Umberto Adamoli

NEL ROMANZO DELLA VITA
(Memorie)

A mia madre
Donna Carolina Marotta
dei duchi di Castelnuovo
nell'affetto
che vince lo spazio - supera il tempo



INDICE

Prefazione
Nel crepuscolo della vita
Sulle rive del Vera
Ritorno a Rocciano
Adolescenza inquieta
Ritorno a Giffoni Vallepiana
In cammino
Il bimbo di Oria
Smarrimento
Il fondo toccato
Luci nella tempesta
Nelle ansie della patria
Nelle luci della vita
Oltre la meta
Pellegrinaggio mistico
Vita spezzata




PREFAZIONE


Madre, queste memorie, scritte nel primo centenario dell'arrivo degli Adamoli nella terra degli Abruzzi, sono dedicate a te, al tuo dolce nome, al tuo luminoso ricordo; a te, che sei stata la più buona delle donne, la più affettuosa delle mogli, la più santa delle madri.
Non so se nel mondo, in una divina volontà, sia tutto preordinato, o se le umane vicende siano regolate da un cieco destino. So, per quanto mi riguarda, che io nascevo da nobili genitori, e nascevo dove non erano nati gli altri fratelli. So che a me era imposto un nome, storico e armonioso, scelto da quei coloni delle vicine terre, che visitavano, con affettuosa religiosità, la mia culla colorata di celeste, nella campagna di Frondarola, nella casa solitaria, avvolta dai profumi dei fiori, allietata dal canto della primavera. Questo io so, o madre. So anche, allorché l'animo s'apriva attonito alle luci, nell'aurora della vita, che caro mi era e dolce sedere a te vicino; seguire ovunque, ansioso, i tuoi passi; carezzare, felice, il tuo capo dai meravigliosi neri capelli; udire, commosso, la tua meravigliosa voce, nel tuo bel canto; baciare, affettuosamente, il tuo rosso viso.
Questo so, o madre, e ricordo le veglie nella casa di Rocciano, giù nel basso, su la strada bianca, quando, nel silenzio della notte, al ticchettare dei ferri del tuo lavoro, s'aggiungeva la voce che saliva, quasi solenne, dalle acque del Tordino, che, nella valle nera, correvano, in perenne corsa, verso il mare. Quelle notti di veglie, in cui, accanto al focolare, mentre fuori infuriava la bufera, tu mi raccontavi, con vive colorite immagini, le favole udite laggiù, nel paese degli aranci, nella casa baronale e ducale dei Marotta, nella tua fanciullezza. Quelle favole di streghe e d'orchi, di malefici spiriti e di burloni fantasmi, che mi facevano guardare, intimorito, nelle ombre delle vicine stanze, verso la porta e le finestre, contro le quali batteva spesso violento il vento. Ma favole anche di prodi re e di amabili regine, di fate gentili e di romantiche bionde castellane, di generosi cavalieri, scudo dei deboli, e di miti trovatori, mesti cantori d'amore. Favole che elevavano anche, nel racconto delle gesta prodigiose degli eroici paladini, a generosi, forti proponimenti.
I ricordi crescono, col crescere degli anni. Crescono in quell'odissea, che costituiva il poema di luci e d'ombre, di riso e di pianto, della nostra famiglia.
Luci come quelle che splendevano sulla nostra casa, nel territorio dei Sabini, a Vitoia, vicino a quel piccolo lago, popolato di anitre e di cigni, che pareva fatto per i sogni; che splendevano a Tempera, sulle rive verdi del limpido Vera, culla quasi del ramo abruzzese degli Adamoli; che splendevano a Teramo, lassù, verso la montagna, nella solitaria ombrosa vallata del Tordino.
Sono tornato, o madre, con commosso animo, in quella vallata, ove vivesti, con il tuo prestigio, con il fascino della tua non comune persona.
Vi sono tornato ed ho rivisto, in un risveglio di dolci sentimenti, la casa ove io nacqui, i campi, i poggi, i piccoli boschi, la fontana, che gorgogliava sotto l'arcata del ponte, le strade delle nostre passeggiate. E vi ho riudito, nell'infiorata primavera, nella siepe di biancospino, l'usignuolo, che, con i suoi gorgheggi, perle saltellanti su lastre di cristallo, pareva volesse, come allora, raccontare la sua storia, le pene del suo amore, le vicende della sua randagia vita.
Ed ho riudito, tra le querce, entro le quali svolazzavano le piche inquiete, il fruscio del vento; giù nella valle lo scroscio delle acque; nell'officina solitaria il rumore dei magli. Tutto come allora. Ed ho rivisto, ho parlato con quelle persone che con te avevano parlato, che ti ricordavano, con commossa affettuosa devozione, nella tua bellezza, nella tua signorile bontà, nelle tue virtù.
Ma alle luci seguivano le ombre, fredde ombre, nelle quali maggiormente grandeggiavano la forza delle tua religione, la fermezza del tuo animo, la santità della tua rassegnazione.
Dopo le molte dolorose vicende, giovane ancora negli anni, già madre di undici figli, cadevi per il troppo amor materno, recisa con quel fiore, che era carne della tua carne. Tu santamente cadevi, ma dalla tua tomba, come era stato da te vaticinato, si sprigionava quella luce, che doveva illuminare la via della riscossa.
Nello scrivere queste memorie ho rivissuto oggi, o madre, passo passo, nella tua vita. Ho gioito nella tua gioia, ho pianto nel tuo pianto, e mi sono inginocchiato, con lo spirito, presso la tomba, nella vallata lontana di silenzio, ricca d'ulivi, ove tu dormi il sonno eterno dei giusti.
Ma il destino oggi è piegato. Ed andremo oltre, o mamma, pur tra la malizia, la perfidia degli uomini, per la conquista, in tuo onore, di più chiaro nome, per il raggiungimento di più alte mete.
Teramo, autunno del 1946


Umberto Adamoli



NEL CREPUSCOLO DELLA VITA


Molto si discute sul destino che, come è comune credenza, regola a suo piacimento le terrene cose; come molto si parla, con altra concezione, sul libero arbitrio, che lascerebbe, invece, gli uomini padroni di sé, nelle loro azioni.
Io non so a quale delle due scuole appartenga. Posso, però, dire di essere andato, senza dottrinarie preoccupazioni, per mio conto, per le vie del mondo. Se quel che è chiamato anche fato mi sospingeva verso il basso, ad esempio, io alzavo fieramente la testa, raccoglievo le forze e andavo verso l'alto. Se nel cammino faticoso, quale è sempre la salita, mi spingeva fuori strada, io tornavo, vittoriosamente, sulla strada maestra, da me prescelta. Se in un momento di tentennamento mi cacciava nel buio, mi riportavo, con nuova forza, sulla via della luce.
Non nascevo io, ad ogni modo, e su ciò i creatori di fole potrebbero ragionevolmente fantasticare, dove nascevano gli altri miei fratelli. Nascevo, nel dolce maggio, in una casa solitaria, avvolta di fiori, nei pressi di Frondarola. Essendo stato chiamato dalle popolane che mi visitavano, per la mia floridezza, re, con l'espressione "è nato il re", mi si dava, appunto, il nome di Umberto, nome del re che allora regnava. Caso contrario sarei stato chiamato Donato.
Il fatto offriva alla fantasia d'infiorare l'avvenire di lieti propositi.
Dopo qualche giorno della nascita ero condotto, naturalmente, nella casa comune, allietata già da altri quattro fratellini.


Per quanto oggi mi sforzi non riesco a precisare quando, nel crescere, la mia intelligenza incominciasse a percepire le cose del mondo.
Anch'io, senza dubbio, sarò stato avvolto in bianche fasce, sarò stato cullato, con la ninna nanna, nella culla drappeggiata d'azzurro, e avrò schiuso ai vezzeggiamenti le piccole labbra al primo sorriso, e balbettato, per la prima volta, il dolce nome di mamma.
Vicende comuni a tutti i nati.
Mi ricorrono alla memoria, nel crescere in quella prima età, barlumi di luce di crepuscolo, avvolta di nebbia. Mi riveggo, in quella luce, affaccendato in cento inutili faccende. Non ho mai dimenticato un tuffo nell'acqua, una caduta da una botola, l'arrivo da Salerno del fratello della mamma, del quale dovevo portare il nome.
Non rammento cosa pensassi allora dei monti, che s'elevavano al cielo; del fiume che correva, con tenue mormorio, quando non era in tumulto per piena, verso il mare; della gente che passava, affaticata, su la strada polverosa. Mi colpivano le corriere a quattro cavalli, cariche di persone, che andavano verso la città, o ne tornavano. Consideravo l'auriga, che sedeva a cassetta, con molte briglie ed una lunga frusta, che spavaldamente chioccava, un non comune personaggio.
Non vi era nessun uomo, come lui, che avesse tanto valore nella mia fantasia. Primo mio sogno: divenire conduttor di cavalli.
Tra quel viavai, rammento un uomo sulla cinquantina, un po' curvo, forse dal lavoro, che, nel suo cammino, tirava un carretto, carico di merci.
Partiva da Montorio tutte le mattine, qualunque il tempo, per recarsi a disbrigare affari a Teramo, per conto di altri. Aveva commissioni anche da mia madre. Ripassava dinanzi a casa nostra, alle ore tre, tanto che noi lo chiamavamo "Il Tre".
Uomini antichi che, per guadagnarsi onestamente il vivere, si sottoponevano a qualunque fatica.
Rammento pure un cenciaiuolo e venditore ambulante di piccoli oggetti, Marcello, che passava di tanto in tanto con la sua cassetta a tracolla e con il suo sacco per i cenci.
Aveva aspetto, nella sua maturità, piuttosto burbero, con il viso un po' avvinazzato. Voleva essere, con il suo sacco, il suo cipiglio, i suoi strani sermoni, pure lo spauracchio dei bambini, ma non era che un burlone che cercava di guadagnare allegramente la vita.
Per un po' di tempo, in quel periodo, vidi ancora passare, in sulla sera, un uomo, dall'aspetto civile. Egli, nel suo andare, riprendendo, da una scorciatoia, la strada nazionale, si dirigeva verso Teramo.
Uomo strano che non doveva essere più in possesso delle sue facoltà mentali. Si fermava di tratto in tratto, gesticolava, parlava ora a voce alta, ora a voce bassa, come se attorno a sé vi fosse gente in ascolto. Pareva che talvolta, per la poca urbanità degli ascoltatori, s'inquietasse, s'irritasse.
Sul ponte che attraversava il Tordino, sostava a metà, e da uno dei parapetti, come in un arringo, favellava alle acque, che correvano sotto, verso il mare.
Infelice, ma non tanto, se la mancanza di senno, inalzandolo in un mondo fittizio, poteva in lui sopire le pene che sempre accompagnano la povera vita.
Dopo, riprendendo il cammino, scompariva, nelle ombre della sera, melanconicamente, sulla strada bianca, verso Teramo.
Nelle serene notti d'estate mi fermavo a rimirare, estatico, il cielo stellato, che io consideravo come una immensa volta, di una stanza gigantesca, cosparsa d'innumerevoli lumi accesi: stanza circolare, che posava, con le fondamenta, di là dai monti, dove per me tutto finiva.
Il sorgere della luna, dietro i colli avvolti d'ombre, mentre qua e là ululavano i cani e gridava l'allocco, me metteva in festa. La salutavo, e con me gli altri bambini, con canti, battendo le mani, come a persona, in cammino, per nostro conforto, lungo la volta celeste. Quando non appariva, in conseguenza delle sue fasi, pensavo che stesse a riposare, in una qualche vallata, dietro i monti.
Anche del sole, che qualche volta avevo visto uscire dal mare, le idee non erano molto diverse. Anche lui doveva riposare, durante la notte, dalle giornaliere fatiche. Usciva dalle acque, dopo il bagno, per la sua diuturna missione.
Felice santa ignoranza! Ma giova proprio all'uomo affaticarsi, tormentarsi tanto per svelare i segreti, di cui la natura è tanto gelosa? A che pro? Gli uomini della caverna, senza la nostra ansia, senza i nostri tormenti intellettuali e spirituali, dovevano essere di noi meno infelici.
Ma sino a qual punto le occulte universali forze saranno disposte a sopportare la prepotente umana sfida?
In Babilonia si confusero le lingue quando l'uomo, con la sua torre, voleva spingere troppo in alto la sua curiosità. Icaro cadde sfracellandosi, in mare, nell'avvicinarsi troppo al cielo.
I nostri antenati, se risorgessero, rimarrebbero sbalorditi dinanzi alle prodigiose scoperte del nostro secolo, è vero, ma rimpiangerebbero pure la pace dell'idilliaca loro vita.
Ma andiamo avanti, nel racconto.
Lo zio Donato, che aveva riempita di festa la casa, nell'autunno tornava a Salerno, per trasferirsi in America. Sorte allora comune, nella patria senza vita, ai perseguitati dalla fortuna.
Delle famiglie, che abitavano nelle nostre vicinanze, riveggo chiara quella del Broccolini, con i figli del quale, bambini anch'essi, spesso m'intrattenevo. Si correva, in giuochi, per l'aia; si rincorrevano, in tempo di spighe, lungo le siepi, le irrequiete lucciole; s'andava, furtivamente, nella vicina campagna, a mangiare frutta, anche se non matura. Serravamo d'attorno il Broccolini padre, quando smelava. Non temevamo le punture delle agitate api, pur d'avere un qualche favo, da cui succhiare, nella bambinesca ghiottoneria, il dolce prodotto.
Rammento anche un operaio lombardo, molto alto, di nome Giovanni, non più atto, per l'età, ai pesanti lavori della fonderia. Non aveva famiglia. I genitori, anziché metterlo alla porta, come s'usava di fare allora, con spirito lodevolmente umanitario, lo destinavano ai leggeri servizi domestici. Tutto il suo compito era di fare un po' di guardia su i nostri interessi, e a condurre noi a spasso.
Moriva, circondato da larga assistenza, in casa nostra. Mi è rimasta bene impressa la sua pallida figura, illuminata da quattro ceri, nella piccola camera, ed i funerali, con cui si conduceva alla tomba.
Era il primo morto che vedevo. Ne rimasi molto impressionato. Per qualche tempo, dopo il tramonto, mi pareva vederne l'ombra, sentirne lo spirito. Di notte passavo di corsa ed impaurito dinanzi alla stanza, dalla quale era uscito.
Altro personaggio importante, nella ricordanza, il nostro cane da guardia, Leone, con l quale giuocavamo. Aveva belle forme ed era di svegliata intelligenza. Tutto capiva, indovinava i nostri pensieri, e tutto da noi sopportava, carezze e maltrattamenti, con santa rassegnazione.
Di notte, nella sua vigilanza, nessuno poteva metter piede in quel nostro piccolo mondo. Ma non era sempre giusto. Di giorni i signori, riconoscibili dagli abiti, vi potevano circolare liberamente; i poveri, vestiti con stracci, no. Erano azzannati, se vi capitavano, e condotti, a viva forza, dinanzi al tribunale del padrone.
Anche a Leone la povertà appariva pericolosa!


Potevo avere cinque anni quando la famiglia si trasferiva all'Aquila.
Rammento i soliti amici che ci salutavano alla partenza. Nel passare a notte dalla città, in carrozza, dalla parte esterna, diretti alla stazione, mi s'offriva alla vista un altro quadretto della burlesca vita. Dal vano del pian terreno d'una casupola, debolmente illuminato, usciva di corsa, coprendosi la testa con le braccia, un uomo in camicia, inseguito, con un grosso bastone agitato in aria, da una furia infernale, in sembianza di donna.
A Giulianova prendemmo il treno, che ci doveva condurre verso la nuova nostra residenza.


Anche a Vitoio, come a Rocciano, non si vedevano, sparse per le campagne, che case di contadini.
Su un poggio, non molto lontano, primeggiava, come un nobile tra i popolani, la villa del barone Cappa.
La molta acqua, che zampillava un po' da per tutto, dava alla contrada, ricca di prati di pioppi e di salici, un senso largo di pace e di freschezza.
Vi si vedevano ruderi di antiche costruzioni, tra cui, su altro poggio, una torre, forse militare. La fantasia popolare, sempre fervida, faceva correre su di essa le più strane leggende. Nel suo seno si raccoglieva il solito tesoro, che nessuno ancora, per mancanza di coraggio, era riuscito a portar via. Una notte, come pure si raccontava, alcuni animosi, scavando stavano per toccarlo, quando per una parola, che non dovevano pronunciare, intesero scuotere fortemente la terra, ed essi furono lanciati a grandi distanze.
Nelle pareti di calcestruzzo vi si vedevano, ad ogni modo, impronte di monete, che vi erano state tolte.
Molti vi avevano inteso di notte rumore di catene, e vi avevano visto in movimento strane ombre. Si credeva che gli spiriti infernali vi si dessero spesso convegno.
Pochi, dopo l'Avemaria, s'avvicinavano al mistero di quella torre.


Compiuto i sei anni anch'io andavo a scuola, nella contrada di S. Antonio, nelle vicinanze dell'Aquila. Dovevo percorrere, per giungervi, tre chilometri. Non costituiva nessuna fatica, data la mia buona volontà d'apprendere. Vi giungevo, anzi, che sapevo già leggere.
Mi era stato maestro, oltre la mamma, uno dei capi operai della fonderia, Sperandio Arrigoni, molto caratteristico, con la sua barbetta a punta, con gli occhi sporgenti sempre umidi, con un sorriso ironicamente mefistofelico. Ma era buono. Aveva letto molti romanzi, e raccontava ai compagni di lavoro, nelle ore di riposo, molte novelle e i fatti del giorno, letti nei giornali.
Insegnava a S. Antonio una simpatica giovane maestra dell'Aquila. Avevo per compagni quasi tutti contadinelli, tra i quali vivevo in condizioni di privilegio. Ma io non vi facevo caso, se la maestra usava a me modi diversi da quelli che usava ali altri.
Generalmente non amavo i giuochi; amavo, invece, muovermi, camminare, correre, sempre correre, e arrampicarmi per le erte, su gli alberi.
D'estate passavo molto tempo sulle rive del fiume Aterno, o di un vicino piccolo lago, cinto di alghe e di salici. M'attraeva molto l'acqua.
Assai mi dilettava rincorrere le libellule, le farfalle, vedere guizzare i pesci ed il movimento silenzioso degli innumerevoli insetti.
Andavo quasi sempre solo; qualche volta m'accompagnava altro ragazzo, figlio d'un operaio della fonderia, molto vivace. Cercava questi spesso d'infilzare con una canna i gamberi, che si muovevano in fondo ad un canale d'acqua. Una volta, per essersi spinto troppo avanti, vi cadeva dentro. Alle mie grida accorreva, dalla vicina campagna, un contadino, e lo traeva in salvo.
Erano gli eventi più notevoli, che si svolgevano nella vita di quel piccolo mondo.


I genitori spesso si recavano a visitare i molti parenti, della famiglia Strina e della famiglia Vicentini, che avevamo all'Aquila. La buona mamma, per la bella presenza e per i tratti aristocratici, trovava, presso di essi, festosa accoglienza.
Dei fratelli della nonna Doralice Strina, l'ingegnere Isidoro, che nel 1852 era stato relegato ad Ischia per ragioni politiche, aveva sei figli. I tre maschi, ingegneri anch'essi, erano saliti in fama nella costruzione della ferrovia Sulmona-Roma, specialmente per la galleria scavata, con grandi difficoltà, nel massiccio monte Bove. Il religioso, nell'ordine dei francescani, era padre provinciale ad Ascoli Piceno.
La sorella Febronia, vedova di Ascanio Vicentini, altro ardente patriota, dalle pronte risoluzioni, viveva in una corona di ben nove figli, tutti studiosi ed aristocraticamente belli.
Ma più spesso i genitori ci conducevano a visitare le vicine storiche contrade. Ci conducevano a Coppito, a San Sisto, su i ruderi dell'antico teatro di Amiternum, patria di Sallustio, capitale di quel grande popolo sabino, che tanta gloriosa parte aveva avuto nella formazione dell'impero di Roma.
Andavamo pure al convento di San Giuliano, per ammirarvi il bel bosco, il magnifico paesaggio, i cimeli e le opere che il convento conservava.
Dopo qualche tempo, per altre necessità, la famiglia tutta, partiva per Tempera.



SULLE RIVE DEL VERA


Il babbo tornava, quindi, a Tempera, dove era nato, da dove era partito con i suoi, fuggitivi per ragioni politiche, bambino.
Vi tornava dopo molti anni, nella patria già redenta, con una propria famiglia, con otto floridi figli.
Quanti eventi in tutti quegli anni, e nella sua casa e nella sua vita! E proprio in quel tempo l'Italia, dopo di essersi con le armi rivendicata la libertà, secondo il sogno degli avi, con ardito volo, si era andata a posare sulle sponde dell'infuocata Massaua, per proseguire, successivamente, verso il misterioso interno continente nero. Volo ardito, ma necessario al suo prestigio ed alla sua esistenza, sollecitato dalla sua missione civilizzatrice.
Non aveva trovato, nel tornare a Tempera, nessun progresso. Le stesse case, le stesse strade, la stessa chiesa, nella parte alta. Tutto come allora, e il forno sulla strada rivierasca, e il caffè a "Piedi la terra", un tempo ritrovo di congiurati.
Un qualche mutamento trovava negli abitanti, ché i bambini erano divenuti adulti, i giovani vecchi, i vecchi sostituiti, nel corso inesorabile del tempo, da altri bambini.
Uguale il paesaggio, con i suoi colli alberati, con i valloncelli coperti di ginestre; uguale il fiume, con le sue alghe, i suoi salici, il suo mormorio ed il suo corso tranquillo verso il mare.
Noi, che nulla di tutto ciò potevamo sapere, correvamo, festosi, tra la curiosità dei coetanei, a renderci conto del villaggio di nuova dimora, percorrendolo in ogni senso, sostando sulle rive del Vera che lambiva quasi le case. Passando dinanzi alle abitazioni ci si offrivano, con modi cortesi, noci, mandorle, mele.
I genitori, sistemati in quella stessa casa, abitata già dalla nonna Doralice Strina, ricevevano le visite delle famiglie già amiche degli avi, quali erano quelle dei Morelli, dei Bonanni, dei Vicentini e di tante altre.
Gli anziani ne ricordavano, con affettuosa ammirazione, la rettitudine, la gentilezza, il vivo spirito di umanità, la devozione profonda e per la religione e per la patria.


La vita, ripreso il suo corso, si svolgeva senza preoccupazioni. Si cercava di capire e di seguire gli usi della gente, tra cui si viveva. Gente mite, frugale, laboriosa. D'estate s'allietava, con canti in coro, nei sani fecondi lavori dei campi; d'inverno si raccoglieva, per il disbrigo di altre domestiche faccende, specialmente di sera, nel caldo delle stalle, raccontando le favole della tradizione.
Gente molto religiosa. Andava, tra l'altro, ogni anno, in pellegrinaggio alle acque di San Franco, rese miracolose dalla leggenda.
San Franco, nativo, come si raccontava, del non lontano villaggio di Roio, si aggirava, verso il 1200, tra i monti aquilani, per mettere a favore della sofferente umanità, i poteri della sua santità. Era quasi sempre presente ove vi fosse da lenire un dolore, da scongiurare un pericolo. Affrontava i lupi che, in quel tempo, infestavano la contrada, strappando, dalle loro fauci, dopo averli ammansiti, prede umane.
Nei santuari era raffigurato, appunto, vestito di nero, seguito da un lupo, con un bambino tra i denti.
Potere di suggestione, senza dubbio. Un giorno, però, come si raccontava, con un colpo di bastone faceva scaturire da un sasso acqua fresca ed abbondante, per dissetare una moltitudine di gitanti, tormentati, nell'alta montagna, dalla sete.
Si gridava al miracolo, e mentre in quella solitudine solenne il sole confortava con la sua luminosità le valli, i boschi e quanto vi viveva, santo era proclamato l'uomo, santo il monte con la sua acqua.
Una volta vi andammo pure noi. Partimmo da Tempera in una fresca alba del mese di agosto. La strada, ardita e tortuosa, attraversava, nel suo primo tratto, una galleria, scavata nella roccia. Più avanti, dopo l'arido e l'orrido, s'apriva, quasi d'improvviso, un magnifico paesaggio. Nel basso si spiegavano prati, ricchi di erbe di acque, sgorganti da fresche polle, e salici senza numero, e pioppi, e fiori. Nell'alto, su i poggi, doviziosi di vigneti, si schieravano i bruni paeselli, dietro i quali, lontano, apparivano le montagne, tra le quali quella di San Franco, meta della gita.
Arrivammo all'acqua miracolosa quando, sull'incomparabile scenario, sfolgorava il sole, con la sua estiva magnificenza. Facevano corona alla località, con largo raggio, quei monti, prima intravisti, sopra i quali si elevava e dominava il Gran Sasso.
Monti rocciosi in alto, quasi inaccessibili; erbosi in fondo; folti di boschi nel mezzo. Lungo le pendici, ai margini dei boschi, pascolavano le pecore, tornate, per la durata della favorevole stagione, dai pascoli invernali delle Puglie e dell'Agro romano.
Ma la nostra attenzione era attirata dall'acqua, che scaturiva davvero da un sasso, attorno al quale erano raccolti, come attorno ad un'ara sacra, pellegrini giunti nella notte, da altre contrade.
Usavano di quell'acqua nel modo più largo, nella ferma fiducia di guarire o di prevenire malattie.
La mia anima di fanciullo ne rimaneva fortemente colpita.
Tra le feste religiose che si organizzavano a Tempera notevole quella in onore di San Biagio, patrono del villaggio. Caratteristica la gara che si accendeva tra i giovani, vestiti con i migliori abiti, per portare a spalla, nella processione, il Santo.
Seguivano le funzioni di maggio, nella chiesa infiorata, ove, tutte le sere, accompagnavo la mamma.
Seguiva la processione del Corpus Domini, che, nella campagna, saliva, con gli stendardi multicolori, con le statue, con il Santissimo, su le strade cosparse di fiori, ornate di festoni. Saliva su i colli, gialli di ginestre, rossi di papaveri, per benedire dall'alto la terra in vista, nella santa fecondità.
Nell'estate giungevano a mettere a rumore Tempera i parenti dell'Aquila, che vi avevano la proprietà, tra cui il giovane avvocato Vittorio Vicentini, figlio di Ascanio e di Febronia, alla nostra famiglia assai affezionato.
Vivevamo, quindi, bene anche in questa nuova residenza.
Veniva a migliorare, inoltre, le nostre condizioni economiche una donazione in terreni e casa, da parte di una parente.
Quei terreni costituivano una piacevole attività. Per renderli maggiormente produttivi si lavoravano quelli sino allora lasciati incolti; si estendeva la coltivazione dello zafferano; si piantavano nuovi vigneti, nuovi frutteti.
Erano quei terreni, inoltre, la nostra gioia. Vi andavamo, nella bella stagione, per assistere ai lavori, per attingervi, nell'aria libera, nuova salute, nuove energie. Vi andavamo quando i mandorli, i peschi, i meli, i ciliegi, con la policrome fioritura, davano un nuovo vago aspetto alla contrada, nuovi sentimenti all'animo commosso. Vi andavamo più spesso quando tutti quei fiori s'erano trasformati in succosa frutta, ed i vigneti facevano pompa di dorati grappoli.
Un eremita, o tale si voleva far credere, Filippo, dai capelli lunghi e dalla fluente bianca barba, dava ad una di quelle terre, Pallone, un non so che di antico. Abitava, con mistica tradizione, in una grotta, che egli stesso s'era scavata, ai fianchi della collina pietrosa, che sorgeva nel mezzo. Vi passava in penitenza ed in preghiera una parte dell'anno, dormendo su un rustico letto.
Un risorto anacoreta, dal religioso fanatismo del medioevo!
Noi, che ne avevamo molto rispetto, quando vi andavamo, lo visitavamo anche per udirne i sermoni, le sentenze, l'aspra critica contro i pavidi, i falsificatori, i rinnegatori delle divine leggi.
Vi andavamo per udirne pure fiabe e racconti bizzarri di spiriti vaganti, di streghe in agitata tresca, di strani giganteschi esseri, talvolta luminosi, che egli stesso vedeva nel cuore della notte, aggirarsi minacciosi, nella contrada.
Quei racconti ci divertivano, si, ma ci inducevano a lasciare il posto prima del tramonto. Se le ombre della sera ci coglievano lungo il cammino, mentre le campane del villaggio suonavano l'Avemaria, guardandoci intorno con un certo sgomento, allungavamo il passo.
Come tutti i ragazzi anche noi talvolta eravamo bizzarri. Tornando a notte da quei nostri terreni ci introducevamo qualche volta, vincendo la paura, nel cimitero, che s'incontrava lungo la strada. Indossando qualche cosa di bianco, ci volevamo far credere, ai passanti, fantasmi usciti dalle tombe. Una sera, però, molto umida, restammo noi stessi gabbati. Nel mentre ci apparecchiavamo, da una tomba di fondo vedemmo d'improvviso elevarsi una fiammella, muoversi, venire verso di noi. Ci sentimmo gelare il sangue nelle vene, poiché quella fiammelle rappresentava per noi davvero lo spirito di un qualche defunto. Nella confusione e nella paura non ritrovavamo la via d'uscita. Una volta fuori, senza più volgerci indietro, ci lanciammo, a gambe levate, verso il villaggio, ove giungemmo trafelati, con i brividi della febbre addosso.
Doveva trattarsi d'un fuoco fatuo, di cui non avevamo ancora cognizione. Ad ogni modo quel cimitero, da quella volta, non ci vide più di notte, in veste di fantasmi.
Qualche monelleria la facevo pure da solo, come quella che mi teneva lontano, per l'avvenire, da un vizio molto comune.
Rinvenivo un giorno su un tavolo della casa un mozzicone di quei sigari toscani, che usava fumare il babbo. Lo prendevo, lo rimiravo, lo portavo alla bocca, lo accendevo con molto sussiego. Andavo poi dinanzi allo specchio per riguardarmi, mentre fumavo, nelle mosse e nelle smorfie. Non smettevo, nonostante il disgusto, se non quando lo stomaco, delicatissimo, non ne era sconvolto, ed i mobili, la stanza ed ogni cosa in vista, non iniziassero un movimento rotatorio molto fastidioso.
La mamma, giunta nella stanza, mi trovava in condizioni pietose. Lo stomaco, intanto, bene irritato, tra le mie sofferenze, restituiva quanto era in sua custodia.
Le molestie di quell'esperimento mi restavano così vivamente impresse da farmi considerare il fumo, in seguito, con la più forte ripugnanza.

Parlando di me, aggiungo che a Tempera avevo scelto i piccoli amici tra i ragazzi migliori. Mi piaceva, anche in quell'età, in tutto, una certa compostezza. La sera, anche se costava un qualche capitombolo, spesso partecipavo alla cavalcata degli asini, condotti all'abbeverata sul fiume.
Ero per natura d'indole buona. Avevo molto rispetto per le donne, per i vecchi, per i poveri. Mi ritenevo ben fortunato quando potevo rendere loro un servizio. In istrada salutavo tutti, come superiori.
Per spontaneo cavalleresco impulso, accorrevo, come antico cavaliere, dove c'era da sostenere un debole, da eliminare un sopruso, da rintuzzare una violenza. Ero buono, ma non sopportavo prepotenze. Avvalendomi della forza, superiore alla mia età, e del coraggio che non mi mancava, reagivo, in ogni occasione, energicamente.
Un giorno, ad esempio, tornando da uno dei nostri terreni, dall'alto di una collina, da piccoli pastori, che pascolavano le pecore, mi si lanciavano sassi.
Li raggiunsi. Erano in tre e più grande di me. Mi lanciai decisamente su di loro, e li tempestai, senza che avessero la possibilità di reagire, di pugni e di calci.
Avevamo un terreno, il più lontano, con molti mandorli. D'estate spesso vi andavo, e penetravo da solo in un vicino bosco.
Godevo di quella solitudine, di quel silenzio, rotto, di tanto in tanto, dal canto del cuculo che mi giungeva come gradita voce amica.
Non sorgeva a distrarmi il pensiero delle deità silvane, non essendo allora a me nota la fantasiosa allegra mitologia degli antichi. Tutto, nulla meno, pareva che là dentro possedesse vita, avesse dolce poetica voce: le erbe, i fiori, gli alberi. S'avvertiva che un mondo di piccoli esseri, dai volatili ai rettili, vi viveva in continua laboriosità, forse con le stesse nostre passioni, con gli stessi nostri affanni; forse anche, come le formiche e le api, in ordinata disciplinata associazione.
Ero ragazzo, ma nella mia sensibilità capivo quelle bellezze, e rimanevo in mesto raccoglimento dinanzi all'inno che pareva si elevasse da tutte le cose, per il loro divino creatore.
Talvolta, seduto ai margini di quel bosco, mi dilettavo a provocare un'eco che ripeteva la mia voce e le mie parole con una chiarezza che impressionava.
Altro mistero questa eco, che molto turbava il mio fanciullesco spirito.
Ma anche a Tempera passava, inesorabilmente, il tempo.
Passava il tempo, ma sempre in letizia, allora.
Tra le feste, giungeva a noi sempre cara quella del Natale. Nei giorni che la precedevano, vedevamo la mamma molto affaccendata a preparare la tradizionale pasticceria. Concorrevamo anche noi, con la speranza di avere un qualche anticipo, in quel lavoro.
Ma un'altra fatica avevamo in quei giorni, tutta nostra, quale era quella della preparazione della lettera, su carta infiorata, con l'aiuto della maestra, per gli auguri ai genitori. Lettera da mettersi, poi, di nascosto, prima di cena, tra le pieghe dei tovaglioli.
Giunta l'ora della cena, ognuno prendeva posto attorno al tavolo. Noi più piccoli, autori delle lettere, sorvegliavamo, con curiosità, le mosse dei genitori. Si sedevano anche loro, finalmente; si recitava la breve preghiera; prendevano, quindi, e spiegavano il tovagliolo; cadevano i messaggi augurali.
Li aspettavano? Forse si. Ma per non deluderci, fingevano sorpresa, e ci premiavano.
Cari dolci tempi!


Avevo ormai nove anni, età che, avvolta tuttavia d'innocenza, corre tra l'infanzia e l'adolescenza.
Nella scuola mista di Tempera, ove pure insegnava una giovane maestra dell'Aquila, ero il primo della classe. Facevo onore alla maestra, quando il Direttore didattico o l'Ispettore, nelle loro visite, m'interrogavano. Possedevo buona memoria, forse anche intelligenza, certo molto amor proprio.
Fra gli alunni prediligevo due fratelli gemelli, perfettamente uguali nella somiglianza, figli del capo della cartiera, di proprietà degli Strina.
Tra le molte bambine vi erano le sorelle Vicentini, molto graziose; ma il mio piccolo cuore aveva turbamenti per la nipotina del parroco, Candida Morelli, disinvolta e simpatica. Desideravo, nel mio segreto, che fosse sempre presente a scuola; quando mancava ne ero afflitto. Essa, nell'infantile ingenuità, pareva che ricambiasse i miei sentimenti.
Durante le vacanze m'aggiravo, per poterla vedere, attorno alla sua casa, e frequentavo con maggiore assiduità la chiesa, cercando di mettermi in vista, nelle vicinanze dell'altare. La piccola Candida, dai capelli bruni e dal viso di rosa, mi guardava con dolci occhi.
Un giorno di settembre me ne andavo lungo il fiume, solo e raccolto nei miei piccoli pensieri, quando scorgevo, seduta sotto un albero, la bella coetanea. Giungevo a lei, che mi guardava e mi sorrideva, e ci parlammo.
Ci parlammo, nel vago smarrimento, in una poesia, che noi, forse, non intendevamo. Ci parlammo, mentre l'acqua, nella sua chiarezza, mormorava dolcemente, ed in alto, sul salice, dopo gli amori estivi, flebile cantava la capinera.
Amore? Le piccole vibrazioni del cuore lo potevano far credere. Quelle vibrazioni che ci inducevano a star vicino a scuola, a ricercarci fuori, a rendere festoso l'incontro, felice la sosta, melanconico il distacco.
Potevano considerarsi quei sentimenti, nella vaghezza dell'infanzia, come i primi trilli degli uccellini, avvolti di verde, nella siepe in fiore; come i primi profumi, quasi inavvertiti, della violetta, che sboccia ai primi tiepidi raggi di aprile; come i vaghi colori dell'alba, che precede, nel risveglio, il grande astro, donatore di luce e di calore.
Fiori senza insidia, luci senza ombre, pensieri senza malizia.
Varia, quindi, e piacevole si svolgeva la vita a Tempera, quando, in quella stessa casa, dove era nato il babbo, in tempo di vendemmia, nasceva Federico, il nono dei fratelli.


Nella primavera del prossimo anno il babbo doveva accorrere a Teramo, al capezzale della madre morente.
Scompariva, in tal modo, in età non ancora avanzata, donna Doralice Strina, la compagna cara a colui che aveva dato inizio negli Abruzzi, ad un altro ramo degli Adamoli, distaccato da quello di Lombardia.
Tolta, nel fiore degli anni, dagli agi d'una vita civile, aveva seguito il marito nelle peripezie politiche, su per le montagne coperte di neve, senza una protesta, senza un lamento. Né insofferenza aveva mostrato, negli anni di solitudine, sulle rive del Mavone, nei pressi di Tossicia. Rimasta vedova, nella contrada di Rocciano, disdegnava di tornare all'Aquila, presso i fratelli. Aveva preferito il disagio, pur di conservare, per sé e per i figli, una decorosa indipendenza.
In quella occasione il babbo e lo zio Giovanni parlavano di una società, da costituirsi a loro nome, riprendendo l'esercizio della fonderia di Rocciano, che era in crisi.
Pel momento non riteneva il babbo di aderirvi, trovandosi bene a Tempera, anche per la proprietà che vi possedeva. Ma proprio in quel tempo, come una fatalità, in quei soci, nei quali era stato sempre il più perfetto accordo, sorgeva una grave quistione. L'uno addossava all'altro la responsabilità dell'acquisto d'una grossa partita di rame, giunta dall'America, non atto, per la qualità, alla lavorazione della fonderia. Notevole la perdita. Non riuscendo, i soci, in via bonaria, a raggiungere un accordo, provocavano l'intervento dell'autorità giudiziaria, e la società si scioglieva.
Essendo, quindi, il babbo libero, riprendeva con Teramo le trattative, che concludeva, in breve tempo, favorevolmente.



RITORNO A ROCCIANO


La mamma non era troppo entusiasta della nuova partenza. A Tempera viveva bene, anche per la vicinanza della chiesa, ove poteva compiere, agevolmente, essa religiosa, i doveri della religione. Ma il problema, in quel momento, non poteva essere risolto in altro modo. Non era sufficiente la rendita della campagna, per tutti i bisogni, presenti e futuri, della numerosa famiglia; né, in quel piccolo centro, vi era possibilità d'altra rimunerativa occupazione.
Era necessario, di conseguenza, rimettersi in viaggio.
Il distacco da Tempera, ad ogni modo, dove si lasciavano interessi e tante buone amicizie, non poteva non addolorare. Noi, ragazzi, avidi di novità, non vi facevamo molto caso. Anzi tenevamo con i piccoli amici, che restavano, una certa aria di superiorità.
Quantunque la partenza avvenisse di buon'ora, pure una folla di gente era attorno alla carrozza, che doveva condurci, per il treno, alla stazione di Paganica.
Vi era anche, con la madre, la piccola Candida, confusa e turbata.
Auguri, promesse di visite, strette di mano, abbracci, tra lagrime, e "addio, addio", mentre la carrozza si muoveva. Si passava sul ponticello, dove udimmo ancora il mormorio lento del Vera, che pareva anche lui alzasse i suoi lamenti, per la nostra partenza.
Ad oriente apparivano i primi chiarori dell'alba.


S'arrivava a Rocciano, accolti festosamente dai vecchi amici, quando l'autunno aveva già diffuso, nella spoglia campagna, la sua malinconia. L'attività vi era ripresa alla stesso punto, in cui era stata lasciata cinque anni prima.
Tutto, quindi, procedeva bene, e si continuava a vivere in lieta agiatezza. La casa, dalle molte persone, era colma di beni e di benedizioni. Esisteva, si, una società, tra i fratelli, ma soltanto di carattere formale; in realtà i socie si consideravano come appartenenti ad una stessa famiglia, con una precisa missione: riconquistare, nello stato sociale, il posto perduto.
Lo zio Aldobrando, senza farne parte, esercitava, per conto dell'azienda, una specie di commercio ambulante, per la campagna e sulla montagna. Non aveva moglie, né intendeva ammogliarsi. Giovanni, molto avveduto ed aristocratico, che aveva per compagna Annunziata De Marco, dall'alto sentire e dal cuore d'oro, non aveva figli. Non potevano sorgere tra le due famiglie quistioni d'interessi. Le due cognate, dotate delle stesse virtù, s'amavano come sorelle.
Né il problema economico, rispetto ai lavoratori, era trascurato. Non vi era in quel tempo, a loro favore, nessuna precisa disposizione di legge, né vi erano sindacati. Ma gli Adamoli, con umanitario spirito, precorrendo i tempi, facevano ai propri salariati le migliori condizioni: davano agli stessi casa gratuita e fuoco, premi in danaro, pacchi alimentari nelle feste solenni. In caso di malattie continuavano a corrispondere il salario, per intero. I vecchi, senza famiglia, erano persino trattenuti nell'azienda, come pensionati.
Ma lo spirito di umana solidarietà si esercitava anche in altro ordine.
Erano anni quelli, in cui allora si viveva, molto tristi, per una grave carestia. Per le scale di casa nostra era un viavai, senza sosta, di povera gente, che chiedeva pane. E pane aveva. Nessuno ridiscendeva le scale, che penosamente erano state salite, senza portare con sé qualche cosa, senza rivolgere a quella casa la sua benedizione.
La buona mamma, dall'alto sentire e dal cuore d'oro, era la dea personificata della carità, la dea consolatrice dei sofferenti, la luce degli sventurati.


Avevo io rivisto i piccoli amici, anch'essi cresciuti di cinque anni, con festa.
Una corsa, per riconoscere l'orto, i campi, i valloncelli, la fontana, il fiume e quanto, del passato, m'era rimasto alla memoria.
Tutto andava bene. Era risorto, però, per me, il problema della scuola, alla quale non intendevo rinunciare. Non si sapeva proprio come provvedervi, non potendo per quell'anno andare in città. La fortuna venne da sé in aiuto.
Una sera mi trovava a Rocciano alto, vicino al fuoco, nella casa patriarcale degli Spinozzi. Vi era nella veglia, come consuetudine, per commentare i fatti del giorno e per altri racconti, il parroco don Antonio Martegiani. La conversazione, ad un certo momento, cadeva su me. Rispondevo alle molte domande, che mi si rivolgevano, anche su argomento scolastico, con prontezza e con simpatico accento aquilano.
Da quella conversazione nasceva l'idea, messa poi in atto, di continuare nello studio a Rocciano, sotto la guida di quel buon sacerdote.
La fatica della malagevole strada da percorrere tutti i giorni, con qualunque tempo, per l'ansia che mi sospingeva, non mi riusciva gravosa. Anzi, specialmente nella bella stagione, mi tornava piacevole, anche per gli svaghi che vi incontrano.
Negli ulivi, di cui era ricca la costa, vi gorgheggiavano, nella primavera, come a gara, il merlo e l'usignuolo; vi frinivano, d'estate, dopo la mietitura, le oziose cicale. Più giù, appena fuori degli alberi, fioriva la poetica ginestra. Più giù ancora, in fondo al valloncello, mormorava, lieve, tra le erbe, un ruscelletto, e, in un pantano, gracidavano le timide rane.
Tutt'intorno si muoveva, inoltre, una miriade di piccoli esseri viventi: grilli cantarini, farfalle dalle morbide tinte, che passavano, come le api, di fiore in fiore, per succhiarne il tenue profumo; libellule, in agitazione d'amore.
Io, ragazzo, tutto, di quel piccolo poetico mondo, osservavo, ma anche tutto molestavo.
Talvolta vedevo d'improvviso strisciare, in tanta pace, il muto serpe, fedele immagine dell'inganno in agguato.
Vi era spesso in vista, nei fecondi campi, oltre il bifolco, con i pii buoi, la pastorella, placida come le pecore che pascolava.
Quadretti deliziosi che nessun pittore avrebbe mai potuto riprodurre nella sua naturale poesia.
Nel pomeriggio, d'estate, spesso a Rocciano andavo a tenere compagnia ad un calzolaio, che lavorava all'aperto, all'ombra d'un albero; lavorava in quell'aia, da cui si vedeva giù, sulla strada bianca, la casa della mamma, e vi si ammirava un magnifico panorama.
Lavorava, quel maestro della lesina, senza le tante elucubrazioni, che fiaccano il fisico e turbano lo spirito delle menti dotte. Non aveva altra preoccupazione che quella d'accontentare la sua clientela. Al tramonto, sospesa ogni attività, rimaneva, in tranquillo riposo, dinanzi alla porta di casa sua, mentre i bambini giuocavano d'intorno, ed il fumo della pipa si disperdeva, a spira, nelle ombre della sera. Al suono dell'Avemaria si toglieva, devotamente, il cappello e si segnava. Alla domenica, in una fede mai scossa, andava a messa. Faceva, nei giorni di festa, una partita a boccia ed era felice.
Quante volte, nella vita randagia e senza pace, ho ripensato, con invidia, a quel calzolaio, nella sua uguale serena vita.
Troppo costa la salita che conduce alle luminose altezze!


A casa, dopo cena, d'inverno, quando tutti dormivano, la mamma restava ancora a lavorare, con le sue mani d'oro: a lavorare d'ago, d'uncinetto, di ferri. In quella laboriosa veglia, quando sulla strada e nei campi era alto il silenzio io solo rimanevo in sua compagnia. Mentre lavorava mi raccontava, la buona mamma, le fiabe, che essa, a sua volta, aveva inteso dalla mamma, dai nonni, dalle zie, nelle veglie, nell'antica casa dei Marotta, laggiù, nel paese degli aranci, nel salernitano senza neve.
A conclusione della giornata, come allora s'usava nelle famiglie sane, si elevava, al Signore, l'inno della riconoscenza.
Quanto era buona, anche nei doveri religiosi, la santa mamma! Pregava per sé, ma pregava anche per gli altri. Pregava per i vicini e per i lontani, per i buoni e per i cattivi, per gli amici e per gli eventuali nemici. Pregava, con particolare fervore, per i suoi figliuoli, che essa desiderava di vedere crescere sani e virtuosi.
Care ore! Non comprendo, ripensando alla dolcezza di quelle preghiere, come oggi ci si deve tanto affannare per uccidere l'anima, per imbestialire l'umano genere.
Quando anch'io andavo a letto udivo ancora la mamma aggirarsi per le stanze, per assicurarsi che nulla ai figli mancasse, che fossero, nel freddo dell'inverno, ben coperti.


Con l'andare a scuola dal parroco, poiché sembra che ne avessi l'inclinazione, sorgeva per me l'idea del sacerdozio. Se ne parlava al Vescovo, nella sua visita pastorale a Rocciano. L'entrata al seminario sarebbe dovuta avvenire, per le formalità da compiere, nell'ottobre del seguente anno. Apprendevo, nel frattempo, tutte quelle cognizioni necessarie al disimpegno delle funzioni religiose.
Con l'entrata al seminario sarebbe stato risolto per me, in modo definitivo, il problema della scuola.
Conquistato dall'idea, compreso, quale curato in erba, dalla dignità sacerdotale, assumevo un atteggiamento di serietà e di compostezza, degno dell'alta futura missione. Partecipavo a tutte le funzioni di chiesa e servivo la messa con molta disinvoltura.
Non riuscivo a ben ritenere la risposta allo "Orate frates". Balbettavo, nel recitarla, parole sconnesse, ed andavo avanti.
Ero capace, d'altra parte, di servire tre messe, nello stesso tempo, come quando venivano a Rocciano, per le funebri funzioni a favore dei defunti della famiglia Spinozzi, i sacerdoti, non meno di venti, delle altre parrocchie.
I tre altari della piccola chiesa funzionavano, per far presto, contemporaneamente. Io, essendo solo, dovevo correre dall'uno all'altro altare, per rispondere al sacerdote, suonare il campanello, spostare il messale, mescere, nel calice, l'acqua ed il vino. Il pubblico, che assisteva, ritenendomi fanciullo prodigio, guardava ed ammirava.
Il pranzo di molto ore, che andavo a godere, insieme ai preti, che si mostravano allegri e chiassosi, l'avevo proprio guadagnato.
Si facevano sul mio avvenire i più lieti pronostici. Anch'io sognavo, non un vescovado, ma una bella parrocchia, per svolgervi, in serenità di vita, la mia missione sacerdotale.
Spesso, andando nel pomeriggio a Teramo, incontravo, nei pressi della Madonna della Cona, disinvolti ed allegri, i convittori del Collegio nazionale, vestiti delle loro eleganti divise nere. Nel vederli mi si svegliavano, nella mente, molti pensieri. Come erano fortunati quei giovani mortali, molti dei quali dovevano appartenere a quelle famiglie, che sulla sera, si vedevano passare, in lussuosi cocchi, tirati da superbe pariglie, per le vie della città.
Fortunati essi, che non dovevano percorrere nessuna strada per andare a scuola, che la loro vita di studio, in bei saloni riscaldati d'inverno, era circondata da tante cure, confortata da tanta agiatezza, allietata da tante promesse, cullata da tante speranze.
Il confronto tra la loro e la mia vita conduceva ad amare considerazioni. Ne rimanevo mortificato. Apparivo, al loro paragone, un povero tapinello, sperduto nella comune folla.
Ma tante altre volte incontravo, invece, su quella stessa strada, usciti pure a passeggio, coloro che sarebbero dovuto essere, l'anno dopo, miei compagni di studio. E li guardavo, li osservavo nel loro muoversi, nella loro composta condotta e me ne compiacevo, e fantasticavo su quella mia futura vita.
Anche per me la fortuna avrebbe avuto i suoi sorrisi.

 

ADOLESCENZA INQUIETA


Ma le cose si svolgevano in un modo ben diverso da come erano state predisposte. Quando, appunto, con il corredo già pronto, dovevo entrare in seminario, s'abbatteva sulla nostra casa la bufera, dalla quale doveva essere sconvolta e travolta.
Dopo breve malattia moriva la buona zia Annunziata, la cognata affettuosa, la moglie esemplare, la dea benefica delle due famiglie. Se ne piangeva la scomparsa, in un nero presentimento, con molte lagrime.
Nel successivo anno il fratello Giuseppe partiva per soldato. Poco dopo moriva a Giffoni la nonna, madre della mamma. Nasceva a Teramo, dopo Maria Gesù, l'undicesimo dei figli, la sorella Argira.
La scomparsa della nonna induceva al ritiro da Giffoni di Ciriaco e Maria Concetta, che essa teneva presso di sé. Anche Allegrezza, che era con la zia Annunziata, rientrava in famiglia, con dolore delle sorelle Urbani, presso le quali passava una parte del giorno.
Anche questa famiglia, da ricordarsi per la devozione agli Adamoli, era stata colpita, sulla via della bontà, dalla nera sventura. Perdeva in giovane età, intelligenti ed operosi, i tre figli maschi. Perdeva, successivamente, il padre, poi la madre. Nella casa non rimanevano, come nella favola, che tre sorelle: Maria Domenica, Argia e Giselda. Rimanevano sole, nella lotta per la vita, nelle loro speranze. Una, la seconda, insegnava nelle scuole; le altre due provvedevano ad altre domestiche faccende. Non uscivano se non insieme, la prima in mezzo, le altre ai lati, in ordine d'età. Avevano svegliata l'intelligenza, fine l'educazione, facile la parola, viva la ricordanza.
Dopo di Allegrezza, nel corso degli anni, rivolgevano le loro cure e il loro affetto ad Annunziata, figlia di Giovanni; dopo, come in un ordine ben determinato, a Dina, figlia di Annunziata; dopo ancora, dalle sorelle superstiti, essendo la prima scomparsa, a Franco, figlio di Dina.
Costituivano, queste sorelle, una pagina viva nella storia degli Adamoli. Erano care ai figli di Gelasio, poiché ne ricordavano, nella sicura testimonianza, le eccellenti doti; ricordavano, con parola viva e commossa, la bellezza e le virtù della mamma.
Rappresentavano esse un raro esempio di fedele, nobile amicizia, da non doversi dimenticare nella corsa del tempo, nelle alterne vicende umane.


Riaccompagnavano Ciriaco e Maria Concetta a Teramo il fratello Giuseppe, che noi chiamavamo Peppino. Simpaticamente disinvolto si presentava Ciriaco, nella sua loquela napoletana, molto svelto; alta, snella, circonfusa di dolcezza appariva Maria Concetta.
Bella nella freschezza dei suoi quindici anni, nelle sue forme perfette, nella ricca castana capigliatura, nei suoi grandi occhi cerulei, nel colorito d'avorio dalle tinte di rosa; bella nella voce, negli atti, modi quasi monacali.
I due, nel giungere, mettevano la casa in festa. Per la prima volta la nostra famiglia si trovava raccolta, con i genitori ancora giovani, con gli undici figli. La festa continuava sino alla partenza, per il ritorno al reggimento, di Giuseppe.
Pareva che in quel momento, in una serena gioia, fossero sospese le ansie, le preoccupazioni, le contrarietà della vita.
Belle erano, soprattutto, le ore della sera, che trascorrevamo sul terrazzo, dinanzi alla campagna coperta di ombre, illuminata fantasticamente dalle migliaia di lucciole, in fosforescente agitazione. Dinanzi a quella campagna, il silenzio della quale era rotto, con accento di poesia, dal rumore del fiume, da qualche ululato lontano di cani, dal grido del solito allocco.
Ma un'altra voce s'univa, con maggiore bellezza, all'armonia che scendeva dal cielo stellato: la voce della deliziosa sorella, che cantava, con squisito sentimento, dolci notturne romanze.
Poiché in quell'anno non s'era andati al mare, si organizzava, una domenica, una gita a Giulianova. Alla stazione, come avveniva sempre, dove si passava, nel salire in treno s'attirava l'attenzione dei passeggieri. Chi era sudato s'alzava; chi era in piedi veniva avanti, per contare i componenti di quel collegio in viaggio.
"Ancora?" Esclamavano a mano a mano che si saliva e si correva a prendere posto negli scompartimenti. Vedendo i genitori ancora giovani, quei passeggieri facevano i più lieti commenti ed i più vivi auguri.
Se a quel punto si fosse arrestata la ruota del destino, benedetta quella famiglia si sarebbe potuta considerare e felice. Ma la ruota delle umane vicende, girata dalle inesorabili parche, continuava senza sosta, nel suo fatale andare.


Dopo la scomparsa della buona zia Annunziata gli Adamoli tenevano, sul doloroso fatto, una specie di consiglio. Si capiva che in quella casa era necessaria altra donna. Poiché lo zio Giovanni vi rinunciava, accettava d'ammogliarsi, sia pure a malincuore, lo zio Aldobrando. Sceglieva egli la sua compagna, con intenzione, in una vedova senza figli e senza probabilità di farne: in Ambrosina Di Febo, d'ottima qualità, che molto somigliava, per carattere e per bontà, alla scomparsa zia.
La vita, quindi, in quelle due famiglie, pareva tornata normale. Se non che, dopo non molto, lo zio Giovanni, destando viva sorpresa, annunziava, improvvisamente, il suo nuovo matrimonio con Diana Ridolfi, di Teramo, vedova con due figlie.
Il fatto, che molto sconcertava, provocava il risentimento vivo dello zio Aldobrando. Nascevano, di conseguenza, molti timori per il prossimo avvenire.
Quei timori, purtroppo, non erano infondati. Quando lo zio Giovanni sapeva che stava per divenire padre, modificava, nei confronti nostri, la sua condotta. Spesso si mostrava, ciò che non aveva mai fatto prima, scontento. Avvenivano, nei riguardi della società, discussioni vivaci, che mettevano il babbo, padre di undici figli, in uno stato di vero turbamento. Rincasava in quei giorni, contrariamente al suo gioviale carattere, d'umore nero, senza volerne dire la ragione.
A mano a mano ognuno era preso da un senso di sgomento, d'accoramento. Nera in quella casa, già così festosa, era l'aria. Tutto infastidiva. Dallo stesso canto della civetta, prima deriso, si traevano melanconici pronostici.
Il Tordino medesimo, la cui voce giungeva sempre come quella d'un amico, non si dimostrava neppure lui generoso.
In un giorno del mese di luglio, neri nuvoloni s'agitavano, s'accavallavano nel cielo della montagna: nuvoloni che, a mano a mano, tra lampi e tuoni fragorosi, si distendevano, s'allargavano, invadevano altre zone. Pareva che il cielo stesso inveisse, con tutto il suo furore, su la povera terra. Scrosciava l'acqua, come un diluvio, e cadeva la grandine; scrosciavano i canali, le grondaie, i vicini fossi; alzava il Tordino, nella valle, mentre i fulmini cadevano su le querce, la sinistra sua voce.
Calmavasi, sul mezzogiorno, il temporale; squarci di sereno, con i segni dell'arcobaleno, apparivano qua e là, tra le nubi, che correvano sempre veloci, nel vasto cielo.
Nel mentre le lumache sbucavano nella siepe e gli uccelli riprendevano il volo, alcuni osservatori lanciavano, dall'alto del ponte, grida d'avvertimento a coloro che s'aggiravano di sotto, lungo il letto del fiume. Una piena, di vaste proporzioni, avanzava con tumultuoso impressionante rumore. Arrivava, s'allargava, avvolgeva, invadeva, con le acque limacciose, gli orti, il mulino, la fonderia, le vicine case d'abitazione. Spettacolo mai visto, che destava sgomento e maraviglia.
Tra i vortici delle livide acque che correvano, come furie, con il fragore della tempesta, apparivano e scomparivano arredi, tronchi d'alberi, bestie, forse anche vittime umane.
Nel pomeriggio tornava il sereno ed il sole, le acque diminuivano di volume e d'impetuosità, ma rimanevano anche per noi i danni, molto gravi. La diga, che deviava l'acqua verso il mulino e verso la fonderia, era stata quasi distrutta, il canale riempito di sterpi, di sassi, di mota.
Le macine ed i magli potevano essere rimessi in movimento, dopo molti lavori e molte spese.
Danni a danni, quindi, dolori a dolori.


L'ottobre, che seguiva, si presentava ancora una volta, per noi, nefasto. Le precedenti sventure erano accadute sempre d'ottobre.
In uno di quei giorni, per le sfavorevoli risultanze contabili presentate dallo zio Giovanni, il babbo era tornato da Teramo più agitato che mai. Nella notte alte grida della mamma mettevano a subbuglio la casa. Noi, che accorremmo assonnati e spaventati, trovammo il babbo in preda a forte agitazione nervosa. I medici, che lo visitarono, dichiararono che nulla vi era, per il momento, di grave, ma che occorreva, per la guarigione, un lungo periodo di cure e di riposo, soprattutto di tranquillità.
L'uomo sano, robusto e vigoroso; l'uomo che non era stato mai malato, doveva, improvvisamente, sospendere ogni attività, con conseguenze molto funeste per noi.
L'agitazione fu vivissima in quei primi giorni. Quando tornava un po' di calma, non si poteva non esaminare il doloroso caso, con particolare serietà. Non ritenendosi Antonio in possesso di tutte le qualità, per sostituire nelle complesse attività il padre, si pensava di far tornare Giuseppe, con la sostituzione, nel servizio militare, con Ciriaco, che proprio in quei giorni compiva i diciotto anni.
Giuseppe tornava, e prendeva senz'altro il suo posto di lavoro e di responsabilità, ma per quanto animato dalla migliore buona volontà, anche lui non poteva modificare, in nessun modo, il corso degli avversi eventi.
Dopo altri esperimenti e dopo altre incresciose discussioni, si doveva aderire, anche se a malincuore, allo scioglimento di quella società, costituita e proseguita, per qualche anno, piena di liete promesse.
Il babbo che, nel frattempo, aveva avuto nella salute un notevole miglioramento, per non rimanere inoperoso, iniziava, per l'esportazione, il commercio all'ingrosso della frutta. Non avendo una sufficiente preparazione, la prova non poteva avere favorevoli risultati. Tutta la produzione delle mele, ad esempio, acquistata nelle vicine campagne, non avendo un mercato in cui spedirla, rimaneva a marcire nei magazzini di raccolta.
Essendo l'esperimento fallito, con non lievi danni finanziari, si deliberava di abbandonare Teramo. Invece dell'Aquila, ove vi era sempre la proprietà, si sceglieva, a nuova residenza, Giffoni Vallepiana, ove la mamma possedeva ancora una parte della casa paterna.
Si lasciava quella contrada, un giorno tanto luminosa per noi, con la più viva tristezza nell'animo. Foschi colori avevano assunti, per noi, le colline, la fontana, il fiume, la campagna.
Un ciclo della nostra vita era ormai chiuso; un altro se ne apriva, ma senza luce.



RITORNO A GIFFONI VALLEPIANA


Il viaggio s'iniziava per Giffoni quando, in autunno, il Gran Sasso aveva imbiancato la sua cima. Si lasciava Teramo senza un preciso programma, melanconicamente. I bambini, che nulla capivano, potevano battere gioiosi le mani al treno, al mare, alla novità. La mamma, che ne era partita bella nella sua fresca giovinezza, tornava alla sua terra dopo molti anni, madre di undici figli, col marito malato, con una pena acerba nel cuore. Nessuna luce illuminava, per il momento, il prossimo avvenire.
Dopo gli incontri, i saluti, le visite d'uso, la famiglia si raccoglieva nelle proprie preoccupazioni. Si tentava, in seguito, di riattivare a Giffoni l'industria di Teramo, ma con esito negativo. Il danaro tenuto in serbo, per le familiari necessità, a mano a mano si esauriva. Per maritare Maria Concetta, nei suoi sedici anni, si doveva vendere la casa della mamma. La buona e bella sorella andava a nozze per ubbidienza, ma molto a malincuore.
Divenendo la situazione sempre più oscura, il babbo, migliorato in salute, decideva di andare all'Aquila a vendere quanto vi si possedeva, per tentare, dopo, altro commercio.
I fratelli Giuseppe ed Antonio s'occupavano, intanto, in qualche modo, presso la grande azienda del parente Antonio Adamoli, lombardo pure lui, che si trovava in ottime condizioni finanziarie. Gli altri frequentavano e scuole pubbliche e scuole private.
In quel tempo giungeva l'altra dolorosa notizia della morte dello zio Giovanni.
Giovanni Maria Adamoli, terzo figlio di Giuseppe di Narro, che scompariva innanzi tempo dalla scena della povera vita, lasciava nei concittadini, per l'educazione, per la nobile operosità, per la scrupolosa rettitudine, il più largo rimpianto.
La vedova Diana Ridolfi, intelligente ed avveduta, dopo non molto, si separava dall'azienda, che aveva in comune con il cognato Aldobrando, per aprirne un'altra, sotto il proprio nome.


Il babbo tornava dall'Aquila, dove s'era recato, dopo sei mesi, con un carico di maioliche. La vendita della proprietà, essendo gravata da ipoteca, per una forte somma, era stata fatta in isfavorevoli condizioni. L'ipoteca, da tutti ignorata, era stata accesa da quell'ingegnere Ciuffoletti, già socio nella fonderia di Tempera, su presentazione di cambiali, firmate a suo favore dal babbo. Non riconosceva il babbo per su le firme; ma la perizia giudiziaria non risultava a lui favorevole.
Probabilmente quelle cambiali, con un pretesto qualsiasi, erano state fatte firmare, dal non troppo onesto ingegnere, per la quistione del rame, in qualcuna delle cene, nelle quali il babbo spesso partecipava.
Anche il commercio in ceramica, iniziato a Giffoni, per complesse ragioni, non proseguiva.
La discesa continuava, inesorabilmente. Nel 1894, Giuseppe, già in qualche modo occupato, era d'improvviso arrestato, quale renitente alla chiamata alle armi. Poiché figurava nelle liste di leva al posto del fratello Ciriaco, dal quale era stato sostituito, doveva anche rispondere, senza che egli lo sapesse, dei suoi obblighi militari. Il Ciriaco, anche volendo, non vi poteva provvedere, poiché, compiuto il servizio della sostituzione, contraeva per proprio conto nell'Esercito, per non tornare a casa a fare il disoccupato, una ferma di volontario ordinario di tre anni.
Il tribunale, che non ammetteva, nella sua severità, giustificazioni, lo condannava a due anni di carcere militare. Per il carcere, su petizione della dolente madre, otteneva la grazia sovrana, ma per la seconda volta doveva partire per soldato, al posto, appunto, di Ciriaco.
Si trovavano, quindi, contemporaneamente alle armi due fratelli.
Allontanatosi di nuovo il primogenito, il peso della famiglia rimaneva su Antonio, che, in verità, rispondeva, in quella occasione, ai suoi doveri, con generoso cuore.
Le condizioni di salute del babbo, dopo il ritorno dall'Aquila e dopo il fallito esperimento commerciale, tornavano a peggiorare. Non era possibile farlo ricoverare in una clinica, come sarebbe stato necessario per una buona cura, poiché le riserve, costituite dalle economie e dalle diverse vendite, ogni giorni di più si riducevano.
Anche nel napoletano, quindi, le cose non andavano bene. Ad un tratto, anzi, vi avveniva un peggioramento.
Un pomeriggio, andando in giro, udivo che un figlio naturale dell'industriale Adamoli, rivolgeva al fratello Vincenzo una delle solite sconce parole, tanto in uso nel popolo napoletano. Prima che Vincenzo si movesse, io, toccato nei delicati sentimenti, lo avevo già schiaffeggiato. Non avendo il coraggio di reagire, quantunque a me maggiore d'età, correva ad invocare l'intervento della madre, e si iniziava la zuffa.
In mio aiuto correva il fratello Antonio; in aiuto della megera, essendo entro il recinto di uno degli stabilimenti ove spadroneggiava, correvano i fratelli, i nipoti, i parenti, che con essa convivevano. La indemoniata era per primo colpita, con un bastone, alla testa; poi un fratello; poi un nipote. Urla si elevavano qua e là, e rumore di percosse. Antonio, che aveva un coraggio leonino, guardato alle spalle da me, che non tremavo, teneva validamente il campo. Nel mentre un fratello della furia, con un aggiramento, stava per colpire con un martello Antonio alla testa, riceveva a sua volta da me, con un ferro con forza lanciato, un colpo nelle vicinanze della tempia sinistra, e cadeva a terra, sanguinante. Mentre accorrevano a soccorrerlo, approfittando della confusione, ci allontanammo, per andarci a rifugiare, in altra frazione, in casa del parente De Ippolitis.
L'accaduto destava, nella contrada, molto rumore e favorevoli commenti per noi. Per noi, che avevamo osato di rompere l'incanto che circondava il covo della furia, da tutti temuta; che avevamo osato, in quello stesso covo, d'affrontare la ciurmaglia dei parenti, che vivevano, come bravi, su i suoi mali costumi; che avevamo rotto, in condizioni difficili, molte loro teste.
Anche Antonio aveva riportato una ferita alla testa, ma di poco conto.
Io ero stato, come il più piccolo, l'eroe della giornata, e molto se ne parlava. Avevo avuto, in verità, una parte molto attiva nella cruenta zuffa, senza ricevere, per la mia destrezza, neppure una graffiatura.
L'orgoglio poteva essere soddisfatto, ma le conseguenze, che ne derivarono, producevano nella famiglia nuove preoccupazioni. Per placare l'ira della furia offesa e ferita Antonio Adamoli doveva licenziare, contro la sua volontà, l'omonimo parente.
Dopo qualche tempo, poiché a Giffoni non si trovava altra occupazione, Antonio si trasferiva, per ragioni, appunto, d'impiego, a Teano, accompagnato, per il momento, da me e dal babbo.


Vivevamo a Teano a pochi chilometri dalla città, non molto lontano dalla storica località, ove avvenne l'incontro, nel luminoso risorgimento, di Vittorio Emanuele secondo con Garibaldi: dalla città già capitale dei Sidicini, gloriosa di storia, di ruderi, di romani monumenti, che noi visitavamo religiosamente.
Dai suoi bastioni, dove gli abitanti s'erano forse adunati, per osservare di sotto gli eventi storici, che vi si svolgevano, s'ammirava una vasta rigogliosa pianura, disseminata di case, di villaggi, di popolosi importanti centri. Laggiù, lontano, verso il mare, ove s'indovinava Napoli, si vedeva fumare il Vesuvio.
Invitava quella veduta, nebulosa nella sua vastità, e molte fantasticherie, ma altri erano i pensieri che turbavano il nostro animo.
Poche volte, d'altra parte, uscivamo dall'eremo, in cui vivevamo. La solitudine era, però, compensata dal magnifico paesaggio, costituito da amene collinette, da pittoreschi valloncelli, freschi di verde e di acque, molte delle quali carboniche ferruginose che, nel berle, sviluppavano un appetito pericoloso per la modesta nostra mensa.
Nella salute del babbo, o per il cambiamento d'aria, o per quell'acqua che beveva abbondantemente, era avvenuto un confortante miglioramento.
A Teano, in occasione della fiera di S. Antonio, che durava tredici giorni, assistevamo, con curiosità ed interesse, alle manifestazioni d'ozio e di lavoro, di miseria e di ricchezza, d'inganni e di rettitudine, di buffoneria e di serietà, che rappresentavano, in sintesi, la vera grande umana commedia.
Quella fiera si estendeva su un terreno, quasi di collina, per molti chilometri. Era, in ogni parte, un gridio, un muoversi affannato, un frastuono continuo. Ognuno cercava d'attirare, nel modo più chiassoso, sulla propria attività, l'altrui attenzione.
Lungo le strade, che conducevano a quella specie di bolgia, vi si osservavano fattucchieri, giocolieri, indovini, carovane di zingari, giuntivi da ogni parte.
Vi si osservava ancora, destando ribrezzo e profonda pietà, uno schieramento di storpi, di ogni specie. Pareva che fosse stata molto minuzioso la scelta per condurre, a scopo speculativo, su uno dei più infami mercati, gli aborti più mostruosi della ingrata natura.
Tutti si commuovevano alle grida, agli alti lamenti, alle invocazioni di quegli esseri infelici, e davano danaro.
Baracche sorgevano, inoltre, ovunque, padiglioni, case di legno. Vi erano scimmie, serpenti, bestie feroci, nani, giganti posticci, in continua trasformazione, e pagliacci di ogni colore e di ogni valore.
Non vi mancavano, a spesa dei semplicioni, dei gonzi, gli inganni, i furti organizzati, gli abili borseggi.
Ma di là da queste ed altre affermazioni, la Campania felice, in questa adunata, mostrava il largo spirito d'iniziativa, la capacità di ricchezza, i prodotti della sua terra feconda.
Vi erano stati aperti, per l'occasione, molte cantine, molti ristoranti, adorni di verde, con esposizione di vino e di ghiotte vivande, ove, gli intervenuti alla fiera, andavano a festeggiare i guadagni più o meno onesti.
Vi andammo, punti dall'appetito ed attratti dal buon odore, a cena anche noi. Scelto un posto, in fondo alla sala da pranzo d'uno di quei ristoranti, ordinammo un gustoso spezzatino, melanzane alla parmigiana ed un bel fiasco di vino, di quello duro pugliese ed altro.
Nella sala, dinanzi ai piatti e alle bottiglie, che si vuotavano speditamente, regnava la più schietta allegria. I commensali avevano, quasi tutti, visi rubicondi, spalle ben quadrate, mani ruvide, modi grossolani.
Erano, evidentemente, uomini che passavano di mercato in mercato, di fiera in fiera, acquistando, vendendo, imbrogliando, facendo ottimi affari.
Parlavano chiassosamente, senza riguardi per nessuno. Anche le donne, ornate di collane, di orecchini, di ciondoli d'oro, vi erano largamente rappresentate.
Completavano il quadro rusticano i molti suonatori ambulanti, che si susseguivano ad allegrare il già allegro ritrovo.
Nella comune baldoria anche noi, una volta tanto, mangiavamo e bevevamo, allegramente.
Io trovavo quel vino gustoso e bevevo. Ragazzo com'ero, non abituato alle smoderatezze, non tardavano i fumi alcoolici a salire alla testa. Con quei fumi incominciavo a vedere le cose annebbiate e doppie. I lumi s'accendevano, intanto, l'animo s'inteneriva.
Quando uscimmo, che era già notte, e riprendemmo la via di casa, che era a tre chilometri, maggiormente si fece sentire l'effetto del vino. Un cerchio mi cingeva spiacevolmente la testa, non mi reggevo sulle gambe, grossa sentivo la lingua, in rivolta lo stomaco. Non avendo la forza di proseguire, a un venti minuti di strada mi gettai su un mucchio di ghiaia, ove avveniva... ciò che doveva avvenire.
Il burlone dio Bacco m'aveva fatto un brutto scherzo, ma me ne vendicai. Non mi ebbe più in seguito, neppure lui, come il dio tabacco, nel numero dei suoi seguaci.


Poteva essere stata quella fiera, con tutto il mio infortunio, uno svago per noi, ma niente altro.
Io continuavo a fare, delle nostre modeste sostanze, l'amministratore. Poiché non m'era possibile frequentare una scuola, oltre i libri di cultura generale, leggevo storie, poemi, romanzi, che ricevevo a dispensa, per abbonamento, con belle illustrazioni. La domenica, mentre il babbo ed il fratello andavano in città, io rimanevo solo, nel silenzio festivo di quell'eremo, raccolto in quelle letture. Penetravo, in tal modo, con esse, con la riscaldata fantasia, nel brulicume, nei misteri, nei delitti delle corrotte grandi città; o assalivo, con i ferrati cavalieri, i ben muniti castelli, ricchi di liete leggende, spesso anche covi di malefici.
Cantavo pure, nelle chiare notti di luna, sotto le merlate dimore, alle belle, che vi vivevano solitarie, nei loro sogni d'amore.
Elevavo, fortificavo il mio animo, con quei romanzi, con quei poemi, che erano usciti dalla fervida fantasia di Giulio Verne, di Alessandro Dumas, di Eugenio Sue, di Vittor Hugo, di Tommaso Grossi, di Massimo D'Azeglio, di Alessandro Manzoni, di Edmondo De Amicis, di Torquato Tasso, di Ludovico Ariosto, e di tanti altri.
Con quelle letture m'abbandonavo, pure, nei miei quindici anni, o poco più, a molti sogni, per l'avvenire. Ero in quel solitario ritiro come in un deserto, per la preparazione intellettuale, morale e spirituale, necessaria ad affrontare, tra non molto, la battaglia della vita.
Qualche volta, dalla malinconia vinto, uscivo, andavo a frammischiarmi, nelle vicine campagne, nelle feste dei contadini, e cantavo nei loro cori, e ballavo nei loro balli, con le fresche coetanee.
Feste semplici, quindi belle, che avvicinavano alla schietta, alla sana anima popolare.
In una di quelle domeniche m'incontravo con una ragazza, venuta dalla città, di poco superiore alla mia età, graziosa e fresca anche lei, come un fiore di primavera, sposata ad un uomo anziano, contro la volontà dei genitori. Ci parlammo con molta simpatia. Il marito non se ne mostrava geloso. Evidentemente, per l'aspetto ancora infantile, non dovevo sembrare ragazzo pericoloso.
Ascoltavo, con commosso animo, i lamenti, le pene che tormentavano quella donna gentile, risvegliata bruscamente, dal sogno dorato, ad una dura dolorosa realtà.
Ancora qualche incontro, con quella giovane non felice, in quella campagna. Dopo non rimaneva, di quell'incontro, che il ricordo, avvolto, come tanti altri ricordi gentili, da una leggera malinconica azzurrognola nebbia.
Il babbo ed io, lasciando Antonio a Teano, ce ne tornammo a Giffoni.
Di quel ritorno altro ricordo rimaneva vivo nel cuore. Nello scompartimento del treno, che ci conduceva a Napoli, viaggiava altra famiglia, composta dai genitori e da tre ragazze, loro figlie. Serena era quella famiglia, allegra, civile d'aspetto. La più grande delle ragazze, di circa dodici anni, accompagnava, con simpatica voce, il padre, che suonava la fisarmonica. Dopo, tra il generale gradimento, intonavano un bel coro a tre.
Quella famiglia, così simpatica, aveva lasciato il luogo natio, i parenti, gli amici, le memorie più care, per trasferirsi in lontane contrade. La sera di quello stesso giorno si sarebbe imbarcata a Napoli, per andare, attratta da più liete visioni, nel misterioso continente americano.
Quando, nella città partenopea, discendeva dal treno, si seguiva con lo sguardo mestamente quella gente, che andava lontano, che si doveva considerare perduta per la patria.
Riprendevo a Giffoni, presso lo zio Luigi Memoli, commerciante di tessuti e fabbricante di sapone, il posto lasciato alla partenza per Teano. Posto provvisorio, s'intende, ché in me germogliavano idee, che mi spingevano a guardare molto in alto. Per dare, ad esempio, maggiore sviluppo a quella industria, ove lavoravano pochi operai, quantunque ragazzo, cercai di fare un po' anche il commesso viaggiatore. Riempito una valigia di sapone, un bel mattino partivo, pieno di energie e di speranze, per il Cilento. Andai di villaggio in villaggio, di bottega in bottega, di casa in casa, di disagio in disagio, come questuante, senza avere una sola ordinazione, senza collocare un sol pezzo di quel prodotto, pur tanto necessario ai domestici usi.
Ad ogni modo, quel viaggio, motivo di nuove delusioni, m'offriva l'occasione di conoscere un'altra contrada della nostra penisola, ricca anch'essa di naturali bellezze, di storia, di boschi e di fiumi, tra i quali il benefico Sele, che mandava, generosamente, all'arsa assetata Puglia, le sue chiare fresche acque.
Nelle ore libere mi raccoglievo a Giffoni come nella terra dei Sidicini, nella lettura dei miei libri, che costituivano la vita della mia vita. Talvolta, nemico sempre delle inutili compagnie, per meglio pensare e meditare, andavo su per le valli, coperte d'ulivi e di castagni.
Qualche volta sostavo su la collina alberata, nelle vicinanze del convento di S. Antonio, profumato nel giugno dai candidi gigli.
Nel vedere i frati, aggirarsi beatamente nel recinto, anch'io, per la mia pace, avrei voluto là rifugiarmi. Non dovevo entrare a Teramo in Seminario?
Ma ne ero da altra considerazione distratto. Se la vita, con gli affanni e le passioni, era una lotta, non la si doveva disertare.
Nella mia vita d'ozio ebbi ad assistere un giorno ad uno spettacolo, che poteva commuovere, far pensare. Era di luglio e la persistente siccità stava per rovinare tutto il raccolto della fertile vallata. Come era nella consuetudine, si organizzava una processione così detta di penitenza, diretta ad implorare la grazia dell'acqua, al santuario di Santa Maria a vico. Vi partecipavano, con le insegne, con gli stendardi, le croci, le reliquie più miracolose, compresa la Spina santa, conservata nella chiesa dell'Annunziata, le autorità, il clero, il popolo.
Si elevavano, nella mistica marcia, fatta a piedi scalzi, canti, inni, accese invocazioni. Numerosi penitenti, a maggiore espiazione dei propri peccati, causa di quella punitiva siccità, con grosse funi e catene di ferro, picchiavano violentemente, quasi a sangue, le proprie spalle. Per qualcuno il parossismo arrivava a tal punto che dovevano intervenire persone meno accese per far mitigare quel mistico furore.
Se l'acqua cadeva la grazia era stata ottenuta; se non cadeva la colpa risaliva ai peccatori, non meritevoli di perdono.
Ma la vita, anche dopo quella manifestazione viva di fanatismo, con la siccità o senza la siccità, non s'arrestava neppure per un attimo nei suoi intrighi, nei suoi inganni, nei suoi falli, ed anche nelle sue generosità, nella sua umanità, così a Giffoni, così in ogni altra parte del mondo.


Molto ascoltavo, nel luogo natio della mamma, con ansioso animo, la storia, già in parte a me nota, dei Marotta, raccontata, con orgogliosa fierezza, dalle vecchie zie e da quel Ciriaco, patrigno della mamma, che aveva, nei suoi ottant'anni e più, dalla fluente barba bianca, l'aspetto d'antico anacoreta. Patrigno, ma anche zio, essendo fratello del primo marito della madre della mamma, quindi della stessa famiglia dei Marotta.
Degli altri parenti spesso visitavo la casa di altro zio, Luigi, ultimo fratello del nonno; casa composta dai genitori e da tre figli: Pietro, Angiola ed Emilia. Vivevano, con fiero contegno, su l'orgoglio dell'antico nome, e su i modesti residui del vasto patrimonio disperso.
Dominati da quell'orgoglio, vivo e tenace, nei meridionali feudatari, ritenevano una menomazione, una umiliazione, un'offesa per sé e per gli antenati, darsi ad una qualche attività.
La più ostinata appariva la mamma, donn'Anna Sica, già anziana, alta, bionda, dagli occhi cerulei e dall'aristocratico naso aquilino. Per nulla rassegnata alle dolorose vicende, parlava sempre con sdegnosa aspra voce.
Buono, invece, era il marito Luigi, sempre sereno, gioviale nobilmente affabile. Parlava dell'antico stato, nel quale in parte era vissuto, come si può parlare di un paesaggio, ricco di meraviglie, visto in una giornata di sole, in un felice viaggio turistico.
Il figlio, Pietro, molto aristocratico, biondo come la mamma, educato nei ricordi del passato, trascorreva il tempo con amici buontemponi, tra la caccia, il circolo e i viaggi.
Le donne se ne rimanevano chiuse in casa, come in un chiostro, anch'esse viventi nei ricordi di quella grandezza, che appariva ancora nell'ampio cortile, guardato da feritoie, come in un castello, sempre chiuso; nel vasto giardino, alberato in parte da aranci e da mandarini; negli stemmi, nei ritratti, nei mobili artisticamente intagliati, ma tarlati e stinti, malinconica sopravvivenza d'un passato che non sarebbe più tornato.
Io ero accolto in quella casa, nella educata adolescenza, con molta festa. Le zie, cugine della mamma, erano ancora giovani. L'Emilia, ultima, adorna di fresca grazia, aveva di poco superato i venti anni.
Vivevano, queste zie, come fiori chiusi in serra, con molti sogni, con poche speranze.
Nei pomeriggi, d'estate, mentre si frescheggiava nel giardino, facevano a me le loro confidenze.
S'adattavano, do qualche anno, a sposare due vedovi, di buon nome e in buone condizioni finanziarie, ma non erano gli uomini da esse desiderati.
Dramma penoso, quasi sempre comune alla nobiltà decaduta. Coloro che, per nascita, avrebbero potuto varcare la soglia, di là della quale ardevano due gentili anime, non lo facevano, non vedendovi l'altro requisito; quello dell'oro, a cui pochi eletti sanno rinunciare; gli altri non l'osavano, per non essere sdegnosamente respinti, o, nei migliori dei casi, per non cadere in quegli ibridi connubi, dai quali, per la differenza di cultura, di educazione, di sensibilità, vano è sperare in una serena tranquilla convivenza.
Dovevano finire, di conseguenza, di aderire a quei maritaggi, se non volevano rimanere nell'afflitto stato monacale.

 

Intanto, nelle nostre vicende, tornava dal servizio militare Ciriaco, con le migliori intenzioni. Ma quel piccolo mondo, quasi appartato, fuori delle vie di comunicazione, nulla offriva. Spesso, esaminando malinconicamente le nostre condizioni, ne parlavamo.
Una sera del dolce settembre sedevamo fuori dell'abitato, sulla via di San Lorenzo, nelle vicinanze di uno stagno, chiamato pescheria, ove gracidavano, con lenta monotonia, i ranocchi. Era l'ora in cui l'animo è aperto, in modo particolare, agli intenerimenti, ai sogni. Nel mezzo del cielo terso e profondo, in uno scintillio di stelle, splendeva chiara e maestosa la luna. Non molto lontano, nella piazza dei Vassi, scrosciava, con fresca limpida acqua, la fontana del luogo. Noi, immersi nella bellezza dell'ora, nella poesia che saliva dalla terra, che discendeva dal cielo, restammo per qualche tempo muti.
Si rompeva poi l'incanto, per considerare la non lieta nostra condizione, la giovinezza non confortata da nessuna promessa.
Esaminata, conseguentemente, nei diversi aspetti la nostra situazione, determinammo di muoverci, di rompere l'indugio, di dare inizio alla nostra battaglia.
Il cielo spesso aiuta, nelle loro imprese, gli audaci.
In relazione a ciò, nei giorni successivi, andammo a Salerno, con molte liete speranze. Ponevamo molta fiducia nelle nostre doti fisiche, intellettuali, morali. Giungemmo a piedi nell'antica città di San Matteo, quando il giorno, dopo la notte, si riapriva alla vita. Alla periferia s'offrì alla nostra attenzione quel movimento di carri, di quadrupedi e di persone, consueto a tutte le città. Nel varcare la soglia, allora guardata dai gabellieri, udimmo da lontano, nel fresco mattino, il suono d'una musica, che marciava alla testa d'un reggimento, diretto, per esercitazione, verso la campagna. Più avanti, inoltrandoci verso il centro, ci apparì da una parte, solcato da variopinte vele, il mare azzurro, leggermente mosso. Qua e là, qualche bicicletta, qualche carrozza in corsa. Da una villetta, dalle rosse tinte, avvolta da giardino in fiore, si diffondeva il suono d'un pianoforte, che molto toccava il già nostro malinconico animo. Quale gentile spirito si scioglieva, alle prime luci, in tenera estasi? Angeliche dita, senza dubbio, dovevano essere quelle che rapivano all'aurora, che tenuamente svaniva sul mare, le occulte divine melodie.
Andammo avanti, nel turbamento, con nuovi desideri, e come ci consigliavano le sacre scritture, picchiammo alle porte, chiedemmo, ma senza nulla ottenere. Belle parole ovunque, molte promesse, e niente altro.
Dopo due giorni tornammo a Giffoni, rifacendo la strada, di ventiquattro chilometri, pure a piedi, riportando con noi una belle fotografia, che io conservo ancora, a ricordo del nostro inutile viaggio. Quantunque nel fior degli anni, meste vi si vedono le nostre sembianze!
Tanto per fare qualche cosa iniziammo, io e Ciriaco, lo studio della musica, con buon profitto. Dopo non molto strimpellavamo, in un concertino a due, mandolino e chitarra. Qualche volta, io che possedevo una voce da piccolo tenore, accompagnavo al suono una qualche piccola romanza.
Venivano spesso a veglia in casa nostra, e ci ascoltavano e ci applaudivano nelle nostre artistiche esibizioni, i vicini parenti, le giovani zie.
Anche nella tempesta possono apparire luci, a confortare il cammino.


Passammo ancora qualche tempo in vana attesa, quando Ciriaco, nulla sperando più dalla patria che dormiva, decise d'andare a cercare fortuna di là dell'Oceano, raggiungendo lo zio Donato, che vi era da molti anni.
Io, dal canto mio, riprendevo le ricerche, scrivendo ovunque vi fosse un parente, un amico, un conoscente, ma nessuno rispondeva.
Incominciai in tal modo, per diretta esperienza, a comprendere l'ipocrisia, l'egoismo del mondo.
Nel pomeriggio, alle ore quindici, aspettavo con ansia la posta. Guardavo la via, che il postino doveva percorrere, dal terrazzo di casa. Il vecchio orologio di San Lorenzo suonava l'ora, il postino compariva, s'avvicinava e, aumentando il mio sconforto, passava oltre.
Così tutti i giorni. Nessuno si commuoveva di me.
Si commuovevano, invece, le ragazze, che io, nei miei pensieri non lieti, non cercavo. Una di esse, ad esempio, spesso mi seguiva, da sola, per confortarmi nella solitudine dei boschi. Appariva teneramente civettuola.
Un'altra, da non confondersi con la prima, figlia di un pasticciere, anche lei fortemente innamorata, mi mandava, per mezzo di una donna servizievole, con le lettere, pacchi di dolci, che doveva sottrarre, furtivamente, al negozio del padre.
Momentanee distrazioni, anche se piacevoli. Un bel giorno, stanco d'attendere, decidevo pure io di rompere l'indugio, di partire per vincere il destino.
Prima d'allontanarmi volli visitare, salutare i parenti, che avevano nelle vene, fieramente, il sangue della mamma. Ognuno aveva per me, per le mie determinazioni, parole d'elogio, d'ammirazione, di augurio. Fui anche a salutare le giovani zie, con le quali avevo trascorso, nei mesti pomeriggi, tante ore, in affettuose confidenziali conversazioni. Stavano nel giardino degli aranci, luogo silenziosamente raccolto, dei nostri meridiani convegni. Ad un certo momento, essendosi la maggiore allontanata, restavo con la zia Emilia. Continuammo nella conversazione, velata, s'intende, di malinconia. Io esposi alla giovane zia, che voleva sapere, i miei progetti, i miei sogni. A diciassette anni è consentito anche audacemente fantasticare. Essa accoglieva le mie parole con evidenti segni di rammarico. Non ne spiegavo la ragione. Non si è sempre in condizione, specialmente se adolescenti, di penetrare nel dramma del cuore umano. Mi svelava essa stessa, ad un certo momento, i suoi affanni. La mia assiduità nel visitarla, la freschezza dei miei anni, la mitezza del mio sguardo e del mio sorriso, avevano stranamente operato anche nel suo animo. L'affetto di zia, nonostante la maggiore età, si era, a mano a mano, mutato in altro affetto.
Non potei, dinanzi a tale rivelazione, mentre le ombre s'affittivano, non carezzare, con rispetto, gli ondulati capelli, non baciare, con commossa tenerezza, il pallido viso.
Con il ritorno della zia maggiore mi congedai poco dopo, con molta tristezza, con questo segreto nel cuore.
L'inaspettato strano idillio svaniva, nello stesso momento, nel quale aveva vita; svaniva allo stesso modo d'una meteora, che infiamma d'improvviso, per un attimo, l'oscurità del cielo.


Alla mia partenza, l'addolorata madre, con spirito profetico, mi diceva:
"Va figlio, con la mia benedizione, verso la nuova tua vita. La via da percorrere sarà lunga ed aspra, poiché la ricostruzione non potrà avvenire se non quando la casa sarà caduta tutta in frantume, ed io sarò scomparsa dalla mutabile scena del mondo. Così è, lo sento.
Noi, vissuti sempre nello spirito della nostra religione, nella più scrupolosa rettitudine, non conosciamo, né spieghiamo le ragioni della ingiusta persecuzione. Destino, forse, comune a tutti gli uomini, buoni o cattivi che siano.
Al giorno più luminoso segue, ugualmente, la notte. Ora noi siamo nella notte, ma che va verso il giorno. La nuova luce, però, non apparirà se non quando la notte eterna non sarà discesa su noi, nel sepolcro."
Partii. Partii con qualche cosa d'indeterminato, di vago nell'afflitto cuore, ma con una precisa ferma volontà di ricupero. Lunga poteva essere la vai, anche aspra, come aveva detto la mamma, ma ero risoluto a percorrerla, a qualunque costo, sino a quella meta, che risplendeva, confusamente, nella nebbia del futuro.
Partii risoluto ad affrontare tutte le vicende, a lottare con tutte le difficoltà, a sopportare tutte le avversità, a sottopormi a tutti i sacrifici, pur di piegare quel fato, che s'era satanicamente divertito a tormentare, a disfare la mia casa, senza colpe.
Partii con la benedizione della mamma!



IN CAMMINO


Un giorno conversavo con una giovane zingara, bruna, intelligente, simpatica. Alla mia pietà per quella loro vita miseramente randagia, senza scopo e senza pace, che, con un po' di buona volontà, poteva rientrare nel normale civile stato, rispondeva:
"Non è possibile. Questo è il nostro destino."
Destino! Se effettivamente esistesse, nessun valore avrebbe in sé la personalità umana. Inumano sarebbe, inoltre, ammesso la sua esistenza, esaltare la virtù, condannare il vizio.
Ero, ad ogni modo, con la partenza, solo di fronte al mio avvenire. Solo nella formazione del mio piccolo romanzo, costituito da tutte quelle vicende, rosee ed oscure, liete e dolorose, di cui è sempre intessuta la povera vita.
M'allontanavo, ancora adolescente, per la seconda volta dalla mamma, con il pianto nel cuore, ma con il fermo proposito di lottare e di vincere.
Mentre il treno, che mi conduceva lontano, correva nella Campania feconda, raccolto in un cantuccio di uno scompartimento, tra il frastuono ed il viavai dei viaggiatori, esaminavo il mio caso non lieto. Andavo a Teramo, è vero, ma senza esservi chiamato, senza esservi, forse, desiderato. Mentre così pensavo vedevo, con la mente, la bellezza verde dei paesaggi, che mi sfilavano dinanzi, la figura arcigna dello zio, verso il quale ero diretto. Dura, senza dubbio, anche per il suo carattere, sarebbe stata l'accoglienza. Forse sarei stato respinto in cattivo modo.
Nello scoraggiamento mi veniva voglia d'abbandonare l'impresa, di scendere alla prima stazione, di tornare indietro. Ma proseguivo.
Nel passare nei pressi di Maddaloni, vedevo, sulla strada maestra, una colonna di soldati dalle fiamme gialle, che marciava, al suono d'una fanfare, con andatura svelta e marziale. Attiravano quei soldati giovanissimi, spensierati ed allegri, la mia particolare attenzione. Scomparivano dalla vista, ma la loro visione rimaneva, stranamente, in fondo al mio animo.
Il treno, frattanto, nel suo inesorabile andare, come quello del tempo, entrava fragoroso e fumante, nelle montagne del beneventano. A Benevento, nella città delle fiabesche streghe, giunti dopo mezzogiorno, vi era una lunga fermata. Non si ripartiva per la linea di Foggia che alla sera. Un signore che in treno, per la mia aria d'ingenuo ragazzo, s'era interessato di me, nell'attesa mi condusse con sé a visitare una nipote, collocata, a scopo educativo, in un istituto di suore. Vi era accolto, poiché spesso vi si recava, molto familiarmente. A tavola, nel consumare caffè e paste, vi si tenne un discorso concitato, molto velato, forse per la mia presenza, ma che io capivo benissimo, poiché non ero tanto ragazzo e tanto ingenuo, come potevo apparire. Nella notte era fuggita da quell'istituto, per avventura amorosa, una giovane suora. Nella lotta, che certamente s'era combattuta nell'intimo del suo animo, contro gli allettamenti dello spirito, avevano vinto i diritti più forti della materia. Ed aveva preso il volo.
Nella sera, riaccompagnato da quel buon signore alla stazione, riprendevo il mio viaggio. Nella notte di stelle si correva, successivamente, nella pianura pugliese.
I viaggiatori che io osservavo molto attentamente, come se ubbidissero a segreti ordini, salivano, ad ogni fermata, scendevano, chiacchieravano, mangiavano, dormivano.
Qualcuno di essi doveva tornare in famiglia, con la festa nel cuore, a rivedere, dopo lunga assenza, la mamma, la moglie, i figli, il caro luogo natio; altri s'erano messi in viaggio con la sola speranza d'un mutamento della loro non benigna stella; altri ancora, raccolti cupi in un angolo, correvano, con il cuore sanguinante, in seguito ad una chiamata telegrafica, verso la sventura.
Raccoglieva un po', quel treno in corsa, la vita, nelle sue luci e nelle sue ombre, nelle sue gioie e nei suoi dolori. Ma i viaggiatori, pur con i loro diversi stati d'animo, continuavano a salire e a scendere, a chiacchierare, a mangiare, a dormire.
Dopo Foggia anch'io m'assopii. Quando mi svegliai ero in piena terra d'Abruzzo, non molto lontano da Giulianova. Vi si arrivava quando apparivano già ad oriente le prime luci dell'alba. Alla stazione, dove ero disceso, con una certa commozione, riudivo la natia parlata. Parlata non bella, ma per i cari ricordi, che ridestava, suonava in me armoniosa, come un gioioso canto.
Dopo non molto correvo, con il treno, pieno di preoccupazioni e di titubanze, verso Teramo. La figura dello zio m'appariva sempre più arcigna, sempre più dura nel suo carattere. Desideravo, quasi, che quel treno rallentasse la sua corsa, per avere agio di pensare ancora, di respirare ancora liberamente. Invece no. Anzi, come a dispetto, pareva che andasse più veloce del solito.
Intanto, mentre si faceva giorno, apparivano i segni della città non lontana. Appariva lassù, raccolto sul suo cocuzzolo, Castellalto; appariva su la stessa direzione, più avanti, la bella cupola, sul fabbricato bianco, tra pini verdi, della Specola, onore dell'illustre conterraneo astronomo Vincenzo Cerulli; appariva in fondo, lontano, tra nuvolette, leggere come vele, la cima bianca del paterno Gran Sasso. Ma appariva d'improvviso, dandomi un tuffo al cuore, la stazione, dove s'era ormai arrivati.
Ed arrivai pure nel centro della città, nella piazza del Duomo, quando la vita vi dava i primi segni. Vi volavano i piccioni, vi passava qualche spazzino, qualche guardia, qualche mattiniero, che visitava i caffè, i soli esercizi già aperti, distribuendo l'aromatica bevanda a cinque centesimi la tazza.
Vi passava pure qualche prete e qualche bizzoca, con il tradizionale scialle, diretta alle prime messe.
Entrai anch'io in un caffè, in attesa della mia ora. Quando uscii il negozio dello zio, nel corso San Giorgio, era ancora chiuso. Ancora un po' di respiro. Vi passai innanzi più volte, con la mia valigetta, come per acquistarvi confidenza, per attingervi coraggio. Giunse anche l'ora di entrarvi, e vi entrai timidamente, come un colpevole. Avvenne l'incontro, per il quale avevo tanto trepidato, in un modo molto drammatico, tra brontolii di tempesta. Capii subito, dall'espressione del volto, dalla vivacità delle parole, che presso quello zio non vi era niente da fare. La mia speranza, una volta dinanzi a lui, di poterlo commuovere, di poterlo convincere a trattenermi presso di sé, affinché potessi riordinare, completare i miei studi, dolorosamente falliva.
Giunse nel frattempo, nel negozio, il fratello Vincenzo, che stava con lui. Si presentava bello nella sua fresca adolescenza. Alto era, di fattezze delicate, simpatico di modi e d'aspetto. Incontro, dopo circa quattro anni, affettuoso, commovente, ma malinconico. Anche lui non pareva contento. Alla sera, quando restammo soli, mi parlò della vita di schiavitù, in cui viveva: vita insopportabile, che tante volte s'era proposto d'abbandonare. Viveva là in perfetto regime militare, controllato sempre e rimproverato senza ragione. Vi erano, inoltre, di quelli che, o per cattivo animo, o per disonesti fini, soffiavano nel fuoco. Capivo, nel compiere quel passo, d'avere errato. A Salerno, ad ogni modo, chiuso a qualsiasi avvenire, non intendevo tornare. Non rimaneva, di conseguenza, che di riprendere l'idea, già un tempo ventilata, della carriera militare. Ne parlavo allo zio, anche per toglierlo da quello stato d'agitazione, in cui era, per la mia presenza in casa sua. Approvava, non solo, ma magnificava la mia determinazione. Sceglievo, anche per ragioni economiche, l'arma di quei soldati dalle fiamme gialle, che avevo visto, allegri e disinvolti, sulla strada di Maddaloni. Ma la domanda non era per il momento accolta, non avendo ancora compiuto i diciotto anni, necessari per l'arruolamento.
Diciotto anni! Età bella, anche nella sventura, che dura, però, come dura una rosa di maggio, con il suo profumo, in un fresco giardino fiorito. Sboccia, irrorata di rugiada, ai tiepidi raggi, sfolgora, con il sole, la sua delicata bellezza, appassisce, quindi si sfoglia, si disperde, diviene cenere, nel mistero del nulla...
Nei giorni successivi parve che fosse avvenuto un mutamento nei propositi dello zio. Forse era stato colpito dalla mia serietà, dalla mia forte volontà di lavoro e di progresso. Dopo di essersi consultato, nella notte, a letto, con la moglie Ambrosina, mi disse un giorno che se io volevo, potevo rimanere presso di lui. E si ebbe a parlare di molti progetti, da compiere nell'avvenire.
Nella gretteria, nel timore, nell'ottusità in cui vivevano allora i commercianti, molta fortuna poteva incontrare chi si presentasse, per ardite iniziative, con spirito nuovo.
Ma dopo qualche giorno, mentre mi stavo adattando, con una certa gioia, alla nuova vita, avveniva, nelle idee dello zio, altro improvviso mutamento, questa volta, in verità, non per colpa sua.
Una donna, della famiglia dei rettili, che abitava in un altro appartamento della stessa casa, aveva riferito allo zio, per seminare zizzania, un discorso, con il fratello Vincenzo, mai da me pronunciato, propositi, contro la casa che mi ospitava, mai da me concepiti.
Primo mio incontro diretto con la malvagità umana!
Quella donna, che aveva una figliuola, per la quale forse aveva messo gli occhi, per un futuro matrimonio, su Vincenzo, non desiderava che io restassi a Teramo.
Al diciottesimo anno, senza più discutere, partii per Maddaloni, quale allievo, per compiervi, nei soldati dalle fiamme gialle, il prescritto corso d'istruzione.


Lasciai Teramo in un caldo pomeriggio dei primi d'agosto, tranquillo. Forse un futuro diverso da quello agognato era a me riservato. Entrai nella caserma di Maddaloni, unitamente ad altri giovanissimi compagni, incontrati lungo il viaggio, sereno, con le più belle speranze.
Iniziai la nuova vita con un grazioso episodio. Il giorno successivo all'arrivo, il Comandante, che faceva sfoggio di molti galloni, nel passare in riserva i nuovi giunti, ancora in abiti civili, si fermava per osservare che cosa facesse il ragazzo, indicando me, in mezzo agli allievi.
Avevo l'altezza e la robustezza per il servizio militare ed avevo diciotto anni, ma, in verità, dalla delicatezza del viso, non ne mostravo più di sedici. Invitato ad uscire dalle file, dopo molte domande, fui condotto negli uffici per gli accertamenti. Non si persuadevano della mia identità, che solo dopo l'attento esame delle mie carte.
Non meno meraviglia destai nella popolazione, quando comparii in divisa nelle strade della piccola cittadina. Tutti si domandavano chi mai fosse quel ragazzo, che passeggiava in divisa di finanziere. Ero anche fermato, interrogato, carezzato.
Ero, comunque, soddisfatto del mio nuovo stato, che, nonostante la dura disciplina, mi rendeva libero, padrone di me, arbitro del mio avvenire. Una strada dinanzi a me era aperta, che io potevo percorrere a mio piacimento, sino alla luce, che splendeva in fondo. Ero lieto, inoltre, di essere al servizio non del privato, talvolta burbanzoso e villano, ma della patria che, nella tradizione familiare, sin da bambino, avevo fortemente amato.


Si presentava quel reparto, fabbrica dei Finanzieri d'Italia, molto movimentato. Vi erano giovani di tutte le provenienze, di tutti i ceti, di ogni educazione. Lo popolavano: figli di contadini e di operai, dalle mani ruvide e dai modi grossolani; figli di magistrati, d'ufficiali, di professionisti, bene educati e con titoli di studio; studenti eleganti, qualche volta boriosi, che avevano i più fallite le prove; studenti bravi, che per difficoltà economiche, erano stati costretti ad abbandonare la scuola.
Non mancavano nobili, tra cui il figlio d'un principe decaduto di Calabria. E vi erano timidi e vi erano millantatori di ogni specie.
L'Italia, in quel reparto, era rappresentata in ogni regione, in ogni ordine di cittadini, unificati, però, nella divisa che indossavano. Il figlio del principe di Calabria, era uguale, nel più perfetto moderno concetto sociale, al figlio del pastore della Gallura.
Alla fine del mese, ciò che costituiva un particolare avvenimento, mi si dava in danaro, come paga, la somma di lire quindici.
Quindici lire! Rappresentavo, dunque, qualche cosa nella vita.
Spedii quel danaro, colmo di felicità, con la forza d'una promessa e d'una fede, alla buona mamma. Suo doveva essere, come affettuoso omaggio, il primo gruzzoletto, tratto dal mio lavoro.
Ne ricevetti non tanto per il valore, quanto per il sentimento, con altre buone parole, nuove benedizioni.



IL BIMBO DI ORIA


Dopo quattro mesi d'allievo, superato gli esami, essendovi bisogno di militari al confine, partii da Maddaloni diretto ad Oria, sul lago di Lugano. Dopo il mare, dopo la terra, attraversai per giungervi anche il lago di Como, dal quale il nonno, tanti anni prima, era partito profugo, senza farvi più ritorno. Provai una forte emozione nel vederne le acque tranquille, ove si specchiavano i villaggi, le solitarie ville, circondate da giardini e da parchi estesi; nel vedere laggiù, più lontano, tra una leggera azzurrognola nebbia, la Bellano degli Adamoli.
Durante il viaggio si ripeteva, per il mio aspetto infantile, ciò che era avvenuto a Maddaloni. Tutti s'interessavano di me. Molti ritenevano che io appartenessi a qualche collegio.
Ad Oria, villaggio del "Piccolo Mondo Antico" del Fogazzaro, la voce dell'arrivo d'un bimbo nella caserma delle guardie, si diffondeva rapidamente. Quando mi vedevano ne rimanevano meravigliati, e da quel giorno, con gentile affettuosità, mi chiamarono bimbo.
Le madri, intenerite, mi carezzavano, mi mandavano, nella loro simpatia, latte, uova, paste; le ragazze, quasi tutte figlie di Maria, che mi guardavano con dolci occhi, mi elevarono, con turbamento del parroco, ad idolo del loro piccolo cuore. Dove passavo, lungo la sponda del lago, su per le valli, entro i villaggi, ero accompagnato da tenere espressioni.
Un giorno capitò d'ispezione alla caserma il maggiore, il famoso Di Paolo di Giulianova. Ritenendomi, per la mia infantilità, un estraneo, di che c'era divieto, faceva molto chiasso, minacciando punizioni. Chiarito dal maresciallo l'equivoco, egli stesso, quantunque molto burbero, ne rise. Ma pure lui volle sapere la mia età, la mia capacità, la mia resistenza al duro nostro servizio di montagna. Tentennava il capo, come segno di sfiducia.

 

Il servizio si disimpegnava ad Oria, in verità, come in tutta la frontiera, a lunghi turni, in alta montagna. S'aveva per tetto il cielo, per giaciglio la nuda terra, per letto il sacco a pelo, per pasto il duro pane. Essendo di dicembre, ne avevo sentito subito la durezza, visto i pericoli, ma non me ne lagnavo, non me ne sgomentavo. Mi sembra, anzi, quella destinazione provvidenziale. Non vi avevo, ai fini dell'economia, molte spese; nella solitudine potevo dedicare maggior tempo allo studio.
L'aspetto delicatamente infantile mi cattivava, ripeto, le simpatie di quelle popolazioni, avverse, generalmente, alla Guardia di Finanza.
Un mattino di neve e di tormenta mi trovavo, con un compagno, entro uno dei tanti casolari, rifugio estivo degli alpigiani. I proprietari, che vi giunsero inaspettatamente, fecero per il fatto, molto chiasso, ed anche minacce. Eravamo in una specie di violazione di domicilio, da non perdonarsi a quei soldati che davano una caccia spietata ai contrabbandieri, professione al confine un po' di tutti.
Quando uscimmo per giustificare in qualche modo la nostra presenza in quel casolare, la donna, che accompagnava l'inferocito uomo, nel vedermi "Povero figliuolo!" Esclamava, e l'ira si mutava in affettuosa materna premura. Anche l'uomo, commosso, diceva: "Ma è vita questa da farsi fare a poveri ragazzi?"
Il Natale di quel primo anno, poiché la vigilanza al confine non poteva essere interrotta, mi trovava con altro militare in servizio d'alta montagna. Alta vi era la neve, e neve cadeva larga, muta, solenne dal biancore opaco del cielo. Eravamo, insonni vedette delle Alpi, in una caverna, scavata nella roccia, come in un nido d'aquile, molto in alto. Non s'udiva, né vicino, né lontano, rumore d'anima viva. Svolazzava qua e là, da dirupo a dirupo, qualche corvo, che, in tanta bianchezza, appariva più sinistramente nero, e qualche aquila, signora incontrastata delle cime.
I ricordi del passato salivano vivi, dall'anima afflitta, in quella natura desolata.
Eravamo lassù, alla montagna, da quattro giorni. Le provviste, per un eccezionale appetito, determinato dal freddo e dalla giovinezza, erano state esaurite innanzi tempo, e la fame tormentava lo stomaco. I villaggi, dove ad ogni modo non si poteva andare, erano in fondo alle valli, o su lontani poggi. Sul mezzogiorno, nell'ora in cui tutto il mondo della cristianità, dal tugurio alla reggia, dalla casa più povera alla casa più ricca, s'imbandivano pranzi, noi uscivamo dalla caverna, come lupi affamati, per visitare, tra le difficoltà della neve, i vicini casolari. In uno di essi, dopo non lievi fatiche, scovammo, finalmente, avanzi estivi di polenta, bene ammuffita. Con quella polenta, che la fame rendeva molto gustosa, festeggiammo anche noi il santo Natale.
Ed eravamo felici!


Godevo quasi di quella vita che si viveva fuori delle umane cattiverie; che si viveva nella poesia della solitudine, diversa da quella degli Abruzzi e della Campania. Là i canti salivano, nell'aria profumata, con la tenue delicatezza delle medievali ballate; qua, nella solennità delle altitudini, dal possente divino solitario creato.
Di tali altezze, che avvicinavano al cielo, povera appariva la vita che si viveva nel basso, nella frivolezza delle moltitudini.
Dopo le lunghe letture, facilitate dalla sopraggiunta primavera, l'anima si dilatava nella vastità dell'infinito e saliva, nei meriggi silenziosi, nelle magiche notti stellate, trascorse in veglia, a penetrare nel mistero degli spazi eterni, ove fortemente si sentiva la spirituale esistenza.
Alla sosta pensosa seguiva la ripresa della lettura di quegli scritti, nei quali più forte vibrasse il sentimento del dolore; più forte s'esaltasse l'amore per la donna, per la madre, per la razza, per la patria.
Sapevo quasi a memoria i canti del Leopardi, le "Ultime lettere di Jacopo Ortis", i brani più belli delle prose del De Amicis.
Leggevo e rileggevo, pure, il libro di quello scrittore umano e gentile, che rappresentava, appunto, nelle gioie e nei dolori, nella prosa e nella poesia, nei dubbi e nella fede, quel piccolo mondo, chiamato antico, entro il quale io vivevo.
L'ora più malinconica era quella della sera, quando, caduto il sole, le ombre avvolgevano, come gigantesco manto, le valli, i boschi, i monti. L'ora in cui gli ultimi segni dei viventi provenivano dalle campane, che, in armonioso accordo, particolare alle vallate alpine, suonavano, negli sparsi paeselli, la dolce Avemaria.
Salivano, dopo, e si diffondevano i rumori della notte: canti d'uccelli notturni, trilli d'insetti, fruscii di foglie, sospiri di alberi, sospiri d'acqua e di esseri invisibili.
Le tenebre, che s'infittivano, erano di tratto in tratto, a tempo misurato, rotte dal fascio luminoso della torpediniera, di servizio notturno sul lago.
L'anima mesta ed oscura come la notte, col sorgere ad oriente dell'aurora si riconfortava, si riapriva alla gioia, alle speranze, rosee anch'esse come l'aurora.


In tal modo s'alternavano i giorni alle notti; s'alternavano la vita solitaria, vissuta in montagna, e la vita vissuta nel movimento dell'umano consorzio.
Ed i mesi si succedevano ai mesi. Ma non era sempre vita contemplativa. Si faceva pure servizio, nel disimpegno del quale spiegavo molto zelo.
In uno di quei giorni dimostravo d'avere anche coraggio. L'alba appariva già, con il suo largo biancore, ad annunziare ai mortali che vegliavano, il non lontano sorgere del sole. Io e un sottufficiale eravamo di vigilanza lungo il confine, nella parte bassa del monte, sul ciglio d'un valloncello, coperto d'alberi. Ad un tratto, dall'altra parte, su territorio elvetico, appariva una fila di uomini, i quali, carichi, dal basso salivano verso l'alto. Il posto dove eravamo non si poteva abbandonare. Il sottufficiale, per essere nuovo, non conosceva il terreno. M'assumevo, quindi, io l'incarico di seguire quegli uomini, molto sospetti.
E su e su, essi di là, sempre su territorio elvetico, io di qua del valloncello, dietro sassi, cespugli, alberi, per non essere scoperto. L'incontro avvenne, dopo due ore circa, in alto, presso la cima, in territorio italiano. Io ero solo e ragazzo; essi erano in molti, e robusti montanari. Nonostante ciò, con la mia risolutezza armata, li piegai all'ubbidienza.
Il fatto, diffusosi rapidamente, riempì di meraviglia tutta la vallata.
"Altro che bimbo!" si ripeteva, dopo quell'episodio, ovunque, con ammirazione.
Ed il maggiore Di Paolo, nei suoi dubbi, era stato servito.


I contrabbandieri, nostri naturali nemici, lavoravano d'astuzia, più che di forza, per superare la linea della nostra vigilanza.
Un'altra notte eravamo appostati su un altro sentiero, raggiunto con tutte le cautele, per non essere scoperti dalle loro vedette, collocate astutamente in punti diversi. Le stelle scintillavano nella profondità del cielo silenzioso. L'orsa maggiore poteva essere alla metà del suo corso, verso ponente. Qualche bolide, qua e là, attraversava, luminoso, la volta celeste. L'altro militare dormiva placidamente, nel sacco a pelo. Io, essendo di turno, vegliando, guardavo sul sottostante sentiero. Ad un tratto vedevo su quel sentiero un'ombra, che camminava con il silenzio del fantasma. A mano a mano che avanzava, guardava a destra, guardava a sinistra, come se scrutasse, se cercasse qualche cosa. Passava. Io, nella più viva emozione, restavo fermo. Dopo non molto altre ombre apparivano, mute come la prima.
Erano contrabbandieri. Destato il compagno, balzammo, risolutamente, su di essi. La mischia, in una indicibile confusione, era di breve durata. Nella sorpresa non erano in condizione d'opporre alcuna resistenza. Nel timore di peggio ognuno cercava di disfarsi del carico, per gettarsi, come camosci, giù per i burroni. Nessuno, infatti, poté essere arrestato, ma lasciavano, sul terreno della mischia, molti quintali di tabacco, racchiuso in sacchi a zaino, bastoni, roncole, giacchette, berretti ed altri oggetti.
Un vero campo di battaglia.
Vivemmo, il resto di quella notte, in particolare esultanza, per la bella battaglia vinta.


In quel posto pensavo di regolare lo studio, in modo da trarne il maggiore profitto. A tale scopo, con il permesso dei superiori, mi presentai un giorno al collegio arcivescovile di Porlezza, ove ero stato bene accolto e ascoltato dal rettore, che fu poi Vescovo di Fermo, monsignor Castelli.
Subito dopo, percorrendo a piedi, tra andata e ritorno, ben venti chilometri di pessima e pericolosa strada, nei turni liberi dal servizio, s'intende, mi recavo a scuola in quel collegio.
Tutti avevano colà per me premure, in modo particolare il professore don Luigi Rossi, che m'impartiva, con le sue quattro lauree, lezioni su quattro diverse materie.
Questo bravo professore m'accompagnava, talvolta, per lunghi tratti, per completare, sulla via del ritorno, qualcuna delle sue lezioni.
Come si vede, nel mondo vi sono bure anime buone!
Non mi accontentavo di quelle lezioni. Nell'avidità d'apprendere ne truffavo pure qualcuna, ma in forma onesta. Frequentava il ginnasio di quel collegio un ragazzo di Oria, che vi si recava, però, comodamente, con il piroscafo. Nella sua svogliatezza aveva affidato a me, tra l'altro, lo svolgimento del compito d'italiano. Ne ero felice. Le osservazioni dei professori, s'intende, giovavano pure alla mia cultura.


Non finivano, nel frattempo, le simpatie delle donne, delle adolescenti figlie di Maria, che, nelle loro passeggiate domenicali, nonostante i moniti del parroco, mi ricercavano, per confortare la mia solitudine, su la montagna. S'interessavano, nei boschetti, nei valloncelli, freschi d'acqua e di verde, innocenti idilli.
Ma altra ragazza, di esuberante vitalità, pure vi veniva da sola; amava introdursi con me nei meandri della folta boscaglia.
S'interessavano, in altri timidi abbandoni, altri idilli, mentre le foglie, i fiori, gli uccelli inalzavano l'eterno, il possente inno alla vita.
Non a torto i poeti avevano cantato dei fauni e delle ninfe, la beatitudine, le musicali dolci estati.
Cari giorni anche in quella dura buia vita! I genitori vivevano, tutti di casa vivevano, ed io avevo diciotto anni.
Povera buona Anita! Tornava, nel luglio, dal collegio di Como, in famiglia. Tornava con la fantasia accesa dalle romantiche letture, con l'animo colmo di desideri e di poesia. Anche lei, quindi, non sapeva sfuggire alle attrattive del fatale bimbo. Con lo sguardo mi cercava, dalla vicina casa, nella caserma; mi cercava, mi seguiva con lo sguardo, qualche volta pure con la persona, sulla strada. L'incontro, che io, nelle mie oneste considerazioni, cercavo di evitare, avveniva poco discosto dal villaggio, su d'un poggio coperto di pini, dinanzi al lago, che palpitava di sotto. Le due giovinezze che sbocciavano allora alla vita non potevano anch'esse non palpitare, come le azzurre onde del lago, nella bellezza, da cui erano circondate.
Se non bella simpatica era l'Anita e graziosa nei capelli corvini, negli espressivi occhi neri, nella bocca adorna da magnifiche perle, dal dolce sorriso: graziosa nella parola, negli atti, nelle agili movenze.
In quei palpiti, in quella poesia, in quel profumo d'aurora vi era davvero da smarrirsi. Ma io non mi smarrivo, non perdevo di vista la meta, ancora lontana, che m'ero proposto di raggiungere. Lo dicevo, nei successivi incontri, nella maggiore confidenza, alla buona Anita, con tutta franchezza, e la esortavo a cancellare dal suo animo quella passione, che le poteva essere funesta. E le era funesta. Nei suoi forti sentimenti, proprio in quel tempo rifiutava la richiesta d'un ricco giovane del posto, che intendeva sposarla subito.
Nonostante gli affettuosi fraterni miei consigli, alla insistente domanda, insisteva nel rifiuto.
Dopo il bimbo, non aveva voluto amare più nessuno. Nella sua vita di nubile, mentre la giovinezza sfioriva, non le rimaneva che il ricordo, forse dolce, forse amaro, del bimbo, che non era nato per lei, che, dopo la partenza, non era più tornato.
Oggi, nella lontananza del tempo e dello spazio, voglio dedicare alla gentile innamorata, che io mi raffiguro ferma nei suoi freschi diciassette anni, un pensiero di sentito commosso rimpianto.
Ed un pensiero pure per la morbida bionda sorella minore, Sofia, dalla snella alta persona, dalle delicate fattezze, che emanava, nei suoi quindici anni, grazia e poesia.
C'incontravamo, quantunque l'Anita ne fosse gelosa, pure fuori dell'abitato, in un largo alberato, nei pressi della piccola chiesa.
Parlava la mite Sofia, con facile parole, con grazia lombarda, con candida ingenuità. Io non so perché anche lei, bocciuolo non ancora dischiuso, mi ricercasse.
I nostri discorsi, nelle tenue parole, nei vaghi argomenti, si discioglievano, come piccoli canti, in delicate liriche poesie.
Alla mia partenza, pure lei versava lagrime. Quando, qualche anno dopo, avevo notizie di Oria, sapevo che la soave fanciulla, dal candido animo, s'era rifugiata, monaca, in un convento di Torino.
Aveva abbandonato il mondo, e, forse, aveva fatto bene.


Passava così l'estate, passava l'inverno. Dalla mamma lontana, sempre viva nel mio animo, ero messo al corrente delle vicende familiari.
Con la primavera successiva, come ad un premio, ero prescelto per uno speciale servizio, su i piroscafi, che percorrevano il lago, carichi di turisti d'ogni nazionalità. Turisti che portavano, per chi li osservasse, ben segnata sul viso l'impronta della propria razza. Arcigni apparivano gli inglesi, flemmatici, biliosi, superbi; serio, invece, riservato, ragionevole il tedesco, anche se qualche volta non riusciva a celare l'orgoglio della forte stirpe, alla quale apparteneva; buono, generalmente, si dimostrava il russo, mistico, dolente, forse per la schiavitù, in cui ancora viveva; ciarliero, invece, appariva il francese, espansivo, nella sua facile sciolta loquela.
D'ognuno, dei rappresentanti di quei popoli, si sarebbe potuto fare, con uno studio su di loro, curiosi bozzetti.
Tutti ammiravano l'Italia, nelle sue bellezze naturali, nelle divine opere dei suoi geni, nella sua lingua armoniosa. Non tutti, però, avevano stima per il suo popolo. Avevano pure per noi parole offensive, che io rintuzzavo risolutamente. Trattai da vile un austriaco, che mi ricordava, un giorno, beffardamente, Lissa. Non mi trattenni, un altro giorno, dallo scagliare una moneta d'oro, contro un tronfio inglese, che ci chiamava pezzenti.
Pezzenti! Poteva aver ragione. Guardando verso prua, di quello stesso piroscafo, si vedevano seduti, su i propri sacchi di cenci, i nostri emigranti, che appunto a primavera andavano a cercare oltre confine, colmi di miseria e di tristezza, pane e lavoro.
Pernottavo, in conseguenza di quel servizio, a regolare turno, ad Oria e a Campione d'Intelvi, caratteristico comune, circondato da ogni parte dal territorio elvetico, luogo di villeggiatura estivo per i milanesi.
Quantunque andassi perdendo, con la lanugine, l'infantilità, non riuscivo ancora a sottrarmi alla particolare altrui attenzione.
A Campione incontravo un'altra fresca giovinezza, nella studentessa milanese Antonietta Maffi, dal cuore acceso d'amoroso fuoco. Anche lei, dopo le prime conversazioni, mi ricercava, ansiosa, ovunque. Anche con lei facevo passeggiate sentimentali lungo il lago, su per le verdi colline, nel bosco di castagni.
Non ne era contenta altra studentessa, la quindicenne Sofia Boffa, figlia della signora che m'ospitava. Ne era gelosa, e lo dimostrava. Affinché non uscissi, nei giorni che rimanevo a Campione, questa cara giovanetta, orfana di padre, mi veniva a tenere compagnia nella stanza a me assegnata, ove portava il profumo della sua ingenuità, la gioia dei suoi teneri anni.
S'univano alle italiane, in queste manifestazioni del cuore, pure donne straniere. Questi idilli duravano, però, quanto durava il viaggio, sul mobile lago. Qualche stretta di mano più forte, qualche sorriso più vivo allo sbarco, qualche dolce espressione, e poi, quelle brune o bionde, secondo la stirpe, melanconicamente sparivano nel loro andare.
Sparivano, come sparivano le rondini in autunno, nella vastità azzurra del cielo, nella lontananza della bruna terra.
Di queste gentili nomadi una è rimasta impressa nella mia memoria, in modo tale che, se fossi pittore, potrei ritrarla, come se mi stesse dinanzi, in tutti i suoi particolari, nella sua persona meravigliosa. Sedeva, sul piroscafo, in prima classe, vicino ad un uomo anziano, non so se fosse padre o marito. Dopo un giuoco di sguardi, che andavano dalla curiosità alla languidezza, si moveva, mi si avvicinava, mi parlava.
Poteva avere venticinque anni, ed era una di quelle bellezze inglesi raro ad incontrarsi, ma anche raro a superarsi. Alta era, morbida, flessuosa, perfetta nelle forme. Non era bionda, ma aveva i capelli bruni, ondulati, occhi grandi e dolci, su viso pallido vellutato, dalle perfette fattezze. Era bella nella bocca, nei denti di piccole perle, nel sorriso.
Avrei voluto fermare quel miracolo di perfezione, come talvolta si vorrebbe fermare, nella commossa estasi, l'aurora che nasce, con riflessi divini, dai palpiti del mare.
Ma anch'essa passava, come in un sogno delizioso, e non più tornava.
Tornavano, invece, su quei piroscafi, più volte, due graziose principessine della casa imperiale d'Austria, poco più che adolescenti. Venivano ad intrattenersi con me, sotto gli occhi severi delle governanti. Le conversazioni, timide dapprima, erano divenute, poi, affabili, scherzose, quasi confidenziali.
Innamorate? Molto bizzarro, come si sapeva, il cuore delle principesse austriache. In quei giovani cuori, però, vi poteva essere entusiastica ingenuità, non malizia.


Sul finire dell'estate, precisamente ai primi di settembre, avevo un incontro più degli altri gradito, da lungo tempo desiderato.
Tornavo sul mezzogiorno con il piroscafo da Porlezza ad Oria, ove dovevo scendere. Poco dopo la partenza mi s'avvicinava un passeggiero, evidentemente intellettuale. Il discorso, che ne seguiva, cadeva su quelle montagne, sul malinconico lago, sulla Valsolda, sul "Piccolo mondo antico", sul Fogazzaro. Io che più volte avevo letto l'aureo romanzo, sul posto degli stessi avvenimenti, che ne conoscevo quasi i personaggi, davo a quel signore minuti, preziosi ragguagli. Gli indicavo, a mano a mano che si presentavano in vista, i villaggi, le strade, i luoghi tutti in cui gli episodi d'umanità e di poesia,, d'amore e di dolore, s'erano svolti. In vista di Oria indicavo la villa abitata da Franco, e la darsena, ove nel fatale temporalesco giorno, annegava la bambina di Luisa, l'Ombretta sdegnosa del Missisipì.
Mentre parlavo, con infiammata ansia, m'accorsi che un signore, seduto non lontano, brizzolato, leggermente curvo, con un non so che di ascetico nell'aspetto, mi guardava, attraverso gli occhiali d'oro, con evidente compiacenza.
"Bravo" ad un certo punto mi diceva. Era proprio Antonio Fogazzaro, diretto, con la famiglia, alla sua villa di Oria, per trascorrervi, come consuetudine, il mese di settembre.
Nelle soste, che io vi facevo, lo incontravo, e si mostrava con me molto cortese. Ero ammesso pure nella sua casa, ove conoscevo la giovane figlia Maria, con difetto ad una gamba, per paralisi infantile. Conoscevo anche lo zio, l'ingegnere Rivera, altro personaggio del romanzo, colui che nel giardino pensile scherzava, beatamente, con la Ombretta sdegnosa.
Talvolta a sera, quando alto era il silenzio, e muto passava il fascio del proiettore della torpediniera di vigilanza sul lago, vedevo, tra i fiori della terrazza, il Fogazzaro, solo, come smarrito nelle ombre, nei tenui sospiri delle acque, mentre di là, nella sala, al pianoforte, la buona mesta Maria gli accelerava, con le divine notturne melodie, con quelle delle onde, i palpiti del suo commosso poetico animo.
Chi sa in quell'ora, dolcemente mistica, quali luminosi fantasmi sconvolgevano l'agitato suo spirito.
Forse molti di quei fantasmi, generosamente arrendevoli, erano consacrati, per l'altrui spirituale godimento, nella benefica sensibile carta; altri, forse i più belli, svanivano, con lo svanire del suono, nelle ombre mute della notte.


In quel tempo altro incontro fortunato avevo su quel piroscafo, mentre questa volta viaggiavo da Lugano a Porlezza. Conversavo con altro signore, loquace e simpatico. Mi diceva, quando sapeva il mio luogo di nascita, di conoscere l'Abruzzo, dove aveva parenti. Dalle indicazioni che forniva arguivo che egli doveva essere un Adamoli, della famiglia di Narro. Tale era, ed il riconoscimento avveniva in una manifestazione di commovente affettuosità. Da quell'incontro nasceva la certezza che avrei visitato, ciò che molto bramavo, la casa della Valsassina.
Le cose non andavano, però, sempre pacificamente, come in tranquillo mare, non essendo ciò nell'ordine delle umane vicende.
Non tutti di quei miei compagni d'arma sopportavano la mia scelta a quel comodo remunerativo servizio su i piroscafi. Le relazioni tra noi, anche per la mia indole docile, non potevano non essere cordiali. Nonostante ciò, due di essi, punti da malefico spirito, non avevano scrupoli dal formulare, sul mio conto, false accuse. Mi sarei espresso, secondo la loro denuncia, con una donna, in termini molto lesivi dell'onore degli ufficiali, da cui dipendevo. L'accusa miseramente cadeva, poiché la sera, in cui sarebbe avvenuta l'incriminata conversazione, era stata da me trascorsa, non ad Oria, ma a Campione.
Da un tal fatto capivo ancora meglio, che se vi sono su la terra innocue colombe, vi sono pure, forse in maggior numero, pronti a mordere, rettili velenosi.
Nella stessa Oria m'era inflitta, poco dopo, altra mortificazione. E' bene, per la conoscenza degli uomini, dire tutto. Un maresciallo, un giorno, mi chiedeva conto dell'immaginaria scomparsa di dieci lire, dalla scrivania del suo ufficio, ove io non ero entrato.
Dinanzi alla gravità di quella domanda, fatta con tanta stolta leggerezza, mi sentii ghiacciare il sangue nelle vene. Per molti giorni, in un senso di morale annientamento, ne restai fortemente scosso, turbato. Non avevo neppure la forza, dinanzi a tale perfido sospetto, di ribellarmi, di gridare, di chiedere, in mio favore, l'intervento dei superiori.
Io ladro! Ancora oggi, quando vi ripenso, fremo di sdegno.
Intanto l'estate passava, ed i convenuti a Campione, con l'autunno, riprendevano la via per il ritorno alla normale vita. La buona Sofia rientrava nel collegio di Lugano.
La gentile Antonietta mandava da Milano, ove anch'essa era tornata, la Farfalla o l'Amore illustrato, con scritti, in cui versava la sua passione, i lamenti, i sentimenti vivi del suo animo, per un amore senza speranza.


Finito il servizio speciale