Umberto Adamoli

Il bimbo di Oria

Dramma in due tempi

Encomiato al Concorso Nazionale Gastaldi 1960

Alle gloriose Fiamme Gialle d'Italia
Dedico
Queste poche pagine
Di ricordanza affettuosa
Di verità e di Vita




PRIMO TEMPO


Dopo molti anni, ad Oria di Valsolda, vi giunge Erio, il Bimbo di "Veglia al Confine", prendendo alloggio nel piccolo albergo. E' in un giardino che guarda il lago. Tempo sereno. Il sole va verso il tramonto. Seduto presso un tavolinetto, sorseggia un caffè.


SCENA PRIMA

GIUSEPPINA - (donna spigliata, di età matura, avvicinandosi ad Erio) Mi vuol parlare, non è vero? Eccomi qui. Dica, dica.

ERIO - (giovanile pur nella sua avanzata età) Mi debbo congratulare, prima di tutto, con lei per l'ottimo alloggio, sotto ogni aspetto. Ottimo anche questo caffè, con il suo profumo. Già, la Svizzera è vicina.

GIUSEPPINA - Ma la Svizzera, mi scusi, non produce caffè.

ERIO - Lo so, lo. Ma ne importa, di qualità pregiata, attraverso l'Italia. Torna poi, quel che è curioso, in Italia, senza pagamento dell'imposta di confine. Dico bene?

GIUSEPPINA - In molti casi è così. Ma l'assicuro che io acquisto il caffè soltanto dagli spacci italiani, in regola con le leggi.

ERIO - Cosa rara nei paesi in confine con la Svizzera. Brava. Congratulazione per gli onesti sentimenti. (Dopo uno po') Si deve stare ancora bene in questo piccolo mondo, un tempo tanto ricercato e benedetto dalle anime desiderose di silenzio, di solitudine, di pace.

GIUSEPPINA - Proprio male non si sta, ma anche qui con le nuove ansie, le nuove passioni, la nuova operosità tutto dell'antico è stato travolto, con gioia per gli uni, con amarezza per gli altri.

ERIO - Mi sono reso ben conto delle innovazioni nel vedere strade, alberghi, nuovi edifici, ritrovi lussuosi, che prima non c'erano. Come prima non s'udivano quelle chiassose orchestrine, ripetitrici di quella barbara musica, che ci giunge da barbare contrade, che eccitano a balli scomposti.

GIUSEPPINA - Non è più quella musica nostra, bella nei ballabili, nel canto, nelle sinfonie. Non più, nella nuova educazione, quelle serenate sul lago, al chiar di luna, che con tanta dolcezza penetravano nell'animo commosso.

ERIO - Non credevo di trovare anche qui tante novità.

GIUSEPPINA - Dobbiamo certo rimpiangere, noi di altro sentire, quei nostri cari tempi. Dico nostri, e mi scusi, perché anche lei deve avere i suoi annetti.

ERIO - Per lo meno, e non se ne offenda, quanto lei.

GIUSEPPINA - E perché me ne dovrei offendere? Gli anni passano, con inesorabile puntualità, per tutti. Il tempo soltanto non commette ingiustizie su un tale argomento, nell'ordine dei viventi.
Mi scusi, lei, a quanto pare, è stato già da queste parti.

ERIO - Sì... Si... Non vi sono nuovo.

GIUSEPPINA - In quale tempo...

ERIO - Quando appunto non vi era qui tanto sconvolgimento.

GIUSEPPINA - Pressa a poco?

ERIO - Quando i piroscafi passavano sul lago carichi di turisti e quando Antonio Fogazzaro, ancora sano e vegeto, veniva qua a raccogliere, nel dolce settembre, i canti che salivano, nel silenzio della notte, dalla mistica solitudine, dalle sospirose acque del lago. Spesso altri sacerdoti delle sacre Muse si univano a lui, nei rapimenti spirituali, ad elevare i canti.
Di quei sacerdoti ne ricordo uno, dalla morbida barba, che una sera declamò all'aperto, a voce alta, versi come questi:
"Perfin contro il futuro spingi il folle ardimento?
E gridi alla tua sorte: io voglio e non pavento?
Ma non sai fanciullo, non te l'han detto ancora
Che assai lungo è il cammino, che la vita è di un'ora?
E che, prima di giungere al culmine agognato,
Avrai le mani lacere e il viso insanguinato?

Quanta verità in quei versi.

GIUSEPPINA - Non è difficile indovinare il nome di tal poeta, che ebbe pure a conquistare, con i suoi tanti lavori, la mia ammirazione ed il mio cuore. Ma a mano a mano, con dolore, non vidi più tornare quei sacerdoti al piccolo loro tempio. Per il Fogazzaro posso dire che, andandosene, non soffrì per lo scempio fatto al suo delizioso "Piccolo Mondo Antico".

ERIO - Delizioso ma non del tutto immune da quelle passioni che agitavano anche il cuore del Fogazzaro. Della famiglia non vive più nessuno?

GIUSEPPINA - Sì, la figliuola Maria, che di tanto in tanto viene ad Oria, come in un ritiro spirituale.

ERIO - Maria! Dolce creatura, anima sensibilissima, teneramente sognatrice... Ma...

GIUSEPPINA - Ma anche cristianamente rassegnata. Mai s'udì maledire la paralisi che ebbe a menomare la sua bellezza, a distruggere i suoi sogni, trovando conforto nella pratica di opere buone.

ERIO - Io che ben la conobbi, quanto mi piacerebbe di rivederla, di riudire qualcuna di quelle melodie che suonava, con tanto sentimento, al pianoforte, mentre il padre riempiva sul terrazzo, al lume delle stelle, l'anima di luminose visioni.

GIUSEPPINA - Risuona, quando viene ad Oria, nella villa silenziosa, certo con il pianto nel cuore, molte di quelle melodie.
Ha ascoltato qualche volta quella musica?

ERIO - Spesso e non sempre solo. Una sera, e vivo ne è il ricordo, in piacevole compagnia.

GIUSEPPINA - Con donne?

ERIO - Con tre graziose fanciulle, due brune, una bionda, appena in fiore, dal tenue profumo.

GIUSEPPINA - Si chiamavano?

ERIO - (fissandola) Una Giuseppina.

GIUSEPPINA - (sorpresa) Giuseppina... Cara Madonna... Chi Giuseppina?

ERIO - Colei che mi parla. Sa che conserva bene le sue fattezze? Come mai, dopo lo studio e tanti sogni, albergatrice?

GIUSEPPINA - Vicende, necessità della vita. Fattezze poi... Avvizzite... Sfiorite. Non bisogna illudersi. Gli anni sono gli anni e non vi è forza che si possa opporre ai loro guasti.

ERIO - Ripeto che si conserva molto bene.

GIUSEPPINA - Ma scusi, lei chi è?

ERIO - Uno che pure viveva allora nei sogni, nelle promesse della giovinezza.

GIUSEPPINA - Ma che faceva qui?

ERIO - Potrebbe ricordarlo. Sforzi un po' la memoria.

GIUSEPPINA - (dopo di essere stata un po' raccolta) No, non ricordo. Me lo dica. La prego.

ERIO - Ecco. La guardia alle porte d'Italia, con molta modestia, ma con forti propositi, con grandi speranze.

GIUSEPPINA - La guardia? Spetti, spetti (come svegliandosi) Ah! Ora ricordo: il Bimbo.

ERIO - Ha visto? Sì il Bimbo.

GIUSEPPINA - Oh, caro Signor, chi poteva pensare di rivederla dopo tanto tempo e tanti eventi? E quell'infortunio alla gamba?

ERIO - Ne guarii e guarito continuai a guardare alla luminosa meta, raggiunta dopo tante ansie e tante fatiche.

GIUSEPPINA - Congratulazioni. Ne sarà stato soddisfatto, o meglio, felice.

ERIO - Senza dubbio, poiché la vittoria mi ebbe a confermare quanto può il valore della volontà, con esempi positivi. Ed oggi sono più che convinto che ognuno si fabbrichi da sé, con le proprie mani, buono o cattivo, il proprio destino.

GIUSEPPINA - E godrà, senza dubbio, di queste sue vittorie.

ERIO - Relativamente, poiché, cara Giuseppina, e mi perdoni se la chiamo a nome, tutto è relativo a questo mondo. Si va, si cammina, si corre anche e quando si crede di essere arrivati, quando si vuol sostare sulle posizioni raggiunte, si avverte ancora un vuoto nelle aspirazioni, e direi meglio, nelle ambizioni. E si riprende, un po' deluso, il cammino. Intanto il tempo cammina pure lui su quella via che conduce ad altre conquiste, sì, ma conduce anche al declino degli anni. Allora avviene, su questa cruda realtà, il risveglio, rimpiangendo il tempo in cui si viveva soltanto di sogni, perché in quel tempo vi era la giovinezza. Veda, Giuseppina, nonostante le conquiste fatte, anche notevoli, vorrei tornare a quel tempo vissuto qui ad Oria, sperduto nel buio, ma con l'aurora nell'anima fresca di colori e di melodie.

GIUSEPPINA - Non so che cosa dirle, caro il mio Bimbo. Certo bella cosa sarebbe se si potesse vivere sempre di sogni e di giovinezza. (Guardando verso l'ingresso). Ecco che viene Tino, mio fratello, già suo amico.

ERIO - Vivendo degli stessi ideali.

GIUSEPPINA - Ideali per mio fratello senza arditi voli.



SCENA SECONDA


GIUSEPPINA - (al fratello quando giunge, mentre Erio si alza). Una lieta sorpresa. E' in visita qui ad Oria un tuo amico.

TINO - (guardando con curiosità). Mio amico? (stringendogli la mano) - Non ricordo.

ERIO - Sì, amico.

TINO - Compagno di scuola?

ERIO - Eravamo certo amici un tempo e facevamo gite in barca qui ad Oria, e lungo le sue rive. (Si mettono a sedere).

TINO - (raccogliendosi in sé) Aspetti... La sua fisionomia non mi è nuova... Ma sì: tu sei il già Bimbo di Oria.

ERIO (abbracciandolo commosso). Sì, Tino, il già Bimbo di Oria, con il rammarico di non essere più tale.

TINO - Ma con la gioia delle mete raggiunte, non è vero? L'aspetto me lo dice.

ERIO - Mete raggiunte! Sì, ma in esse non ho trovato pace, come dicevo poco prima a Giuseppina. Ed oggi piango, amico, con il poeta del dolore, sulle illusioni, sulla vanità del tutto.

TINO - Povero, amico! Io, vivendo in ben altro modo, non spinsi mai lo sguardo, i desideri, oltre la cerchia di questi monti, e potrei dir meglio, oltre le sponde di questo nostro lago. Mai mi attrassero, con le false luci di false promesse, le rumorose, corrotte città del tempo nuovo. Aspiravo, con il titolo di ragioniere, al posto di segretario al nostro comune, l'ebbi e ne fui pago. Ed oggi, godo, con la mia famigliuola e con le mie pacifiche abitudini, il frutto del mio studio e delle mie fatiche.

ERIO - Beato te davvero, uomo fortunato. Ti dedicherai, senza dubbio, anche alla tranquilla pesca.

TINO - No, non pesco. Non voglio avere il rimorso di trarre a morte i pacifici abitatori del fluido elemento.

ERIO - Oh! Oh! San Francesco.

TINO - Non nego di essere, nello spirito e negli atti, un suo seguace.

ERIO - Con tutte le sue laude, nell'esaltazione di ogni cosa creata, non esclusa "sora nostra morte corporale". E' davvero di grande conforto, amico, di incontrare persone infiammate ancora delle sane concezioni del serafico poverello d'Assisi: oggi che tutto è sovvertito nel concetto di proprietà, di religione, d'arte, di razza, di patria e direi anche di cuore. Oggi che ancora poco contano, di fronte alla bruta forza della materia, le facoltà divine del genio, la divinità dello spirito.

TINO - Possono essere giuste le tue osservazioni, ma non bisogna esagerare, né disperare. Tornerà, tornerà, dopo la burrasca, il bel tempo. Pur tra tanto torbido, rimane sempre quella scintilla, dalla quale si sprigionerà quella fiammata che darà nuova forza ai valori morali, ai valori spirituali, alla santità del genio. Bando, quindi, al deprimente pessimismo. Ma lasciamo ad altri questi spinosi argomenti e parliamo, in questo felice nuovo incontro, delle cose nostre?

ERIO - Parlare di sè? Luci ed ombre, sempre, nella povera vita, sereno e tempesta. Qualche cosa ho già detto a tua sorella, che sa davvero ragionare, bene intendere. Che posso a te dire? La musica è sempre la stessa, che le salite, come quelle degli alpinisti, costano fatiche e sangue. Ben si è espresso Giuseppe Giacosa, su tale argomento, quando disse: "E prima di giungere al culmine agognato, Avrai le mani lacere e il viso insanguinato?"

TINO - E' vero. Però tali fatiche elevano a quelle luminose regioni sconosciute ai comuni mortali.

ERIO - Ne vale la pena quando, nella breve giornata terrena, tutto, odio ed amore, miseria e grandezza, oscurità e gloria, come cantano i melanconici poeti, finisce in un muto tumolo?

TINO - E questi poeti melanconici, cantori del dolore, avranno concorso, senza dubbio, a modificare l'antico ottimismo, il giovanile tuo sentire.

ERIO - Nelle ambizioni, non nel sentire, che freschi sono sempre i miei pensieri, fresco il mio cuore. Ma parliamo d'altro chè facile è amico, nel giuoco delle idee, cadere in contraddizione.
Da quando la Valsolda iniziò, con opere nuove, la nuova vita?

TINO - Da dopo la prima grande guerra, rivoluzionaria anche nell'ordine politico, nell'ordine sociale, nel campo del lavoro.

ERIO - La prima grande guerra! Guerra giusta, sentita, santa per noi, per le nostre ultime rivendicazioni, combattuta ancora con alto senso di pietà, di cortesie, di personale valore.

TINO - Quanto diversa è stata la seconda grande guerra.

ERIO - Guerra di mondiale follia, nella quale caddero, nell'infernale spirito di distruzione e di morte, con le innocenti popolazioni e con i tesori d'arte, belle, storiche, monumentali città. L'inferno stesso dovette inorridire di queste atrocità senza nome. Macchia che ha reso maledetto il nostro impazzito secolo.

TINO - Non sono stati coinvolti nelle atrocità, per fortuna, i popoli latini.

ERIO - No, ma essi, i latini, si distinsero in altro campo, nel dar sfogo ai loro istinti bestiali contro i propri fratelli. Altra macchia, anche per noi, nella storia. Ma è meglio non parlarne. Metta la pietà su essa un velo.

TINO - Allora torniamo a parlare della tua guerra.

ERIO - Nella quale cercai di fare nel miglior modo il mio dovere. Dopo tornai, con molte cicatrici, alla comune vita. Oggi, dopo tanti anni, come un bisogno spirituale, sono tornato dove più vivo furono i sogni della mia primavera.

GIUSEPPINA - Dove, per tornare alle cose belle, anche se meste, una tenera sognatrice, avvolta dalle prime fiammate, si era perdutamente innamorata di lei.

ERIO - Anita, non è vero?

GIUSEPPINA - Si, Anita. Giacché il nostro discorso è vario, le debbo dire che l'incontro con lei le fu fatale. Non volle tornare più in collegio e dopo la sua partenza si chiuse in tristezza. Rifiutava, nella sua solitudine, ogni compagnia, ogni proposta di matrimonio. Faceva pena. Spesso fu vista, in mesto raccoglimento, in sulla sera, seduta in quei luoghi dei loro lirici, innocenti convegni.

ERIO - Ma la vita, cara Giuseppina, doveva seguire il suo inesorabile corso. Certo, alcuni incontri, che si accendono poi di così forti passioni, non dovrebbero avvenire. Il suo amore, manifestatomi con calda ansia, mi ebbe ad intenerire ed in questa tenerezza, prima di lasciare il lago, compii un atto, nei suoi riguardi, di religiosa affettuosità.

TINO - (allontanandosi per un momento) Parlate, parlate. Torno subito.

GIUSEPPINA - In che modo? Me lo dica.

ERIO - In un modo semplice anche se un po' romantico. Da Porlezza, prima di partire per altra sede, venni ad Oria. Vi giunsi quando l'orologio di Albogasio suonava mezzanotte. Nella piazzetta della chiesa, dei tanti ricordi, sostai, commosso. La villa di Fogazzaro avvolta di verde, giaceva nel silenzio. La luna, nella mite notte di maggio, illuminava ogni cosa, vicina e lontana, morbidamente. Le acque del lago, appena mosse, s'infrangevano, come un lamento, sulla ghiaia, tra le barche a riposo. La cascata di Rescia, in tanta calma, risuonava in me, con il suo scroscio, come un pianto. Venni poi avanti, nel breve portico, nell'ombra delle case, che si proiettava sulla strada, fermandomi sotto la finestra di Anita. Mentre con un tacito madrigale saliva a lei, nel sonno, mi parve di vedere muovere le imposte della sua stanzetta. Illusione. Nessuna finestra s'aprì, nella notte di luna, all'afflitto trovadore.
Dopo, nel tumulto dei miei pensieri, ripresi, mesto, la via del ritorno. E con questo atto d'amore, da tutti ignorato, chiusi quel periodo della mia primavera, per andare verso l'estate, caldo di nuove ansie, di nuove fatiche, di nuove speranze.

GIUSEPPINA - Oh caro Signor, che mai ho inteso! Se tutto ciò l'avesse saputo Anita...

ERIO - Meglio, meglio che l'abbia ignorato. La momentanea fiammata aumenta sempre l'oscurità, entro la quale sfolgora. Ed ora dov'è?

GIUSEPPINA - Dov'è? Là, sulla strada di Albogasio, nel comune campo, all'ombra dei cipressi.

ERIO - (con ansia) Morta?

GIUSEPPINA - Sì, morta come Miranda.

ERIO - (molto commosso) Morta! Ecco la meta ultima, nella quale si trova il vero riposo, la tregua sicura di tutti gli affanni.

TINO - (che è tornato) Ho inteso e per Anita, della quale conosco la pietosa storia, si potrebbe dire, come il poeta disse di Miranda:
"Tace quel cor, nell'ultimo cimento
Da te, da te, solo da te spezzato".
Non è vero?

ERIO - Povera Anita! Andrò a deporre, nella mesta ricordanza, un fiore sul suo sfortunato amore. E Sofia... anche lei... sulla via di Albogasio?

GIUSEPPINA - No, ma come se vi fosse. E' in casa, a letto, paralizzata.

ERIO - Sventure sempre e sventurati su questa povera terra. Ed ora mi parli un po' di lei, della dolce triade.

GIUSEPPINA - Dolce triade!... Caduta anch'essa, come cadono i fiori, dopo la propria stagione. Ma basta in queste rievocazioni... come dire...

TINO - (che interrompe) Come dire, e non è cosa nuova, che la vita cammina, come nelle stagioni, ora nella festa della primavera, ora nella mestizia dell'inverno. Alternative sempre di riso e di pianto, di vita e di morte.

(A questo punto s'ode un canto in coro. I tre rimangono in ascolto. Dopo)

ERIO - Così è per tutti, anche per il popolo. Il popolo, però, non s'affanna in vane ricerche, non si tormenta in vane elucubrazioni, quantunque oggi, con i tanti problemi sociali, discussi in tutti i modi, non è più il popolo di una volta.

TINO - E' vero. Anche in questa vallata non mancano a guastargli il cervello e il cuore, con falsi miraggi, i falsi demagoghi. Non si ha più rispetto, neppure qui, di quegli uomini e di quei valori spirituali ed intellettuali che davano una volta davvero valore alla vita.



SCENA TERZA


GIUSEPPINA - (che rientra dopo un breve allontanamento) C'è di là la Pina. La ricorda?

ERIO - Pina... Quella...

GIUSEPPINA - Sì, quella che veniva a trovarla in montagna.

ERIO - Ricordo anche lei con le sue esuberanze. La faccia entrare, senza dirle che ci sono io.

GIUSEPPINA - Pina, vieni, vieni.

PINA - (una donna avanti negli anni, ma robusta, entrando) Buona sera scior Segretari.

TINO - Buona sera.

(Mentre Pina va a sedere vicina a Giusepttina a parte, gli altri due parlano sottovoce).

GIUSEPPINA - Povera Pina. Sempre al lavoro.

PINA - E' il mio destino. Debbo lavorare come quando ero giovane.

GIUSEPPINA - Povera Pina davvero. Ma anch'io, come vedi, debbo lavorare. La fortuna non è stata troppo benigna con noi. Pazienza. Dimmi Pina: molte cose ricorderai del passato, non è vero?

PINA - E sì, tante cose piacevoli e spiacevoli. Si sa, quando si è giovani, con il sangue che bolle, con il cuore che palpita, s'intessono avventure che lasciano nel cuore tracce profonde.

GIUSEPPINA - Avventure che non mancano in questa nostra montagna, con i giovani della caserma, che la popolano.

PINA - Già, giovani pieni di fuoco, nella spensierata età, larghi di promesse...

GIUSEPPINA - Ne ricordi qualcuno in modo particolare?

PINA - (mentre parlano Erio segue attentamente il discorso) Come si fa. Ne sono passati qui tanti.

GIUSEPPINA - Eppure ce ne fu uno, quando noi eravamo ragazze, che fece girare la testa a molte figlie di Maria. Era davvero un bel toss.

PINA - (Dopo di essere stata un po' raccolta) Ah! Quello della povera Anita?

GIUSEPPINA - Proprio lui.

PINA - Per il quale anch'io ebbi qualche debolezza, nella mia ingenuità. Ma perché parlarne?

GIUSEPPINA - Così, per fare quattro chiacchiere.

PINA - Ma a quest'ora sarà all'inferno, a scontare le sue colpe.

ERIO - (a questo punto, a voce alta). Già, Tino, nel giuoco dell'inganno, vinsi io. Credeva la scaltra, d'accordo con i suoi amici notturni, di giocarmi con le sue moine, con le sue carezze e, diciamolo pure, con i suoi baci, fu invece giuocata lei e furono giuocati i suoi mal consigliati amici.

TINO - Spesso la povera donna è pedina nelle mani di uomini senza scrupoli. Pericolose, certo, sono le mani morbide che sfiorano il viso, come le labbra che sfiorano le labbra.

ERIO - Creando, in taluni casi, il romantico e il drammatico.

TINO - In che modo?

ERIO - Come è nel vivere, nella gioia e nella mestizia.
Romantico. Tiepida aria, nei verdi boschetti, nel sole estivo. Trilli d'insetti; canti d'uccelli; fruscii di foglie; lamenti lievi di acque, negli ombrosi valloncelli. Silenzio di uomini. Carezze, idillio di giovinezza, nella dolce dimenticanza.
Drammatico. Cade sulla neve altra neve. Precipita, sul ripido pendio, la valanga. La volpe affamata risale, con fatica, dal fondo valle; vola con lentezza, di picco in picco, il nero corvo. Uomini si muovono, in quel bianco palcoscenico, come attori, con molta bravura. Ad un tratto la scena muta. Precipita altra valanga. Una parte di quegli uomini ne è travolta. Generosità tra essi anche nemici. Un'attrice che, in quella recita, ha avuto una prima parte, urla, impreca, maledice. Un attore, che rappresenta la legge, ne è colpito. L'attrice fugge. La neve continua a cadere.

TINO - E bravo al poeta, dal verso sciolto. Ne hai fatto un qualche componimento?

ERIO - No, no. La poesia io la serbo per me, nel mio animo. Amo però e molto o poeti.

TINO - In quel lavoro romantico o drammatico vi era anche una donna?

(Mentre i due parlano Pina ascolta con molta attenzione).

ERIO - Sì, e quasi protagonista.

TINO - Di Oria?

ERIO - Quella stessa dalle morbide carezze, dai capelli bruni e dal pallido viso.

PINA - (in un sospetto indicando Erio) Ma chi è?

GIUSEPPINA - L'attore rappresentante la legge.

PINA (con opportuna mimica) Lui, il Bimbo? Cara Madonna!


SIPARIO



SECONDO TEMPO

SCENA PRIMA



Nel medesimo giardino del giorno prima, verso il tramonto. Seduti presso un tavolinetto, con una bottiglia di birra e bicchieri avanti, vi sono ancora in conversazione Erio e Tino.

ERIO - Certo, molta emozione si prova nel rivedere, dopo tanti anni, luoghi in cui si visse una movimentata giovinezza. Ho rivisto, sulla montagna, i valloncelli, le grotte, i boschetti, nei quali mi raccoglievo per rimanere solo con me, con la mia anima, con i miei pensieri e con quei poeti che mi trasportavano, con il volo della loro infiammata fantasia, in beate, azzurre regioni. Talvolta nel placido assopimento, mi pareva appunto che il mio spirito navigasse attonito sulle onde musicali, del musicale infinito.
Ciò in poesia. Nella prosa allegra ho rammentato che un Natale, essendo rimasto in montagna senza viveri, mi ebbi a sfamare con un po' di polenta ammuffita, trovata in una baita, rifugio estivo dei valligiani.

TINO - Polenta ammuffita il giorno di Natale! Poveri custodi delle porte d'Italia.

ERIO - Niente povertà, ché fa pur piacere talvolta uscire dalla comune comoda via.

TINO - Facendo la vita ricca di episodi.

ERIO - Episodi ora piacevoli, ora drammatici, come nel teatro.

TINO - E sarebbero?

ERIO - Vi furono in quella vita come sopra ho ricordato, episodi gentili, di piccoli idilli in silenti boschetti, al canto dei merli. Lievi trilli, nella primavera in festa, sospiri di lirici poeti. Ma rammento anche episodi degni dalla fantasia di altri poeti, certo non lirici. Eravamo una notte di sospetto in appostamento, tesi, nella vigilanza, a scrutare le tenebre. Grossi nuvoloni, nella notte nera, correvano lo spazio senza confine. Ad un tratto grandi lampi rompevano l'oscurità, seguiti da tuoni fragorosi. Si levò d'improvviso il vento, cadde furiosa la grandine. I fulmini, come la grandine, colpivano con violenza gli alberi, ne schiantavano i rami. I valloncelli si gonfiavano d'acqua. Pareva la fine del mondo. La morte incombeva su di noi, rannicchiati nei sacchi a pelo. Una volpe, in fuga scomposta, destava più viva la nostra attenzione. Gli uomini della frode, approfittando del nubifragio, che dava ad essi maggiore sicurezza, apparvero, come fantasmi, ai nostri occhi. Un balzo, un urlo, una intimazione. Breve il parapiglia, nella notte tempestosa, nostra la vittoria.

TINO - Altro vero dramma, degno di teatro.

ERIO - Di teatro sì, ma di altri tempi. Non ne vogliono più sapere oggi di simili lavori. Gambe nude vuol vedere, con le nuove tendente, la nuova generazione, sui palcoscenici; movenze di seni e di fianchi, negli scomposti movimenti; trivialità nel linguaggio; urli epilettici nel canto; fracasso nelle orchestre di esotica barbara musica. In tutto oggi, nel mondo latino, è sovvertimento almeno per noi anziani di altro sentire, di altra scuola. Di quella scuola che ebbe a dare ai viventi, con i suoi uomini sommi, opere di perfetta eterna, bellezza.

TINO - Mi pare, amico, che, contrariamente a certe regole, stiamo un po' troppo divagando.

ERIO - E' vero, ma come si fa a seguire ordine in un dialogo tra due amici, che si riveggono dopo tanti anni e tanti eventi?

TINO - (guardando verso l'ingresso, indica un uomo che entra, robusto ma avanti negli anni) Ecco uno dei nostri tempi, ben conosciuto per le sue ardite gesta di confine. Lo riconosci?

ERIO - Non è facile riconoscere un paesaggio visto in fiore, rivisto sconvolto dalla bufera del tempo.

GIUSEPPINA - (rientrando col vino) Come la va el mi Giacomin? Non si è fatto più vedere. Perché?

GIACOMIN - Cosa la vuol, sciora Giuseppin. Si sta meglio lassù a Castelli, non molestata ancora da tante non piacevoli novità. Il mondo a quanto pare cammina verso il manicomio.

GIUSEPPINA - Altri dicono che cammina, invece, verso il naturale progresso, verso la vera civiltà. A chi credere? Certo, anche noi di quaggiù rimpiangiamo il passato, la vita di serenità e di silenzio che si viveva in questa nostra Valsolda. Come vivono ora a Castelli?

GIACOMIN - In ozio. Noi vecchi, appunto per l'età, siamo a riposo; i giovani hanno poca volontà di lavorare. Capisco che i tempi, per certi mestieri, sono divenuti più difficili.

GIUSEPPINA - Sicché, per certi lavori, si stava meglio prima.

(Mentre gli uni parlano, gli altri ascoltano molto attentamente).

GIACOMIN - A secondo i casi. Una volta anche a noi fu dato filo da torcere da un baloss della terra di laggiù, angelo d'aspetto, demonio di fatti. Godeva proprio nel rovinar la gente.

GIUSEPPINA - Come rovinar la gente! Faceva il suo dovere, anche se con troppo zelo. Come si chiamava?

GIACOMIN - Non rammento bene il nome. Rammento che lo chiamavano Bimbo.

GIUSEPPINA - Il Bimbo! Ah! Ah! Lo ricordo anch'io. Era davvero un bel toss.

GIACOMIN - Sì, ma, ripeto, demonio.

GIUSEPPINA - Incontrandolo lo riconoscerebbe?

GIACOMIN - Difficile, dopo tanti anni. Ma sarà ancora in vita?

TINO - (che con Erio ha seguito il discorso, avvicinandosi) Ammettiamo, caro Giacomin, che sia ancora in vita, ed in questo momento in Valsolda, incontrandolo come ti comporteresti?

GIACOMIN - Chi lo sa. Risentimenti vivi proprio non ne ho. Ognuno allora faceva il proprio mestiere, nel miglior modo, con le sconfitte e con le vittorie.

TINO - Bravo. Ciò significa di ragionare bene. Ed ora ti dico che il Bimbo è ancora in vita, vegeto e non lontano da qui.

GIACOMIN - Ma davvero? Gl'è tornai ancora insci?

ERIO - (che intanto si è avvicinato) Sì, sono tornato ma non più per rubare i sacchi, nella santa ruberia.

GIACOMIN - Oh! Chi poteva credere di rivederla qui ed ancora in buone condizioni, nonostante il tempo passato. La rivedo proprio volentieri. (Si alza rispettoso e gli va a stringere la mano).

ERIO - Ciò significa che non lasciai qui rancori.

GIACOMIN - No. Era un baloss, ma onesto, ciò che noi molto apprezzavamo.

ERIO - Facevo semplicemente il mio dovere, caro Giacomin.

GIACOMIN - Anch'io facevo il mio dovere, dovendo a qualsiasi costo procurare pane alla mia famiglia.

ERIO - Con atti però non leciti, vietati, in altre parole, dalla legge.

GIACOMIN - Ma si osserva da tutti questa legge? Che ne dice lù, scior Segretari...

TINO - Per me le leggi, comunque si considerino, vanno rispettate.

ERIO - Argomento, quello del rispetto, non bene sentito, purtroppo, dal contribuente, dal popolo italiano... Ma parliamo d'altro. Parliamo di quei drammi che si svolgevano, e certamente si svolgeranno ancora, al confine.

GIACOMIN - Drammi che si concludevano per noi talvolta in festa, più spesso in tristezza.

ERIO - Ne rammenta qualcuno di scena più viva?

GIACOMIN - I tentativi di passaggio, come ben sa, di notte, sul ciglio di dirupi, nel fitto dei boschi senza sentieri, in gara con i camosci, nella neve senza tracce, erano per noi di ansia mortale.
Mi tolga una curiosità. Come fu tesa la trappola, entro cui cademmo, la sera della tragedia di Seghebbia? Aveva dei confidenti?

ERIO - Gli stessi che, nel doppio giuoco, erano d'accordo con voi. Noi figuravamo di credere alle loro false confidenze, modificando poi, con astuzia, i nostri piani ed il colpo non falliva. La Pina, la esuberante Pina, che rividi ieri sera, era una nostra mala accorta pedina.

GIACOMIN - Sicuro che, con tanta furberia, doveva far carriera.

ERIO - Appunto di Seghebbia, il vostro umano atto, spiegato nella stessa notte del vostro infortunio, a favore dei miei compagni vittime della valanga, mi mise in una penosa alternativa, tra la voce del dovere e la voce della gratitudine. Io stesso, dopo non molto, fui tratto in salvo, da voi, dalla stretta della neve. La gratitudine deve avere pure un nome, un valore nei fatti umani. Per fortuna, poco dopo, per trasferimento, lasciai la Valsolda.

GIACOMIN - E noi respirammo. "Passa tenente" si disse. "Ma ch'el pass general, a la malora".

ERIO - Alla malora, eh.

GIACOMIN - Tanto per dire.

ERIO - Va bene. Vi fu più facile, dopo l'esercizio della vostra non lecita attività?

GIACOMIN - Più facile no. Però chiudevamo più facilmente in attivo il nostro bilancio annuale. E s'andava avanti, ma senza più le confidenze di Pina, sul conto della quale ci nacquero dei sospetti. Poi venne la guerra e partii.

ERIO - Alpino, non è vero?

GIACOMIN - Alpino, si, come tutti gli uomini della montagna.

ERIO - Bravi soldati. Del vostro valore posso fare buona testimonianza.

GIACOMIN - Anch'io posso ben testimoniare della bravura d'un vostro battaglione, che, sulle montagne degli Altipiani, costituiva con noi gruppo. Vi era tra noi, nel valore e nel sacrificio, nobile, simpatica gara. Nemici in pace, amici in guerra. Gli scherzi della povera vita.

TINO - E allora brindiamo alla salute e delle Fiamme Gialle e delle Fiamme verdi. Oro il giallo, speranze il verde. (Alzano i bicchieri colmi di vino e brindano).

ERIO - (alla Giuseppina che rientra in quel momento) Venga venga qui anche lei, fornitrice di questo balsamo dei vecchi. Ottimo questo vino.

GIUSEPPINA - Ottimo perché vecchio.

GIACOMIN - Allora i vecchi contano ancora qualche cosa nel vivere.

ERIO - Senza dubbio. Non siamo mica stracci da gettar via. I romani, nella percezione chiara di tutti i valori, mettevano i veterani, che veneravano, ai più alti posti della gerarchia imperiale.

GIUSEPPINA - Ma sicuro. Noi rappresentiamo sempre quella schiera, fatta sacra dall'età, da cui i giovani debbono trarre norma di vita.

ERIO - Siamo sempre, con questi discorsi, nel romantico, nonostante lo scompiglio portato anche qui dal tempo nuovo. Ma tornando alla nostra guerra, mi potrebbe parlare, Giacomin, di un qualche episodio del mio battaglione degno, più degli altri, di ricordanza?

GIACOMIN - Perché no? I racconti di quella guerra fanno sempre piacere.

ERIO - Di quella guerra che costituisce oggi il nostro vanto, il nostro orgoglio, poiché con essa si concludeva il nostro glorioso risorgimento.

GIACOMIN - Sicuro. Ed ora a noi. Lei, che forse era pure al fronte, rammenterà la grande offensiva del maggio del 1916, la famosa spedizione punitiva, scatenata contro di noi dagli austriaci. Si era da sei giorni sotto il più violento bombardamento di cannoni di ogni calibro, che frantumava le trincee, sradicava gli alberi, sconvolgeva il terreno, maciullava gli uomini. C'era davvero da innalzare bandiera bianca. Pareva che non vi fosse, in quell'inferno, più salvezza.

ERIO - Rammento, rammento, poiché anch'io ero non lontano da quell'inferno.

GIACOMIN - Sul silenzio dei cannoni, la mattina del giorno 21, si videro masse di soldati nemici muovere, a file serrate, all'attacco, sicuri di passare. La prima linea, tutta sconquassata, stava per essere raggiunta, conquistata, superata, quando la voce terribile di due mitragliatrici, poste nel centro della difesa, rianimava i nostri, gettava, con le gravi perdite, sgomento negli avversari.
Dagli alberi penzolavano brandelli di carne, dal terreno, coperti di cadaveri, esalava odor di sangue, dal cielo scendeva larga l'ombra della morte. In quella visione apocalittica, le due mitragliatrici arroventate, falciavano inesorabilmente, nelle masse attaccanti. E di là gli austriaci non passarono.
Quelle mitragliatrici, comandate da un tenente, appartenevano, appunto, al vostro battaglione.

ERIO - Episodio degno di epopea. Certi atti, che impegnano la vita, soltanto nell'epico canto possono trovare la loro degna esaltazione. Ricorda il nome di quel tenente?

GIACOMIN - No, quantunque lo rivedessi il giorno in cui egli e i suoi furono decorati sul campo al valor militare, dinanzi alle truppe degli Altipiani. Noi alpini, testimoni dell'eroica azione, partecipammo alla cerimonia con tutta la nostra anima.

ERIO - Bisogna proprio dire che la vita, nelle sue alterne vicende, presenta fatti di particolare curiosità. E vostro fratello?

GIACOMIN - Partì anche lui, al canto dei forti e patetici canti di guerra, e non fece più ritorno alla sua Valsolda. Bella, eroica, fu la sua morte.

ERIO - Rammento quei canti, ripetuti in trincea, che risuonano vivi, melanconici in fondo allo spirito. Quei canti che i reduci, nonostante l'età, nelle riunioni, cantano ancora con nostalgica melanconia.

TINO - Ne vogliamo risentire qualcuno? Mia sorella li ha in dischi.

GIACOMIN ed ERIO - Sì sì.

GIUSEPPINA - Li ho di là, con il fonografo. Vado. Ascoltate. (Dopo un po' s'ode la riproduzione di uno dei tanti canti di guerra. I tre rimangono in ascolto, con evidente commozione. "Prendi il fucile" ecc.)

ERIO - (finito il canto, commosso) Momenti di epica bellezza, che possono essere sentiti soltanto da chi si trovi a guardare, con animo sereno, dai margini in fiamme, nella profondità misteriosa dell'eternità.
Dopo di qui andrò ad inginocchiarmi, sugli Altipiani, dinanzi al Sacrario di Asiago, che dovrà essere eterno nella venerazione degli italiani. Santi debbono essere sempre considerati coloro che dettero, nel fior della giovinezza la vita alla patria.

GIACOMIN - Anche il cuore di persona incolta può essere toccato dalle elevate espressioni. Mi sento davvero commosso dinanzi ai tanti ricordi, alle tante nobili manifestazioni.

TINO - Io non ho fatto la guerra, non certo per mia colpa, ma ne ho sempre sentita la bellezza da voi or ora ricordata. S'intende di quella prima guerra combattuta per la liberazione, con la forza del valore, del patrio suolo, dal barbaro straniero dominio.

ERIO - (alla Pina che entra di nuovo in quel momento) Venga, venga Pina, ad inserirsi, di diritto, tra gli attori principali dei vecchi drammi di confine. Brava, brava davvero nel recitare la sua parte.

PINA - Brava ma un po' ingenua, poiché non potevo mai pensare che sotto le apparenze della colomba si nascondesse, in un attore, la scaltrezza della volpe.

ERIO - Allora molto bravo, nella finzione, anche tale attore.

GIACOMIN - E di tutte queste bravure, noi, di retroscena, dovevamo rappresentare le vittime, come scioglimento di dramma.

TINO - Bene o male, le due parti in lotta cercavano di superarsi negli accorgimenti. I puntigli, i rancori, gli inganni sono orami sanati dal tempo. Una purificazione generale l'ha operato, poi, la guerra. Chiudiamo in letizia, in un banchetto, questa giornata lieta di rievocazioni.

GIACOMIN - Bene ha parlato il signor Segretario. Un applauso. (Tutti applaudono).

ERIO - Riconciliazione allora in tutti. Oggi, in questo perdono, nella raggiunta santa unità, sia soltanto l'Italia nella fiamma del nostro cuore. (Altri vivi applausi).

GIUSEPPINA - Io, vedova di guerra, non credevo di dover assistere, in questo piccolo mondo non più antico, ad un altro capitolo del romanzo della vita, colmo di appassionate vicende.

GIACOMIN - Tutto bene ciò che finisce bene. Eleviamo, in questo felice incontro, il nostro devoto, religioso pensiero, a tutti i caduti per la patria. (Tutti in raccoglimento si alzano in piedi).

ERIO - In tutti i cuori, anche in quelli apparentemente meno aperti, vi è generosità. Bravo al valoroso alpino del fronte del Trentino. (Lo abbraccia e lo bacia).

GIACOMIN - Mi dica, nobile combattente ornato dal nastro azzurro, con quale battaglione fece la guerra?

ERIO - Col primo.

GIACOMIN - Allora?...

ERIO - Sì, ne conoscevo il tenente mitragliere.

GIACOMIN - Ed era?

ERIO - Il Bimbo di Oria.

(Sorpresa, commozione generale. Tutti l'abbracciano. Mentre il fonografo suona ancora un canto di guerra si chiude lentamente il sipario).



FINE

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