|
NEL TURBINIO D'UNA TEMPESTA (dalle pagine del mio diario) 1943-1944 Ai miei carissimi concittadini forti nelle ansie, nei dolori, nelle speranze nobili di antiche e nuove virtù dedico queste pagine di verità con affetto di fratello |
|
[Indice dei nomi] - [Indice dei luoghi] PREFAZIONE Nubi nel sereno L'Armistizio La tedesca rabbia Scompiglio nel bosco Luci nelle tenebre Pioggia di bombe I Prefetti Scintille in fuoco spento I Tedeschi Il valore di una missione Sera mistica La neve nella tempesta Variazioni in tono minore Nei funzionari Nel popolo La notte delle beffe Ansia tormentosa Smarrimenti I liberatori Azioni senza controllo Divagazioni Nel raccoglimento di un tempio Fiamme sulla vetta Conclusione [1] L'amore per il luogo natio, che sempre eleva ed infiamma, mi induceva ad accettare la carica di Podestà, quando in una tranquilla vita, potevo rimanere a godere, nella verde campagna, in cui mi ero ritirato, un placido riposo. Riposo al quale mi dava diritto la lunga operosità, resa a favore della patria: resa, nella luce degli ideali e dei santi umani doveri, su le Alpi, nelle sofferenze delle gelide bufere, nei pericoli della valanga; resa nelle isole romite, nel disagio delle solitudini, nella melanconia dei vasti silenzi, nella minaccia delle pestifere paludi; resa, in più forti sentimenti, in guerra, nell' orgasmo della trincea, nelle fiamme della battaglia, dalle cime candide dei monti, alle sponde verdi dei fiumi, sacri taluni al sangue, sacri alla vittoria. Lo stesso amore mi tratteneva al mio posto, quando, in giorni di lutto, la rabbia tedesca, tendente, nel nuovo scompiglio, alla vendetta ed alla distruzione, assaliva, rendeva vulcanica questa nostra silenziosa contrada. Lo stesso amore m'induce oggi ancora a raccogliere, per la ricordanza, in pochi episodi, taluni momenti di quella storia, aspra di travaglio, colma di passioni, santa di sacrificio. Serviranno alla elevazione dei nostri nepoti, ansiosi, certo, di notizie; ma serviranno più ancora a far pensare, a far meditare coloro che, nella corsa inesorabile del tempo, nelle dolorose e liete vicende, si succederanno in quel posto di comando, ove io già fui, dove la vita dalla modesta prosa si elevava, talvolta, ad accenti di appassionata umanità, a palpiti di nobile poesia. Poesia che saliva non dalla serenità, ma negli umani contrasti, dagli eventi oscuri, attorno ai quali rumoreggia va nera la tempesta, ghignava bieca la morte. Fuggi poteva sussurrare, ansioso, lo spirito dei pavidi, ma non trovava ascolto. Non si fugge neppure la morte nell'adempimento sacro del dovere, nella visione superiore della vita. Non fuggivo, come non dovranno fuggire da quel posto, qualunque gli eventi, i successori vicini e lontani. Successori che vi dovranno giungere, quindi, senza inganno, ma con animo mondo da ogni viltà, libero da ogni egoismo, puro da ogni bassa ambizione. Vi dovranno giungere, in un'alta concezione, con il cuore aperto a tutte le voci, pronto a rispondere a tutti i doveri, a compiere tutti i sacrifici. Non degno si dimostrerebbe, adunque, dell' alta onorifica carica, chi non sapesse scrivere su la propria insegna, e non serbarvi fermamente fede, il motto: "Nulla per sé, tutto per gli altri, anche la vita". UMBERTO ADAMOLI [2] Riposavo, dalle fatiche, nel verde e nel silenzio del mio giardino del Viale Francesco Crispi. Nel godimento della breve pausa alla mia podestarile attività, seguivo curiosamente quanto accadeva intorno. Seguivo, nei loro amori, i passeri; li seguivo nel diligente lavoro, che compivano in omaggio alla imperiosa legge della riproduzione, che avveniva nella sicura ospitalità del tetto della mia casa. Seguivo in aria le rondini, nei guizzi, nei veloci movimenti, negli artistici voli. Ascoltavo il ronzio delle operose api, e le pigre cicale, che cantavano, nella stoppia infuocata, il loro canto di morte. Nel godimento del breve ozio, ascoltavo anche la musica, diffusa dalla radio del non lontano autocentro militare. L'ora del riposo si svolgeva, in quell'aperta campagna, nel caldo di luglio, poeticamente tranquilla. Nessuna nube in aria, di nessuna specie. Poche ombre nel cielo politico. Non si spiegavano, però, in relazione alla guerra che si combatteva, gli improvvisi rovesci della Tripolitania e della Tunisia. Non si spiegavano la resa, dopo debole resistenza, della ben munita base navale di Lipari, e l'abbandono precipitoso delle isole di Sicilia e di Sardegna, preziosissime perle del nostro Mediterraneo. Nè si spiegava il facile sbarco alleato nelle difficili coste della montagnosa Calabria. Molte altre cose non si capivano. Ma i buoni Pretuziani, guardando il paterno Gransasso, cuore d'Italia, simbolo d'unità e di potenza, non se ne scoraggiavano. Le armi italiche, al momento opportuno, si sarebbero lanciate ancora una volta alla riscossa, ed avrebbero ancora una volta scritto, nel glorioso nazionale poema, altri gloriosi canti. [3] Invece, lontano, oltre i monti, oltre le valli, sulle rive del Tevere biondo, entro i Sette fatali colli, si maturavano eventi, che avrebbero duramente colpita la soverchia fiducia nella buona stella d'Italia, e data una brusca svolta alla tormentata sua storia. Quella radio che serviva, con l'altoparlante, tutta la contrada, completato il suo programma, lanciava vicino e lontano, nel piano e su i colli, una notizia inaspettata, che colpiva, sbalordiva: con meccanica, precisa rudezza annunziava al mondo la caduta del fascismo e del suo capo. La stessa radio dichiarava che il nuovo governo, affidato al maresciallo Pietro Badoglio, avrebbe mantenuto i suoi impegni, continuando, a fianco della alleata Germania, la sua guerra. Ciò non toglieva che non sorgessero, nei buoni, per il nostro avvenire, forti apprensioni. Ed invero, anche qui in Teramo, non tardava l' inizio della lotta, non contro lo straniero, ma contro le istituzioni e contro gli uomini del caduto regime. Lotta intestina, dunque, da cui si deduceva che non s'intendeva affatto di rispettare quel diritto di libertà, per riacquistare il quale si era lavorato, come si diceva, per oltre venti anni. Addolorava, poichè si capiva che neppure questa volta si considerava che dalla violenza nulla si poteva ottenere di buono. Poteva considerarsi in qualche modo giustificata la lotta contro i disonesti, contro gli speculatori e gli sfruttatori, di qualunque ordine e specie; ma non quella tendente a colpire, non gli atti, ma l'idea, sacro personale patrimonio. Faceva ancora pensare l'altro pietoso fenomeno dell'improvviso rinnegamento, da parte di altre persone, di tutto un proprio passato. Non appena il disgraziato regime, con la sua caduta, perdeva forza ed autorità, scomparivano, come per incanto, tutti i suoi distintivi. Non solo, ma molti, che vi avevano occupato posti elevati, che si erano ubriacati di una fede che non possedevano, assumendo strani atteggiamenti, s'imbrancavano con i più accesi sedicenti tribuni, che chiassosamente correvano a demolire, a frantumare nelle piazze, negli uffici, negli istituti, tutto quanto si potesse riferire ad emblemi portanti i segni del littorio, anche quando, resi sacri dal sacrificio del sangue, avessero altro significato da quello politico, altro scopo, altro valore. [4] Nulla arrestava i demolitori improvvisati, quando avrebbero dovuto pur considerare che quel partito, sorto e sostenuto per oltre 20 anni da molti applausi e dall'autorità del Re, al quale aveva pure giurato fedeltà ed aveva donato un impero, più che per le sue ideologie, cadeva per i vizi, per il mal costume degli uomini, che ne dirigevano la fortuna. Cadeva per quelle catene che essi uomini, perdendo il bene delle umane facoltà, intendevano di stringere sempre più attorno al più sacro patrimonio, che è quello della libertà. Cadeva per una smodata avidità di conquista e per una errata valutazione delle proprie possibilità, in rapporto agli eventi in svolgimento, al valore delle alleanze internazionali. Non capivano neppure che, in una composta ferma dignità, si poteva non nascondere di essere stati fascisti, quando per gli onesti, per quelli di buona fede, fascismo poteva significare, entro la legalità delle leggi, marcia verso l'elevazione intellettuale, morale e materiale del popolo lavoratore; verso la perfezione delle libere istituzioni; verso le maggiori fortune della nazione, entro la forza della quale il proletariato, in una più alta giustizia sociale, doveva vedere il trionfo delle sue legittime aspirazioni. Il tralignamento doveva essere imputato, non all'idea, ma a quegli stessi uomini, che con i loro inganni, la loro avidità di godimento e di ricchezza ne avevano minate le fondamenta, determinata la caduta, senza speranza di risorgimento. Essi soltanto dovevano temere, se mai, la giusta reazione, la giusta ira dei propri camerati e del popolo tradito. Con la caduta del fascismo nessun miglioramento avveniva, come molti ritenevano, nella nostra situazione interna ed internazionale. Anzi, all'odio dei nemici pareva che ora si aggiungesse l'odio delle nazioni, a favore delle quali si fingeva ancora di combattere. Ma i nemici, nonostante la certezza del nostro non lontano crollo, non diminuivano per nulla la violenza dei loro attacchi; anzi pareva che un satanico spirito li spingesse a renderli sempre più potenti, micidiali, distruttivi. Le incursioni aeree, quindi, aumentando di numero e di potenza, gettavano nelle nostre belle città, ricche di popolo, di insigni monumenti e di insuperabili opere, rovina; pianto, lutto. E le città, le case, le cose più care, per salvare la vita, dovevano essere abbandonate. [5] Agli sfollati dell'Alta Italia, già numerosi, s'univano di conseguenza a Teramo anche quelli che giungevano, nella nuova intensificata distruzione, dalle città meridionali; che giungevano, appena dopo il 25 luglio, anche da Napoli, a migliaia, con treni speciali, ed offrivano, nella loro peregrinazione, uno spettacolo che dolorosamente colpiva, profondamente sconfortava. Erano stati essi tratti d'autorità, dalle macerie insanguinate e fumanti, o dai sotterranei, in cui volevano, per l'amore della loro terra, continuare a vivere, senza preoccuparsi dei bombardamenti, che in quei giorni infierivano spietatamente contro la loro città. Trascinavano con sè, nella disgraziata odissea, con la propria miseria e con i propri pallidi denutriti bambini, i cadenti vecchi, i depressi sofferenti malati. Dal treno, ove alla partenza erano stati a viva forza e confusamente cacciati, gettavano sul marciapiede della stazione d'arrivo, tra un chiasso scomposto, con i cenciosi fagotti, tutti gli altri oggetti, che non dovevano servire che a ricordare loro, con i tuguri abbandonati, il vecchio Vesuvio, il bel mare di Sorrento, tutto il luminoso cielo partenopeo. Giungevano quasi nudi, o con abiti a brandelli, sudici, con i capelli arruffati, gli occhi cisposi, le barbe incolte, pieni d'insetti, compagni fedeli della miseria. Ma nel lasciare la loro magica Napoli, non avevano dimenticato di portare con sè il piccolo ringhioso cane, l'apatico sornione gatto, e, tra le tante sciagure, il buon umore, la tipica chiassosa loro natura, e quel concetto, molto semplice, in essi molto radicato, della proprietà. Nelle scuole, dove erano provvisoriamente sistemati, con il concorso di medici, infermieri, barbieri, con la distribuzione di oggetti di biancheria e di vestiario, si sottoponevano ad una efficace opera di umana bonifica. [6] Nella serata, dopo cena, nel caldo di agosto, saliva da quegli alloggiamenti e da quei naufraghi, nel patetico canto, accordato alle chitarre e ai mandolini, che avevano pure portati con sè, il melanconico spirito della loro Napoli lontana. Giungeva in quei giorni, pure da Napoli, e metteva subito in atto, a favore del popolo, la sua squisita bontà, il professore Raffaele Caporali, vanto della terra d'Abruzzo. Lo accompagnava la nobile coraggiosa sua Signora donna Giacinta, che, quantunque fosse essa stessa vittima della guerra, si metteva ai primi posti nel prodigare il bene a favore dei colpiti della sventura. Due forze, ancora una volta, si trovavano di fronte, con le loro alternative, le loro passioni: l'una, salendo dal regno oscuro del male, cercava d'avvolgere la vita con la potenza distruttiva di spiriti folli; l'altra, scendendo dalle musicali regioni di luce, si elevava, con l'angelica pietà, a valida generosa difesa. Anche qui a Teramo si costituivano, quindi, nel doloroso frangente, come santa milizia, forti schiere che nobilitavano sempre più, con l'efficace operosità, l'umana schiatta e la città generosissima. [7] Cadeva su la città pretuziana, nelle strade senza luce, oscura la notte. Un improvviso chiasso, voci tumultuose, mi colpivano nell'ufficio, ove mi trovavo in raccolto lavoro. La notizia dell'armistizio conclusosi tra l'Italia e gli Anglo-Americani, giunta in quel momento, aveva indotto gli spensierati allegri studenti ad una rumorosa manifestazione di giubilo. Gli eventi precipitavano, evidentemente, con particolare rapidità. Si riteneva da molti che la guerra fosse ormai finita per noi; che i Tedeschi, dinanzi al fatto nuovo, si sarebbero ritirati con tutta fretta 'a difesa delle loro frontiere; che l'Italia sarebbe tornata libera e tranquilla al suo lavoro. Così generalmente si credeva e si faceva festa. Ma molti non erano ancora tranquilli. La data dell'otto settembre, certo storica, capovolgeva tutta una situazione, della quale non era possibile pel momento, prevedere le conseguenze. "Non si contrasti la ritirata, se i Tedeschi non useranno la violenza". Questa raccomandazione, giunta ambiguamente dall'alto, era variamente intesa, in diverso modo applicata. Anche il silenzio sulle clausole dell'armistizio era motivo di molte discussioni. I soldati, intanto, anche di Teramo, una volta che non dovevano più combattere, si ritenevano, nel nuovo governo, sciolti da ogni vincolo, da ogni giuramento. Di conseguenza, a mano a mano, svestita la divisa, che vendevano o barattavano, ciò che forse non avevano previsto i nuovi salvatori della patria, in fuga anch'essi, s'allontanavano in tutta fretta. Gli ufficiali, purtroppo, tranne poche onorevoli eccezioni, in tanta confusione, non sapevano resistere dal seguire l'esempio dei loro soldati e del nuovo governo. I timori di violenze, in tanto disordine, non erano infondati, poichè apparivano già, qua e là, i segni del risveglio dei bassi istinti umani. Dagli atti che già si commettevano era evidente che non si temevano più quelle leggi, che dovevano assicurare, alla convivenza civile, ordine, disciplina, sicurezza. [8] Con lo sfasciarsi dell'esercito, s'iniziavano quelle azioni, dalle quali la folla esaltata acquistava, fatalmente, una sola accesa fisonomia, un solo torvo aspetto. In queste azioni, il latin sangue gentile, dimostrava, purtroppo, di non essere dissimile, in certe manifestazioni, da quegli altri popoli, che si chiamavano ancora inferiori. I componenti di quella folla, i più accesi s'intende, pochi però, per fortuna, forse forestieri, assalivano, con rabbiosa furia, le caserme abbandonate, i depositi, i negozi, gli uffici, ne forzavano le porte, vi entravano, ne asportavano quanto ancora vi si potesse trovare in viveri, in indumenti, in mobili, in altri valori Asportavano ancora, con uguale satanico spirito, le imposte delle porte e delle finestre; asportavano dal tetto le tegole, dai pavimenti le mattonelle, dai muri quanto vi si trovava conficcato, non esclusi i chiodi. Ciò che non potevano portar via, allo stesso modo dei barbari, rompevano, distruggevano. In qualche caso, come nella caserma Costantini, non mancavano di ricorrere, per la distruzione, alla forza del fuoco. Gli agenti della forza pubblica, i pochi rimasti, non erano in condizione d'agire, in nessun modo. I buoni cittadini, e ne erano molti, non potevano che guardare in silenzio e con dolore tanto scempio. [9] Con la conclusione dell' armistizio, dinanzi ai nuovi eventi, che si presentavano nelle tinte più nere, potevo ritenere esaurito il mio mandato e ritirarmi. Ma in quel grave momento abbandonare la città e quella carica di responsabilità, che rivestivo, con piena soddisfazione dei miei concittadini, da oltre quattro anni, doveva sembrare una defezione, se non una vigliaccheria, indegna di un soldato, quale io ero. Restavo, come ero restato a quel posto senza emolumenti, anche quando dal Comando Generale, con il richiamo alle armi, mi si voleva destinare ad Ancona in un comodo e ben rimunerato servizio di carattere civile. Oltre a quelli comuni, altri pericoli potevo incontrare nella nuova situazione e nei rivolgimenti in atto, dalla mia iscrizione al partito fascista. Ma anche in tale ordine, da un esame di coscienza, stabilivo che non mi potevano fare accuse, non essendo stati mai a me affidati incarichi di natura politica, non avendo mai preso parte attiva alle manifestazioni del partito. Restavo anche nella convinzione che, con la mia condotta, avrei influito beneficamente su la popolazione, che aveva in me molta fiducia, esposta anch'essa, con i nuovi metodi di guerra, a tutti i disagi, a tutte le preoccupazioni, a tutti i pericoli. Non far allontanare la popolazione dalla propria residenza significava, in quel disgraziato momento, evitare, sotto ogni riguardo, i turbamenti determinati dagli affrettati sfollamenti; significava mantenere nella propria contrada intatta la produzione, tanto necessaria ai bisogni nazionali; significava mantenere in efficienza l' ordinamento, dal quale la comunità traeva il suo ordine, la forza della sua disciplina, le ragioni della sua integrità e della sua continuità, la certezza del suo sviluppo. Ad ogni modo, tra i marosi della tempesta, che diveniva sempre più minacciosa su la povera Italia, io non dovevo preoccuparmi d'altro che di compiere tutto il mio dovere, a qualunque costo, sino in fondo. Intanto, anche gli ineffabili Alleati festeggiavano, in Abruzzo, l'inizio dell'era nuova, la caduta di quello Stato che aveva osato di accompagnare con le armi, di là dal mare, nelle lontane terre vergini, nel cuore dell'Abissinia, i propri esuberanti figli, avidi di spazio, bisognosi di lavoro. Quello Stato che aveva osato, nello spirito delle giuste rivendicazioni, di alzare la voce per la libertà del Mediterraneo e delle sue porte; che aveva osato di inculcare ai figli di Roma, contro l'Anglia avidità di dominio e di potenza, con il senso dei suoi diritti, un nuovo forte spirito. [10] La festa doveva essere tale quale la imponevano gli eventi in atto. La località, come inizio, doveva essere scelta in quella terra, ove un altro maniaco, che poteva rispondere al nome di Gabriele D'Annunzio, aveva osato anche lui, con il malato genio, elevare alta la voce per risvegliare i dormienti, per esaltare le virtù, i diritti, le glorie vecchie e nuove della stirpe sacra. Sistemata convenientemente la bella città del molesto cantore, a mano a mano si sarebbe provveduto, con l'ausilio dei Sassoni consanguinei, che operavano nel basso, alla sistemazione della infiorata Francavilla, luogo natio del moderno mago del pennello; della musicale Ortona, da dove usciva colui, che poteva allietare, con la elegante giovialità, con le dolci melodie, gli ottusi abitatori della pesante città delle nebbie, ma non intenerirne, umanizzarne l'animo impietrito. Non sarebbero state risparmiate, successivamente, la industriosa Lanciano, la mite Orsogna ed altre consorelle della terra dei Marrucini. In uno di quei giorni, quindi, mentre i cittadini della movimentata Pescara erano raccolti fiduciosi, dopo il lavoro, per il pranzo, nelle proprie case, gli alberghi e i ristoranti rigurgitavano di avventori, dal mare, nuovamente amarissimo, giungevano inaspettati, a fitti stormi, gli spietati messi di morte. E la festa s'iniziava e sotto la pioggia, non di fiori, ma di micidiali ordigni, cadevano case, alberghi, chiese; cadevano vecchi e giovani, donne e bambini. Non cadevano opere militari, che soltanto avrebbero dovuto costituire gli obiettivi degli attacchi, poichè non ve ne erano; non cadevano Tedeschi, poichè ne erano lontani. La bella città marinara, fervida di giovinezza, forte di propositi, avida di lavoro e di progresso, non appariva, dopo la pioggia maledetta, che un cumulo di fumanti macerie, dalle quali salivano, con le fiamme distruttrici, rantoli, invocazioni, grida strazianti dei sepolti. Saliva anche terribile, da quelle macerie arroventate, per i tristi assassini, la maledizione dei colpiti. La voce degli innocenti, prima o poi, troverà ascolto nella divinità della giustizia! [11] A Teramo, sino a quel momento, non vi erano stati Tedeschi. Quando si diffondeva la voce, che provocava molto panico, che una colonna, proveniente dall'Aquila, vi si avvicinava, nascevano, tra le autorità responsabili, molte discussioni. I pareri non erano concordi su la condotta da tenere nei suoi confronti. Anzi, si produceva a tal riguardo, tra il Comandante del Presidio, colonnello Leopoldo Scarienzi, ed il capitano dei carabinieri Ettore Bianco, un vivace diverbio, dal quale si rilevava, con dolore, il rallentamento di quello spirito di disciplina, che era stato, nel passato, vanto dell' esercito italiano. Ma forte dell'autorità, che gli derivava dal proprio grado, le disposizioni del colonnello, che concordavano con quelle impartite dal governo, avevano il sopravvento. Di conseguenza, quando la colonna, costituita da pochi autocarri e da pochi soldati, giungeva, si lasciava passare indisturbata. Una tale determinazione non soddisfaceva l'ardente capitano, che mosso, evidentemente, da giovanile impulso, aveva ancora per il superiore vivaci parole; nè soddisfaceva i più accesi antitedeschi, che, se non proprio la distruzione, volevano di quella colonna certo la cattura. Poichè s'annunziavano altri arrivi, i dissidenti, tra cui alcuni ufficiali, per poter agire liberamente, deliberavano, in un consiglio, di costituirsi in bande, per iniziare dalla montagna la ribellione e la resistenza armata. Il capitano Bianco trovava un valido sostenitore nel dottore Mario Capuani, coadiuvato, a sua volta, da un' altra schiera di giovani. Il Capuani, anzi, nel suo acceso fervore, voleva senz' altro lanciare alla popolazione, con apposito manifesto, un invito alla insurrezione. Ma ne era sconsigliato, e a giusta ragione, da coloro che ritenevano di non scoprirsi ancora, non soltanto per meglio organizzarsi, ma anche per meglio conoscere le intenzioni degli Alleati, nelle loro operazioni, sul territorio nazionale. Da una mossa non bene ponderata, o prematura, potevano derivare conseguenze molto funeste. Il manifesto non si pubblicava, ma si facevano altre riunioni, in posti diversi, per concretare, comunque, un piano organico d'azione. [12] Non tardavano, intanto, molti a raggiungere il bosco Martese, località scelta per l'inizio delle operazioni, dove si trovava già, per caso, con armi e munizioni, una batteria del 49. reggimento artiglieria, al comando del capitano Giovanni Lorenzini. Raggiungevano, inoltre, il bosco con il t. colonnello Guido Taraschi, altri ufficiali, tra cui il capitano dei carabinieri Carlo Canger e il capitano di artiglieria Gelasio Adamoli. Il movimento non sfuggiva alla città, che udiva di notte, nelle strade, gente affaccendata e il rumore di quegli autocarri, che trasportavano nel luogo dell'adunata, con nuovi aderenti, il necessario vettovagliamento, prelevato dai magazzini militari e fascisti. Il maggiore Luigi Bologna mandava, con la sua macchina, condotta dal figlio ventenne Giulio, due stazioni radio, trasmittente l'una, ricevente l' altra, in dotazione alla sua caserma. Io osservavo e, per la mia carica, tacevo; ma il prefetto Elmo Bracali, da poco giunto dalle rovine di Napoli con molta esperienza, riteneva d'intervenire, per dare qualche utile consiglio. Il capitano Bianco, al quale parlava, presente il Bologna, pareva che non disdegnasse i suggerimenti; ma una volta fuori della Prefettura faceva a suo modo, e prendeva anche lui la via della montagna. Accorrevano, inoltre, ad ingrossare quelle bande, essendosi divulgata la notizia della loro costituzione, anche stranieri, tra cui qualche ufficiale, fuggiti dai campi, ove stavano o come internati, o come prigionieri. Tutto pareva che andasse conformemente ai disegni dei più arditi. Ma in molti altri, non sembrando che i Tedeschi fossero disposti ad andarsene, non tardavano a sorgere dubbi e preoccupazioni. La mattina del 25 dello stesso settembre, infatti, verso le ore cinque, piombava dalla Specola su Teramo, come tempesta, un battaglione autocarrato, al comando di un duro capitano prussiano. Occupata la città e disposto, nei punti più importanti, un servizio di sicurezza, quei Tedeschi, dalla caserma Costantini, si recavano ad assediare quella dei carabinieri, nella quale era stata, effettivamente, organizzata la rivolta. Di là, con il telefono, invitavano il maggiore Bologna, che era ancora in casa, a recarvisi subito, ciò che faceva, senza preoccuparsi dei pericoli, cui poteva andare incontro. Dinanzi a quella caserma, contro la quale infieriva, pel momento, l'ira teutonica, prelevato dal mio gabinetto podestarile, da un drappello fortemente armato, comandato da un tenente, e caricato su un autocarro, tra la curiosità e i commenti del pubblico, ero condotto anch' io, come ostaggio, quale capo della città. [13] Il fatto, che molto impressionava, produceva molto fermento e propositi ardimentosi. Un gruppo di giovani, in collegamento forse con le bande della montagna, armati di bombe e di rivoltelle, si erano proposti di tentare la mia liberazione. Intenzione, certo, encomiabile, gesto degno di storico ricordo, ma in quel momento, dinanzi a quella soverchiante rabbiosa forza avida di sangue, funeste ne sarebbero state per me, per la città e per gli stessi giovani, le conseguenze. Per fortuna, poco prima di lanciarsi all' assalto, capitava tra essi il brigadiere dei Vigili del Fuoco, Armando D'Amico, il quale con fatica riusciva à richiamarli alla realtà della situazione. S'allontanavano, è vero, ma per correre ad appostarsi nei pressi del ponte della stazione, per tentare colà la mia liberazione, qualora fossi stato condotto altrove. Quella caserma, intanto, guardata attorno da una siepe di cannoni e di mitragliatrici, era, nel modo più brutale, svaligiata. Il sangue, dinanzi a tanto scempio, ribolliva nelle vene; ma purtroppo non si poteva che guardare con le braccia incrociate, non avendo più quelle armi, con cui avremmo dovuto difendendoci; rintuzzare la violenza, tutelare il nostro onore. Anche i carabinieri, non avvezzi a piegare, frementi nell' impotenza, erano brutalmente disarmati. Le stesse loro armi erano, poi, gettate, con violento disprezzo, dall'iroso straniero, su un autocarro, come preda di guerra. Il pubblico, trattenuto di là dal cordone, guardava e mormorava. Dopo un'attesa incerta di qualche ora, ed un breve colloquio con un colonnello, tra il generale sollievo, ero lasciato libero. Era trattenuto, invece, e trattato aspramente, il Bologna, Nel saluto che ci scambiammo, quando gli passai vicino, si poteva leggere tutta la tempesta che, per quella nostra sciagurata situazione, tumultuava in fondo al nostro animo. Una volta libero tornavo al mio ufficio, ove ero atteso con molta ansia. Tornava con me l' ottimo funzionario del comune Gino Di Francesco, che, in uno squisito senso di devozione, con suo rischio, mi aveva voluto accompagnare volontario in quella pericolosa avventura. Nello stesso giorno, in quella stessa piazza del Carmine, nelle vicinanze della Chiesa, accadeva un fatto molto grave. Un uomo della campagna, modestamente vestito, si era avvicinato, timido e bonario, ad un gruppo di quei soldati. Evidentemente doveva conoscere, forse per essere stato in Germania, qualche parola della loro lingua. Alcune donne, non molto lontano, con i capelli arruffati, con gli sguardi torvi, ne osservavano, con sospetto, i movimenti. Quando pareva loro che quell' uomo, ritenuto spia, desse a quei soldati indicazioni sulle posizioni occupate dai partigiani in montagna, esplodevano in un terribile satanico furore. Si lanciavano sul malcapitato, come belve ferite, lo afferravano, lo trascinavano con sè, lo atterravano. Senza alcuna sosta lo percuotevano con zoccoli, sassi, bastoni; gli tiravano i capelli, gli conficcavano le unghie nelle carni. Invano il disgraziato gridava aiuto, invocava pietà. I presenti s'allontanavano, i passanti, inorriditi, affrettavano il passo, andavano oltre. Gli stessi Tedeschi assistevano alla feroce scena muti, freddamente impassibili; nè se ne occupavano, nel generale smarrimento, i carabinieri, nè gli altri agenti della forza pubblica. [14] Quando in quelle furie l'ira trovava un pò di tregua, lo sventurato giaceva a terra scomposto e senza vita. Non placate incrudelivano ancora su quel corpo straziato, trascinandolo oltre la piazza, oltre la strada, per gettarlo dal muraglione, sotto il quale passava il fiume. Era il primo sangue, forse, di un innocente, che bagnava, nella demenza, la nostra civile terra! In tanta confusione, il prefetto Bracali riteneva opportuno di invitare ad una riunione, in una sala del comune, cittadini di ogni ordine e di ogni idea, per una comune intesa sulla condotta da tenersi nel doloroso frangente. Esposta, nei particolari, la nuova situazione, per il bene della città, raccomandava ponderazione su ogni atto, calma, prudenza. Raccomandava di soprassedere, pel momento, nel comune interesse, ad ogni personale iniziativa, di far tacere ogni moto passionale, per continuare ad ubbidire alle disposizioni delle competenti autorità responsabili. Il pericolo che gravava su la città, e per il concluso armistizio, e per la costituzione delle bande dei partigiani, doveva esaminarsi, con cuore d' Italiano, con molta serietà. I Tedeschi, che avevamo ormai in casa, con rabbiosi propositi, avrebbero inesorabilmente spento nel sangue, come avevano già fatto in altre località, ogni tentativo di ribellione. Raccomandazioni sagge, veramente paterne, da molti però non bene comprese, quindi vivacemente discusse ed anche contrastate. Si sentiva che la tempesta delle passioni, nel suo tumulto, travolgeva anche i migliori. Invece in quel momento, particolarmente delicato, dovere di ognuno doveva essere il rispetto alle leggi, con la conseguente ubbidienza alle autorità, che guardavano lo svolgersi degli eventi da un punto di vista molto diverso da quello della comunità. Gli scatti improvvisi popolari possono talvolta, con la luce che sprigionano, commuovere e conquistare; ma non sostenuti da una ragionata disciplina, non riescono quasi mai ad innalzare, sulla lotta, la bandiera della vittoria. Talvolta, anzi, aumentano le sciagure, che si intendevano eliminare. [15] Verso le ore undici dello stesso giorno venticinque la città vedeva, con sgomento, sfilare lungo il corso S. Giorgio, con il maggiore Bologna, una parte di quel battaglione, diretto a riconoscere le posizioni occupate dai ribelli. A Torricella i componenti, evidentemente già a conoscenza della sua attività, eseguivano una perquisizione in casa del dottore Capuani, ed interrogavano il maresciallo dei carabinieri, ma senza positivi risultati. Poco dopo, ripresa la marcia, s'imbattevano, malauguratamente, in un uomo, seduto su un ponticello. Sottoposto ad interrogatorio, con invito di dire dove fossero i ribelli, e di dire la verità, pena la vita, indicava con la mano un mulino, che si vedeva nel basso, di proprietà del De Iacobis. Ad un ordine del capitano, che li comandava, una cinquantina d'armati correvano a circondarlo da ogni parte. Dopo una breve azione di fuoco, vi catturavano sette partigiani, addetti al servizio dei rifornimenti, e molto materiale, che era distrutto. I partigiani erano condannati alla fucilazione, sospesa, pel momento, per il coraggioso intervento del Bologna. Nelle vicinanze di Rocca S. Maria, essendo ormai in vista, la colonna riceveva il primo saluto, con la voce dei cannoni, messi in azione dai ribelli; quella voce che anche a Teramo, ove era giunta chiaramente, produceva molta commozione. I Tedeschi, che avevano avuto colpito qualche autocarro e ferito qualche soldato, cercavano, in tutta fretta, salvezza in un angolo morto, nei pressi della frazione di Paranesi. Da quella località predisponevano un attacco, allo scopo evidente di accertare di quali forze disponessero i partigiani, e come distribuite. Avanti al plotone, destinato all'azione, dopo avergli legate le mani dietro la schiena, con slealtà militare, mettevano il nostro ufficiale e i sette catturati, costringendo, inoltre, questi ultimi, a spingere innanzi cannoncini da trincea. Ma l'attacco, facilmente contenuto, non era spinto a fondo. Ad un certo momento il capitano prussiano, in relazione forse al suo piano, dava l' ordine di ripiegamento su Paranesi, per rientrare, nella sera stessa, a Teramo. Nel frattempo un loro maggiore medico, non conoscendo i luoghi, si spingeva, in motocicletta, tra i partigiani, dai quali era fatto prigioniero. Prima di lasciare la località, nonostante il nuovo intervento del Bologna, i Tedeschi disponevano per la fucilazione dei catturati. Cadevano così, sotto l'iniquo piombo, vittime di una propria fede, i giovani Mario Lanciaprima, Guido Palucci, Guido Belloni, Gabriele Melozzi e Luigi De Iacobis. Si salvavano, come per miracolo, Berardo Lanciaprima, che nello stesso momento in cui si faceva fuoco, sottraendosi alla raffica, si precipitava nel sottostante burrone, e Gennaro Di Berardino, che cadendo svenuto, senza essere stato colpito, era ritenuto morto e abbandonato. [16] Nei giorni che seguivano si presentava a me il Signor Arduino Correale per studiare insieme la possibilità di ricuperare, per condurle a Teramo, le salme insepolte dei caduti. Ma per allora, per ragioni complesse, con nostro rammarico, non si potè condurre a compimento il pietoso atto, come più tardi fu fatto per altri. A Teramo consentivano al Bologna di rientrare in famiglia, ma sempre in istato d' arresto, quindi vigilato. Nel mattino successivo, avvertito dalla Prefettura che anche lui, secondo l'ordine del colonnello comandante della piazza dell' Aquila, doveva essere fucilato per intesa con i partigiani, in abito civile, riusciva abilmente ad allontanarsi, conducendo con sè la famiglia. A ciò era indotto questo valoroso ufficiale superiore, la storia del quale si pregiava, per opere di pace e per opere di guerra, di pagine davvero superbe. Questo ufficiale, al quale, appunto per le sue speciali doti, erano state affidate, nella carriera missioni di alta fiducia, in ogni ordine, in ogni tempo. Il poeta ultimo del rinnovamento e della patria, che lo aveva avuto addetto alla sua persona, aveva nutrito per lui stima ed affetto. Questo ufficiale superiore, che trovandosi a Teramo, di ritorno dall'Albania, in regolare licenza di smobilitazione, se ne sarebbe potuto rimanere tranquillamente nella sicurezza della sua casa; ma quando sapeva che in quel momento molto oscuro quasi tutti gli ufficiali, anche quelli che esercitavano comando, erano scomparsi, correva, senza esitazione, come in trincea, a prenderne il posto. Il suo allontanamento, che si trasformava per lui e per la sua famiglia in una vera odissea, molto addolorava perchè molto si sperava dalla sua intelligente, equilibrata, ferma operosità, dal suo sano patriottismo. Il ritorno in città non significava, per i Tedeschi, rinuncia alla lotta. In quella stessa giornata, infatti, e nella notte, destando non poche preoccupazioni, specialmente nelle autorità ed in coloro che avevano al bosco mariti, figli, fratelli, continuavano ad arrivare, da Pescara e dall'Aquila, notevoli rinforzi, che proseguivano, dopo breve sosta, per la zona montana. Sull' alba del ventisei il cannone, con cupi rombi, che si ripercuotevano di valle in valle, di poggio in poggio sino alla pianura, annunziava alla città la ripresa del combattimento. I partigiani avevano cercato, nell' attesa, di meglio predisporsi a difesa, ma non tardavano a sorgere tra essi dissensi. Nel darsi lassù un ordinamento, non riuscivano i capi a mettersi d'accordo. Ognuno riteneva di possedere i requisiti per esercitare le funzioni di comandante, disdegnando i diritti che agli altri potessero competere per la maggiore capacità, età e grado militare. Il capitano Bianco, ad esempio, molto impulsivo, non intendeva cedere il comando tattico, che già esercitava, quando tra gli ufficiali vi era il t. colonnello Taraschi, reduce da molte guerre. La discordia, che nella discussione si allargava sempre più, anche per la scelta della posizione sulla quale fare la maggiore resistenza, non poteva non avere, di fronte alle bene agguerrite truppe tedesche, conseguenze dolorose. [17] Ciò nonostante, anche quel giorno, per bravura della loro artiglieria, comandata dai capitani Adamoli e Lorenzini, resistevano, in qualche modo, agli attacchi nemici. Mentre nel bosco si lottava, i Tedeschi rimasti a Teramo, ritenendo che quella resistenza, favorita dal terreno, non potesse essere stroncata, pensavano per rimuoverla di ricorrere ad altri mezzi. Alcuni ufficiali, in vero, presentatisi al Prefetto, dopo un riepilogo della situazione, gli dichiaravano, con la consueta durezza, che se quelle bande non si fossero sciolte entro un dato tempo, sarebbe stata compiuta, su Teramo, per rappresaglia, una forte incursione aerea. Molto turbato e preoccupato, il Prefetto, che aveva in me molta fiducia, me ne dava subito comunicazione. Sperava, poi, che io mi offrissi di andare al bosco, per persuadere i partigiani, con la mia autorità. a sciogliersi, a far ritorno alle proprie case. Offerta brusca, che mi poneva in una alternativa penosissima. Per scongiurare il minacciato bombardamento, certo funesto alla mia città e ai miei concittadini, sarei dovuto andare, avrei dovuto impegnare tutto me stesso, per assolvere nel modo migliore la dura missione. Ma come sarei stato accolto dai partigiani, che si erano spinti a quella avventura tra tanti consensi, entusiasmi, fermi propositi e belle speranze? E' vero che io avrei parlato a nome della città, delle stesse loro famiglie, dei loro bambini in pericolo, ma le mie parole, anche se salivano dal cuore e dalla sincerità, potevano essere fraintese, sfavorevolmente interpretate. Si poteva vedere nel mio atto, in quel momento colmo di sospetti, un eccesso di zelo, se non un inganno, un tradimento. Non andando, mi sarei assunto ugualmente una grave responsabilità. Qualora la sanguinosa minaccia fosse stata effettuata, dal crollo e dalle macerie delle case, con i lamenti dei colpiti, dovevano salire a me il rimbrotto, la maledizione. La discussione col Prefetto non poteva non essere larga, minuta, appassionata. Non poteva sfuggire al medesimo la lotta tremenda che si combatteva entro il mio animo. In un certo momento, dopo altre riflessioni, qualunque cosa mi potesse capitare, decidevo di andare, a condizione, però, che si accettassero le mie dimissioni da Podestà, appena dopo il ritorno. Mi pareva che dopo quanto stava per accadere non potessi più restare a quel posto. Ma il Prefetto non vi aderiva, e pensava d' affidare quella missione al maggiore Bologna, che faceva ricercare nella campagna. Ma neppure lui, per altre ragioni, poteva compierla. La minaccia su Teramo, quindi, non soltanto rimaneva, ma si aggravava, essendo stato ucciso nel frattempo, dai partigiani, quel maggiore medico, che era caduto nelle loro mani. Nella città in subbuglio ed in panico, intanto, tra il rumore delle armi, si chiudevano negozi, uffici, istituti, case. La fuga verso la campagna, verso i luoghi più sicuri, con ogni mezzo, diveniva sempre più larga, viva, affannosa. Pareva come se si fuggisse, con le cose più care, da una città colpita dal morbo, da una città maledetta. Lassù, nella montagna, coperta di nebbia, il cannone continuava a tuonare. [18] Tale era la situazione, molto nera, quando si presentavano anche a me, nel mio ufficio, dove, dalla Prefettura, ero tornato, accompagnati da una signora romana che faceva da interprete, tre ufficiali: un maggiore e due tenenti. Prima che la discussione si animasse, avveniva un muto scambievole esame delle nostre persone, forse anche delle nostre intenzioni, dei nostri umori. Il maggiore aveva aspetto piuttosto bonario, ma da non farvi soverchio affidamento; uno dei due tenenti, biondiccio, dal viso terreo, aveva nello sguardo vitreo un non so che di cattivo, di torvo. Pareva che attirasse l'attenzione di quegli ufficiali, sopra ogni altra cosa, un quadro del Re, che pendeva ancora ad una parete, dietro la scrivania. Evidentemente ne erano rimasti turbati, ma non ne parlavano. Parlavano, invece, in termini molto vivaci, del momento che si viveva, degli ultimi avvenimenti, dell'armistizio. Requisitoria, quindi, contro l' Italia, contro i suoi uomini di governo. Non comprendevo, e ne ero mortificato, perché, dopo tante polemiche, tante accuse e tante difese, da parte di uomini responsabili, si ripetessero a me, modesto amministratore di un modesto comune, anche se capoluogo di provincia, le loro acide rampogne. Quel preambolo serviva ad attenuare, a giustificare la gravità di altra richiesta, in parte già rivolta alla Prefettura. Richiesta terribile, che riguardava, appunto, le bande della montagna; che riguardava Teramo, in cui quelle bande erano state organizzate, come essi affermavano, da cui quelle bande erano partite per operare ai loro danni. [19] Pretendevano: 1) il loro scioglimento entro settantadue ore. Se l'ordine non fosse stato eseguito, scaduto tale termine, Teramo sarebbe stata bombardata, da apparecchi che si trovavano già a Pescara; 2) una lista di cento cittadini delle migliori famiglie, su i quali esercitare la rappresaglia, per il loro ufficiale ucciso al bosco, dai ribelli; 3) l'affissione di un manifesto, per avvertire la cittadinanza che per ogni soldato tedesco ucciso nel territorio del comune, dovevano rispondere con la vita, cento cittadini. La richiesta rivolta in precedenza alla Prefettura era, in confronto, pallida cosa. Un senso di stordimento, un brivido di freddo mi sentii correre per le vene. Quegli ufficiali, dal cuore di sasso, evidentemente, dovevano aver perduto il bene dell' intelletto. In nessun altro territorio; per quanto si sapeva, era stata avanzata una richiesta così mostruosa. Lo dissi, chiedendone le ragioni. Dissi anche, per attenuarne la furia sanguinaria, che nessuna relazione correva tra le bande e la città, che quasi le ignorava; bande costituite, nella maggioranza, da slavi e da soldati alleati, fuggiti dai campi, in cui si trovavano prigionieri o internati. Se non fossero state provocate, forse non avrebbero neanche agito, in nessuna maniera. [20] Molti avevano cercato la montagna per sottrarsi all'arresto, trattandosi di sbandati, di renitenti, di disertori. Protestavo, ad ogni modo, contro la pazzesca domanda, in sacrificio di sangue dei cento cittadini, che, nella categoria in cui dovevano essere scelti, nulla di male avevano fatto; che erano sempre vissuti in opere di bene, nella gioia della famiglia, fuori di ogni intrigo, di ogni passione politica. La guerra poteva avere le sue esigenze, anche severe, ma non poteva mai giustificare atti di scelleratezza tali, che avrebbero gettato negli animi dei popoli civili il più penoso sgomento. Queste ed altre cose dicevo con ansia, con forza, con passione, ma senza riuscire a commuovere, a smuovere quei tre, che apparivano sempre più fermi, sempre più inflessibili nelle loro determinazioni. La natura teutonica assumeva in essi, specialmente nel loquace tenente dagli occhi vitrei e dal sorriso spento, in funzione di inquisitore, il carattere sempre più forte di durezza, di crudeltà. Vivevo in quel momento la mia più nera angosciosa ora. La città, che la ignorava, non poteva partecipare a quella lotta, che io combattevo, nel mio piccolo ufficio, per la sua salvezza, con le sole mie forze. Il sole, che volgeva al tramonto, illuminava ancora con gli ultimi raggi, la cima del quadrato campanile, che sovrastava il Duomo, che era dinanzi le sue campane, con lenti rintocchi, chiamavano a raccolta i devoti, per la preghiera della sera. Nei cittadini, che si muovevano, giù nelle strade e nelle piazze, pareva che riconoscessi, con la mente, quelli che dovevano essere destinati a placare, con il loro sangue, come nelle favole antiche, l'ira della mostruosa belva. Li riconoscevo a uno a uno, nella fisonomia, nelle caratteristiche, nelle passioni, nelle cose loro migliori; li riconoscevo, ed un sentimento di affettuosa pietà, per il loro destino, scuoteva profondamente l'animo mio addolorato. [21] Suonava l' avemaria. Il maggiore, nella melanconia della sera, mi guardava, i tenenti mi guardavano, in attesa di quella assicurazione che essi attendevano, che io non potevo, non volevo dare. Il silenzio, che ne seguiva, era rotto dal solito tenente, il quale, in un mefistofelico sorriso, parlava ancora. Diceva che essi non potevano rinunciare a quella richiesta, imposta dalle leggi di guerra, di cui dovevano rendere rigorosamente conto. In quanto alle persone da consegnare, se io proprio lo desiderassi, potevano consentire, non la rinuncia, ma la sostituzione. Al posto dei cento cittadini potevo dare, ad esempio, cento ribelli della montagna. Avrei in tal modo reso, secondo loro, un doppio servizio alla buona causa. « Razza dannata ! » avrei voluto rispondere, se non fossi stato trattenuto da altre considerazioni. Qualche altra cosa si doveva pur dire, anche per prevenire un qualche altro sciagurato diretto atto, come in altre località era avvenuto. Ma che dire? Tutti gli argomenti, nelle tre angustiate ore di discussione, si dovevano ritenere ormai esauriti. Tutti ? Nella mente in tempesta ad un tratto mi balenava, come luce divina, un' idea, che a mano a mano si ampliava, finiva di dominare. Idea che conduceva ad una di quelle risoluzioni, con le quali si forma la leggenda, s'innalza la vita, si creano gli eroi. Questa volta, con un morale più elevato, fiero di me, guardai con maggiore calma, con nuovo animo i tremendi messi di sangue e di morte. L' idea, che tenevo ormai in mio possesso, come salvezza, non poteva non esercitare, nella sua generosità e nella sua bellezza, una propria decisiva forza. Ripetei ancora una volta, che la loro richiesta, comunque si esaminasse e si considerasse, risultava sempre ingiusta, inumana. Giacchè non poteva essere annullata, nè modificata, altra risoluzione offrivo, la più facile, la più semplice, la più conveniente: offrivo in olocausto per tutti, chi raccoglieva in sè, nella povertà e nella ricchezza, nei vizi e nelle virtù, come in una meravigliosa sintesi, tutta la comunità. Offrivo la fucilazione del suo capo, che poteva soddisfare, con il suo sangue, le esigenze più spinte, la rabbia più feroce: offrivo, nella mia persona, la fucilazione del Podestà, che sin da quel momento si metteva a loro disposizione. [22] La notte cadeva calma su la pretuziana città. Nel silenzio che seguiva, ognuno pareva colpito dalla meravigliosa offerta; ognuno pareva assorto profondamente nei suoi pensieri. Pareva che, nella commozione, non vi potessero essere più parole per nessuno. Dopo un raccoglimento, come di stupore, i Tedeschi ai alzavano con una mossa, con una espressione come se dicessero: "L'offerta è bella. Sta bene. Ne prendiamo atto", ed uscivano. Lassù, alla montagna, il cannone tuonava ancora. Confidavo la drammatica conversazione al mio bravo fido Gino Di Francesco, con particolare raccomandazione di non parlare. Ne rendevo consapevole anche il Prefetto, che viveva, nella grande confusione, nel più vivo orgasmo. Più tardi rientravo nella mia casa, senza nulla raccontare, fiero di me e della mia offerta, in serena attesa della mia ultima ora. Da quel momento mi sentivo in uno stato di serena beatitudine, come se il mio animo, liberato da tutte le umane passioni, aleggiasse, purificato; nel più puro dei cieli, nella più mistica delle luci. Dopo quella offerta mi sentivo, con una nuova eroica forza, come invaso dallo spirito di coloro che, con le loro azioni nobilissime, avevano fatto risplendere su la terra un caldo raggio di divinità. Rivivevo come nella trincea di sangue, nella visione luminosa e cara della Patria, per la quale si combatteva e si moriva. Non vi erano più forze, in quello stato di grazia, che mi potessero scuotere dalla mia ferrea determinazione, santificata dall'idea del più nobile sacrificio. La provvidenza avrebbe assistito, nel doloroso momento, se giungeva, la mia buona fedele compagna. [23] La vita, nelle sue alternative e nelle sue incognite, porta anche con sè, a conforto degli oppressi, le eroiche rassegnazioni! Le sorti dei partigiani, intanto, lassù a la montagna, volgevano al peggio. Nell' impossibilità di poter resistere agli attacchi, che i Tedeschi rinnovavano con maggior violenza, i capi, riuniti in consiglio, deliberavano, come unità, di sciogliersi e di restituire ad ognuno là propria libertà. Dovevano rimanere in efficienza alcuni gruppi, tra i quali gli slavi, per proteggere gli ulteriori movimenti Di quei partigiani, quindi, i meno noti e compromessi ed i ragazzi rientravano silenziosamente nelle loro case; altri si disperdevano nelle campagne, ospiti di amici, in attesa di migliori eventi, o si spostavano in altre località. Il capitano Bianco, ad esempio, andava a ricostituire la sua banda nella provincia di Ascoli Piceno; il concittadino Ammazzalorso ed altri rimanevano, con i propri uomini, sino alla liberazione, nelle nostre montagne, in giudiziosa operosità. Mentre i partigiani, con viva amarezza, sfollavano dal bosco, i Tedeschi, a pochi passi, commettevano quegli altri atti non necessari di sangue, che molto turbavano. Trucidavano, senza ragione, nella frazione di Pascellata, nella loro stessa caserma, il brigadiere Leonida Barucci e i carabinieri Settimio Annechini, Angelo Cianciosi e Vito Coscia. Cadeva anche in vista del bosco, sotto il loro piombo, il dottor Mario Capuani, prelevato a Torricella, nella propria casa, da dove dava al movimento la sua collaborazione. Cadeva senza che nessuno potesse accorrere, in un modo qualsiasi, in favore della sua salvezza. Aveva forse rivolto negli ultimi istanti, nell'agonia senza rantoli, ansioso lo sguardo verso il fatale bosco. Dinanzi al terribile destino, nella visione bella della giovinezza piena di promesse, che lasciava; nella visione luminosa dell' adorata madre, che stava per essere orbata dell'unico amato figlio, vi aveva forse rivolta un'invocazione: ma il bosco, nel suo disfacimento, era rimasto senza risposta. [24] Così cadeva, deluso ed addolorato, quell'amico delle madri e dei bambini, per la sanità, per la floridezza dei quali aveva profuso i tesori della sua capacità professionale, la nobiltà del suo gentile animo. Lassù, a la montagna, non s' udiva più la voce del cannone. La sera del 28 i Tedeschi, vinte le ultime resistenze, erano padroni del bosco. Io seguivo con ansia gli eventi, convinto che essi, qualunque l'esito, non avrebbero potuto influire, pel momento, in nessun modo, su la così detta liberazione di Teramo. Gli Anglo - Americani erano lontani, ed i Tedeschi avevano ancora, a loro disposizione, forze notevoli, bene armate e bene agguerrite. Sempre più fermo nei miei propositi, continuavo ad andare al comune puntualmente, ogni giorno nella consueta ora. Uscivo di casa tranquillo. Vi avrei fatto ritorno? Nei giorni che seguivano il drammatico colloquio, dal mio ufficio vigilavo la via in vista e la piazza sottostante. Ogni gruppo di Tedeschi, che vi appariva; ogni automobile od autocarro che vi sostava, e vi discendevano armati diretti al comune, in una confusione di sentimenti, pensavo giunta la mia ultima ora; che essi mi venissero a prendere, con I' onore delle armi, per la mia ultima festa, tinta di sangue. Venivano ancora, purtroppo, senza tregua, ma per altre ragioni, per altri tormenti. Però, dopo il famoso colloquio, notavo una certa attenuazione nei loro modi sgarbati e prepotenti. I tre ufficiali, che io aspettavo, non si facevano più vedere, nè da nessun altro si parlava più di partigiani, nè della mia fucilazione, al posto dei cento cittadini, nè della città da bombardare. Quattro apparecchi erano stati visti in quei giorni elevarsi nel cielo di Pescara, e prendere la via dell'oriente, da dove, forse, erano venuti. Evidentemente, l'offerta straordinaria, di inspirazione divina, aveva toccato quei cuori duri, ma sensibili ai forti atti, ed aveva compiuto il miracolo. [25] In quegli stessi giorni aveva vita altro episodio, semplice, ma pieno di significato, che doveva essere, per i sanguinari ad ogni costo, di severo monito, di alto insegnamento. Molti giovani del bosco Martese, anche di Teramo, si erano raccolti, nella loro fuga, per riposare e rifocillarsi, in una casa di Cortino, ove giungevano d' improvviso i Tedeschi, destinati alla ricerca ed alla cattura dei ribelli dispersi. Le condizioni di quei giovani, colti in quella casa, apparivano gravissime, anche pei fatto che non potevano nè difendersi, nè fuggire. Se fossero stati identificati, o non avessero saputo sufficientemente giustificare la loro presenza a Cortino, non sarebbero sfuggiti al piombo teutonico. Quando la notizia giungeva al Segretario del Fascio, tal Beniamino Fioravante, senza considerare il pericolo al quale si esponeva, vi accorreva in divisa, per tentarne la salvezza. Quell'uomo della montagna generosa dimostrava, in tal modo, di possedere doti ben diverse da quelle di altri Italiani, che spesso placavano il loro animo nel sangue degli innocenti. E li salvava, facendo abilmente credere ai Tedeschi, che lo minacciavano di morte qualora non dicesse la verità, che quei giovani erano, non partigiani, ma fascisti fedelissimi, fuggiti dalle loro case per sottrarsi alla rappresaglia dei sovversivi, dai quali erano ricercati. [26] Teramo, dopo l'episodio del bosco Martese, si riempiva d'uffici, di comandi, di truppe. Molto preoccupava, poichè si sapeva la cura, con la quale gli Anglo-Americani ricercavano i Tedeschi, per colpirli inesorabilmente, ovunque si trovassero: nelle città e nei villaggi, nei palazzi e nelle Chiese, nelle caserme e nelle officine. I pericoli, quindi, con tali arrivi, da nessuno desiderati, giornalmente aumentavano. Ma sino a quel momento gli apparecchi erano sì qui giunti, ma soltanto in volo di ricognizione. I cittadini, tornati quasi tutti dalla campagna alle loro case, in una beata fiducia, ne ammiravano le agili evoluzioni, senza riflettere che bastava il tocco di una leva, lassù in alto per gettare in essi, giù nel basso, rovina e morte. Gli attacchi temuti, intanto, s'iniziavano, come quello compiuto la mattina del 4 ottobre, giorno di San Francesco, contro il treno, nei pressi di Fiumicino, producendo notevoli danni. Tra i feriti risultava il Vescovo Monsignor Antonio Micozzi, che rientrava in sede; tra i morti una giovanissima sposa, che io vedevo insanguinata, reclinata su il sedile di un vagone, bella nella sua pallidezza, nell' acconciatura del suo capo, nel suo abito da festa, nel suo civettuolo abbigliamento. Andava forse a lieto convito, ed incontrava morte. Gli attacchi continuavano, nei giorni successivi, lungo le strade e nelle campagne, contro carri, autocarri, automobili, il più grave dei quali risultava quello effettuato nella contrada della stazione, mentre nel pomeriggio di sole della domenica del 16 ottobre vi ferveva un brioso passeggio. Vi si trovava gente che, come consuetudine, dopo il lavoro settimanale, vi si era recata per la ricreazione campestre ; altra per visitarvi amici; altra ancora per proseguire, con i fiori, verso il Cimitero, per il doveroso omaggio ai defunti. Ogni cosa vi si svolgeva con normale serena sicurezza, non essendovi colà obiettivi propriamente bellici. Le mamme sedevano in riposo, davanti alle case, mentre i loro bimbi si rincorrevano, lietamente chiassosi, nei campi, nei giardini, lungo le strade. Passavano le carrozze, passavano le automobili. Ad un tratto, in quella serenità, apparivano sopra la Specola, come spiriti folli, velocissimi, cacciabombardieri alleati. [27] Dopo una rapida evoluzione su i colli, si dirigevano, a bassa quota, oltre la vallata del Tordino, oltre Villa Mosca. Passavano, ma tornavano subito indietro, piombando, come bolidi, fragorosamente, su la strada, su le case, sullo scalo ferroviario, per sganciarvi il loro micidiale carico. Compiuta, nella fuga disordinata e nelle grida dei passanti, la loro funesta opera, riprendevano baldanzosamente quota, giravano, scomparivano. Dalla mia casa, lesionata anch' essa, tra gente folle di spavento, correvo sul vicino luogo colpito. Poche per fortuna le bombe esplose, pochi i danni, molti i feriti. Dei cinque morti, un bambino della famiglia Ricci, Guerino, dal viso cereo, dai riccioli d' oro, dal piccolo ventre squarciato, molto mi colpiva, profondamente m 'addolorava. Non I' avrei più rivisto quel bimbo, fresco e roseo, tra gli altri bimbi dell' Asilo Nido, che frequentava; nè avrei più ricevuto il suo timido grazioso saluto, passando dinanzi alla sua casa; nè più avrei carezzato paternamente il suo piccolo capo! La madre, nel suo amore, aveva cercato salvarlo stringendolo al suo seno, coprendolo col suo corpo; ma la scheggia, che giungeva violenta di lato, lo colpiva ugualmente. La coraggiosa perdeva così il bambino, ma perdeva anche un braccio, con il quale lo stringeva. In quella stessa incursione, cadeva, mentre spensierato giuocava sulla strada, un altro bambino, Vincenzo, della famiglia Arlotta. Vedevo, inoltre, mortalmente colpito, il diciottenne Umberto Ulisse. Dalla casa di là della ferrovia, dove, tra lo strazio della madre, agonizzava, lo trasportammo, io ed altri, a braccia, su la strada, quindi, con un'automobile, all' Ospedale. Le amorevoli cure dei sanitari a nulla valsero. Nella notte, senza riprendere i sensi, lasciava per sempre la famiglia, la madre, la bella giovinezza. [28] Infamemente barbara quella guerra aerea, che, senza limitazioni, colpiva dall' alto e distruggeva, con i monumenti, con il ricco patrimonio, con la storia, intere prosperose città; che sconvolgeva, ricchi di prodotti, vasti fecondi campi; che uccideva, senza un palpito di pietà, ovunque si trovassero, bambini e donne, vecchi e malati. I neri volatori apparivano più feroci dei bianchi, le donne, non più custodi e gioia della casa, più dei neri in questa diabolica opera di morte. Sinistramente terribile quella guerra; che si combatteva in nome di una civiltà, che rappresentava, invece, nel più torbido egoismo, la più crudele delle barbarie. Appassionate considerazioni, che potevano sbocciare dai nobili indipendenti spiriti, ma senza alcun valore dinanzi alla demenza in atto del mondo. La sera di quello stesso giorno ero ricercato, con ansia, dal Comando Generale tedesco, per esaminare insieme il fatto nuovo. Supponeva, ammaestrato dall' esperienza, che a causa di quel comando, da ritenersi, su segnalazione delle spie, scoperto, quegli apparecchi sarebbero tornati, per continuare anche su la città i loro bombardamenti. Si poneva, quindi, urgente il dilemma: o la città doveva evacuare, o quel comando, con i servizi e le truppe, se ne sarebbe dovuto allontanare. La decisione sbocciava con immediata prontezza dal mio spirito agitato. Non sarebbe stata cosa facile, con la sua popolazione, con i suoi uffici, con le sue organizzazioni, far evacuare la città. Comunque, il problema, nei loro riguardi, non sarebbe stato neppure risolto rimanendo immutato, per essi, il pericolo delle bombe. [29] Consigliavo, di conseguenza, come era naturale, il trasferimento per altra sicura contrada. Fatte fallire, ad arte, le ricerche di locali in altri comuni della provincia, nei giorni successivi, e comando e uffici e truppe partivano per Rocca di Mezzo, provincia dell' Aquila. Proprio là, quel comando, dopo non molto, era colpito da uno dei più violenti bombardamenti. Lo spionaggio, evidentemente, funzionava alla perfezione.. In tal modo, con quei Tedeschi, rimaneva vittima delle bombe, ciò che molto addolorava, e vittima degli infami prezzolati delatori, la solitaria cittadina montana. L' Ente comunale d'assistenza vi perdeva il pianoforte, di molto valore, che i Tedeschi, nel partire, avevano portato con sè, con promessa di restituzione. Si poteva benedire tale perdita, quando era stata salvata la città. Avevo favorito, nel medesimo tempo, l'istituzione di Ospedali militari. Già molti ve ne erano, ed altri se ne dovevano aprire, per quindi far dichiarare Teramo, con tutti i benefici delle leggi di guerra, città ospedaliera. Ma altri fatti facevano sospendere, in seguito, le iniziate trattative. I Tedeschi vedevano già sorgere sul loro orizzonte, prima molto limpido, nere nubi temporalesche, ed eventi da cui sarebbero stati sospinti sempre più verso settentrione. [30] Il prefetto Andrea Tincani, studioso e dotto, lasciava Teramo verso la fine di giugno 1943, quando appunto s'iniziava, con i nuovi dolorosi eventi, questo diario. Egli partiva, ma lasciava, con la squisita sua educazione, con la correttezza dei suoi atti, con l'appassionato fervore, con il quale aveva adempiuto la sua alta missione, segni indistruttibili e luminosi. All'adempimento rigido e scrupoloso del dovere, aveva sempre unito un senso superiore di bontà, di umanità, di giustizia. Pareva che vivesse, in una ricca generosità, per I' altrui bene, per la prosperità della provincia affidata al suo saggio illuminato governo. Dinanzi alle inevitabili difficoltà e ai contrasti, pareva che divenisse sempre più decisamente forte. Nessuna debolezza mostrava dinanzi a quei fenomeni, tendenti a diminuirne l'autorità, che erano i prodotti non felici del tempo. Teramo, proprio sotto il suo governo, poteva iniziare a sviluppare quel suo ardito programma di rinnovamento, molto notevole, nelle strade, nelle piazze, negli edifici, nelle Chiese, nei costumi. Erano state già compiute alla sua partenza opere, alle quali legava durevolmente il suo nome. Ne prendeva il posto il prefetto Elmo Bracali, di cui si e già parlato, ma non per molto tempo. Ed in vero verso la fine di ottobre, ossia a pochi mesi dalla nomina, e dopo un periodo di ansie e di pericoli, giungeva improvviso e inaspettato il suo collocamento a riposo. Al suo allontanamento non dovevano essere stati estranei i Tedeschi, che dovevano attribuire anche a lui la responsabilità, o la tolleranza, nella costituzione a Teramo delle bande dei ribelli. Avevano usato infatti, nel giungere, nei suoi riguardi, modi duri e villani. Il provvedimento determinato, senza dubbio, da ragioni politiche, molto rammaricava. Dotato di squisita educazione, di svegliatissima intelligenza, di vasta cultura generale e professionale, allo stesso modo del prefetto Tincani, anche lui aveva fatto del suo ufficio un vero apostolato. Instancabile nella sua operosità, alla quale spesso sacrificava serenamente vitto, sonno, riposo. Prima il dovere, pareva che fosse il suo motto, poi i diritti. [31] Confortava, poichè si pensava che, una volta fuori della guerra, sarebbe stato ripreso il programma di rinnovamento, del quale si era reso premurosamente conto. Sostituiva il Bracali, in mezzo ai dolorosi eventi, il prefetto di nuova nomina colonnello Vincenzo Ippoliti. Relativamente giovane, robusto, molto intelligente, tanto da rendersi ben conto, in breve tempo, del non facile nuovo incarico. Di natura impulsiva, dinanzi alle contrarietà, era talvolta indotto a compiere atti, che forse non trovavano corrispondenza nella sua indole, nel fondo del suo animo non cattivo. Talvolta offeso nei suoi principi e nella sua sensibilità, pareva che volesse fucilare tutti, ma non fucilava nessuno. Ordinava, inoltre, arresti con la stessa facilità, con cui dava poi agli arrestati la loro libertà. Faceva anche, nei comuni ritenuti ribelli, spedizioni armate, magari con molto chiasso, ma con limitatissimi danni, che poi largamente risarciva. Amava molto il popolo, con il quale volentieri parlava, sostenendone i bisogni e le ragioni. Non tollerava i Tedeschi, e con essi spesso litigava, e ne biasimava la condotta di soprusi e di violenza. Di spirito fortemente nazionalista ed imperialista, era molto sensibile alla grandezza ed all'onore d'Italia. Un giorno, dopo una comparsa all'Ente comunale d'assistenza, che frequentemente visitava e ne ammirava, con animo commosso, il benefico funzionamento, partiva da Teramo, senza farvi più ritorno. [32] Mentre si svolgevano tali avvenimenti, il prof. Mario Morricone, uomo di onesto sentire e di lettere, sollecitato da Roma, determinava di riattivare, secondo il nuovo concetto, la Federazione dei Fasci di Combattimento. Era per lui, anima semplice e buona, una quistione, forse, di coscienza e d' onore rispondere all'invito, quando, nel generale smarrimento, tutti fuggivano. Le autorità, però, in un momento tanto confuso, non vedevano di buon occhio tale rinascita, ma con i Tedeschi in casa, per ragioni di prudenza, non ne parlavano. Molte adesioni erano determinate, evidentemente, da sincero generoso impulso; ma altre, più che da ragioni ideologiche, o convinzioni politiche, da calcoli di pratica opportunità. Le insegne del littorio, che si intendevano rialzare, sia pure con molto rischio personale, potevano, ad ogni modo, concorrere a placare, come in verità placavano, e bisogna tenerne conto nella valutazione, la rabbia tedesca, sempre pronta a compiere, specialmente in quel primo momento, atti di sanguinosa violenza. Poichè a Roma pareva che non si mantenessero gli impegni, consacrati nel nuovo patto, che dovevano condurre verso più libere democratiche istituzioni, non tardava a prodursi, tra gli inscritti, molto malcontento, manifestato pure nelle libere discussioni. Di conseguenza, lo stesso Morricone, offeso nella sua sensibilità e nella sua buona fede, indiceva una assemblea straordinaria, senza chiedere al Prefetto, divenuto, nel frattempo, capo anche politico della provincia, alcuna autorizzazione. Pronunciava, contro il nuovo inganno, una coraggiosa aspra requisitoria, approvata unanimamente dai presenti. [33] Da quel momento la Federazione repubblicana di Teramo si doveva ritenere virtualmente sciolta. Il tentativo del prefetto Ippoliti di tenerla, per ragioni soprattutto politiche, ancora in vita, con. la nomina di altro commissario, nella persona di Ansaldo Anselmi, credo che non riuscisse. Vi potevano essere ancora i quadri, costituiti dai più fedeli, ma pochi i gregari. Dagli stessi fascisti non si riteneva, generalmente, di fomentare nuove discordie e nuovi odi, quando più grandi divenivano le sventure della patria. Anzi in qualcuno non era mancata l'idea di giungere ad un accordo con gli stessi partigiani, per concretare, con spirito italiano, un'azione comune contro tutti gli stranieri, che sconquassavano, bagnavano di sangue le nostre belle contrade. Anche l' esperimento di ricostituire la Milizia non riusciva pienamente. Nella lusinga di sottrarsi ad altri più pericolosi obblighi, ed attratti dalle promesse di buone retribuzioni, vi potevano accorrere, sul principio, molti giovani. Ma su di essi i comandi, sia per l'età, sia per l'affrettata preparazione, non potevano fare sicuro affidamento. Non sostenuti, inoltre, dalla fiamma di un ideale, nè da una forte fede nella loro missione, facilmente si stancavano, si sbandavano, disertavano. Non pochi, qualche volta anche con le armi, raggiungevano in montagna i partigiani. Ma altri, specialmente gli anziani, restavano fedeli all'idea e al giuramento. Alcuni, anche giovani e pieni di promesse, ebbero a pagare con la vita la colpa d'aver indossata, fuori tempo, la divisa fregiata dei segni del littorio. Essi, in verità, non avevano mai fatto alcuna azione di forza contro i fratelli, che vivevano sulla montagna, ed anche nelle vicinanze della città, con altri ideali. A mano a mano però che gli Alleati si avvicinavano i diversi tipi di battaglioni, dai nomi sonori, si disfacevano, scomparivano. Negli ultimi giorni di quei battaglioni non erano rimasti che i quadri, abbandonati a se stessi, nelle loro melanconiche riflessioni. [34] Si credeva generalmente che i Tedeschi fossero moderati nelle loro esigenze. Si raccontavano episodi sulla loro vita che accreditavano quella leggenda, che li elevava ai severi costumi degli Spartani o Romani dei migliori tempi. Invero, chi era stato in Germania aveva notato in essi molta disciplina, un senso superiore d'ordine, un severo controllo di sé e dei propri atti, un rispetto fanatico alle loro leggi. Ne riportava l'impressione di un popolo dalle doti veramente elevate, meritevole delle migliori fortune. Quelli capitati a Teramo, quali ufficiali addetti ai comandi, producevano, sulle loro qualità, una certa delusione. Di natura doppia erano evidentemente. Non ne volevano proprio sapere di quei sacrifici imposti dalla guerra, ai quali filosoficamente si adattava l'ufficiale italiano. Davano, con le loro non moderate esigenze, rendendosi così maggiormente invisi, non poco fastidio agli uffici e alla popolazione. Nella ricerca delle case, occupavano, tra le migliori, non soltanto quelle disponibili per sfollamento, ma anche quelle altre, i cui proprietari erano presenti. Imponevano ad essi senza eccezioni e senza discussioni, creando situazioni penosamente difficili, lo sgombero in poche ore. Una volta dentro vi apportavano modifiche, non esclusa la sostituzione con mobili prelevati altrove, da rendere non facile la ricomposizione della casa, alla loro partenza. Per i mobili che rimanevano, s'intende. Normalmente, partendo, portavano con se ogni cosa, dalla sedia al pianoforte, se vi si trovava. Del tutto inutili gli esperimenti di accurati interramenti e di bene mascherate murature. Tutto scoprivano, comunque nascosto, e tutto predavano, senza riguardi per nessuno. Inutili le proteste. Il comune, che ne era esso stesso vittima, con il suo intervento, anche energico, poteva attenuare, ma non eliminare i soprusi compiuti con evidente spirito di rappresaglia. [35] S'illudeva non poco colui che poteva ancora credere che, con la proclamazione della repubblica sociale fascista, i Tedeschi ci considerassero ancora amici. Dopo l'armistizio, da essi qualificato perfido tradimento, e ce lo facevano capire in tutti i modi, non si poteva sperare un migliore trattamento. Di paesi nordici, soffrivano molto il freddo. Per l'invernata requisivano tutto il carbone, ovunque si trovasse. Così, mentre nei locali da essi occupati si soffocava dal caldo, i nostri uffici, le nostre scuole, le nostre case rimanevano senza riscaldamento. Nè erano meno esigenti per i bisogni dello stomaco. Non apparivano mai sazi. Forse avevano troppo digiunato, nella loro terra, nel regime di economia, per la preparazione alla guerra, che insanguinava il mondo Volevano evidentemente reintegrare il perduto, a scapito degli altri Dei comuni cibi non erano soddisfatti. I loro pranzi, inaffiati da ottimi vini, che gustavano più della birra, dovevano essere costituiti da scelte vivande. Le nostre contadine dovevano lavorare d'astuzia per sottrarre alla requisizione il loro pollame. Burberi, severi, inflessibili erano però sempre questi ufficiali nell'adempimento del loro dovere. Ma talvolta famigliarizzavano con i soldati in un modo che nella nostra concezione latina, molto ci meravigliava. Nell'occupare i locali del Circolo teramano, per i loro trattenimenti, offrivano un ricevimento, invitandovi autorità ed elementi della milizia. Gli ufficiali, nello svolgimento della festa, non erano appartati, non solo, ma rimanevano tra i soldati, con i quali parlavano, allegramente scherzavano, come se fossero di pari grado. A tavola sedevano promiscuamente, senza alcuna distinzione. La cordialità aumentava, con l'aumentare del vino che bevevano. I soldati, in verità, in un composto e disciplinato contegno, non ne abusavano. In un certo momento il colonnello, un super decorato, fatti disporre per tre i presenti, nella grande sala, li faceva poi sfilare, come in una rivista, al passo da noi chiamato romano, al comando di altro ufficiale superiore, dinanzi al suo tavolo, sul quale egli era, impettito e con il braccio teso. [36] Nessuno dei nostri ufficiali, anche il meno serio, si sarebbe così comportato. Un'altra stranezza dell'umana natura, che faceva pure pensare. Poi con soldati tedeschi e con soldati della milizia, si formavano due separati gruppi. Ogni gruppo, successivamente, si alternava in canti della guerra e in canti della patria. Appartenevano i soldati tedeschi a truppa scelta; scelti anche essi erano i nostri, per la loro prestanza fisica, per il giovanile entusiasmo, per la svegliata intelligenza, per il forte spirito militare e nazionale. Dal canto che saliva da quei due gruppi, forte nelle parole, nel significato, nell'ardore, si capiva il tormento patriottico, da cui erano agitati. Pareva di assistere ad una delle più nobili tenzoni, con le armi affilate sul campo di battaglia. I nostri magnifici giovani, nel ribattere, con romano spirito, i forti teutonici, riaffermavano la loro appartenenza ad una gloriosa razza, di gloriosa storia. Certo, tutto con quei giovani si sarebbe potuto osare, come si era osato, per altre conquiste. Invece ben altro, al loro onore e al loro ardore, era per allora riservato. Bella santa gioventù nostra, uccisa, travolta, dispersa, nella torbida tragedia, quando e da chi sarà a noi restituita? Mantenevano alto il prestigio tedesco i soldati di transito, diretti al fronte, che si presentavano robusti, vigorosi, aitanti; che si distinguevano dagli altri, anche per quella loro andatura sciolta, decisa, superbamente marziale. Pareva che nulla dovesse fare ad essi ostacolo, anche quando camminavano in città, per loro conto. Prepotenti come sempre, apparivano decisi nelle loro azioni, contro qualunque forza. Osservavano la consegna, sacra per essi, sino al sacrificio. Non accennavano mai a stanchezza, nè a sfiducia. Non disperavano, anzi fermamente credevano alla vittoria, di cui cantavano, nelle loro cadenzate vibrate marce, la poesia, la bellezza, la gloria. Si pensava, nel vederli e nell'ascoltarli, che quei soldati, dalle molte possibilità, possedessero tutte le qualità per vincere. Forse avrebbero vinto, se in contrapposto a quelle loro personali doti non vi fossero stati errori gravi, politici e militari, da parte dei loro troppo esaltati capi. [37] Poca stima avevano dei soldati delle altre nazioni, che si reggevano come essi affermavano, soltanto in forza dei potenti mezzi meccanici, carri armati ed aeroplani, di cui disponevano. Si ritenevano, a parità di condizioni, invincibili. Forse non esageravano, poichè avevano dato su i campi di battaglia splendide prove di capacità e di valore. Comunque, avevano dimostrato come per la fanatica fede al loro capo e per l'amore alla loro patria, sapessero serenamente soffrire, combattere e morire. La guerra, certo, la sapevano fare. Gli sfollati, che giungevano dalle vicinanze del fronte abruzzese, pur nel loro odio, ne parlavano con molto rispetto. Dicevano e confermavano concordemente, che mediante stratagemmi ed abili spostamenti, erano capaci, anche se in pochi, di tenere in iscacco massicci reparti, per molto tempo. Abilità particolare dimostravano nel sottrarsi ai duri colpi della distruzione. Quando le truppe alleate, ritenendo, con più potenti mezzi, d'aver tutto frantumato, ritentavano la prova, erano ancora respinte da quegli uomini, che parevano usciti d'improvviso, come potenza infernale, da misteriose profondità. Intanto, il ritardo di quella avanzata, che molti speravano, dopo Salerno, decisamente rapida, determinando molte delusioni, rendeva sempre più viva e pungente l'angosciosa attesa della liberazione. [38] Uno degli scopi di continuare nella carica di Podestà, che diveniva sempre più pericolosa, consisteva, ripeto, nel vivo desiderio di vigilare, nel modo migliore, su le sorti della città affidata già da quattro anni al mio governo, al mio affetto. In taluni momenti la vita, forse senza rendersene conto, dominata da misteriosa forza, è sospinta verso generosi atti. In quel periodo, invero, mi sentivo lieto quando potevo comunque prevenire, impedire o lenire le altrui sventure, le cittadine calamità. Oltre agli interventi diretti, molto efficaci, provocavo anche ordini tendenti a scongiurare, nei tanti pericoli, guai maggiori. Riuscivo ad ottenere, ad esempio, dal generale Zanthier, forse perchè austriaco e cattolico, un'ordinanza, che si poteva poi vedere affissa alle porte della città, con la quale si impartivano rigorose disposizioni sulla condotta da tenersi dalle truppe tedesche che occupavano Teramo, o vi fossero di passaggio. Ordinanza che, se non raggiungeva appieno il suo scopo, apportava pur sempre notevoli benefici alla sicurezza ed alla tranquillità della popolazione. Comunque, offriva la possibilità di correre a presentare ai Comandi le mie proteste ogni qualvolta se ne tentasse la violazione. In uno di quei giorni ero chiamato d'urgenza da quell'ottimo e colto Monsignore don Giovanni Muzi, decoro della Curia Aprutina, al quale era stata affidata, saggiamente, la direzione della ricca biblioteca Melchiorre Delfico. Anche quest'ottimo Monsignore, pur nel turbinio dei pericolosi eventi, fedele alla consegna, era rimasto, come un valoroso soldato, saldo al suo posto. Un tal fatto, senza dubbio, concorreva in modo notevole a salvare, dall'altrui rapacità, la bella biblioteca. [39] Quando, invero, soldati tedeschi, dai locali del Liceo-Convitto, trasformato in Ospedaie, forzando una porta penetravano nel piano inferiore, certo per farvi bottino, si trovavano di fronte il forte custode di quel tesoro. Insieme ci recammo dal Direttore, il quale non poteva non piegarsi dinanzi alla serena figura del nostro sacerdote. La porta, per la quale i soldati erano entrati, si faceva rinchiudere, per maggiore sicurezza, in muratura; nei locali della biblioteca si metteva, bene in vista e scritta nella loro lingua, un'ordinanza di divieto per i Tedeschi di penetrarvi, comunque di produrvi danni. Ordinanza che, successivamente, era estesa al teatro romano e ad altri locali, che raccoglievano opere di artistico storico valore. Mi trovavo, un altro giorno, nel palazzo del Convitto, presso il Tribunale di guerra, che per la prima volta si riuniva a Teramo. Offriva, con il suo apparato, una certa solennità. I giudici militari sedevano già, nell'abituale rigida compostezza, nei loro seggi. Ad esaminarli non incoraggiavano, non facevano molto sperare per la sorte degli imputati, che se ne stavano silenziosamente a guardarli dai posti ad essi assegnati. Dopo i moniti di rito si iniziava il dibattito. Vi si giudicava, tra gli altri, per favoreggiamento al nemico, il Podestà di Caramanico, avvocato Nicola Nanni. L' accusa era grave; la pena chiesta dal pubblico accusatore, pena di morte, più grave ancora. Il Nanni, nell'udirla sobbalzava, sbigottito, dal banco su cui sedeva; i presenti rivolgevano, con sgomento, lo sguardo verso di lui. La morte! Non poteva non atterrire quando giungeva a colpire d'improvviso una forte esistenza, sottraendola violentemente dalle cose terrene, dalla dolce famiglia, da tutte le promesse, da tutte le speranze, delle quali sempre si lusinga la povera vita. Non poteva non produrre, anche ad animi forti, un profondo sconvolgimento. [40] Dopo il primo stordimento, il Nanni si riaveva, si ricomponeva, parlava ai giudici con una calma davvero ammirevole. I presenti continuavano le loro osservazioni sulle mosse, sulle espressioni, sulla voce di quell'uomo, che doveva già vagare con lo spirito negli oscuri limiti del regno dell'eternità. Parlava, ma non si comprendeva quale effetto producessero le sue parole sui giudici, che rimanevano rigidamente composti. Dopo l'arringa del difensore avvocato Moruzzi, i giudici si ritiravano. lo, approfittando della conoscenza dell'interprete, li seguivo, chiedendo, nella sala delle deliberazioni, di parlar loro. Tra i capi d'accusa figurava quello d'aver dato ospitalità ad ufficiali inglesi, in esercizio di spionaggio, e di averli accompagnati in una ricognizione, non lontano dal fronte. Io, che ne assumevo, in quel consiglio, la difesa, giustificavo la condotta del Nanni, non in funzione delittuosa, ma con lo spirito di gentilezza, innato nel popolo abruzzese. Popolo che apre, senza chiedere il nome, a chi bussa alla sua porta; che gli offre il pane ed il letto; che gli indica, se necessario, la via nel rimettersi in cammino. Il Nanni aveva ubbidito, nel favorire quegli ufficiali, senza conoscerli, ad un imperativo dell' indole sua e della sua razza. Ed altro dissi con ansia, in una forma molto persuasiva. Nel distendere la sentenza, quei giudici, che accusavano il Nanni di molte contraddizioni nel discolparsi, attenuavano la richiesta della pena, da quella di morte a quella di pochi anni di carcere, in seguito anche graziati. L'indulgenza era estesa ad altri imputati, che sedevano, per gli stessi motivi, sullo stesso banco del Nanni. Il Podestà di Caramanico non avrà, forse, mai saputo l'opera con tanto fervore svolta, a suo favore, dal Podestà di Teramo. [41] In seguito a mia viva intercessione presso il Prefetto erano restituiti a libertà Ammazzalorso Amedeo, Camardella Alessio, De Cicco Italo, D'Amico Carmelo, De Fabritiis Pasquale, Di Marco Amilcare, Di Odoardo Pasquale, Ferri Umberto, Intellini Alessandro, Ioannoni Giuseppe, Lattanzio Nicola, Mattucci Tobia, Panbianco Cino, Pompa Alfredo, Romani Vincenzo, Trippetta Giuseppe, Zaccaria Alfredo e Zippilli Felice. Togliendoli dal carcere li toglievo anche dal campo di concentramento dell'alta Italia, nel quale, senza dubbio, sarebbero stati inviati, essendo sul loro conto, nell'ordine politico, per cui erano stati arrestati, molto gravi le accuse. Non tutti, forse, in quel periodo di diaboliche azioni, ne sarebbero tornati. Ottenevo pure, nonostante le gravi difficoltà, la scarcerazione, da parte della polizia tedesca, del veterinario dott. Gatti, detenuto anche lui per il reato di collaborazione con gli Anglo-Americani. Rendevo meno dura la vita agli internati politici, affidati, per I' amministrazione, alle mie cure. I generi alimentari messi per i medesimi a disposizione erano molto scarsi. Di conseguenza, per poter far giungere ad essi cibo, oltre che sano, anche abbondante, con mio rischio, dovevo alterare le cifre, che a quegli internati si riferivano. Mi recavo spesso a visitarli, per dir loro la buona parola. Erano di tutte le condizioni: dall'operaio al professionista; dal sacerdote all'ufficiale; dal cinico al mistico. Non mancavano le donne, nè i bambini, che facevo ricoverare presso la Casa della Madre e del Fanciullo. Il giorno di Pasqua, chiusi nelle carceri di S. Agostino, ove li visitavo, facevo somministrar loro un vitto speciale. Mi adoperavo anche per la loro liberazione, a molti, a mano a mano, concessa. [42] Nè avevo timore dall'estendere fraterna assistenza agli Ebrei, giunti nel comune dalla Francia e da Milano. Si presentavano a me, nelle dure vicissitudini, timidamente. In ogni ariano, nell'ingiusta persecuzione, vedevano un nemico, pronto a colpirli; ma trovavano in me, per umane considerazioni, un vero protettore. Oltre a procurare ad essi una vita relativamente agiata, vegliavo pure sulla loro sicurezza. Allorché i Tedeschi, ed anche la nostra polizia, si mettevano alla loro ricerca per catturarli, li facevo rifugiare in campagna, presso famiglie fidate. Quando mi si chiedeva di fornire, con un elenco, il nome e il domicilio, non esitavo dal negare la loro presenza nel territorio del comune. Umani sentimenti mi inducevano ancora a riscaldare la vita sconsolata di coloro che, nel colmo dell'inverno, di giorno e di notte, senza indumenti e senza mezzi, si rifugiavano, quali sfollati o profughi, nella mia città. Mi è caro riportare l'indirizzo di una lettera a me diretta, con espressione di gratitudine, da uno di essi: "Al Podestà di Teramo, valoroso protettore dell'umanità smarrita". Umanità davvero smarrita Giungevano a Teramo, questi nostri fratelli, dalle terre colpite dalla sventura, isolati, a gruppi, a brigate; giungevano con tutti i mezzi. Erano donne, bambini, vecchi, malati; erano famiglie intere, frazioni di famiglie, che avevano visto, nel partire, distrutti i loro beni, i prodotti dei loro campi, i risparmi delle loro fatiche, il conforto del loro dolce focolare domestico. Giungevano, nel pieno inverno, soli con la loro desolazione, con i segni profondi delle sofferenze e della sciagura, da cui erano stati così ferocemente colpiti. Spesso non avevano con sè neppure il tradizionale fagotto di cenci, unico patrimonio del pellegrino randagio. Attendevo questi nostri fratelli, sperduti nella neve, sino a tarda notte. Li attendevo per prodigare loro quelle prime cure, con cibi caldi e locali riscaldati, con cui potessero riacquistare un pò di forza, una maggiore fiducia in sè e nella vita. [43] Dopo la sosta fortunata, per rigorose disposizioni del comando tedesco, che attentamente controllava, dovevano riprendere, come deportati, il doloroso cammino. Ma molti di essi, da me favoriti, si rifugiavano ovunque vi fosse, per ospitarli, una casa, una capanna, un ricovero qualsiasi. Vi erano figure del popolo lavoratore; ma vi erano anche, ridotte in santa povertà, persone che rappresentavano I' elevata categoria degli intellettuali, del clero, dei professionisti, degli industriali, dei proprietari. Anch'essi, che avevano guazzato nell' abbondanza, si dimostravano lieti di una minestra, per mangiare, di un pò di paglia, in un locale riscaldato, per dormire. L'uomo per fortuna finisce sempre per adattarsi rassegnato, alle crudeli burle, ai capricci del suo destino! "Parlate anche di noi, nelle vostre memorie, della nostra riconoscenza, della nostra grande gratitudine, che rimarrà sempre viva nei nostri animi". Così mi diceva una delle Signorine Zuccarini, la maggiore, nel ripartire, dopo la liberazione, per la sua Lanciano. Vi ricorderò, si, cara Signorina. Ma vi ricorderò nella bellezza della vostra modestia, nel pregio della vostra bontà. Con voi ricorderò tutta la vostra famiglia, nobile nella sua fede, forte nella sua rassegnazione. Ricorderò, in modo particolare, la squisita sensibilità del vostro mite genitore, che tutto si compiaceva, nelle sue visite ai locali di Piazza Muzi, per l'assistenza affettuosa, prodigata agli sfollati, suoi compagni di sventura. Vostro padre, che scosso soverchiamente, nel fisico e nel morale, non sapendo sopravvivere alle ultime dure vicende, rendeva qui la sua bella anima al cielo. [44] Completavano la mia opera, come per gli sfollati di Napoli, i medici condotti, sempre presenti e pieni di premure nel vigilare sulla loro salute; i Vigili del fuoco, con il comandante Umberto Carpanelli, e le Guardie urbane, che si prodigavano in mille modi in loro favore; il personale tutto d'ufficio, di cucina, di refettorio, pronto a soddisfare, in tutte le ore, ogni richiesta, ogni loro desiderio. Facevano parte di quel personale, ed è doveroso, per la riconoscenza, farne qui il nome, Arnaldo Di Paolo, Carlo Di Felice, Luigi Di Marcantonio, Rosa Cesti, e le signorine, dalla gentile grazia, Dora Quartapelle, Silvia Filipponi, Anita Di Domenico ed Elsa Di Lodovico. A sostegno di alcune di queste affermazioni, in riferimento ad un santo dovere compiuto, trascrivo due lettere. Prima quella a me diretta dalle buone Suore Domenicane, conducenti con sè amorevolmente, nella dolorosa peregrinazione, molte orfanelle, affidate alle loro cure. Anime buone, che esprimevano in forma religiosamente gentile la loro gratitudine, i loro ringraziamenti, i loro auguri. Scrivevano: « Signor Podestà, le Suore Domenicane e infermiere di S. Caterina da Siena, unite all' Orfanelle di Pescara, ringraziano di cuore per la bontà paterna avuta a loro riguardo nella breve ed indimenticabile sosta fatta a Teramo. Ricambieremo tale carità usataci, con la preghiera che insieme alle Orfanelle innalzeremo al Signore per la felicità Vostra, della Vostra famiglia e dell' intera città di Teramo. Che il Signore voglia risparmiare la tanto ospitale città, che fa dimenticare agli sfollati le loro sofferenze. Forse non incontreremo più tanta bontà come a Teramo. Vogliate estendere i nostri ringraziamenti a tutti gli Impiegati dell' Eca, che furono con noi solleciti e gentili. Inviamo i nostri ringraziamenti e vi ossequiamo. S. M. Rosaria Bontempo [45] Non dissimile, nei sentimenti della riconoscenza, la lettera, che segue, scritta da persone di altra razza, di altre bibliche credenze. Signor Podestà, noi sottoscritti desideriamo, con questa dichiarazione spontanea, esprimervi anche per iscritto la nostra profonda gratitudine per aver salvato noi le nostre famiglie e tanti altri correligionari che hanno lasciato nel frattempo Teramo, dalla ferocità tedesca. Difatti ai primi di dicembre scorso, le autorità tedesche avevano comandato I' arresto in massa di tutti gli Israeliti. Voi, Podestà di Teramo, eludendo la vigilanza teutonica e fascista, ci avete avvisati tempestivamente del pericolo che incombeva sulle nostre teste raccomandandoci paternamente di allontanarci da Teramo o di rifugiarci presso quelle famiglie, fortunatamente numerose, non contaminate dal virus della peste nazista e ci assicuravate ogni qualsiasi aiuto. E' pure a nostra conoscenza che durante il terrorismo teutonico vi siete reso benemerito della popolazione teramana e sappiamo anche che di concerto col Comandante del Campo di Concentramento istituito dalle belve tedesche per sfogare il veleno che hanno sempre in corpo, somministravate tra I' altro agli internati, ricorrendo ad un abile stratagemma, doppia razione di cibo. Così alla nostra benedizione si aggiungano quelle della popolazione e degli internati. Con riconoscente devozione". Seguono, con quella di Oscar Stein, numerose firme. Tra l'una e I' altra lettera, se ne trovano molte altre, di gente di ogni condizione e di ogni contrada, che, per brevità, non si trascrivono; lettere anch'esse colme di commoventi espressioni, di calda affettuosa gratitudine. Teramo ebbe a rendersi in quell' eccezionale periodo, forse come nessun'altra città, molto benemerita per la sua squisita sensibile generosità. Appariva ai profughi, nella dolorosa peregrinazione, come concordemente dichiaravano, un' oasi ricca di verde e di freschezza, in cui ritempravano le esauste forze, ravvivavano le scosse speranze. Oasi che sarebbe rimasta, nel volgere del tempo, particolarmente cara nel loro ricordo. [46] Non mancavano, nella educazione latina, atti di squisita cavalleria, ignorata, spesso, dalle altre razze, sempre disposte, nella loro arroganza materialistica, ad umiliare, a maltrattare, a offendere i deboli, i vinti, i colpiti dalla sfortuna. Nel moderno edificio delle magistrali "Giannina Milli", trasformato in ospedale di guerra, fra i feriti e gli ammalati, vi erano anche ufficiali e soldati dell' esercito inglese, caduti prigionieri. Quale capo della città, accompagnato dalla dama della Croce Rossa Amina Panzieri e dal maggiore medico Guido Bindi, facevo pure ad essi una visita di cortesia. Ve ne erano di tutte le razze, di tutte le religioni, di tutti i continenti. Di nulla avevano bisogno, essendo forniti di generi, anche di lusso, che giungevano loro da ogni parte, quasi giornalmente e in abbondanza tale da poter soddisfare, a profusione, ogni esigenza. Gli Inglesi, ed anche gli Americani, trattavano bene coloro che, in loro difesa e per la loro grandezza, dovevano dare la vita! Gli Africani, dai letti in cui giacevano, mi fissavano con occhi mestamente espressivi, come se pensassero in quel momento, ai monti, alle valli, ai fiumi, alle foreste misteriose della loro terra bruciata dal sole; una leggera ironia pareva che sfiorasse i volti gialli degli Asiatici. Gli ufficiali, quasi tutti di razza ariana, sospendendo la lettura, in cui erano immersi, mi guardavano con curiosità, e, conosciuta la mia qualità, si dimostravano lieti e grati della mia visita. M' interessavo anche dei loro morti, che qualcuno, nella nebbia delle passioni, avrebbe voluto seppellire fuori del comune cimitero. Io, da altre considerazioni sospinto, ordinavo che essi fossero collocati non soltanto nel cimitero, ma addirittura nel campo riservato ai nostri caduti, affinchè ne potessero dividere, nella comune eterna pace, i fiori, le onoranze, la umana pietosa bontà. [47] Si giungeva, così, alla vigilia di Natale, festa sempre cara agli animi gentili, agli uomini di fede e di buona volontà, e sempre colma di ricordi, di significato, di santità. Mi trovavo alla sera di quel giorno, per caso, in una corsia del Liceo Convitto, che ancora funzionava da Ospedale militare. Vi regnava, in una luce opaca e diffusa, il più assoluto silenzio. Vi parlava in un lato, tra altri ufficiali medici, il Direttore. Il tono della voce non poteva essere molto burbanzoso, poichè, su i diversi fronti, già notevoli sconfitte avevano sofferte le armate teutoniche, ma gli accenti per la patria lontana sofferente erano sempre caldi d'amore e di passione. Nessun applauso, alla fine della mistica commemorazione, partiva da quei soldati, rimasti come in un profondo raccoglimento. Anche nei loro animi turbati non potevano non far ressa i ricordi della loro terra, della loro Chiesa, degli affetti familiari. Poi, ad un cenno del loro cappellano, senza muoversi dai letti, su i quali erano seduti o coricati, un canto lento, largo, armonioso usciva da quei petti in pena, che davvero commuoveva. Quel canto mi riportava, con lo spirito, ad un altro canto, di uguale intonazione, rimasto vivo nel fondo del mio animo, che molti anni prima, in un altro Natale di guerra, avevo sentito salire, nel cuore della notte, tra l'infuriare della tormenta, dalle trincee e dai fortini occupati dai Tedeschi, di fronte alle nostre linee, nella zona di Rovereto. Quei cori, pieni dì nostalgia e di solennità, non potevano non operare sulla nostra sensibilità latina, e non farci considerare, in una viva pietà, le sorti di quel popolo, pur ricco di tante alte qualità, pur glorioso nella storia del pensiero e dell' umano incivilimento, che era stato, in contrapposto, sempre condotto, dalla sfrenata ambizione dei suoi capi, alla rovina. La sera mistica faceva pure pensare come mai, dopo tanti secoli da che era stata pronunciata la parola di pace, tanta cattiveria, tanto odio angustiasse ancora l'umano genere. [48] Ma ricordando, con quel canto, la grande guerra, ricordavo anche l'entusiasmo, la concordia, la fede, da cui eravamo stati sostenuti durante i quattro anni di sacrifici inauditi e di sangue. Quel sangue della più bella giovinezza, che arrossando abbondantemente il terreno delle aspre battaglie, aveva pure condotto, nella luce sfolgorante di Vittorio Veneto, con le ultime sante rivendicazioni, con il raggiungimento glorioso dell'unità nazionale, alla nostra nuova grandezza. Con quel ricordo non si poteva non dolorare sulle nostre nuove sventure, alle quali eravamo stati trascinati dall'insensato altrui egoismo, dallo spirito infernale, che sconquassava ferocemente il mondo. Uscito da quell'Ospedale, pieno di pensieri, riprendevo la via per ritornare in famiglia. La città, che, negli anni precedenti, era sempre apparsa, in quella ricorrenza, viva di movimento, sfarzosa, nei caffè e nelle drogherie, di luce e di dolciumi, giaceva, come in lutto, nel più assoluto silenzio. Nessun segno di vita nelle belle Chiese mute, nelle case ermeticamente chiuse. Deserte le strade, nella notte buia. Non s'udiva, qua e là, che il passo cadenzato delle pattuglie di vigilanza sul coprifuoco, il grido di « Chi va là», colpi di fucile e scoppi di bombe a mano. La vita non vi era sicura. Io stesso, nel girare la città a notte inoltrata, avevo sentito molto vicino il rabbioso fischio dei proiettili. Prima di rientrare in casa, nonostante il nevischio e il pericolo, visitavo ancora gli sfollati, ricoverati nelle scuole di San Giovanni di piazza Muzi. Erano raccolti nelle camerate ad essi assegnate, quasi muti, attorno ai tavoli, in frugale cena. I bambini, paffutelli e rosei, già dormivano, su i giacigli, placidamente. Apparivano quei locali, nella luce colorata e nella mestizia, come avvolti da un senso di misticismo. Pareva che, in un alto concetto, stessero davvero a rappresentare la nobile povertà, con la quale si orna il santo presepio. [49] Era diffuso, però, ovunque un benefico calore prodotto dai termosifoni, alimentati da quel carbone che io avevo tolto, integralmente, al riscaldamento degli uffici comunali; calore che, in verità, ristorava, rasserenava, ravvivava. Mi intrattenevo a lungo, per confortare, con la mia presenza e con la mia parola, quegli ospiti eccezionali, nella loro afflizione. Vi tornavo il giorno dopo, nell' ora della messa celebrata nei loro stessi locali, dal cappellano don Francesco Di Pietro. Ed assistevo al pranzo confezionato con particolare cura, e ai giuochi del pomeriggio, preparati specialmente per i bambini, da gentili Signore. Partecipavano alla festa anche gli Ebrei, che non credevano alla venuta del Messia; ma credevano, come affermavano, con il vecchio testamento, allo stesso Dio dei Cristiani, e ne veneravano, nelle sinagoghe, la eterna grandezza. Vi potevano, quindi, rimanere, per godere anch'essi i benefici della festa santa, e la bella musica delle pastorali, trasmessa dalla radio. [50] Si chiudeva l'anno dalle molte vicende e dalle molte inquietudini, senza un raggio di luce, senza promesse. Il 1944, che sorgeva, si salutava alla mezzanotte melanconicamente, mentre fuori infuriava una forte bufera di vento e di neve. Sembrava che anche la natura volesse partecipare, con le sue potenti forze occulte, al delirio del mondo. Nel giorno dopo si accertavano, sotto un bianco manto, danni gravissimi ovunque. Molti i tetti crollati, sotto alcuni dei quali, come nell'Ospizio di mendicità, vi erano anche morti; gli stessi pali di ferro del telegrafo, del telefono, della luce elettrica erano stati piegati, spezzati. Neppure la robustezza degli alberi secolari aveva potuto resistere a tanta violenza. Nei pubblici giardini pareva che vi si fosse combattuta, con armi potenti, una furiosa battaglia. Un vero castigo di Dio, mai ricordato a memoria d'uomo. Un vero castigo anche per le autorità, che nel giorno seguente si trovavano di nuovo in conflitto con i comandi militari. Tutte le strade erano state chiuse, dall'alta neve, al traffico. I Tedeschi pretendevano che fossero subito riaperte al normale uso, anche con l'impiego delle donne, almeno in città. I cittadini rimasti, come al solito, sordi agli inviti ad essi diretti, rendevano delicata la situazione. Si presentivano già altri contrasti, altre minacce. Il giorno tre, infatti, alle ore nove, si presentava a me, accompagnato da altro ufficiale, il Comandante della Piazza. Dopo una sfuriata contro i cittadini, che nulla volevano fare, concludeva sgarbatamente, con l'orologio alla mano, che se per le ore undici di quello stesso giorno, non Si fossero presentati dinanzi al palazzo delle magistrali cinquecento uomini, la città sarebbe stata messa a fuoco. La minaccia era stata fatta con un tono, con una rudezza tale da non offrire speranza ad una qualsiasi attenuazione. Non essendovi, per la salvezza della città, da perder tempo, impartivo, con tutta urgenza, ai competenti organi comunali, precise istruzioni. Nessuno pensava, neppure per un momento, ad una eventuale disubbidienza. Comunicato il fatto anche alla Prefettura, correvo dinanzi alle magistrali, per seguire, da vicino, lo svolgersi degli eventi. Alle ore dieci e mezzo si erano presentati, ciò che molto preoccupava, soltanto centocinquanta operai. Molti ancora ne mancavano. Si facevano successivamente intervenire, anche per interessamento della Prefettura, per aumentare il numero, spazzini, carcerati, impiegati. Non erano alle undici gli spalatori cinquecento, ma erano di un numero sufficiente a salvare ancora una volta Teramo. [51] Non mancarono, dopo, per quel generoso atto, accuse di collaborazionismo. Perfida menzogna, in cuori maligni. Innanzi tutto, togliere dalle strade quella neve, come era stato sempre fatto, tornava a beneficio della comunità, per il movimento nella città, nelle campagne, nelle frazioni. Si sapeva, poi, per dolorosa esperienza, che i Tedeschi non minacciavano invano. Far incendiare la città, per falsi ipocriti scrupoli, significava far distruggere opere a noi care, ricchezze che risalivano all' operosità dei secoli; significava far perire nelle fiamme, nei crolli delle case, donne e bambini, vecchi e malati, incapaci di fuggire, d'affrontare, nell'alta neve, la bufera, che tormentava la desolata campagna. Ed i più accesi apparivano, nell' accusa stolta, coloro che avevano cercato, nei giorni turbinosi, con il tremito dei conigli, la via dei più sicuri rifugi. Ma la storia un giorno, nella serena obiettività e giustizia, saprà discernere ed onorare coloro che, senza avvilirsi, senza parteggiare per gli uni o per gli altri degli stranieri, affrontavano coraggiosamente i pericoli per prevenire o allontanare sventure maggiori. [52] Nei mesi che seguivano nulla accadeva di notevole. Le richieste al comune si erano rese meno frequenti. I Tedeschi, con la conoscenza che ormai avevano acquistata della città, per quella loro naturale diffidenza, molte cose se le sbrigavano da sè; ma si rendevano, con i loro sistemi, sempre più insopportabili. Non si riusciva ancora ad impedire i selvaggi rastrellamenti, che rappresentavano una vera odiosa caccia all'uomo: caccia nelle strade, nelle case, negli uffici, nelle campagne. Caccia a quegli uomini di ogni età, di ogni condizione, che caricati, come bestie, su autocarri, dai quali i rastrellatori si facevano seguire, erano trasportati, per lavori, verso il fronte. Molti, per sottrarsi alla cattura, fuggivano verso la campagna, verso i monti, verso i partigiani, che vedevano in tal modo aumentare, ad opera degli stessi Tedeschi, le loro file; altri si salvavano col rifugiarsi presso uffici, ove si facevano figurare come propri funzionari. Ad altri ancora, per sottrarli alla cattura, si rilasciavano certificati attestanti titoli, professioni, impieghi, mestieri mai esercitati. Anche la qualifica di studente o di « indispensabile ad ipotetiche funzioni di pubblico interesse, fioriva coraggiosamente rigogliosa. Si ricorreva a tutti gli espedienti per attenuare, se non annullare, la caparbia prepotenza teutonica. Si dava la caccia anche agli ufficiali, i quali erano condotti in altre regioni, molti internati nella stessa Germania. Si alienavano, di conseguenza, sempre più le simpatie di coloro che, in qualche modo, erano stati ammiratori dei Tedeschi e delle loro buone qualità ; aumentava sempre più negli altri lo spirito della reazione e dell' odio. Dopo vive coraggiose proteste, da parte delle autorità, i rastrellamenti, che mortificavano davvero I' umana dignità, si attenuavano, anzi a Teramo finivano. Nè di partigiani, che s'aggiravano nelle vicine campagne, si parlava ulteriormente. [53] Qualche volta si spargeva sì sangue, ma quello fraterno. Come sangue fraterno si spargeva al fronte, ove gli Italiani, per un oscuramento dello spirito, per l'insensato odio di parte, combattevano in campi opposti, con quegli stranieri, dai quali ognuno aspettava, con uguale errata fiducia, la propria salvezza. Non ricevevano, per intanto, dagli uni e dagli altri, che disprezzo, miseria, distruzione. La poderosa aviazione alleata continuava, nel frattempo, nelle sue visite, sganciando quà e là, a casaccio, le sue bombe. Una notte erano messi a rumore i due fiumi, il Tordino ed il Vezzola, che avvolgono, nella loro freschezza, la pretuziana città. Non se ne spiegava la ragione, non essendovi nè strade, nè opere militari, nè, in quel momento, presenza di truppe. Le allegre Ninfe delle acque, risorte per I' occasione, con falsi segnali, avevano voluto fare forse un burlesco scherzo ai notturni feroci volatori. Non vi erano vittime umane, questa volta. Rimanevano danneggiate, però, le case non lontane, che si vedevano, poi, con i muri lesionati, i vetri rotti, le porte sfasciate. [54] Dopo una tregua, che faceva molto pensare, si rinnovava un largo movimento di truppe, dirette verso il fronte, che si era nel frattempo ancora avvicinato, o da esso provenienti. delle soste a Teramo, sempre pericolose per i bombardamenti che potevano provocare, tornavano a tormentare il comune, con richieste, che non si esaurivano mai. Rioccupavano, intanto, le caserme, le scuole, già ripulite, i magazzini, le case. Con le truppe arrivavano altri comandi, i quali, come quelli precedenti, chiedevano case, mobili, biciclette, macchine da scrivere, apparecchi radio, automobili. Avevano le case, che non si potevano nascondere, che requisivano con la forza, ma non avevano altro. Per i molti servizi e per il deposito delle armi e munizioni requisivano il macello, l'autocentro, l' orto agrario, le autorimesse e i cortili, trasformando Teramo in una pericolosa officina. Avevano disposto, inoltre, un servizio antiaereo, con cannoni e mitragliatrici, allo scoperto, in Piazza Garibaldi, nei pubblici giardini, sulle vicine colline. Costituiva ciò un vero pericolo e la città ne era allarmata. Dopo le mie vivaci rimostranze, quelle armi erano portate in altra lontana località. Davano ancora disposizioni per un raduno di cani. Che cosa ne volessero fare non si sapeva. Se ne videro di ogni razza e di ogni colore, accompagnati dai dolenti proprietari, giungere comicamente da tutte le parti. Pazienza per i cani, in - un momento di diffusa idrofobia. Ma altro pericolo sorgeva d' improvviso per il patrimonio zootecnico, con I' ordinata requisizione graduale di tutti i nostri bovini. Manifestavo apertamente la mia contrarietà, rifiutando, nonostante le consuete minacce, qualunque indicazione. Si dava corso all' invito per un primo raduno, più tardi, su ordine della Prefettura. Ma l'intesa con i proprietari, che se ne restavano raccolti lungo le vallate del Tordino e del Vezzola, risultava perfetta: poche bestie e delle più scarte si presentavano alla consegna. Le altre, non avendo dato i Tedeschi segni di risentimenti, se ne tornavano, dalle vallate, alle proprie stalle. [55] Ma già altre volte, pur nella loro diffidenza e rigida vigilanza, i Tedeschi erano stati giocati. Al loro giungere erano state impartite riservate disposizioni per la distribuzione al popolo, nella più larga misura, del grano giacente presso i diversi depositi della provincia, del quale essi avevano già iniziata la requisizione. Il comune di Teramo, vigile sempre e previdente, avvalendosi della cooperazione del commerciante Antonio Sciarra, acquistava di quel grano per proprio conto, duemila quintali, e settanta quintali di granone. Costituivano una preziosa riserva, da tutti ignorata, financo dalla Prefettura; riserva che riusciva davvero provvidenziale, quando, nell' esaurirsi delle ordinarie scorte, lo spauracchio della fame si agitava con le sue nere ali. Aumentando, inoltre, notevolmente le cifre, nei riguardi degli sfollati, degli internati e della stessa popolazione teramana, si riusciva a portar via dalle medesime riserve tedesche grano, grassi e carne. Agendo in tal modo, ricorrendo a tutte le astuzie, a tutti i sotterfugi per attenuare i soprusi di chi ingiustamente calpestava la nostra terra, sembravamo noi artefici di inganni e di malefici, e come tali, se scoperti, severamente puniti. I Tedeschi che, mediante il prepotente uso della forza, ci angariavano in tutti i modi, potevano sembrare le vittime. Sempre bizzarra e sempre piena di contrasti e di curiosità la povera vita! Il Comune, bene coadiuvato dal capo ufficio rag. Ubaldo Mariani, aveva fatto da sè, e, forse, non aveva sbagliato. Il popolo, in conseguenza di quegli atti, mangiava, i refettori dell'assistenza erano messi in condizioni di offrire a tutti abbondante minestra e pane. [56] In questo frattempo tornava dalle armi il vice Podestà avvocato Angelo Rolli. Essendosi allontanato arbitrariamente dal suo reparto, per non servire nella repubblica, non viveva troppo tranquillo. Spesso, infatti, era ricercato e invitato a riprendere senza indugio, il suo posto. Per sottrarsi ad eventuali atti di violenza, spesso si rifugiava nella campagna o su la montagna. Queste assenze dalla città divenivano più frequenti quando alla sua ricerca muovevano anche i Tedeschi. L' esonero dal richiamo, più volte sollecitato, nella confusione degli ordini e dei contrordini, non dava molto affidamento. Ma pure, per quel senso di alta onestà, che guidava tutte le sue azioni, in mezzo alle tante vicissitudini, non trascurava il suo ufficio. Anche nell'anno del più duro travaglio, mettendo in atto le ottime qualità, di cui era largamente dotato, continuava a rendere, in modo proficuo, la sua intelligente affettuosa collaborazione. [57] Dopo lo scompiglio che seguiva alla data dell'otto settembre, a mano a mano la città si ricomponeva, riprendeva la sua attività, il suo aspetto normale. Gli uffici, gli istituti, i negozi, le scuole tornavano alle loro regolari funzioni. Vivevano, ormai, i più nella serena fiducia che Teramo non sarebbe stata bombardata. Il comune, centro propulsore di molte attività, che non aveva mai cessato dai complessi importanti suoi servizi, pareva che regolasse tutta la vita cittadina. Tutti i funzionari, in verità, superato il primo momento di incertezza, continuavano a compiere con zelo i loro doveri, come li compiva il segretario capo dott. Pasquale Balducci. Nei contrasti che, nei momenti di maggiore pericolo, si determinavano nel suo animo, lo spirito riusciva a dominare la materia. Vi continuava a parlare con i suoi numeri il ragioniere capo Dino Cipolloni, anche se mal tollerava il fragore minaccioso degli apparecchi alleati, nelle loro frequenti visite a Teramo. Così il rag. Ubaldo Mariani, nel delicato ed importante servizio del razionamento; così Gino Di Francesco, nei suoi molteplici incarichi, l'economo Berardo Barbetta, I' archivista Antonino De Federicis, l'ufficiale di stato civile Arnaldo Campanella, bene coadiuvato, per porre in salvo i registri e gli altri importanti atti, con opportuni spostamenti dall' altro funzionario Armando Cameli. [58] Rendeva encomiabili servizi, con i suoi militi, nella polizia urbana, pur nei momenti più turbinosi ed oscuri, il Comandante Berardo Parmegiani. Non da meno appariva, nella sua attività, I' ufficio tecnico, diretto dall'ingegnere Aldo Boldrini, l'opera del quale risultava davvero preziosa, specialmente nello studio e nella costruzione dei ricoveri antiaerei, bene coadiuvato dal geometra Filippo Lucchese. Anche nell'ordine dei medici e dei veterinari, dipendenti comunali, vi predominava comprensione, fermezza, zelo. Il dottor Giacinto Rossi, in continuo contatto con me, con la cooperazione del collega Nicola Albini, riusciva abilmente a salvare, dalla requisizione e dalla distruzione, il moderno e costoso materiale del modernissimo macello. Riusciva a tenere lodevolmente il suo posto, nonostante le molte difficoltà e le molte altrui esigenze, I' ufficiale sanitario dott. Berardo Cancrini. Non va neppure dimenticata I' utile prestazione del rag. Remo Scàccione, e quella dei salariati e degli uscieri tutti; tra i quali Guido Napolitani e Raffaele D' Agostino, che rimanevano al loro posto, senza scomporsi, come soldati in sentinella. Mancava, in un certo momento, al servizio comunale, il Dott. Adolfo De Marco, ritiratosi, per malattia, a Tossicia. Chiamato, dopo la usufruita licenza, alla visita medica, per completare, come dalle disposizioni in vigore, la sua domanda di collocamento in aspettativa per ragioni di salute, era arrestato nell' ufficio del medico provinciale, per motivi politici. Non sarebbe ciò accaduto se lo stesso medico si fosse recato per la visita di sua competenza, come era desiderio del Comune, espresso anche per iscritto, a Tossicia. [59] Si deve escludere che la presenza del De Marco fosse stata telefonata, come dopo si diceva, agli organi di polizia, dal dott. Balducci. Poteva questi non godere molte simpatie, ciò nonostante non lo si riteneva capace di un atto così sleale, diretto, per giunta, a danno di un funzionario del comune. Con il dott. De Marco era pure arrestato, per intesa con i ribelli, l'avvocato Francesco Franchi, direttore della Previdenza sociale. L' uno e l'altro erano condotti, con ingiustificato duro provvedimento, a soffrire in un carcere dell' Alta Italia. Ne rimanevo molto addolorato, sia per i rapporti di stima e di amicizia, che mi legavano ai due arrestati, sia per non aver potuto fare nulla in loro favore, essendo giunto il provvedimento a mia conoscenza a fatto compiuto. Anche la Prefettura, parlando di uffici con i quali s'avevano diretti rapporti di servizio, sapeva rispondere, sin dall' inizio dell'eccezionale periodo, alla sua missione. Anche là, come nel comune, ognuno rimaneva al proprio posto, vicino al proprio capo, per affrontare e superare, nel miglior modo, la tragica ora. E' vero che i Tedeschi si rivolgevano al comune, ritenendolo uguale, nelle funzioni e nelle attribuzioni, a quello germanico; ma non risparmiavano neppure la Prefettura. Rimanevano pur sempre ad essa, in quelle torbide vicende, gli altri importanti compiti di carattere provinciale. [60] In nessuno di quei funzionari erano mai venuto meno quelle qualità, quel buon umore, quel fervore, che avevano costituito la loro caratteristica. Non nel vice Prefetto dott. Giuseppe Labisi, sempre presente, con l'arguto spirito siciliano, nel suo ufficio, in lotta con i decreti, che si susseguivano senza sosta, con le circolari, con le tante leggi, per il disbrigo delle ordinarie e delle straordinarie pratiche affidate al suo esame, alla sua particolare competenza. Non nel vice Prefetto ispettore dott. Gioacchino Rigucci, specie nella sua qualità di capo ufficio provinciale sfollati. Compassato, sempre raccolto e serio il dott. Carlo Capasso nella non facile carica di capo gabinetto, che assolveva, nella successione dei Prefetti, in mezzo alla tempesta, nel modo più encomiabile. Sempre bravo, nelle molte attività, il dott. Giulio Scaramucci, il consigliere intelligente, colto e sagace delle ore difficili. Sempre simpatico nella sua parlata e nel suo spirito napoletano, sempre ricco, sempre fecondo di operosità e di buon senso, il dott. Ettore De Rosa. Così tutti gli altri, dai subalterni, dai funzionari di ragioneria e d'archivio, di cui era capo il solerte signor Otello Mengone, a quelli delle diverse sezioni, ciò che costituiva davvero un vanto per la Prefettura di Teramo. E' doveroso accennare anche all'opera svolta dal Consiglio delle Corporazioni, diretto dal dott. Francesco Grue, con la preziosa collaborazione delI' avv. Vincenzo Cameli, e dalla Sezione dell' alimentazione, a capo della quale era il dott. Angelo De Victoris. Si deve principalmente al loro zelo se sul mercato giungevano, nel modo più largo e a prezzi più onesti, in ogni tempo, prodotti di ogni specie. Le banche, pur nei maggiori. pericoli, rimanevano con gli sportelli aperti. [61] I funzionari dell' Intendenza di Finanza, con a capo I' ottimo dott. Attilio Raynieri, anch'essi davano prova di fermezza, compiendo meritoria opera, non soltanto a favore dell'erario, ma pure, con solleciti provvedimenti, dei contribuenti, danneggiati dalla guerra. Aperte rimanevano le scuole, presenti tutti i professori e tutti gli insegnanti, frequentate, con sereno animo, dalla briosa scolaresca. Contrasti vi erano, nella svolta dolorosa, negli ufficiali, tormentati dalla più penosa alternativa. La storia giudicherà, a suo tempo, la loro condotta. Non si può ad ogni modo, non indicare l'opera svolta nel Distretto, oltre che dal comandante colonnello Vincenzo Marcotullio, dai concittadini t. col. Armando Marini e maggiore Bruno Cioschi: opera italiana di riordinamento e di tutela degli uffici, precedentemente saccheggiati; opera generosa, come quella resa dal Cioschi, nel pagamento dei sussidi a quelle famiglie bisognose, che avevano congiunti richiamati alle armi. Anche negli Ospedali, su l'esempio del presidente avv. Gioacchino Manetta, si faceva bene il proprio dovere. Tutto Il personale, tra cui i professori Attilio Cerminati, Giuseppe Lonero e Ignazio Passanisi, rimaneva in piena attività, per continuare ad allievare le umane sofferenze. Opera meritoria compiva, unitamente ai tecnici dell' Azienda statale, per la riattivazione delle strade danneggiate, il nostro benemerito Genio Civile. [62] Tali lavori potevano interessare le truppe tedesche, nei loro movimenti; ma interessavano più ancora i nostri autoveicoli, i quali, condotti da forti autisti, fornivano la città e l'intera provincia, abbondantemente, di prodotti di ogni specie, che andavano a prelevare nelle industrie, nei magazzini, negli empori del settentrione. Alla manutenzione delle proprie strade provvedeva, pure lodevolmente, con gli ottimi tecnici, tra cui il solerte ing. Antonio De Vico, la provincia. Quella provincia, che anch'essa si manteneva, con i molti enti e i molti uffici, in continua benefica attività. [63] Ma era pur sempre il comune, genuina espressione del popolo, che, come faro luminoso, splendeva nel centro della città; che infondeva fiducia, coraggio, sicurezza; che aiutava a ritrovare la via del porto, tra i marosi della tempesta. Quel comune, al quale si rivolgevano, in tutte le ore, cittadini di ogni condizione, funzionari di ogni ordine, per notizie, consigli, incoraggiamento, conforto. Molto si voleva sapere dal comune, anche su la situazione militare, su la direzione di marcia degli alleati, nella loro avanzata; sui disegni dei Tedeschi, nella loro resistenza e nella loro ritirata. Il comune, con molta disinvoltura, dissipava apprensioni, fugava timori. La città appariva, quindi, ciò che destava molta meraviglia ai forestieri che vi giungevano, tranquilla come nei tempi migliori. Vi si vedevano, infatti, i caffè, le botteghe, il mercato con la consueta chiassosa clientela; il corso, le piazze, i giardini, il cinematografo, il teatro, in ogni ora gremiti del consueto spensierato pubblico; i lavoratori, senza preoccupazioni, nella loro ordinaria attività. Ed il martello s'udiva, sin dal mattino, allegramente martellare, nella officina nera del fabbro; s'udiva la sega e la pialla, nella bottega del falegname. Aperte erano, e nel loro lavoro, le botteghe del sarto e del calzolaio. Non mancavano, nell' alto delle impalcature, i maestri della cazzuola, in quelle costruzioni, che potevano essere, da un momento all' altro, distrutte dai torvi vandali dell' aria. E dai campi, percorsi dai pigri buoi, vittime spesso essi stessi di mitragliamenti, saliva il canto del lavoro, della santa fecondità. [64] Il Podestà ne era lieto, soddisfatto, ed oggi dà atto, con orgoglio, per i presenti e per i futuri, del fermo contegno e della utile laboriosità, in momenti così tragici, dei suoi bravi concittadini. Quei concittadini, che senza sciocche spavalderie e senza avvilimenti, ma con molto buon senso, con condotta seria e dignitosa, sapevano imporre ai Tedeschi molto rispetto. Qualche volta lo preoccupava, però, la troppa confidenza con il pericolo, costituito, principalmente, dagli apparecchi, che, giungendo minacciosi su la città, da un momento all' altro, potevano seminare tra essi desolazione e morte. Ragione d' orgoglio costituiva anche il contegno delle donne, che, negli allarmi, anch' esse rimanevano serene al loro posto, ovunque si trovassero: nelle abitazioni e negli uffici, nei campi e nelle officine. Rimanevano al loro posto, anche quando, come nell' Asilo e nella Casa della Madre e del Fanciullo, scoppi fragorosi di bombe ne sconvolgevano il giardino, ne frantumavano i vetri, ne lesionavano i muri. Commuovevano ancora quelle madri che, all'apparire degli aeroplani, correvano a raccogliere, a coprire con il loro corpo, come le chiocce, i figli, che supponevano in pericolo, disposte sempre ad offrire la propria vita, per salvare quella degli stessi figli, se comunque minacciata. Ma sapevano anche queste brave donne compiere altri forti atti. Due soldati tedeschi, ad esempio, entravano un giorno, avvinazzati, in una delle case di S. Nicolò al Tordino. Non vi era, in quel momento, che una donna, contro la quale volevano usare violenza. Non si perdeva d'animo la coraggiosa popolana. Quando pareva ad essa che i mezzi pacifici non erano più sufficienti ad allontanare il pericolo, da cui si vedeva minacciata, brandiva una scure e colpiva alla testa uno degli aggressori ponendo in fuga l'altro. [65] Il comando tedesco, che provvedeva a ritirare, in condizioni gravi, il ferito, nessun provvedimento adottava contro la donna, che aveva provveduto da sè a tutelare la propria persona, il proprio onore. Il popolo, che spiegava, in ogni ordine, tanta virilità, era anche sensibile per le opere buone. Rispondeva, con generosa larghezza, agli appelli ad esso rivolti, per i soccorsi da prodigare ai naufraghi della vita, nobilmente gareggiando con i ricchi, davvero prodighi in questa umanitaria manifestazione. Le benedizioni che da ogni parte giungevano al Podestà, per i sollievi arrecati alle umane sofferenze, si dovevano intendere dirette a tutti questi benefattori, i cui nomi sono consacrati in un elenco, conservato, per la storia, nell' archivio comunale. Si dovevano intendere dirette a quelle tante popolane, che unitamente ad una schiera di coraggiose e generose signore, andavano, di contrada in contrada, di strada in strada, di casa in casa, a raccogliere, per quei naufraghi, danaro, suppellettili di ogni specie, biancheria, vestiti. Ma tutti questi oggetti, prima della distribuzione, dalle stesse brave raccoglitrici, erano ripuliti, disinfettati, rattoppati, messi a nuovo. Spesso quello stesso popolo, elevandosi ad un senso superiore di sacrificio e d'umanità, metteva a disposizione di coloro che, nello sfollamento, ne erano rimasti senza, persino la propria casa, il proprio tugurio, il proprio letto. Non mancavano, in questa opera buona, neppure i ragazzzi, specialmente quelli delle scuole. Accompagnati dai propri insegnanti, spesso dal prof. Sabatino De Patre e dalla professoressa Maria Righetti, si presentavano di frequente nel refettorio di Piazza Muzi, a mezzogiorno, per offrire agli sfollati quanto in cibi di ogni qualità avevano raccolto, andando anch'essi, con fanciullesco entusiasmo, di bottega in bottega, di casa in casa, in santa questua. Ma anche questo popolo non sfuggiva del tutto al comune contagio, in una forma, però, così attenuata, da non toccare che in minima parte la sua sanità. Quando, di conseguenza, le passioni non turberanno più gli animi, non potrà il sereno aedo non cantare, ancora una volta, il canto che riconsacri, alle future generazioni, il valore di questo vecchio forte popolo pretuziano. [66] Un episodio tragicomico accadeva proprio in quel giorno in cui il Fascio repubblicano teneva la sua ultima asse |