lavoro, alla santità
dei nostri affetti, al sacrario dei nostri familiari ricordi.
Ciò che i predoni non potevano asportare, con I' istinto dei
vandali, rompevano, distruggevano, o vendevano.
Al saccheggio, come un castigo di Dio, non era sottratta neppure
la città. A mano a mano che i Comandi se ne allontanavano,
portavano con sè quanto costituiva ricchezza, patrimonio sacro
della casa, che avevano occupata al loro giungere.
Non erano soltanto i soldati a predare, ma anche gli ufficiali,
deliberatamente.
Non vi era più sosta nello sgombero. Da molti segni si arguiva
che questo territorio non sarebbe stato, per fortuna, campo di
battaglia. Lo dicevano, consultando le carte, anche i nostri
strateghi. Ma i pericoli di una rovina non erano del tutto
eliminati. I Comandi, con i quali continuavo a tenermi
ansiosamente a contatto, quasi per indovinarne il pensiero, per
spiarne le mosse, assicuravano, però, che Teramo non avrebbe
sofferto danni se non in quelle cose, non notevoli, di carattere
militare.
[70] Non si riusciva ad evitare, nel frattempo, altri pericolosi
incidenti. Dal comando di Presidio, ove si trovava un capitano,
nuovo giunto, del tipo prussiano, era stato richiesto per la
custodia di cavalli, un certo numero di operai, che si sarebbero
dovuti presentare, per le ore otto, alla Caserma Costantini. Ma
non vi andarono nè alle otto, nè alle undici, nè, secondo
successivi accordi, alle diciotto. Alle venti circa, ero appena
rientrato in casa, quando un soldato vi bussava, per presentare
le lagnanze del suo comando, non solo ma anche per chiedere la
consegna, per i provvedimenti punitivi, del funzionario
incaricato dell' adempimento dell'ordine.
Anche questa volta per salvare gli altri, andavo, come sempre, a
rispondere di persona. Non poco mi turbava il pensiero che
proprio negli ultimi giorni dovessero accadere quei fatti
luttuosi, per scongiurare i quali avevo lavorato, con forte
spirito di sacrificio e con accurata sottile diplomazia, per ben
nove mesi.
Era necessario, quindi, non derogarvi, per giungere felicemente
sino alla conclusione, non lontana, di quella commedia, pronta
per un nonnulla a trasformarsi in sanguinosa tragedia.
Dovevo faticare non poco per calmare le furie dell' inferocito
prussiano, il quale, tra l altro, mi faceva chiaramente intendere
che avrebbe usato tutti i mezzi e contro chiunque, per vincere
qualunque tentativo di disubbidienza o di sabotaggio, messo in
atto, in un modo qualsiasi, ai loro danni.
Ma io, a mia volta, facevo osservare che la città si sentiva già
minacciata dalle truppe che vi passavano, poichè, contrariamente
all' ordinanza del generale Zanthier, affissa a grossi caratteri
alle due porte, vi stavano commettendo atti di violenza che molto
preoccupavano.
Essendo la conversazione, a mano a mano, diminuita di vivacità,
non trascuravo di perorare, ancora una volta, la buona causa di
Teramo, ricevendone confortanti assicurazioni.
[71] Quel capitano, rabbonito dalle mie parole, raccomandava di
avvertire la popolazione a non commettere atti di violenza, a non
esporsi, a non uscire, ma di rimanere in quel trambusto
possibilmente chiusa in casa. Su i terribili
"guastatori" gli ultimi a comparire su la tumultuosa
tragica scena, nessuna autorità aveva per frenarne gli istinti
brutali. Anzi spesso, come diceva, gli stessi Tedeschi ne erano
vittime.
Avevo in quegli ultimi sforzi, per salvare la città, un buon
collaboratore in un soldato austriaco, professore di belle arti
nelle scuole di Vienna, che parlava speditamente l'italiano.
Egli, che faceva da interprete, sapeva rendere il mio pensiero,
al suo superiore, con molta abilità, e mi era largo di notizie e
di utili consigli. Spesso mi veniva a trovare in ufficio, per
mettermi al corrente della situazione e dei provvedimenti che, in
quel frangente, intendevano adottare i Tedeschi.
Mi dispiace di non rammentarne il nome, per indicarlo alla
riconoscenza cittadina. Ma posso additare alla riconoscenza, alla
gratitudine dei teramani il nome di altro interprete, già
capitano distrettuale croato, dott. Zeliko Zijvanovic, noto pure
alla Prefettura, il quale, con la sua esperienza e con spirito
italiano, mi aiutava a superare, nella sfibrante mortale fatica,
le molte gravi difficoltà.
Ma il giorno dopo di quel colloquio, altro incidente risvegliava
le ire e i contrasti. Per mio ordine era stata ripulita la città
di tutti i manifesti, di ogni genere, che la imbrattavano. Il
fatto semplice in sè, non era sfuggito all' attenzione di quel
Comando. Quando la sera di quello stesso giorno accompagnavo il
vice prefetto Giuseppe Labisi ed il Vicario Generale della Curia
monsignor don Lorenzo Di Paolo, presente il capitano Carlo
Canger, per invocare la grazia a favore di quattro condannati a
morte, provenienti dalla provincia di Pescara, quel capitano ne
parlava con molto sdegno, giudicando I' atto prematuro,
inopportuno.
[72] Anche questa volta si riusciva, in qualche modo, a calmarlo, con
la promessa di nuova affissione di quei bandi, che potessero
maggiormente interessare. Nondimeno, quel prussiano riteneva di
fare, su quanto accadeva, le sue considerazioni, dicendo tra
l'altro:
"All'arrivo. degli Anglo - Americani, che voi aspettate,
farete festa. Voi imbandiererete la vostra città, suonerete le
vostre campane, farete i vostri cortei, canterete le vostre
canzoni, ritenendo che essi siano migliori di noi. Non è così e
ci ricorderete quando saremo lontani".
Poteva aver ragione, ma nel senso che gli uni potevano valere gli
altri. Nel senso che, o Tedeschi o Anglo-Americani erano sempre
stranieri, che calpestavano arrogantemente il sacro suolo di
questa nostra sventurata patria!
L'esodo, con ritmo accelerato, continuava. Poi si attenuava,
finiva. Come a chiudere I' ultimo atto del doloroso dramma, si
presentavano, come si temeva, i nefasti soldati della rovina
organizzata. Non erano soldati, erano predoni della peggiore
specie. Distruggevano, è vero, le officine, i mulini, le cabine
per l' energia elettrica, gli impianti telefonici e telegrafici,
l' acquedotto, i ponti ; ma penetravano anche, a mano armata,
forzando le porte, nelle rimesse, nei negozi, nei magazzini,
nelle case, per svaligiarvi quanto ancora vi rimaneva. Derubavano
pure le persone, che s'avventuravano per la strada, con oggetti
di valore.
La città, senza armi, viveva sotto il peso del più tormentoso
incubo. Anche le Autorità; anche i più generosi dovevano
reprimere i moti di una santa reazione, per evitare la sanguinosa
rappresaglia, che non sarebbe mancata. Per un nonnulla avevano già
trucidato alla periferia sei cittadini, tra cui un ragazzo. Fatti
di saugue avvenivano anche nelle frazioni, ove gli abitanti
cercavano di difendere il loro onore, i loro diritti.
[73] Il più grave accadeva nella frazione di Caprafico. Soldati
Tedeschi di passaggio, forse su indicazione di spie, spesso si
presentavano nella casa di un certo Natale Di Carlantonio, che
aveva fama di danaroso, appuntato della Guardia di Finanza, da
molti anni in pensione, proprietario. Il poveretto, vecchio e di
mal ferma salute, che stava godendo il frutto del suo lungo
onesto lavoro, rimaneva molto turbato di quelle brigantesche
visite. Pure, per evitare danni maggiori, faceva del suo meglio
per soddisfare, anche se ingiuste, le loro richieste. Ne era, però,
ormai stanco, tanto più che esse non accennavano a finire.
Quando chiedevano cose che forse egli non poteva, o non voleva'
più dare, dopo vivace diverbio, l'agnello si mutava in lupo.
La tragedia, in quel recinto di pace, si svolgeva con una rapidità,
che forse neppure i protagonisti se ne erano potuti rendere
conto. Malgrado i suoi ottantacinque anni, il Di Carlantonio,
armato di fucile, che usava per la caccia, sparava. Sparava con
lo spirito acceso di giusta ira, su quei rapinatori a mano
armata, e ne uccideva uno, ne feriva un altro. Ma il coraggioso
era a sua volta colpito, brutalmente ucciso. Era uccisa,
innocente vittima, anche la vecchia moglie, che, trovandosi
fuori, era accorsa alle detonazioni.
Così finiva, a causa di un folle uso della forza, quel
galantuomo, che aveva sempre dato, e nella vita militare e nella
vita civile, prove sicure di amore al lavoro, di mite bontà, di
esemplare rettitudine.
Eroe? Senza dubbio, e come tale sarà nel tempo ricordato ed
onorato.
Smarrimenti
[74] Lo sgomento aumentava con l'aumentare delle violenze, tanto più
che le truppe della liberazione, fedeli ai loro metodi,
avanzavano senza fretta. Nell' ansia si mandavano esploratori
oltre le valli, oltre i fiumi, su le vette delle colline, ma le
notizie che se ne avevano non erano incoraggianti. Quantunque i
Tedeschi, nella loro ritirata, non dessero più molestia, l'
avanzata degli alleati continuava con mortale lentezza.
Si temeva anche per l' ordine interno. Non si riteneva
consigliabile sollecitare un intervento anticipato dei
partigiani, non avendo essi mezzi sufficienti. Nulla, invero,
avevano potuto fare contro quelle colonne, che, con ricco
bottino, risalivano indisturbate le vie, dalle quali erano
discese.
Concorrevano alcuni, invece, ad aumentare la confusione ed il
panico, mandando dalla montagna lettere minatorie. Ne perveniva
una anche a me, con la quale mi si ingiungeva di abbandonare
subito l'ufficio se intendevo vivere ancora qualche giorno.
Ecco a che conduceva il risveglio di certi istinti, celati nel
fondo dell' animo umano. lo, Podestà di Teramo, che tanto avevo
fatto, disinteressatamente, per il risanamento morale e materiale
della pubblica amministrazione e della città; io, che avevo
dedicato, per oltre sette anni, tutte le mie ore, tutta la mia
attività, la parte migliore di me stesso a favore del popolo, ed
avevo assistito, confortato fraternamente, in tutti i modi, le
famiglie degli stessi partigiani; io, che dinanzi alle più gravi
responsabilità ed ai più gravi pericoli non ero fuggito, e non
avevo esitato un momento ad offrire la mia vita, per salvare
quella dei miei concittadini e della mia città, dovevo essere
magari impiccato, come un malfattore.
[75] Ma i Tedeschi, se vi si fossero decisi, mi avrebbero soppresso,
quasi come una vendetta della storia, con quella stessa micidiale
arma, con la quale io avevo personalmente e terribilmente
falciate, nel maggio del 1916, le loro schiere, lanciate alla
conquista della insanguinata quota 1528 del Costesin, Altipiano
d'Asiago, affidata alla mia difesa.
Ed i Tedeschi erano stranieri e nemici.
Lessi e rilessi la lettera, con la massima calma, come posta
ordinaria d'ufficio, e la posi nel cassetto, tra i documenti miei
personali. Ben s' intende, anche dopo tale minaccia, che poteva
non essere scherzo, rimanevo al mio posto, non ritenendo ancora
compiuta la mia missione. Con i Tedeschi ancora in casa, i
pericoli incombevano sempre gravi su la città. Decidevo di
rimanere a qualunque costo, dinanzi a qualunque pericolo, sino
all' arrivo degli alleati, sino al superamento della tremenda
tempesta, non ancora placata.
Poi m' impiccassero pure!
Ma nei giorni successivi ricevevo dalla montagna altra lettera ,
scritta dal comandante Armando Ammazzalorso, secondo quanto egli
stesso poi mi dichiarava, molto garbata. Con la stessa mi si
ringraziava della mia opera, riconosciuta così dagli stessi
partigiani, e mi si invitava a restare al mio posto, a protezione
della popolazione.
Nel frattempo, poichè temevo che, con la partenza dei Tedeschi,
l'ordine pubblico potesse essere turbato, a mezzo del Signor
Antonio Gattarossa, cercavo di prendere contatto, per concordare
un piano comune d'azione, con gli stessi partigiani. Oltre che
sulle guardie comunali, io potevo contare su l' opera di molti
combattenti, che a mia richiesta, essendo loro Presidente, si
erano messi, per ogni evenienza, a mia disposizione.
E questi combattenti, i cui nomi figuravano in un elenco, se
chiamati, avrebbero fatto molto bene il loro dovere, per la
tutela della città e dei cittadini.
[76] Ma i Tedeschi, in quei giorni, mi guardavano con occhio sempre più
sospettosamente torvo. Non si spiegavano, forse, la mia operosa
calma, quando in un vivo panico i gerarchi fascisti, sordamente
minacciati, cercavano salvezza nella fuga verso settentrione. Non
ero in verità tranquillo, tanto che reputavo prudente di cambiar
casa. Ma nelle loro ricerche, poiché proprio mi ricercavano,
riuscivano a scovare questa casa, che era poi quella di mio
cognato avv. Vincenzo Cameli, al largo Melatino, indicata loro,
certo in buona fede, da una donna, vestita di nero. Era subito
circondata e bloccata nelle sue uscite. Ma per quanto
picchiassero, tra lo sgomento delle donne, che sole vi si
trovavano, non si apriva loro. Io ero ancora, sia pure con
ragionata prudenza, in adempimento della mia missione.
Verso mezzogiorno, quando appunto, molto cauto, vi ritornavo, i
Tedeschi, forse chiamati altrove, abbandonavano la casa e
l'impresa. Li potevo vedere io stesso, mentre se ne allontanavano
molto crucciati. Per il precipitare degli eventi, non avevano poi
più tempo di ritornarvi.
Col giorno quindici, infatti, le prime pattuglie della montagna,
tra le quali quelle comandate dall'avvocato Pio Mazzoni, potevano
entrare a fugare gli ultimi predoni, che s'attardavano per le
strade deserte.
In questa opera necessaria per l'eliminazione di ogni altro
pericolo, il bravo avvocato, con lo zelo, metteva anche in atto
la nobiltà, l'umanità del suo sensibile animo. Nelle attive
ricerche 5' imbatteva, nei pressi del viale Bovio, in due soldati
motociclisti, che, essendo armati, potevano costituire ancora un
pericolo per i beni e per la vita dei cittadini. Poichè non
ubbidivano all'intimazione di resa, nella sua qualità di
partigiano, sparava su di loro. Uno dei soldati, essendo stato
ferito, poco dopo cadeva, mentre l'altro continuava, in
motocicletta, nella corsa d'allontanamento. Poichè l'ira
popolare, anche per gli ultimi atti commessi, era molto accesa
contro i Tedeschi, il Mazzoni accorreva a difendere la vita, già
minacciata, di quel soldato. Provvedeva successivamente,
continuando nell'opera buona, ad una prima medicazione delle
ferite, ad accompagnarlo, poi, per le altre cure, all' ospedale
civile.
[77] Luce viva, che rischiarava, tra il buio e lo scatenarsi delle
passioni, la via della bontà.
Più tardi arrivavano le altre bande, con i comandanti che
cavalcavano, alla garibaldina, alla testa. Ricevevano dalla
popolazione, riversatasi, come fiumana, sulle strade, una
grandiosa dimostrazione, che induceva il vice prefetto Labisi,
che funzionava da capo, anche lui conquistato dal generale
entusiasmo, a consegnare ad uno dei comandanti i propri poteri.
Dinanzi alla città che, dopo tante vicende e tante
preoccupazioni, si vedeva libera dai Tedeschi, intatta nelle
strade, nei giardini, negli edifici, nelle Chiese, nella
popolazione, quelle manifestazioni, anche se fragorose, potevano
essere giustificate. Ma si frammischiava ai partigiani, per
dividerne gli onori, altra gente sbucata, non si sa da dove, all'
ultimo momento.
Nessuno, però, in quella festa, si ricordava di me, della mia
opera. Destino riservato sempre agli uomini di buona volontà.
Eppure, quando, sopportando da solo, o quasi, il peso enorme dei
nove mesi di prepotente minaccioso dispotismo teutonico, mi ero
volontariamente votato al sacrificio, non erano mancate le belle
parole, l'approvazione, le lodi; non erano mancate le promesse di
tangibili atti di gratitudine, di alte pubbliche popolari
attestazioni. Invece, non appena scomparso il pericolo, tutto
pareva dimenticato. Mi si toglieva anche la modesta soddisfazione
di consegnare io stesso la città intatta ai liberatori, essendo
stato all'ultimo momento, con la partenza dell'ultimo Tedesco,
sostituito dalla carica di Podestà.
Dalla Prefettura, per sue particolari ragioni, era stato ritenuto
conveniente far trovare al mio posto, all'arrivo degli alleati,
un suo funzionario.
[78] Neppure la Prefettura, quindi, una volta in salvo, si ricordava
che nei turbinosi eventi, anzichè ritirarmi, come sarebbe stato
logico, ero rimasto ad affrontare, come in un campo di battaglia,
le molte gravi minacce, i molti gravi pericoli; non ricordava i
molti elogi per la mia complessa continua ferma opera svolta, in
quell' ora delicatissima e vulcanica, pure in suo favore; non
ricordava che nel salvare la città avevo salvato la stessa
Prefettura, alla quale i Tedeschi, prima di presentarsi a me,
nelle tragiche giornate del settembre 1943, avevano comunicato,
gettandovi molto sgomento, la nota sanguinosa rappresaglia che
intendevano di fare su Teramo.
Ma andiamo avanti!
I liberatori
[79] L'arrivo delle truppe alleate, tra le quali quelle polacche, era
accolto, come si prevedeva, con grande entusiasmo. Città
imbandierata, nuovi festosi cortei nelle vie, rumorosi spari di
fucileria e di mitragliatrici. I liberatori, finalmente giunti
anche nella loro lentezza, avrebbero portato con sè, come si
credeva, sicurezza, pace, abbondanza.
Preso possesso della città, avveniva nella piazza del Popolo una
prima adunata. Vi parlava, in buono italiano e con molta enfasi,
un loro propagandista, sacerdote cattolico, ponendo abilmente in
evidenza l'opera svolta dai propri signori per la redenzione dei
popoli, per la liberazione d'Italia.
Tante altre belle cose diceva, tra i generali applausi. Il
Vescovo Monsignor Antonio Micozzi, da una finestra del suo vicino
palazzo, anche lui ascoltava ed approvava con vive battute di
mani. Alla fine, mentre si alzava, tra la preghiera, la mesta
figura di Cristo crocifisso, simbolo di pace e di giustizia', il
Vescovo impartiva al sacerdote, alle truppe presenti, al popolo,
la sua benedizione.
I Comandi alleati s'insidiavano, intanto, ma solo in funzione di
polizia e di controllo. I pochi reparti combattenti, italiani e
polacchi, proseguivano per il fronte.
A capo della Prefettura era stato messo, nel frattempo, un
capitano d'artiglieria, il Lorenzini, anche lui vissuto, dopo
l'otto settembre, nell'ospitale montagna. Di buone qualità,
senza dubbio, ma d'insufficiente preparazione per dirigere, in un
momento così delicato, un ufficio così importante. Rendeva più
difficile il compito, per la mania dell'epurazione ad ogni costo,
la sostituzione di provati esperti funzionari, con altra
improvvisata gente, avida di avventure e di fortuna. Non ne
agevolavano, finalmente, il compito tutte quelle altre ingerenze,
che i partigiani di ogni colore intendevano esercitare in ogni
ufficio, nonostante il funzionamento legittimo del Comitato di
liberazione, costituito da ottime persone.
[80] Non mancavano, di conseguenza, incidenti, che mentre da una parte
non dissipavano la confusione ed il panico, non concorrevano
dall'altra a migliorare, di fronte agli alleati, il nostro già
scosso prestigio.
Sbocciavano, nel medesimo tempo, nella nuova primavera Italica,
come variopinta fioritura, i tanti partiti a tribolare la già
tribolata vita cittadina e nazionale.
In tal modo si mettevano maggiormente in evidenza le nostre
deficienze, la nostra decadenza, iniziatasi quando, nei fatali
ricorsi, non era stata ancora raggiunta la vetta, in cima alla
quale splendeva la nuova luminosa meta. Il fato regolatore delle
umane vicende, non ne doveva essere estraneo; ma neppure estraneo
doveva essere l'abbuiamento spirituale degli Italiani.
Nella caduta pareva che non si guardasse la voragine, che si
apriva di sotto spaventosa; che non più si guardasse in alto, al
bel volto pallido e sconsolato della patria colpita. Pareva che,
con i torvi desideri, con i neri egoismi, rifiorissero gli odi di
parte e le vendette; rifiorissero, nella sventura, persino le
lotte regionalistiche, mentre i partiti, servendo appunto lo
straniero, magari in buona fede, da stolti si dilaniavano sul
bell'italo corpo, profondamente ferito, sanguinosamente mutilato.
Intanto non tardavano a prodursi, nell' ottimismo e nelle
speranze degli stessi cittadini, le prime delusioni. I
liberatori, tanto attesi, tanto desiderati, tanto invocati ed
esaltati, non erano giunti da nemici, ma neppure da amici. Non
erano giunti, ad ogni modo, come molti ritenevano, apportatori,
senza riserva, di benessere, di giustizia, di libertà. I metodi,
che usavano, non erano più quelli tedeschi, e vero; ma sotto il
sorriso, sotto l'amabile cortesia si intuiva, si sentiva
l'avversione, con cui consideravano, in quel momento, le nostre
cose e le nostre persone.
[81] Sembrava, talvolta, che si compiacessero dei dissidi, di quella
lotta di caste e di partiti, che concorreva ad aumentare la
confusione, la nostra disgregazione. Quando dalle beghe, dalla
nostra leggerezza potevano essere molestati, non esitavano ad
emettere, nei nostri confronti, giudizi e provvedimenti non certo
a noi favorevoli.
Il popolo, il buon popolo teramano, al quale in taluni momenti
mancava anche il pane, osservava, ma anche commentava i fatti con
quel suo buon senso, con quel suo acuto spirito, con quelle sue
espressioni, che avevano in sè la vivezza, la forza del sarcasmo
e della verità.
Azioni senza controllo
[82] In ogni movimento vi sono da fare osservazioni, che possono
tornare di utile insegnamento. Anche nelle manifestazioni che
seguivano la partenza dei Tedeschi da Teramo, accadevano fatti
degni di studio.
Il suono a distesa di campane, lo sventolio festoso di drappi e
di bandiere, i canti nei cortei rumorosi, le processioni nei
santuari, nella loro bellezza e nel loro significato, potevano
pure commuovere. Ma accadevano altre cose, che molto turbavano.
I reduci della montagna, o quelli che si presentavano come tali,
se avessero saputo conservare la padronanza di sè, in un momento
così delicato per l'ordine pubblico, si sarebbero potuti rendere
maggiormente benemeriti. Non vi erano da compiere qui atti
punitivi, poichè gli elementi che, in qualche modo, si potevano
ritenere compromessi, si erano allontanati. Ma nella solenne
ubriacatura, dl cui quasi tutti parevano colpiti, neppure essi
sapevano mettere un giusto limite alle loro azioni. Parlo
s'intende, di gregari, avendo i Capi saputo generalmente
conservare con prestigio il proprio posto.
Concorreva ad aumentare la confusione altra esaltata gente, che
nulla aveva a che fare con i partigiani, la quale, con fucile
imbracciato, con vistoso fazzoletto rosso al collo , con cappello
a sghimbescio, correva affannata da un punto all' altro della
città. Correva, tra gli applausi di altra agitata turba, contro
un nemico che esisteva soltanto nella propria annebbiata mente.
Gente vacua, senza dubbio, non responsabile dei propri atti. Ma
ad essa s'accodava, non si sa per quale altro abbuiamento
mentale, gente di altra tendenza, di altra educazione, di altre
aspirazioni. Gente matura, sempre vissuta in uno stato di
agiatezza, nell' amore della famiglia, nel timore di Dio.
Anch'essa, con la brava coccarda rossa all'occhiello, armata di
nodoso randello, appariva non meno accesa di bellicoso
donchisciottiano furore.
[83] Non mancavano quelle altre bennate persone, che in altri tempi
non lontani, in altri cortei, con altri distintivi, non si
stancavano d' approvare e d' applaudire in prima linea.
Innocue debolezze dell' umana natura! Ma non mancava, purtroppo,
in tanto trambusto, l' affioramento dello spirito del male, in
malefica funzione. L'uomo, che traeva da quel disordine
l'incitamento alla vendetta, ricercava l' uomo, lo malmenava, lo
arrestava. Nella generale demenza, non frenata dalla forza
pubblica, in quel momento paralizzata, si arrestavano, con uguale
facilità, l' operaio e il dotto, il povero e il ricco, il
professionista ed il sacerdote.
Io vivevo, in tanto smarrimento, senza timore, poichè la mia
opera di giustizia e d'umanità, a favore di Teramo e del suo
popolo, ed i miei sentimenti, erano da tutti conosciuti. D' altra
parte il mio caso, anche dal punto di vista politico, era stato
attentamente esaminato e favorevolmente definito dalla Polizia
alleata.
[84] Proprio in quei giorni della liberazione si erano presentati,
appunto nella mia abitazione, per una visita a carattere
politico, agenti della polizia polacca. Dopo aver frugato da per
tutto, ritirati documenti ed altre carte, m'invitavano a seguirli
nell'edificio della Gioventù italiana, loro sede, per un
interrogatorio, da parte di un loro ufficiale. Ivi giunto ero
invitato ad attendere in una sala del primo piano. Nel corridoio
vi si osservava un largo movimento di gente di incerta origine,
di agenti, di soldati. A mano a mano che il sole declinava, quel
movimento diminuiva, finiva. In fondo, vicino all' ingresso,
erano rimasti, come sentinelle, due soldati armati. Ogni cosa
faceva credere che io fossi in istato d' arresto, in attesa di
trasferimento. Scendeva intanto la notte, ma quell' ufficiale non
giungeva.
Questo ritardo mi preoccupava, non per me, ormai filosoficamente
rassegnato a tutto, ma per la mia famiglia, che a quell' ora non
mi vedeva rientrare.
L'ufficiale finalmente arrivava e dopo una conversazione molto
cordiale, mi congedava con dichiarazione che non sarei stato più
molestato, essendo risultata la mia condotta, sotto ogni punto di
vista, chiara, onesta, umanamente italiana.
Rientravo in famiglia allorchè, in un vivo orgasmo, si facevano
sul mio conto molte supposizioni. A giusta ragione, quando si
sapeva che neppure ai galantuomini, in quei giorni, era concesso
di vivere in sicurezza.
Non mancavano, infatti, successivamente, da parte di un piccolo
disonesto gruppo, capitanato da un un noto bisbetico uomo, atti a
me contrari. Egli, a cagione del popolo sofferente e degli
sfollati senza tetto, era stato molestato nel mal godimento della
sua male amministrata ricchezza. Anche questo signore, di
conseguenza, non si voleva far sfuggire la buona occasione per
tentare la sua vendetta.
[85] Era stato disposto dalle autorità centrali, per misure
precauzionali il fermo dei Podestà capoluogo di provincia, è
vero, ma di nomina repubblicana. Un uomo della Questura, aderendo
alla congiura, fingendo d'ignorare le favorevoli determinazioni
della Polizia alleata, estendeva arbitrariamente anche a me, di
nomina regia quella disposizione. Di conseguenza, in uno di quei
giorni, mentre, nella piena tranquilla sicurezza, attraversavo la
piazza del Carmine, due agenti, che mi si paravano dinanzi, mi
invitavano ad accompagnarli in Questura, ove quel galantuomo con
il tradizionale ipocrito pianto del coccodrillo, mi dichiarava in
istato di fermo e mi faceva condurre, senza neppure poter
salutare la famiglia, in quel fabbricato dalle ben ferrate porte.
Nel giungere al carcere, all'ingresso, ero sottoposto a tutte le
formalità, stabilite per i comuni delinquenti: trascrizione, nel
registro dei criminali, delle mie generalità; ritiro di tutti
gli oggetti e di tutti i valori; ritiro delle impronte digitali.
Ero così stato servito per la storia nera!
Andando oltre, ero accolto nella camerata n 6, a me assegnata,
dalla festosità di una coorte di giovani, di probi cittadini, di
onesti funzionari, dai quali ero stato preceduto.
Molta serenità vi regnava, ed ognuno si adoperava a rendere meno
uggiosa quella vita. Il poeta dialettale Guglielmo Cameli
allietava la brigata con la declamazione delle briose sue poesie.
Altri raccontavano novelle, di sapore boccaccesco; altri, episodi
pateticamente seri, o graziosamente ameni; altri ancora,
rattristando, le bastonature, alle quali erano stati
vigliaccamente sottoposti all'atto dell' arresto.
Ad un tale genere di trattamento, che ricordava nefasti tempi,
non era stato risparmiato neppure un mite sacerdote, accusato di
operosità fascista.
I segni apparivano ancora evidenti, nelle spalle illividite,
nelle teste rotte, negli occhi ammaccati.
[86] L' allegra serenità, con cui tali episodi si raccontavano, non
riusciva a nascondere la tempesta d'odio, che tumultuava in fondo
all'animo dei colpiti.
Io, rassegnato, ascoltavo e tacevo. Ascoltavo ma guardavo
intorno, quasi intontito, quasi incredulo dal trovarmi in quel
sudicio luogo, in forzato deleterio ozio. Luogo non ancora per
nulla penetrato dal soffio del civile progresso.
Il mio spirito attonito, attraversando le nere sbarre e la serena
aria, nella quale guizzavano liete le rondini, saliva in quei
momenti a trarre conforto in alto; saliva ai magni spiriti, un
giorno anch'essi vittime della insensata umana malvagità. Se un
dolore mi tormentava era per la mia buona compagna, la quale,
dopo aver trepidato per dieci mesi su la mia vita votata al
sacrificio ultimo, mi sapeva ora chiuso, senza ragioni, nelle
sofferenze di una buia stanza, con lo stesso trattamento del
comune delinquente.
Spesso, invero, le guardie irrompevano di giorno nella nostra
camerata, per rovistare nei pagliericci, nelle coperte, negli
indumenti, sottoponendo i detenuti, anche politici, che dovevano
mettersi vicino al proprio giaciglio, a perquisizione personale.
Era sempre vivo nei custodi il sospetto che si potessero detenere
o ricevere dall' esterno ordigni, con i quali commettere atti
criminosi. Visite avvenivano anche di notte, in ore diverse.
Sul far del giorno, e poco prima della notte, le nostre orecchie
erano deliziate dal rumoroso martellamento delle nere inferriate,
eseguito per accertarne l'integrità.
Tutto come nei penitenziari più foschi, ricoveri di gente più
tenebrosa.
Non sembrava concepibile che vi potessero essere là rinchiuse
persone innocenti, dagli onesti mansueti sentimenti.
C'è da augurare che anche in quest'ordine i nuovi tempi portino
un soffio di logica, umana modernità.
[87] I giorni passavano così in quel severo regime, ma io non
disperavo nella giustizia, che mai manca per gli onesti. Ogni
sera le speranze cadevano con le ombre, che malinconicamente
s'adunavano nella tetra cella; ma con la nuova alba, con il nuovo
giorno, nuove luci sfavillavano nel fondo del buio animo.
Si agitavano intanto a mio favore, tra i primi, i componenti del
Comitato di liberazione, che rappresentavano la città in ogni
ordine di idee, di dottrine, di aspirazioni.
Non poteva avere la mia onesta opera, a scorno del bisbetico
mestatore, premio più ambito.
Peroravano ancora la mia causa, concordemente e fraternamente,
presso le autorità, gli avvocati
Pio Mazzoni e Arturo Massignani, il maggiore Luigi Bologna, il
capitano Carlo Canger, gli Israeliti, gli sfollati, gli stessi
partigiani, tra cui Armando Ammazzalorso, che mi visitava in
carcere.
Una vera affettuosa plebiscitaria manifestazione, che molto
confortava. Di conseguenza, senza che io fossi sottoposto ad un
vero e proprio interrogatorio, con atto di squisita cortesia, il
maggiore comandante della polizia inglese, veniva di persona a
restituirmi la libertà.
La libertà ! Patrimonio prezioso, diritto sacro, sempre esaltato
e benedetto, ma che l' uomo, per la stessa volubile bizzarra sua
natura, non è riuscito, nè forse mai riuscirà a godere
appieno.
Dalle massicce inferriate avevo considerato commosso lo spazio
senza confine. Avevo guardato, con invidia, il contadino che
bruciava, nell'aperta campagna, sotto i cocenti raggi del sole di
luglio; l' artigiano che sudava, affaticato, nell' infuocata
officina; la lavandaia che cantava, nel basso, con le acque del
fiume; lo spazzino che si trascinava, in stanchi movimenti, con i
suoi attrezzi, su la sua impolverata strada.
Tutti sembravano a me superiori, nella loro libertà, persino i
matti, che lavoravano silenziosi nel loro orto agrario, su le
rive del Vezzola.
[88] Ma ora anch' io, fuori del tetro fabbricato, ero padrone, signore
dello spazio. Mi potevo muovere in qualunque direzione, come
volevo, senza essere guardato, senza essere controllato. I rigidi
custodi delle chiavi e delle ferrate porte, non avevano più su
di me autorità alcuna.
Fuori sostavo alquanto, raccolto nelle mie considerazioni. Il
sole piegava al tramonto. In quel recinto, che lasciavo, vi ero
stato altre volte, quale Podestà, in benefica funzione. Vi ero
tornato nelle grandi feste, a rendere ai rinchiusi, con la
parola, poi, ancora con le elargizioni, meno pungente la
ricordanza, più ricca per quel giorno la mensa, più viva per il
futuro la fede, la speranza.
Vi ero tornato poco prima dei nuovi eventi, per compiere verso
gli internati, colà rinchiusi, la stessa umanitaria opera.
Per la bizzarria della incerta vita, vi ero tornato ancora, ma
nella stessa qualità di quei beneficati: detenuto.
Casa strana. Non sua, ad ogni modo, era la colpa se in essa si
raccoglievano, nelle alterne vicende, le umane sventure La colpa
risaliva ai vizi, agli inganni, alla guasta natura dello stesso
uomo. Il penitenziario poteva stare là, come un monumento, ad
osservare, con uguale filosofia, gli ospiti che vi giungevano e
quelli che ne uscivano ospiti qualche volta puri, nella loro
innocenza; tale altra macchiati delle più brutte colpe. Ne
poteva ancora ascoltare, chiusi nel ferreo grembo, i lamenti e le
imprecazioni, i sospiri e le preghiere, ma soltanto per la
trascrizione nel proprio doloroso diario. La sua esistenza, che
discendeva, come necessaria funzione sociale, con i delitti dai
secoli, sarebbe passata con i delitti, per l' umana difesa, nei
secoli futuri.
Con queste considerazioni me ne allontanavo, correvo a casa, a
confortare innanzi tutto la mia buona compagna, che pregava
ancora per la mia liberazione; a confortare, in una vera festa,
gli altri familiari, che ad essa facevano compagnia.
E festa era anche tra i miei amici, tra essi gli Ebrei, che
correvano numerosi a porgermi il loro affettuoso saluto.
Divagazioni
[89] Tutto il movimento, determinato dalla gioia della liberazione, a
mano a mano, si esauriva, finiva nella sua stessa stanchezza.
Dopo la festa, anche se prolungata, si riteneva che si tornasse,
soddisfatti, al normale lavoro.
Una delle bande, in verità, quella di Felice Rodomonte, con
l'iniziare senz'altro l' opera della ricostruzione, ne aveva dato
il buon esempio. Il Comandante Armando Ammazzalorso, a sua volta,
che godeva molte simpatie, aveva raccomandato, nel ritorno,
manifestando nobili sentimenti, calma, ordine, disciplina,
lavoro. Ma non da tutti, purtroppo, era ascoltato.
Molti, intanto, facevano una rassegna dei danni, così detti di
guerra, ricevuti, ai quali io stesso non ero sfuggito.
A Silvi, la casa del viale marino, rovinata dalle bombe che erano
discese dall'alto, era stata spogliata dai predoni, che vi erano
giunti dal basso. A Teramo, la casa del viale Crispi, occupata,
nonostante la mia qualità di Podestà, dai Tedeschi, era stata
frugata in ogni angolo, in ogni armadio, in ogni cassa, in ogni
scatola; frugata nei documenti, nelle carte riservate, nei
segreti familiari, rispettati in ogni tempo, sacri in ogni
popolo.
Vi avevano asportato non soltanto divise, vestiti, biancheria,
libri ed altri oggetti, ma anche cimeli, che ricordavano la
grande guerra. Tra essi un pantalone, che indossavo in un
combattimento, in cui ero rimasto ferito. Conservava ancora, con
i fori delle pallottole che mi avevano colpito, le tracce del
sangue sgorgato vivo dalle mie profonde ferite.
Non risparmiavano alla distruzione neppure una lettera, colma
d'affetto e di benedizioni, ed i capelli santi della mamma morta.
La mano sacrilega era stata allungata anche a due catenine d'oro,
che ornavano il petto di una madonnina, chiusa in una campana di
vetro. Ma misteriose voci ammonitrici sospingevano l'empio a
restituire l'oro votivo, alla defraudata madonnina.
[90] Nel frattempo si accendeva in città, da parte di un'altra
categoria di persone, da potersi considerare anche stimate, una
vivace lotta per la conquista d'uffici, di imprese e di altri ben
rimunerati posti di direzione e di comando.
Nei nuovi eventi, quindi, pur con le migliori intenzioni, nulla
pareva mutato nella povera umanità. Erano stati distrutti
distintivi, divise, emblemi; bruciati libri, riviste, opuscoli,
fotografie; sostituiti nomi di strade, di piazze, di istituti, ma
la storia continuava a svolgersi, nell'ordine politico e sociale,
con immutata precisione.
Si pensava, quindi, con qualche ragione, che come la borghesia
aveva fatto guerra e abbattuto la feudalità non per una
effettiva elevazione del popolo lavoratore, ma per sostituirla
nei privilegi, nelle ambizioni, nei godimenti; che come il
proletariato, conculcato, insorgeva, a sua volta, contro la
borghesia, quasi per prenderne il posto; così gli ultimi
Italiani, tendevano a sostituirsi, con le loro azioni, negli
avvenimenti ancora in atto, agli squadristi, con l'aggravante di
mutare la guerra allo straniero, che avevamo ancora in casa,
negatore dei nostri diritti e della nostra libertà, in
sciagurata guerra fratricida.
Sembrava che, nei torbidi egoismi, nulla più si ricordasse della
condotta degli eroi del nostro risorgimento, dei loro forti
propositi, dei loro sacrifici, del perfetto accordo nel
combattere gli oppressori della patria. Quegli eroi, che una
volta ottenuta, in un fiume di sangue, l'unità nazionale, si
ritiravano senza chiasso, senza pretese, senza ambizioni. Si
ritiravano, con la fierezza del dovere compiuto, nel silenzio
della casa, da cui erano partiti, nel raccoglimento del lavoro,
dal quale si erano allontanati.
[91] Anche noi della grande guerra, che vivevamo ancora nello spirito
di quegli eroi, con le nostre carni lacerate, con il nostro
fisico menomato, nulla si chiedeva nel nostro ritorno vittorioso.
Mutilati e decorati al valore, per superbe azioni di guerra,
vivevano ignorati e silenziosi nella povertà e nel lavoro.
Eppure una di quelle bande, nel tornare dalla montagna, prendendo
come insegna la fiera figura di Garibaldi, dimostrava di
conoscere a quale altezza si elevasse il Condottiero nel
rinunciare, per l'unità e la concordia nazionale, ai suoi grandi
ideali politici, alla possibilità di nomina a dittatore del
regno da lui conquistato. La condotta di quel grande, che si
ritirava, solo e silenzioso, con un sacchetto di semenza, nella
solitaria rocciosa Caprera, molto avrebbe dovuto insegnare.
E non soltanto a Teramo! Invece nulla di tutto questo si voleva
ricordare. Molti, per benemerenze che non avevano, per atti non
compiuti, per sacrifici non sopportati, per sangue non versato,
si agitavano, minacciavano, chiedevano e pretendevano
riconoscimenti e posti, ai quali non avevano diritto.
Anche i nuovi combattenti, di una guerra non vinta, non si
rassegnavano a tornare, come i padri, ai loro campi, alla loro
officina, alla loro bottega, al lavoro nobilissimo, del quale
prima serenamente vivevano, dal quale erano partiti.
Non tutti, però, per fortuna. Quelli che avevano combattuto con
fede e ardore; che avevano lasciato, sulle terre gelide russe, o
sulle sabbie infuocate africane, il loro sangue, brandelli della
loro carne; che, senza loro colpa, erano stati catturati e
trascinati in tristi campi, guardati da selvaggi, nulla
chiedevano. Tornavano, anzi , mortificati , avviliti da quella
disfatta, che non si poteva ad essi attribuire. Ed avevano severe
parole per quella casta avvolta da sinistre ombre; parole di
fuoco, che molti non intendevano.
Ma andiamo avanti!
Nel raccoglimento di un tempio
[92] Si celebrava in quei giorni, nel maggior tempio, intonato a
cristiana semplicità, religiosamente austero, una messa di
suffragio per i caduti della montagna. Altre messe, in altro non
lontano tempo, con la stessa devozione, con la stessa solennità,
erano state celebrate in quel tempio, per altri caduti.
Il quadro, velato di nero, si presentava quasi identico. Le
autorità, in un lato, nel loro riservato raccoglimento; la
parentela un pò più giù, vicino alle scale, in nera mestizia.
Ovunque, nei suoi movimenti e nella sua curiosità, il popolo.
Qualche rumore per la sistemazione delle rappresentanze e dei
labari; qualche trambusto fra i ritardatari, nella occupazione
dei posti.
Usciva, intanto, dopo il suono del campanello, con composta
pompa, il sacerdote celebrante. Nel silenzio che ne seguiva, nei
ceri che ardevano, nell'incenso che fumava, l'orchestra, con
largo sostegno d'organo, iniziava la sua musica. Musica che con
le sue agili fughe, con le sue larghe modulazioni, con i suoi
melodiosi accenti, come tenui carezze, penetrava, avvolgeva
l'attonito commosso animo. Animo che a poco a poco si elevava,
saliva, quasi smarrito, nei cieli, vi vagava. Poi, a mano a mano,
tornava in sè, ridiscendeva, tornava agli uomini, tornava alla
volubilità della terrena vita.
S'invocava con quella musica, con quel canto che l'accompagnava,
con il divino sacrificio di quella messa, pace per le anime di
coloro, che si ritenevano caduti per una giusta causa. Per quella
stessa causa giusta, per cui altri, su altra strada, erano pure
caduti, ai quali, in quello stesso tempio, era stata dedicata la
stessa solenne funzione.
Identiche le ragioni. Ciò nonostante, i fratelli, che
discendevano da una stessa gente, che parlavano una stessa
lingua, che credevano ad uno stesso Dio, che avevano per patria
uno stesso territorio, per torve partigiane passioni, tra
fratelli si odiavano, si perseguitavano, si uccidevano, si erano
uccisi.
Quella musica, con le sue melodiose variazioni, tenui talvolta
come sospiri, vibrate tal'altra come comando, pareva che
invocasse, per chi sapesse intenderla, pace non soltanto per i
morti, ma pace anche per i vivi.
Fiamme sulla vetta
[93] Mentre le manifestazioni per la liberazione finivano, si compiva
un atto molto significativo, sfuggito forse ai più. Le bandiere
delle nazioni unite, issate con la nostra in segno di festosa
solidarietà, per qualche tempo si ritiravano.
Molto sensibili i cavallereschi nostri nuovi alleati!
Per qualche giorno restava, così, sola la nostra bella bandiera,
a palpitare nella serenità del nostro cielo.
Sola rimaneva quella bandiera, che consacrata nel sangue delle
lotte e delle rivoluzioni, accompagnava l'Italia, quando,
risvegliata, si metteva in marcia verso il suo nuovo destino.
Quella bandiera che se, nelle sue vicende, era stata costretta a
ripiegare su i funesti campi di Novara, risventolava, poi, più
bella su i trionfi di S. Martino e sul sacro Campidoglio, luce
del mondo.
Se altri popoli potranno superare, per vastità di territorio e
potenza di ricchezza, il popolo rappresentato dal fatidico
tricolore, nessuno mai lo potrà superare, come è confermato
nella storia, per intelligente operosità, profondità di
pensiero, forza di genio.
Sola, quindi, come sacro diritto, dovrà rimanere la nostra
bandiera, e sola la nostra Italia Sola nelle sue istituzioni,
nella sua fede, nelle sue creazioni, nella sua missione; sola
nelle sue pene e nelle sue glorie.
[94] La storia, nella evoluzione e nella volubilità, s'intreccia di
lieti e di dolorosi eventi. Le vette degli ideali umani, che sono
molto in alto, che affannano i popoli eletti, si raggiungono
soltanto a costo di molti sacrifici, a prezzo di molto sangue.
Il salitore, forte nel fisico, saldo nei propositi, sfida anche
la bufera, che talvolta gli urla spaventosa d'intorno. La supera
talora. Non sfugge tal'altra, per uno sciagurato sviamento, alla
valanga, che lo travolge e lo ricaccia, malconcio e con scarse
speranze, in fondo valle.
Anche l'Italia, malgrado il baratro, entro il quale, per avversi
eventi, è ancora una volta caduta, ritenterà la salita, verso
quella vetta di luce, segnata ad essa, sin dai tempi più oscuri,
dal divino destino. E risalirà, come ebbe a risalire, con Roma
dopo Canne; come ebbe a risalire trionfalmente, dopo Novara, dopo
Caporetto, e come dopo Adua nella luce di Addis Abeba.
Non lo dimentichino quei popoli, che si svegliarono dal secolare
torpore ed acquistarono diritto di vita, nelle leggi di Roma. Non
lo dimentichino quegli Italiani, che, per uno sciagurato
sviamento, battono altra strada, adorano oggi l'insegna non
latina, dal colore di sangue.
Teramo, afflitta ma non depressa, ritrovata sè stessa, una volta
ancora accompagnerà, nel difficile cammino, con tutte le forze,
con tutto l'antico amore e valore, la sua grande dolorante madre.
Conclusione
[95] Non ho scritto queste memorie, come agevolmente si desume dalla
lettura, che su quegli avvenimenti di maggiore importanza,
svoltisi nel territorio del comune o nelle sue vicinanze, che più
direttamente mi riguardano, o a me noti, o da me controllati.
Memorie che rappresentano, pur nella loro semplicità e brevità,
uno dei momenti più complessi e tragici, forse, della storia
teramana. Occorrerà tener presente, nel valutare gli eventi
trattati, che bastava, allora, un atto affrettato, una reazione
non ponderata, anche se generosa, per esporre la città e i
cittadini, di qualsiasi età e di qualsiasi condizione, alla più
sanguinosa rappresaglia, di cui i Tedeschi possedevano, per
tradizione, la brutale capacità.
Pareva come se si camminasse, in quel burrascoso tempo, nelle
vicinanze di una polveriera, con una fiaccola accesa Bastava una
piccola scintilla per provocare lo scoppio e le più dolorose
distruzioni.
Molte delle nostre belle cittadine, di là del Pescara, ove
l'uragano era passato, piangevano già, vittime appunto di atti
inconsulti e della feroce reazione, sulle proprie rovine, su i
propri morti. Ad altre, per le stesse ragioni, era riservata la
stessa sorte, di là dal Tronto.
Brevi memorie, queste, che potranno, però, essere ampliate da
altre persone, con quelle altre notizie di quell'altra vita
vissuta, nello stesso periodo di tempo, ed anche dopo, in altre
località, in altre vicissitudini, in altri pericoli. Anzi,
sarebbe ciò necessario, specialmente da parte dei partigiani,
per far sapere ai non presenti, con un quadro completo degli
eccezionali eventi, che il buon popolo pretuziano, pur in momenti
così turbinosi, sapeva tener fede alle sue tradizioni. Da parte
anche dei partigiani, di quei puri s'intende, ai quali ho voluto
lasciare l'onore di scrivere, per la nostra storia, nella vivezza
dei fatti e nella luce della verità, le loro memorie.
[96] Sempre geloso si è adunque dimostrato questo popolo della sua
dignità, del suo onore, della sua libertà, sempre forte, in
tutti i cimenti. Forte con la legione di Caio Claudio Nerone, sul
Metauro, e forte con le altre legioni, oltre le Alpi e oltre il
mare.
Forte nel rintuzzare, nella sventura, la violenza dei barbari
invasori, è forte, nella santa riscossa, nel concorrere a
liberare, la bella penisola, dalle malefiche arpie, che la
infettavano. Forte nelle ultime guerre, elevando ancora alto il
nome per intrepidezza e fedeltà.
Questo debbono sapere i nostri nepoti, ansiosi di frugare, forse
nel passato, per conoscere l'opera resa, nei difficili eventi, da
una delle più tormentate generazioni, quale è stata la nostra.
Generazione che ispirandosi, appunto, al passato glorioso,
guardando fiduciosa verso l'avvenire; continuava, imperterrita,
nell'epica lotta iniziata, per la liberazione, dai grandi padri.
Continuava, come in una festa, a riempire di sangue e di eroi, la
tormentata via, in fondo alla quale splendeva altra meta, umana e
bella, riperduta quando pareva già raggiunta.
Sappiano comprendere i lontani nepoti, con la storia, le nostre
ansie, i nostri sforzi, le nostre sofferenze, i nostri sacrifici
per procurare loro, entro le tradizionali virtù, con un nome più
chiaro, condizioni migliori di vita.
Ma sappiano pure innalzare agli avi gloriosi, anche se talvolta
sfortunati, il canto che li dovrà rendere venerati nella
ricordanza, luminosi nel poema della patria santa.
FINE
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