Umberto Adamoli

I BANDITI DEL MARTESE

Romanzo storico



INDICE


PREFAZIONE
CAPITOLO PRIMO
CAPITOLO SECONDO
CAPITOLO TERZO
CAPITOLO QUARTO
CAPITOLO QUINTO
CAPITOLO SESTO
CAPITOLO SETTIMO
CAPITOLO OTTAVO
CAPITOLO NONO
CAPITOLO DECIMO
CAPITOLO UNDICESIMO
CAPITOLO DODICESIMO
CAPITOLO TREDICESIMO
CAPITOLO QUATTORDICESIMO



Le notizie storiche sono state desunte:

1) da scritti esistenti presso la "Biblioteca Delfico" in Teramo;
2) dalla "Storia civile del Pretuzio" di Pancrazio Palma;
3) dalla "Storia d'Abruzzo" di Luigi Antinori;
4) dalla "Storia Moderna" di Antonio Messeri;
5) da scritti in giornali e riviste.



PREFAZIONE



I popoli traggono, generalmente, lo spirito, come legge atavica, dalla natura, in cui nascono e vivono. Differenti, adunque, gli uni dagli altri, nei costumi, nell'indole, nell'educazione. Lenti, per lo più, flemmatici, chiusi gli abitatori delle contrade nordiche, fredde e nebbiose; aperti, briosi, loquaci, espansivi quelli della meridionale terra del sole.
Non potevano, i benigni pretuziani, collocati nel mezzo, sfuggire alla comune legge. Non potevano non trarre la loro anima, con le luci e con le ombre, dai monti, che vedevano elevarsi, come il granitico Gran Sasso, superbamente, nell'azzurro del cielo senza confine; dall'ampiezza delle solitarie valli, come quella del Vomano, dal tenue mormorio delle acque, scorrenti senza riposo; dai boschi eterni, come quello del misterioso Martese, scossi dagli urli delle aquile, dagli ululati dei lupi, dalla furia degli uragani; dal mare, come quello azzurro dell'Adriatico, dalle improvvise tempeste e dal perpetuo ondeggiamento.
Varia, quindi, come i monti, le valli, i boschi, il mare, la loro natura; vario il loro temperamento. Talvolta potevano essere miti, come anacoreti; tal'altra impetuosi, come selvaggi.
Ed insorgevano, al tempo della schiavitù, contro le violenze, i soprusi della dominazione straniera. Amavano la libertà, in ossequio della quale molti non esitavano ad abbandonare la casa, gli agi, la famiglia, per vivere liberi, sulla libera montagna. E prendevano nome di banditi e ne commettevano gli atti. Ma si elevavano anche, con forti schiere e con forti gesta, alla luce dell'Epopea, alla gloria della ricordanza.
E saranno gli "EROI DI CITELUT", con storica verità, ornata dai fiori della fantasia, ricordati in questo libro.

 


CAPITOLO PRIMO: Viaggio del Vicario Aniello Porzio da Napoli a Teramo. Riunione a Teramo dei maggiorenti della città presso il Vicario. Giancarlo de Adamnis

Con la morte di Filippo IV di Spagna, avvenuta il 18 settembre del 1665, il trono passava al figlio Carlo II, appena di quattro anni, sotto la tutela della madre Maria Anna d'Austria. Dalla sua inesperienza, nelle gravi quistioni di Stato, e dalla inettitudine delle persone chiamate a coadiuvarla, non potevano non nascerne, anche a danno del vicereame di Napoli, condizioni confuse, pericolose. Ne approfittavano, per riprendere vita, gli scontenti, che mai mancano, gli ambiziosi, i ribelli, costituiti questi ultimi in bande da qualche tempo inoperose.
Poiché il risveglio di costoro, con saccheggi e fatti di sangue, specialmente negli Abruzzi, molto preoccupava, il vicerè, marchese del Carpio, vi mandò, per la repressione, e con pieni poteri, in qualità di vicario generale, Aniello Porzio.
Quando partì, con due segretari, in diligenza, il sole mandava sulla metropoli, come per accrescerne la morbida bellezza, i suoi tiepidi raggi invernali.
A mano a mano che s'allontanava dal sereno cielo del golfo, tornava in quei viaggiatori viva la stizza per l'incarico ad essi affidato, senza essere stato chiesto.
A Cajanello, ove pernottarono, trovarono già altro clima, altro colore di cielo e notizie che non confortavano. Neve alta copriva i monti d'Abruzzo, le valli e le strade, e nevicava senza tregua. Molto difficile si presentava, come dicevano i viandanti giunti da quelle parti, il passaggio per l'Altipiano delle Cinque Miglia. Vi erano pericoli di valanghe, di lupi, di briganti. Prima di avventurarvisi conveniva mettersi in pace con l'anima e con le cose terrene. Qualche tempo avanti, una carovana di zingari, era stata soffocata in una stretta, poco dopo Castel di Sangro, da una terribile bufera di neve. Un branco di lupi affamati, discesi dalla Maiella, avevano assalito, nei pressi di Roccaraso, altra diligenza. I briganti vigilavano, torvi, dietro le siepi, lungo la vallata del Pescara.
Quando si trovarono soli, in un modesto albergo, senza riscaldamento, uno dei segretari disse all'altro:
"Se San Gennaro mi aiuterà, quando che sia, a tornare a Napoli, mi ritirerò ad oscura vita. Troppo duro è dure il pane della schiavitù. E poi perché scegliere me, quando a tanti altri, ambiziosi e venali, sarebbe stato di particolare gradimento un tale incarico? Anche a tormentare il prossimo è par molti gioia".
E così via. Anche le considerazioni dell'altro segretario, che pure lui malediva la squallida terra dei briganti, non erano molto diverse.
Il vicario, per la sua dignità, nulla diceva, ma non poteva anche lui non maledire, in cuor suo, il vicerè che, nel chiamarlo, gli aveva detto:
"Affido a voi un incarico non facile, ma onorifico e ricco di promesse. Abbiamo nel vicereame una provincia, Teramo, quasi ribelle, infestata da banditi. Voi, senza dubbio, ve ne riconosco le qualità, restituirete a quella provincia ordine, tranquillità, disciplina. E ne avrete il premio. Fra tre giorni dovete partire e giungerete, vedrete, vincerete".
Con questa e con altre sibilline parole era stato licenziato.
Ed ora che si trovava là, sul confine del misterioso territorio, dinanzi ad eventi senza luce. Partire, giungere, vincere! Magnifica rievocazione storica. Ciò poteva essere concesso a Cesare, sublime genio latino, non a lui, povero comune mortale, che non desiderava che di vivere, in una placida vita, nello splendore di quella natura, nella quale aveva avuto la fortuna di nascere.
Anche se fosse stato assistito dalla fortuna del viaggio, a Teramo, città maledetta, lo aspettavano i banditi. Vi erano a proteggerlo, come aveva inteso a Napoli, le valorose truppe spagnuole. Valorose! Poteva, poi, egli italiano, ordinare o consentire ai massacri d'italiani? In qualunque modo la quistione si esaminasse, appariva sempre nera. Tornare indietro, con un pretesto qualsiasi, significava farsi fucilare; andare avanti, farsi impiccare.
Il giorno dopo, come sospinti dalla fatalità, i tre ripresero il viaggio. I segretari, prima di muoversi, avevano cercato, nella chiesa del luogo, di fronte all'eternità, di mettersi a posto con l'anima.
Sino a Castel di Sangro le cose non erano andate tanto male. Il diavolo non si era presentato così brutto, come era stato dipinto. Il diavolo, però, riprendeva la sua classica figura in una gola, nelle vicinanze del piano delle Cinque Miglia.
La neve, in un cielo plumbeo, intensificava la caduta; la bufera, che urlava sinistramente, la violenza. La nostra brigata, avvolta da furiose raffiche, pareva che stesse per essere trascinata, con tutta la diligenza, in fondo ai burroni. Ognuno, in quel finimondo, invocava l'aiuto divino.
Calava già la notte quando la brigata giunse, tra la vita e la morte, a Roccaraso, gruppo di nere case, sepolte quasi dalla neve. Non vi era per alloggio che una stanzaccia, in uno di quei miseri abituri, con mobili sgangherati e letti dai duri pagliericci.
All'urlo della bufera pareva s'unisse fuori l'urlo dei lupi e di spiriti folli, scatenati dall'inferno.
I tre, rannicchiati accanto a un grande fuoco, unico conforto in tanta desolazione, pensavano come mai, nella vastità del mondo, quella gente si fosse ridotta a vivere, come lupi, in tanto squallore.
Ripresero il cammino, come Dio volle, e dopo altre peripezie giunsero, finalmente, nella capitale dei pretuziani.
Capitale! I segretari, del miglior sangue partenopeo, nel vederla, si domandarono se valeva proprio la pena d'inviare a vivere tre galantuomini in un simile paesaccio. Non tutte le città potevano possedere, come Napoli, il vasto golfo, le colline ridenti, l'aria azzurra, era vero; ma sdegnava sentir chiamare città uno squallido borgo, essendo misere le strade, anguste le piazze, scalcinate le case, nere l'aria, squallida e malsicura la vita. E per maggiore afflizione nulla capivano del linguaggio, degli usi, del carattere di quella gente, pronta a risolvere tutte le quistioni con i coltelli alla mano.
Il Vicario non la pensava diversamente, ma, per necessità, doveva osservare e tacere.



Dopo qualche giorno egli giudicava opportuno, come inizio della sua missione, di riunire, con le autorità, i migliori cittadini. Dopo il saluto d'uso e le cortesi espressioni, continuava:
"I fatti che, dopo la scomparsa del grande re Filippo, si ripetono ovunque, hanno indotto il Vicerè a mandare anche in questa provincia, nella mia persona, il suo Vicario. Noi siamo prigionieri dei banditi, che sono risorti, dopo il breve silenzio, più violenti di prima. Minacciano ovunque le nostre istituzioni, le nostre famiglie, il nostro onore, la stessa nostra vita. Non hanno più scrupoli, né limiti nelle loro azioni. A Napoli si viveva nella lusinga d'aver sanata, con l'indulto e con l'oro, questa parte infetta del Vicereame. Vana lusinga. Il governo è rimasto assai impressionato dagli ultimi avvenimenti.
Tempo fa, e voi lo sapete, il Vicerè mandò, per una più energica repressione, molta truppa, che fu ovunque sgominata. E' proprio di questi giorni la beffa di Pianella. Mentre da per tutto s'ergevano baluardi, per chiudere alla montagna le vie della pianura, ben cento banditi, in giorno di fiera, si presentarono a saccheggiare quel paese.
Non parlo dell'altro terribile episodio, di cui voi siete stati testimoni. Poteva Savino Savini, nei loro confronti, avere dei torti, ma ciò non li doveva indurre, se avevano ancora un palpito di umanità, a compiere il nefasto atto da essi compiuto.
Voi piangeste, mi è stato detto, sulle macerie della casa frantumata da una potente mina sul corpo sanguinante della giovane sposa e sulle due bambine, schiacciate anch'esse dalle pesanti macerie..."
Dopo una breve pausa, come per raccogliersi accorato, su quella dolorosa visione di sangue:
"Io non sono venuto qui per seminare nuova zizzania, per accendere nuovo odio. Vorrei, e lo dico con tutta sincerità, che i fuoriusciti rientrassero, per il comune bene, nell'ordine delle leggi. Si faranno, anche se inutili, nuovi tentativi, per la pacificazione. Non dobbiamo però cancellare dal nostro ricordo il sangue innocente che bagna ancora le macerie della casa di Savino Savini. Non dobbiamo chiudere le orecchie e il cuore alle voci e ai lamenti che giungono a noi da quelle macerie.
Il saccheggio poi di tutti i prodotti non incoraggia più ai lavori della terra. Danno a danno, quindi, miseria a miseria. E vivo è il timore che possa tornare a infierire la peste, che tante vittime fece in ogni parte d'Italia.
Duole, inoltre, sapere che molti cittadini, non esclusi religiosi, aiutano i banditi nelle loro gesta criminose.
Ecco il quadro nella cruda realtà. E' necessario, di conseguenza rinnovare e rinnovarsi. Con i mezzi e i poteri a me conferiti e con il vostro aiuto, spero di sradicare da questa vostra terra l'erbaccia che la infesta e di far rifiorire in tutta la contrada, bella nei suoi monti, nel suo mare, nelle sue campagne, ricca di nobili tradizioni, il fecondo lavoro.
Non è vero, miei amici?"
"E' vero!" Rispondeva un tal Giancarlo de Adamnis. "La vostra parola, Vicario, viva e appassionata, ha risollevato il nostro spirito depresso. Mi sia consentito di rispondere con la stessa franchezza, con la quale voi avete parlato.
Molti torti, forse, noi abbiamo, ma anche altri hanno molti torti, e molti errori sono stati commessi. Se altro fosse stato il consiglio dei reggitori, noi oggi saremmo molto vicini alla pacificazione. Molti banditi, con il promesso indulto, erano tornati, offrendo, per estirpare il veri malviventi, la loro collaborazione. E facevano sul serio, poiché consegnavano, con molte altre, la testa del tanto temuto Carnessale. In contraccambio si tramava ai loro danni, tanto da dover riguadagnare, per salvarsi, la montagna.
Si proibiva a tutti di portare le armi. Stolta disposizione, che favoriva soltanto i banditi, non potendo più i pacifici cittadini difendersi dalle loro aggressioni. Stolto anche l'altro espediente di creare dinanzi ad essi il deserto. L'abbandono delle terre, la demolizione delle case, poteva accrescere la miseria, non indurre quelli della montagna alla resa.
I contadini, rimasti senza lavoro e senza dimora, premono oggi, con i loro bisogni, sulla città, e il Vescovo è fuori della grazia di Dio, per le dieci case rurali demolite nella sua baronia di Rocca Santa Maria.
Nessun aiuto giunge da parte della pubblica forza. Le truppe arrivano, non per operare, ma per creare, con la loro voracità, nuovo disagio, nuova miseria.
Poi balzelli su balzelli. La Spagna ci fa gravemente sentire il peso del suo dominio. A voi, che ne siete al servizio, ma che siete italiano, possiamo non nascondere il nostro pensiero. Non è forse la Spagna, con il suo malgoverno, la causa non ultima del banditismo? Ad essa, a ogni modo, ai suoi sistemi, alle sue cattive leggi, alla sua rapacità si deve l'origine della nostra decadenza. Con l'agricoltura, con il commercio, si vanno pure spegnendo, senza rimedio, i lanifici, le fabbriche di panno, che costituivano nel passato il nostro vanto, la nostra ricchezza.
E noi ancora una volta prendiamo i coltelli per ucciderci fraternamente!
Non è vero forse?"
"Può essere vero", replicò il Vicario. "Voi, a ogni modo, con la vostra franchezza, avete completato il non lieto quadro. Ma oggi io domando, nella concordia, la vostra collaborazione. Dalla conclusione, più o meno felice, del nostro lavoro potrebbe iniziarsi il cammino verso un'era migliore.
E' storica fatalità che gli Stati, come le razze, debbano alternasi nel tempo al comando delle vicende umane. Ieri fu Roma a dirigere le cose del mondo; oggi è la Spagna e bisognerà, sino a un nuovo ciclo, ubbidirle".
Sciolta la riunione, i soliti pipistrelli s'avvicinarono al Vicario, per gli inchini e l'elogio al suo discorso; altri, dal fervido spirito italiano, al de Adamnis, per la giusta lode alla sua parola franca, ferma, coraggiosa.




CAPITOLO SECONDO: Santuccio di Froscia, capo bandito, racconta. Capi banditi negli amori. Sogni e speranze.

"Storia di generosità e di delitti, di fedeltà e di tradimenti, di epici atti e di terribili tragedie è quella del mio bisnonno Marco Sciarra" raccontava Sante Lucidi, detto anche Santuccio di Froscia, ai compagni della montagna.
"Questo mio avo" continuava "potrebbe paragonarsi, nella movimentata vita, a uno dei tanti capitani di ventura, che giravano e girano ancora l'Italia e l'Europa.
Di svegliata intelligenza, di robusta costituzione, coraggioso sino alla temerarietà, raccolse un giorno gli sparsi banditi e se ne mise a capo, dando vita alla famosa banda che prese da lui nome e forza.
Era giovane allora questo mio bisnonno e portava bene impresse, nel suo spirito, della sua Rocca Santa Maria, la dolcezza delle colombe, la ferocia dei lupi.
Altre bande vi erano, tra le quali quella di Ursini Sabatucci, che contava molti teramani, e quella del barone Giulio Rosales. Ma la banda del bisnonno, per le gesta compiute, era la più forte, la più temuta.
Operò non soltanto in Abruzzo, ma anche nelle Marche, nelle Puglie, nel Lazio, gettando in Roma, quando giunse alle sue porte, il più vivo sgomento. Uscirono, per respingerlo, con un vero esercito, i più famosi capitani, sconfitti nel primo incontro.
Dopo qualche altra scorreria egli tornò alle sue montagne, per altri cimenti.
Poté talvolta, per necessità, eccedere nelle azioni e nelle reazioni, ma rispettò e fece sempre rispettare la religione, i deboli, le donne.
Il Viceré di Napoli, per disfarsene, gli mancò contro, al comando del colonnello Spinelli, quattromila uomini. L mio bisnonno, senza scomporsi, accettò battaglia e ancora una volta vinse. E ancora una volta dimostrò di possedere elevatissimo il senso cavalleresco. Aveva ordinato ai suoi di non sparare contro il colonnello, riconoscibile al cavallo bianco che cavalcava.
La sua fama s'allargò tanto che Alfonso Piccolomini, duca di Montemarciano, ribelle, con le bande di Romagna, al granduca di Toscana, ne domandò l'alleanza.
Era davvero il re della montagna, come lo chiamavano, e Napoli e Roma, per potersene liberare, unirono ancora una volta le loro forze. Il bisnonno si preparò, sicuro e sereno, alla nuova battaglia. Quando seppe che a quelle forze, che potevano essere considerate legittime, s'univa il popolo corrotto dal danaro, ebbe un momento di smarrimento. Per non macchiarsi di sangue così volgare, non accettò la nuova sfida e rompendo il cerchio che lo avvolgeva, con la sua banda andò a mettersi al servizio della repubblica veneta.
Il leone di San Marco non fu deluso dall'opera svolta a suo favore, tra le montagne della Croazia, dai lupi del Martese, le zanne dei quali si incisero profondamente nelle carni dei feroci uscocchi.
Venezia tributò a lui e ai suoi, al ritorno vittorioso, grandi feste.
Quando, per oscure ragioni, era costretto a tornare, un suo compagno e compare, di nome Battistello, per riscuotere la grossa taglia, l'uccise nel sonno.
Ecco, in breve, la storia del prode e generoso Marco Sciarra".
"Fine tragica" osservò uno degli ascoltatori, "ma la sua memoria non finirà nel tempo. Non è vero, nonno Colranieri?"
"E' vero. E anche vero che io sono vostro nonno, per qualcuno di voi anche bisnonno. Sono sui cento anni, miei cari".
"Che Iddio vi conceda di godere ancora a lungo la luce del sole. Ci potreste svelare il segreto della vostra eterna giovinezza?"
"Posso conservare la robustezza, non la giovinezza. Giovani siete voi, con i vostri venti anni. Non gli agi, certo, mi predisposero a resistere al disfacimento del tempo.
Perché divenni bandito voi vorreste pure sapere. Tante le ragioni, come per voi. Come per voi concorse pure la tradizione familiare. Banditi erano stati mio bisnonno, mio nonno, mio padre; bandito e vostro buon compagno è oggi Titta, mio figlio. Una vera dinastia.
Noi oggi operiamo come banditi, ma in difesa di una giusta causa. Non disdegnammo, qualche anno fa, io, Giulio Pezzola e Durante Montecchi, tuo padre, o Giulio, di schierarci con un certo Mezucelli contro un movimento rivoluzionario, non giusto, non giustificato. Possiamo noi sostenere il popolo, di cui facciamo parte, nelle oneste rivendicazioni, ma non quando, per venalità, si fa sgabello per favorire la salita di stolti demagoghi.
La disfatta dei rivoltosi, condotti dal duca Carafa di Castelnuovo, s'iniziò proprio a Teramo. Giunto il duca sul Pennino restò meravigliato nel vedere brulicare d'armati il prato fuori porta reale e i bastioni della città. Si poteva pensare, in vista di quel movimento, a un nuovo miracolo di san Berardo".
"Quale miracolo" molti domandarono.
"Un grande miracolo, figli miei, raccontato a me, quando ero ragazzo, dai bisnonni"
"Perché non lo raccontate pure a noi?"
"Perché no? Qualche favola, come le ultime fatiche dei vecchi, vi dovevo pur raccontare in questa sera di neve e di tormenta".



"Per poter meglio comprendere le ragioni di questo miracolo è necessario, per un momento, risalire alla nostra storia.
Vi era in Italia, in quel periodo al quale il fatto si riferisce, tra imperatori, re, conti, papi e antipapi, la più grande confusione e si combattevano guerre sanguinose. Vi era tra i tanti il normanno re Ruggiero, che voleva a ogni costo rientrare in possesso delle terre che l'imperatore Rotario di Germania qualche tempo prima gli aveva tolto.
Inviò per tali ragioni negli Abruzzi, con un forte esercito, il nipote Roberto, conte di Loretello. Tutte le città, al suo apparire, gli si sottomisero. A Teramo trovò invece le porte sbarrate. Mandò di conseguenza entro la città un araldo a imporre la resa, ma i teramani rimasero sordi alle minacce e alle parole melate del conte e alle preghiere lagrimose del vescovo Guidone, successore, appunto, di san Berardo.
L'assedio, stretto da ogni parte, con tutte le dolorose conseguenze, durava da oltre tre mesi, senza deprimere gli assediati. Il conte, dinanzi allo scorrere inutile del tempo, ricorse a uno stratagemma, per aprirsi il varco. Nel mentre con un finto attacco fece accorrere i difensori verso la parte occidentale, con altre truppe si lanciò sui bastioni orientali. Pagò l'audacia con mucchi di cadaveri, ma entrò.
Ciò che quelle iene in sembianza umana commisero sulla disgraziata città non è descrivibile. La carneficina orrenda cessò quando non si sentì più alito di vita. Il fuoco, appiccato in ogni casa, completò la diabolica distruzione. Allorché, dopo tre mesi, quei mostri s'allontanarono con le mani e con le anime lorde di sangue, Teramo non era che un cumulo di rovine. Non era rimasta in piede della bella città che una cappella della Cattedrale, con il corpo di san Berardo, collocatovi ventisette anni prima"
"Caso veramente orrendo" molti osservarono.
"Ma la città", continuò il Colranieri, "col ritorno del Vescovo, che se ne era allontanato, bene o male, era riedificata. Non tardarono a risorgervi, questa volta per opera di malefica gente nostrana, le lotte feroci.
Lunga è la storia dei delitti compiuti, che vi racconterò un'altra volta e veniamo al nostro miracolo.
Un secolo e mezzo fa, o poco più, nello stato di anarchia in cui continuava a vivere l'Italia, la riedificata Teramo era venduta, come una merce qualsiasi dall'imperatore Carlo V, al duca d'Atri. Aveva bisogno di danaro l'imperatore! La notizia gettò i pretuziani nella più viva costernazione. Le maggiori autorità e personalità, per scongiurare questa nuova sventura, si misero subito in movimento. Mandarono a Napoli, presso il Viceré, a perorare la buona causa, Colantonio Rapini e Sir Cola Bucciarelli. Si sarebbe dovuto far presente colà che mai i teramani, a costo di farsi nuovamente massacrare, si sarebbero sottoposti a quel duca, causa di molte loro sventure.
I messi tornarono, ma con le più sconfortanti notizie. Il magistrato e i dodici consiglieri si riunirono per le loro deliberazioni. Su proposta del fiero Francesco Trimonzi, determinarono la difesa armata a oltranza.
Raccolsero a tale scopo viveri, armi, munizioni; costituirono reparti per la difesa; chiusero le porte; temperarono gli spiriti.
Il duca, sicuro che in via pacifica nulla avrebbe ottenuto, decise d'occupare la città con la forza.
Non mi perdo, nel racconto, in altri particolari. Basta a voi sapere che nella notte dal 17 al 18 novembre del 1521, cinquemila uomini occupavano la sponda sinistra del Vezzola, pronti a lanciarsi su l'alba, come le iene del conte di Loretello, su l'agognata preda. Ma sulla sponda opposta altra gente vegliava a difesa dei propri diritti e con essa vegliavano i suoi protettori. Ma a una certa ora della notte quei masnadieri, ai quali era stato promesso il saccheggio della città, se occupata, videro camminare sui bastioni una splendente figura di donna; un gigantesco uomo a cavallo, con un manto rosso, con la spada in aria che galoppava luminoso dall'un punto all'altro della muraglia.
Gli assalitori, invasi dallo spavento, gettati gli attrezzi per la scalata e le armi, si dettero a precipitosa fuga, e Teramo fu salva.
Da quel giorno il magistrato della città, in ogni nuovo anno, va a portare, per la ricordanza, un cero al suo Santo.
Ma il Carafa, tornando alla nostra narrazione, non si impaurì, non fuggì, assalì con i suoi armati la città e fu dal Mezucelli sconfitto. Noi, assolto il nostro impegno, senza tener più conto dell'indulto a noi concesso, riprendemmo la via assegnata a noi dal destino.
Dopo questa chiacchierata possiamo andare a dormire, miei bravi figliuoli, ché la notte è già alta. Le scolte veglieranno sul nostro sonno".



Tutti andarono a dormire, tranne i giovani, che rimasero dinanzi al fuoco, in conversazione.
"Alto è il silenzio che ci circonda, amici e compagni di giovinezza e di ventura", diceva agli altri Giulio Montecchi. "Silenzio degli uomini, non silenzio della natura, che, in questa notte di neve, fa sentire alta, con la bufera, la sua voce. Il Castellano laggiù, gonfio d'acqua, anch'esso innalza al cielo il suo lamento.
Non è lieta la nostra vita e pietose sono le condizioni d'Italia. Impunemente ne calpestano il bel suolo, milizie di quei popoli che i nostri antenati, a giusta ragione, chiamavano barbari. La percorrono in ogni senso, la saccheggiano, vi commettono le più nefande azioni, senza che sorga la spada d'un Mario a punirle.
Anche i nostri antenati, è vero, invasero, con le armi, le altrui terre, ma dove essi giunsero, disciplinati e maestosi, portarono, sia pure con la forza, il nuovo verbo di fratellanza e di civiltà. Dal loro genio, dono di Dio, nella santità del diritto, sbocciò il meraviglioso concetto dell'unione di tutti i popoli. E ci erano quasi riusciti, poiché tutti i popoli, allora conosciuti, guardarono e benedirono Roma come madre divina.
Dovremmo, pensando al glorioso passato, davvero piangere sulle nostre sventure. Dovremmo piangere sulle cause che ci indussero, non potendo vivere da romani, a vivere da banditi. Non è invidiabile la nostra vita, ne dovete convenire amici. La dignità, la tradizione, l'onore, tutte belle cose; in realtà coi consumiamo la giovinezza nel modo più barbaro: nelle caverne in gara con i lupi. Meglio se fossi rimasto a completare, in seminario, la mia educazione, per poi andare a Sant'Omero a godere i beni a me donati dal defunto capo Geronimo e coronare un sogno..."
"Sogno? Bene! Così anche il cuore dell'abate mancato si è lasciato adescare dal tenero vischio" osservò Titta Colranieri. "Tutti uguali su ciò gli uomini. Disdegnano, ricusano, disprezzano, magari, e poi... cascano in rete. Dove e come si è accesa la bella fiamma?"
"A Mosciano, al tempo dell'indulto"
"Ed ora?"
"Vi è tra noi, a mezzo di persona fidata, scambio segreto di lettere, ma essa ignora chi io mi sia. Non potrà, senza dubbio, non rabbrividire quando saprà di essere stata in amorosa corrispondenza con un bandito."
"E perché?" Interruppe Titta. "Sono un po' tutti banditi, o in un modo o nell'altro, su questa terra. L'impresa, certo, non è facile. Nessuna donna, anche non nobile, anche non ricca, è disposta a unirsi, per la vita, a un uomo che vive fuori delle comune leggi. Non si può in verità non sentire ripugnanza d'intrecciare candide mani, con mani lorde di sangue."
"Come lorde di sangue!" Esclamò Santuccio di Froscia, che intervenne nella discussione. "E i re, gli imperatori, i condottieri e tanti altri, con gli odi, le passioni, le ambizioni che conducono alle guerre sterminatrici, non hanno forse le mani lorde di sangue? Alte ragioni di Stato e dinastiche giustificano le loro carneficine. Sta bene. Anche le nostre azioni, allora, possono trovare giustificazioni nelle nostre leggi, nei nostri diritti di uomini liberi.
Essi d'altra parte, per sostenersi, impongono balzelli senza senso di giustizia. Noi, per la nostra esistenza, chiediamo tributi soltanto ai ricchi, non sempre a posto con le leggi morali.
Noi non aggrediamo, ma ci difendiamo, come nostro diritto, quando ci attaccano. Puniamo, ma soltanto coloro che tentano di nuocerci. In contrapposto, ascoltiamo l'invocazione del povero, la voce del debole, il grido dell'oppresso."
"Bravo, Santuccio!" Replicò il Montecchi. "Hai parlato con saggezza. Che qualche sirena abbia cantato pure nel tuo cuore?"
"Siamo uomini, anche se banditi. Anch'io, però, ho rivolto gli occhi un po' troppo in alto. In alto, intendiamoci bene, per i pregiudizi del mondo, ché tutti, allo stesso modo, siamo figli di Dio."
"In quale mare vive questa sirena?"
"A Campli, e appartiene alla nobile famiglia Rozzi e si chiama Barbara."
"Giacché siamo su questi discorsi, dichiaro che anche nel mio cuore, amici, è penetrato il dardo dalla punta calamitata" aggiunse il Colranieri. "Sono non soltanto innamorato, ma deciso a usare tutti i mezzi, pur di non rimanere a mani vuote. E' stata già informata, di queste intenzioni, la baronale famiglia dei Roccatani di Cellino, alla quale appartiene la mia Francesca.
Dopo quanto ebbe a commettere a Civitella tuo fratello Giovanni, o Santuccio, quando gli fu sottratta la giovane Cherubini, spira per noi aria più favorevole."
Questo ed altro dissero i giovani della montagna, nella notte di neve e di bufera.
Giovani, che molto dovevano far parlare di sé, nel corso della loro movimentata vita.




CAPITOLO TERZO: Attività dei banditi. Una romantica scorreria. Santuccio di Froscia e Giulio Montecchi. Mosciano e Campli.

Con la nuova bella stagione pareva che i banditi non mettessero più limiti alle loro azioni. Correvano, da padroni, il territorio della vasta provincia. Dai campi portavano via i prodotti, dai mercati gli utensili, dalle casse del pubblico tesoriere il danaro. A ogni loro impresa i regi mandavano soccorsi, che giungevano quando essi se ne erano tornati alla montagna.
Non disdegnavano di accettare battaglia, allorché vi erano costretti, uscendone sempre vittoriosi.
Minacciarono qualche volta anche la città e una scorreria la spinsero un giorno sino a Colleatterrato, destando molto panico. Corsero voci confuse sulle loro intenzioni. I cittadini si tapparono in casa; le giovani si rifugiarono nei conventi. Corsero gli armati, come nei momenti di maggior pericolo, a chiudere le porte, a occupare i bastioni, a suonare le campane. Lo scompiglio aumentò quando la truppa, uscita per un'azione contro di essi, tornò battuta.
Comandavano quelle bande, come assicurava un contadino che le aveva viste, due giovani dall'aspetto civile. Anzi, con squisito senso di cavalleria, l'avevano incaricato di portare alla più bella donna di Teramo, in omaggio, un dono di fiori.
Era chiaro che non avevano intenzione di giungervi. Dopo non molto, in verità, attraversando il Tordino, si diressero verso la parte più alta del Pennino, da dove, giuntivi, ammirarono il magnifico panorama, che con le valli, i fiumi, le colline, i monti e il mare, s'apriva loro dinanzi.
"Pieno di lusinghe è sempre il creato" disse Giulio a Santuccio "e la sua bellezza è un invito al godimento, cosa che gli uomini, nella loro cecità, non sanno comprendere. Alla stessa nostra giovinezza più che i canti della primavera confanno lo scroscio delle acque, il gracidar del corvo, l'ululato del lupo.
Non era così, Santuccio, quando, da piccoli preti, eravamo assorti nello studio e nella preghiera, entro quel fabbricato coperto dall'ombra del campanile. E' come il ricordo d'un giardino in fiore, in tempo di aridità. Ma non è arido il mio cuore e ben lo sa, laggiù a Mosciano, la mia Cinzia.
"Anche nel mio animo cantano le valli, i campi, i fiori. Forse noi non eravamo nati per seguire le orme paterne. Calamità dei tempi! Ma nel buio scintillano sprazzi di luce che, illuminando la nostra giovinezza, fanno sperare che altri eventi ci condurranno a camminare su altra strada. Abbiamo rivolto gli occhi troppo in alto, per restare a vivere tanto in basso.
Ma ne riparleremo. Per oggi torniamo alla montagna."
E partirono. Poiché era calata la notte, si fermarono nel villaggio di Piano, che si trovava sulla via del ritorno. I due capi alloggiarono presso una delle migliori famiglie. Il giorno dopo, di buon mattino, ripresero il loro cammino.
Gli ultimi episodi, la sconfitta di Colleatterrato, le nuove minacce indussero Napoli a mandare in Abruzzo altre truppe, per un'azione più forte.



La montagna, che tutto sapeva, viveva tranquilla. Anzi, Giulio e Santuccio, con il consenso del vecchio capo Colranieri, pensarono di fare altra ricognizione, verso altra contrada, ad essi più cara. Partirono di buon mattino. Il cielo sereno, nella fresca mattinata estiva, invitava a camminare. Le campagne, ove da un boschetto all'altro i merli si ricambiavano i loro canti, apparivano deserte. Né più vi si vedeva il contadino nel suo fecondo lavoro; né più si udiva il canto gioioso della villanella, ciò che infondeva un senso di profonda malinconia. Dopo aver riposato in un valloncello fresco d'alberi e d'acqua, le due bande ripresero il cammino verso due mete diverse: l'una per Campli, l'altra per Mosciano.
La luna spuntava, nella sua pienezza, dall'Adriatico, quando, un una casa di Mosciano, circondata da giardino, come un'intesa, s'aprì una finestra e una testa bruna di donna fece capolino. Una figura d'uomo, passando da albero a albero, vi si avvicinò.
Le strade, fuori, erano deserte. Sin dal tramonto, alla notizia che banditi s'aggiravano nelle vicinanze, i cittadini s'erano sbarrati in casa.
"Oh! Cinzia. Quanto ho desiderato di rivederti, quantunque la tua immagine fosse sempre viva in me, rendendomi migliore. E ti ho sognata con i sogni della notte. Nel risveglio il mio primo pensiero era per te, e ti vedevo ancora, nel dominio del sonno, in riposata dolcezza, e a te venivo nei diversi momenti del giorno. Ma il mio pensiero correva pure al felice evento della santificazione del nostro amore e fantasticavo lietamente sulla nostra futura vita.
Parlami, ora, Cinzia, confortami con la tua voce. La mia vita è assetata di tenerezze, d'affetto."
"Il mio stato somiglia al tuo, Giulio, come possono somigliare due fiori colmi di profumo, due canti colmi di melodie. Ti ho pensato in ogni momento, anche in chiesa, facendo per te voti. Oggi, che non si vive più in sicurezza, è necessario più che mai invocare la protezione del cielo. Non sollecitavo la tua visita, appunto, per non esporti ai tanti pericoli in atto. I banditi, che infestano la provincia, diventano sempre più minacciosi. Ero ad attenderti con grande ansia, dopo che era stata suonata la campana, per la loro presenza nella contrada. Spesso mi domando come vi possa essere nel mondo tanta brutalità. I lupi, quando correvano il territorio, erano meno temuti. Rappresentano un vero castigo di Dio questi banditi."
"Gran brutta gente, senza dubbio, mia buona Cinzia, che va considerata, però, in ubbidienza ai cristiani insegnamenti, con grande misericordia. Sono anch'essi figli di Dio, con tutti i difetti, con tutte le virtù. Molti, senza dubbio, si saranno dati alla montagna dopo molti delitti; altri per altre ragioni. Tu, che sei donna e sei giovane, non puoi conoscere le colpe di cui si macchi il così detto consorzio civile. E poi: siamo noi liberi? Quelli della montagna sono briganti, non si può negare. Non comprendo perché non si debbano considerare briganti coloro che discesi dalle Alpi, sia pure con il segno della croce, devastano, saccheggiano, uccidono senza ragione e senza pietà. Gli uni possono valere gli altri. Ma, da un confronto sereno, ne potrebbero uscire in condizioni migliori i nostri banditi, nemici dichiarati di coloro che in nostri grandi avi chiamavano barbari.
Anche i nostri banditi per vivere debbono commettere violenze; ma essi sono capaci, rispetto alle donne, ai vecchi, ai poveri di atti generosi. Non negano aiuto all'oppresso, amano la patria. Parliamo d'altro."
"Parliamo d'altro. Ma vorrei che questi banditi, nonostante la tua difesa, non ci fossero."
"Un giorno, quando leggi migliori governeranno gli uomini, non vi saranno più. Ma godiamo ora la nostra gioia."
"Godiamo. Ma tu dove vivi? Tante volte, chiedendo notizia a Sant'Omero, me ne sono state date di vaghe, di strane."
"Tutto è strano nel mondo, mia diletta. Vorrei però tornare a vivere in questo borgo, per poterti seguire, con l'animo piacevolmente agitato, in istrada, in chiesa, ovunque, come un tempo. Vorrei tornare qui per innalzare a te, nella notte, la mia serenata d'amore."
"Torna, allora."
"Non posso."
"Come non puoi."
"Altri impegni mi costringono a vivere altrove."
"Molto lontano?"
"No, se la distanza è calcolata con il metro; sì, se con l'affetto.
Ma parliamo d'altro, Cinzia, ché il tempo vola. Parliamo di questa notte deliziosa. Tutto è qui santo. Anche il tuo nome è in armonia con la bellezza che ci circonda. Cinzia, lirico nome. Notte davvero da innamorati. In cielo, corteggiato dalle stesse e a conforto del solitario viaggiante, va lungo l'eterno suo cammino. La sua luce sembra che avvolga teneramente le gioie e i dolori del mondo. Dalle aiuole si diffonde con potere di malia il profumo dei fiori, dal capanno di rose canta l'usignuolo. Ne sono geloso."
"Anche d'un uccello?"
"Anche, maggiormente se usignuolo. Può strappare palpiti a cuori gentili."
"L'ascolto, in verità, con molta tenerezza e mentre l'ascolto sogno... Ma... ma... una fucilata. Hai udito? Chi sarà?"
"Un qualche notturno cacciatore di volpi."
"Suonano le campane..."
"Debbo andare, Cinzia."
"Non andare. I banditi sono feroci."
"So mettermi in salvo. Sta tranquilla. Presto tornerò."
Rotto l'incanto, Giulio corse ansioso al recinto, lo scavalcò, scomparve nella notte, con i suoi, sulla strada di Campli.



Molti commenti si fecero a Mosciano, il giorno dopo, su l'accaduto. Molto strana quella comparsa di banditi, senza i soliti saccheggi. Qualcuno assicurava che uno di essi era giunto sino alle prime case, messo poi in fuga dal suono delle campane.
"Sono bravi, quei signori, dinanzi ai deboli!" Sentenziava uno dei capannelli, formati qua e là per i commenti. "Basta il suono d'una campana per metterli in fuga. Non è vero?"
"Verissimo!" rispose uno degli ascoltatori. "Se fossero entrati questa notte... questo bastone..."
"Bastone? Armi ci vogliono per quei signori, armi come queste. Io le ho sempre con me, nonostante il balordo ordine delle autorità di Teramo."
"Bravo. Anch'io le armi le ho sempre con me" disse un terzo. "Quei di Teramo se non sono corrotti, sono matti e questa notte le avrei fatte funzionare a dovere."
"Allo stesso modo" interruppe un quarto "di quando quei della montagna saccheggiarono, senza molestia, non soltanto la campagna, ma più ancora..."
"Ma allora fummo sorpresi."
"Sicuro e questa notte chi è uscito in istrada, quantunque uno di essi, come una sfida, sia entrato qui solo?"
"Ciò che hanno fatto agli altri... ma... ma i contadini tornano dalla campagna."
"Che succede, paesani?" si domandò loro, con agitazione.
"Fatti gravi. A Campli pare che dopo il saccheggio sia stato preso, con altre personalità, anche il Vescovo. Dopo, come dice questo amico che giunge da Campli, verranno anche qui."
"Tu vieni da Campli?"
"Si, da quell'inferno. Prima d'allontanarmi, trovandomi dietro una siepe, da un gruppo di quei forsennati, che passava vicino, chiaramente udivo dire: - Domani andremo a dare una buona lezione all'ingorda Mosciano. Lasceremo tracce profonde del nostro passaggio."
"Mamma mia! Così ha inteso dire?"
"Proprio così."
"Secondo te verranno?"
"Senza dubbio. Molte sono le vande discese dai boschi, affamati come lupi, assetati di sangue."
Queste notizie, sciogliendo i ciarlieri, capannelli, gettarono nell'abitato nuova confusione, nuovo sgomento.



Ma le cose non s'erano svolte così, come erano state raccontate.
Tre uomini della banda di Santuccio per essersi spinti a Campli troppo avanti erano stati catturati. I tentativi dei compagni, per liberarli, erano falliti. Ma al giungere, da Mosciano, della banda dei Montecchi, l'azione fu ripresa con maggiore violenza tanto da poter catturare alcuni avversari, tra cui tre donne. Ciò che si voleva, potendo ora trattare per lo scambio dei prigionieri, ritirandosi intanto i banditi su una vicina collina.
Ma al Lucidi era riservata una grande sorpresa. Riconosceva in una delle tre donne, che avevano combattute sugli spalti di Campli con grande valore, Barbara Rozzi. Conservava fiero contegno e fieramente rispondeva alle domande che a essa si rivolgevano.
"Soltanto briganti come voi potevano catturare donne che difendevano, sia pure con le armi, la propria casa, da volgari predoni. Non vi domandiamo pietà, ma rispetto alle nostre persone."
"E sarete rispettate, quantunque in questo momento tutta Campli palpiti di pietà per voi e nelle vostre famiglie si piangerà sul vostro caso. Vi pensano esposte a tutti i pericoli, vittime di tutti i mali.
Bandito! Nome esecrato, in persone maledette. Non è vero? Ma noi non siamo, rassicuratevi, i predoni, di cui avete parlato. Nell'animo dei banditi del Martese, non la brutalità, ma palpita la gentilezza. Sanno odiare, ma sanno anche amare."
"Belle sono le vostre parole, so però che il demonio, per operare il male, prende forma di angelo".
"Il demonio, non noi e presto ve ne convincerete. Voi domani, in cambio dei nostri prigionieri, sarete restituite alle vostre famiglie. Intanto passerete la notte, in tutta sicurezza, in quella casa di contadini." E vi furono accompagnate, ove furono accolte, perché conosciute, affettuosamente.



"Bell'avventura la nostra", disse Barbara alle amiche, una volta sole. "Chi sa in quali pene vivono le nostre povere mamme. Volemmo prendere le armi, come le donne di Civitella, per difendere le nostre case e siamo alla mercé dei banditi."
"Sono però banditi simpatici" rispose una delle due amiche.
"Quel Santuccio" soggiunse l'altra "come lo chiamano, è d'aspetto civile, nobile."
"Ma sempre bandito" ripeté Barbara. "Anzi, a quanto ho capito, capo dei banditi. Vedremo come manterrà la parola."
"Appunto delle donne di Civitella, che cosa fecero?" Domandò ancora un'amica.
"E' un po' lunga la storia."
"Non importa. Raccontatecela. Tanto nessuno pensa a dormire questa notte."
"Va bene. Ve la racconterò, ma brevemente. Servirà ad alleviare il nostro fastidio.
Dovete sapere come il papa Paolo IV, figlio di Vittoria Camponeschi, contessa di Montorio - come la bisnonna, che viveva in quel tempo, mi narrò - volesse cacciare dal regno gli spagnuoli, con l'aiuto dei francesi, che invitò a discendere in Italia. Superate le Alpi, per la via della Romagna e delle Marche, l'armata liberatrice, come la chiamavano, giunse alla nostra frontiera. Rafforzata con le truppe pontificie, su consiglio del cardinale Carafa, penetrò nel nostro territorio e marciò su Campli. Dopo una dura lotta, e anche i nostri si difesero bene, fu conquistata e sottoposta a un feroce saccheggio. S'uccisero gli uomini, non furono risparmiate le donne, nella vita e nell'onore. La bisnonna, adolescente appena, si salvò in un convento.
Dopo non molto, il resto di quell'armata, forte di diecimila uomini, entrò anch'esso nel regno e andò a cingere d'assedio Civitella. Ma là, dove si conoscevano i dolorosi fatti di Campli, s'erano nel frattempo preparati per la forte difesa. E in questa difesa, per la scarsezza degli uomini, concorsero le donne, numerosissime. Esse, per nascondere il proprio sesso al nemico, vestirono da uomini e si tagliarono le trecce, dono di angeli, senza rimpianto, rimanendo sugli spalti insanguinati, sotto la pioggia dei proiettili di innumerevoli cannoni, ferme, serene, sorridenti. Il loro valore si innalzò alla bellezza dell'epopea una notte in cui, mentre infuriava uno spaventoso temporale, crollò una parte del bastione. I francesi, come favoriti dalla fortuna, sicuri di poter penetrare da quella breccia nella fortezza, vi si slanciarono. Ma le donne che vi vegliavano, imperterrite, li fracassarono con grossi macigni, fatti precipitare dall'alto.
L'eroico fatto fu consacrato, per la ricordanza, in un marmo, che i secoli non consumeranno.
La lotta continuò ancora aspra, disperata, sanguinosa, ma i francesi dinanzi all'epica resistenza, non passarono e Civitella fu salva.
Eccone in breve la storia."
"Meravigliosa! E noi? Prigionieri dei banditi. Ci lasceranno davvero libere?"



Anche i banditi non avevano dormito quella notte.
"La vita è sempre accompagnata da sorprese" diceva Santuccio a Giulio. "Il più strano dei casi, che sa di romanzo, ha messo nelle mie mani l'oggetto amato, che potrei condurre, per il diritto della forza, sulla montagna. Ma non lo faccio.
Che ne dici tu, Giulio?"
"A me sembra, Santuccio, di non essere più banditi. Il buon seme, gettato a Teramo nei nostri animi, germoglia, come in un'acqua di maggio, al soffio del benefico amore. La tua generosità di oggi è ancora una prova.
E' ormai giorno. Andiamo a portare alle nostre prigioniere, col saluto, la nostra buona parola."



"Ci lascerete libere davvero?" disse Barbara a Santuccio, rimasti soli nella conversazione.
"I banditi del Martese, per la vita e per la morte, non promettono invano. Tornerete alle vostre case, qualunque sia la risposta dei vostri governanti. Se si rendesse necessario, terremo con noi i giovani, condotti qui con voi. Non vogliamo far piangere occhi così belli."
"Chi vi ha detto che ho pianto? Le lagrime non hanno arrossato i miei occhi."
"Me ne rallegro. Ditemi allora: quale ricordo serberete, quali racconti farete sul nostro conto alle vostre case, alle vostre amiche? Molte cose, sulla vostra avventura, vorranno sapere."
"Cosa dobbiamo rispondere, se siete stati con noi tanto educati?"
"Che siamo banditi, per un ideale, non predoni, che viviamo, nel nostro piccolo mondo, con nostre leggi, che siamo nemici di coloro che conculcano la nostra patria. Per il resto siamo come tutti gli altri, con l'odio e l'amore. E io amo. Ma i banditi spaventano. Non importa, ché l'amore, il più bizzarro dei sentimenti conforta a sperare, come apprendiamo dalle tante novelle, che piacevolmente si raccontano, nelle sere d'inverno, vicino al focolare.
Castellane che ascoltano, nella notte, il canto dell'errante trovatore; nobili dame che porgono l'orecchio alle voci che salgono ad esse dall'oscurità della strada; principesse, e non poche, sfolgoranti di giovinezza, che si lasciano involare dal romantico amatore. Hanno torto? Per i pregiudizi del mondo, sì; per i diritti del cuore, no.
La vita è un soffio, mia cara; una molecola, un lieve punto nella vastità del creato, trascinato inesorabilmente e travolto nel vortice del tempo. Quale ricordo di ere remote, di tutte le vicende, di tutti i piccoli e grandi drammi svolti nel teatro delle umane passioni, rimane a noi? La vita ha valore per quel tanto di felicità che i viventi sapranno ad essa carpire. Il resto è nulla.
Giusti quindi e santi sono i sentimenti che inducono, in una più alta visione umana, a rompere i pregiudizi del mondo.
Che ne dite voi?"
"Che posso dirvi? Sono ancora troppo giovane per trattare certi argomenti. Per ora, nonostante tutte le vostre belle parole, non desidero che di tornare a casa."
"Ci tornerete e oggi stesso. Ma ditemi: mi ricorderete qualche volta? Ricorderete, senza il senso fosco della paura, il bandito che, in una fresca mattina di maggio, vi ha parlato su questa collina, un linguaggio non suo? Almeno per voi."
"Posso anche ricordarvi. Che vi sarebbe di strano? Ma senza il senso della paura, state tranquillo. Anzi..."
"Anzi?..."
"Con una certa simpatia."
"E' quanto desideravo di sapere. Ora possiamo andare dalle vostre compagne. Là potrete sapere qualche altro particolare sul nostro conto."
Giulio, una volta raggiunto, su invito, disse:
"Vita la nostra, care donne, di sangue, ma anche di generosità. Sentite. In un tempo non lontano si sviluppava, nella frazione di Pascellata, un violento incendio, che metteva in pericolo beni e vita degli abitanti. Mentre le fiamme illuminavano sinistramente la notte, s'udivano grida e suono di campana. Noi, per fortuna, non eravamo lontani. Vi volammo senza titubanze. Pareva che vi fosse tra i miei una fervida gara a lottare con la forza del fuoco, che diveniva sempre più minaccioso. Erano in azione acqua, terra, sassi e spirito eroico e prima di giorno l'incendio era domato.
L'incendio era domato, ma quelli della banda, qui presenti, ne uscirono feriti, bruciacchiati, tormentati da molte scottature. Io ne conservo ancora, quasi sanguinanti, le cicatrici.
Dopo la prova del fuoco, la prova dell'acqua.
Su Valle Castellana, nostra abituale dimora, si scatenava, sul finire della scorsa estate, un violento temporale, con tuoni, lampi, fulmini e acqua a diluvio. Ne erano pieni i valloncelli, gonfio il fiume. Noi, che dal Tronto risalivamo il Castellano, fummo costretti a cercar riparo in un mulino. La piena, che aumentava di momento in momento, ci costrinse ad accorrere, sotto l'infuriare degli elementi, in aiuto di molte famiglie, che stavano per essere travolte dalle acque limacciose. Molte persone erano state già salvate, quando si vide dibattersi, tra i vortici furiosi, un giovanetto. Uno della banda, il più vicino, senza esitare, si lanciò in suo soccorso, quantunque gli si gridasse: no, no. Corremmo. Non vedemmo più nessuno. I vortici avevano inghiottito il giovanetto e il giovane eroe. E corremmo più volte a salvare dalla bufera e dalla valanga i malcapitati, che ne erano stati travolti."
Mentre Giulio parlava sul viso delle donne apparivano chiari i segni della commozione e dell'ammirazione. Nulla più ora temevano da quella gente.
"Ma non tutti operano così" mi si può osservare. "E' vero. Ma io parlo delle generose bande, delle quali è capo, vegeto e robusto, il centenario Giuseppe Colranieri."
Mentre parlavano gli emissari tornarono e con essi, con gioia di tutti, gli arrestati. I prigionieri, quindi, comprese le donne, con parole di conforto e di auguri, furono lasciati liberi. Prima che sulla via di Campli scomparissero in una svolta, una donna di volse a salutare, con una mano, la collina.
Dopo anche i banditi ripresero, melanconicamente, la vita della montagna.

 


CAPITOLO QUARTO: Disfatta degli spagnuoli a Valle Castellana. Dissidio tra i banditi. Padre Fulgenzio. I banditi corrono a ricacciare in mare i pirati sbarcati alla foci del Tordino. Amori e matrimoni.

I soldati di Spagna, dopo il lungo riposo, punti dai frizzi, che non mancavano, si mossero finalmente al comando del maestro di campo, Michele Almeida. La boria era maggiore della fiducia in sé, della propria forza, del proprio valore. Andarono su per i colli, verso Torricella, con la vigoria, che mai manca nella freschezza del mattino.
Di tappa in tappa, tra un canto e l'altro, giunsero a Paranesi, che trovarono deserta. Vi pernottarono. Al mattino seguente ripresero la marcia, con nuovo vigore, verso Valle Castellana.
La strada diveniva sempre più angusta, frastagliata, scabrosa. Capivano che l'impresa non era così facile, come era loro apparsa mentre gozzovigliavano in città. Qualche volpe tra la boscaglia, qualche uccellaccio sulle rupe e non vedevano altro. Con l'avanzare, le difficoltà aumentavano, le forze diminuivano. Di banditi neppure l'ombra. Dovevano essere fuggiti al solo loro apparire. Già questo poteva costituire una vittoria, senza esporsi a pericoli, da sapersi abilmente sfruttare nel rientrare a Teramo.
Poiché il sole era già alto, il comandante ordinò, nel ginepraio di sterpi e di cespugli, in cui s'erano cacciati, una sosta per il riposo e per il rifocillamento. Erano sicuri e se ne stavano tranquilli.
La più alta pace regnava nella vallata. Il silenzio era rotto, di tanto in tanto, dal fruscio degli alberi, mossi da un'improvvisa folata di vento, dal ruzzolare d'un sasso toccato dal passaggio di qualche volpe; dal canto d'un solitario cuculo.
Tra tanta poesia non mancava di risuonare, da sulle alture, in cima alle rocce, il sinistro verso della cornacchia.
Ma i bravi soldati di Spagna, occupati come erano nell'allegra manovra delle mandibole, non vi facevano caso. Qualche frizzo però non mancava e qualche rammarico per dover tornare in città, dopo tante vanterie, senza la testa di un bandito.
Godevano a ogni modo di quel riposo e di quel pasto, quando un rumore, come di passi, fece loro trattenere il respiro. Si guardarono con un certo sgomento. Stavano per alzarsi, quando i padroni della montagna furono ad essi addosso, da ogni parte, furiosamente. Breve la lotta, completa per gli iberici la sconfitta.


Mentre a Teramo si teneva consiglio sulla disfatta, a Frondarola, dove le bande erano discese, si discuteva sul da farsi. Qualcuno dei capi, i più accesi, avrebbero voluto proseguire la marcia verso la città; altri, i moderati, erano contrari. In questa discordanza di pareri, la discussione diveniva vivacemente pericolosa tra Sciacqua di Montepagano e Giulio Montecchi.
"Nessuna minaccia ha mai fatto deviare me e i miei amici, tra cui il prode Carlo Vitelli, dalla strada tracciata. Quel che ci siamo proposti di fare domani faremo" diceva il primo.
"Voi non lo farete" rispondeva il secondo", o non siamo più noi."
"Noi lo faremo, qualunque ne sia il prezzo."
Stavano quasi per venire alle mani, quando comparve padre Fulgenzio, cugino di Titta, che viveva molto vicino ai banditi.
"Non va bene questa vostra condotta, figliuoli" egli ammoniva. "Un conflitto tra voi condurrebbe alla vostra rovina. Non aspettano altro i vostri nemici e ne avete. Una volta scompaginati, vi salterebbero addosso per il colpo di grazia. E' ormai assioma antico che l'unione fa la forza e i romani ben lo sapevano.
- Le verghe - dicevano - separatamente si spezzano; riunite no. -
Così sarebbe pure per voi. Uniti e disciplinati costituite una forza, che impone rispetto; separati e in conflitto, qualunque villano può prendervi e impiccarvi al primo albero. Gli spagnuoli non cercano altro per riconquistare, con un'azione vittoriosa contro di voi, il perduto prestigio.
Domani nessuno si dovrà muovere di qui, per nessuna ragione. Non udite fuori il canto della civetta? E' senza dubbio l'uccello del malaugurio; ma è anche, per chi sa intenderlo, l'uccello dei provvidenziali avvertimenti. Tornate, quindi, per questa sera, da bravi, ai vostri posti. Domani ci ritroveremo qui per le necessarie conclusioni.
Se non mi ascoltate i pali di Teramo presto potrebbero ricevere i vostri corpi; il regno infernale le vostre anime."
Il canto della civetta, la visione dei pali, lo spavento dell'inferno valsero più di qualsiasi altro argomento a restituire a quei capi un po' di calma.



Ma il giorno dopo, partito padre Fulgenzio, la discussione si riaccese più vivace di prima. I teramani, dopo un'insonne nottata, avevano mandato a Frondarola, di buon'ora, un messaggio, nel quale tra l'altro si diceva:
"Noi conosciamo la vostra sensibilità di italiani. Ragioni forse plausibili vi indussero un giorno a operare in altro settore. Le stesse ragioni vi debbono ricondurre oggi a noi.
Un pericolo grave ci sovrasta, in questo momento. I turchi, sbarcati alle foci del Tordino, si dirigono su due colonne verso Mosciano e verso Castellalto. Dopo l'infelice impresa di Valle Castellana, gli spagnuoli in questo tempo non sono in condizioni di muoversi. Nella veglia il nostro grande patrono ci ha inspirato di rivolgervi a voi, pure suoi figli. Venite. Fate che le nostre reliquie e le nostre donne non siano portate via dalla brutta gente, nemica di Dio. Venite fiduciosi, senza indugio. Domani potrebbe essere troppo tardi. Grida d'angoscia giungono dalla parte del mare."
Questo messaggio d'ansia e d'invocazione produsse nelle due parti effetti contrari. Mentre gli uni avrebbero voluto mettere le ali per correre verso il pericolo, gli altri, tornando ai loro propositi, avrebbero voluto approfittare di quella confusione per metterli in atto.
Col ripetere: "Voi non lo farete" e "Noi lo faremo" in un eccesso d'ira mettevano già mano alle armi. Ma a Frondarola vi era la sola banda del Montecchi, molto moderata, che accorse per ristabilire l'ordine. Lo Sciacqua, i Vitelli e i loro amici s'allontanarono torvi d'odio e di minacce, per risalire, con le loro bande, da Valle Castellana ai loro covi. Gli altri, dopo breve consiglio, mossi da pietà, corsero verso Teramo. Quando apparvero sulla collina le campane suonarono, non a martello questa volta, ma a festa.
A mezzogiorno quelle bande, con i capi alla testa, tra due ali di popolo plaudente, entrarono in città. S'adunarono, successivamente, nella piazza grande, per udire la parola di padre Fulgenzio, là presente. Parola di fede, d'amore, di esaltazione; parola di alto elogio per il Vescovo, le autorità, i cittadini tutti che, nel momento del pericolo, si erano ricordati, fiduciosi, di quei loro fratelli, che vivevano, con i loro ideali, sulla montagna. Bande che, come quelle di ventura, rappresentavano un nobile tentativo di creazione di milizie nazionali da contrapporre alle mercenarie milizie straniere, causa di tanti lutti, apportatrici sempre di miseria e di corruzione.
Ma a favore di quelle bande, adunate in quella storica piazza, vi era qualche cosa di più. Esse avevano avuto per Teramo una particolare predilezione e l'avevano sempre difesa a viso aperto ogni qualvolta dai veri predoni era stata minacciata. E quelle bande, ne era sicuro, avrebbero assolto il nuovo incarico nel modo più onorevole.
E tante altre cose confortanti disse il buon padre, con religioso patriottico fervore, mentre i soldati spagnuoli s'aggiravano attorno e guardavano attoniti i baldi giovani, dai quali erano stati sulla montagna sconfitti.
Il Vescovo, che con manifesti segni di compiacimento tutto approvava, impartì, da ultimo, dal balcone del suo palazzo, la paterna benedizione.
Dopo la partenza delle bande per la loro impresa, molte discussioni s'aprirono qua e là, nella città tornata tranquilla.
Il vicario Aniello era lietissimo. La sua riputazione, dopo le tante disgrazie, rispetto alla corte di Napoli, con quella fortunata soluzione, si doveva ritenere salva. Avrebbe dipinto il rapporto da inviare al Viceré, circa la sottomissione di quelle bande, con i più favorevoli colori.
Nel mondo, come era noto, non valeva tanto quel che si faceva, ma quanto quel che si sapeva far credere d'aver fatto.
Anche presso la Curia s'era in festa. Il Vescovo, il Capitolo e una folla di religiosi erano andati a rendere i loro ringraziamenti, non soltanto alla Madonna, ma anche a san Berardo, alla pietà del quale, sempre manifestata per la sua città, si doveva in parte attribuire questo nuovo miracolo.



Le bande, raggiunto con sollecita marcia il territorio di Ripattoni, si separarono, dovendo ognuna operare in settori diversi. Giulio Montecchi e i suoi uomini presero, ed è agevole capirne le ragioni, la via di Mosciano, meta, a quanto si sapeva, dei briganteschi disegni dei pirati; gli altri, la via del mare.
L'alba già imbiancava l'oriente e le stella mattutina era già alta quando il Montecchi udì, dalla parte in cui era diretto, il rintocco lento delle campane a martello. Non camminò più la sua banda, ma corse, volò. Quando giunse udì schianti di porte, grida di donne, urli di uomini. C'era da perdere il senno. Ma il Montecchi, abituato a quei frangenti, sapeva conservare la calma, prerogativa dei forti, base di ogni buon successo. Avvolto l'abitato con i suoi, da ogni parte, in modo che nessuno ne potesse uscire inosservato, corse alla casa a lui particolarmente cara. Silenzio. Lanciò dalla porta sgangherata, su per le scale, la voce commossa, ma non ricevette risposta. La casa, messa già a sacco, era vuota. Tornò con ansia mortale ai suoi uomini, che fece nascondere, in parte, dietro le siepi, sulla via, per la quale i pirati dovevano passare per tornare al mare.
La luce del giorno cancellava già l'aurora quando essi apparvero, con donne e bottino, in lunga fila. Il grido di - Mani in alto - ferì sgradevolmente il loro orecchio, uso al rumore delle tempeste, mentre vedevano puntate su di essi cento canne di archibugi. Ma non se ne impaurirono e la loro reazione fu pronta, vivace, disperata.
Le donne, tra le quali Cinzia, approfittando della confusione, tornarono alle loro case.
Vi era nelle due parti, nell'offesa e nella difesa, uguale valore. I banditi avevano la superiorità del numero; i pirati, con le taglienti scimitarre, delle armi. Si elevarono dalla mischia feroce, con il rumore delle percosse, urli, imprecazioni, bestemmie. Si elevarono le grida, caddero gli uomini in pozze di sangue.
Giulio Montecchi, il più terribile, il più prode, quantunque ferito, non lasciò il posto.
Una scarica di archibugi, che giunse bene al segno, costrinse finalmente i pirati ad alzare le mani.
Poco dopo le campane, che suonarono a festa, annunziarono alla contrada la bella vittoria. Furono successivamente, dalla pietà dei cittadini, raccolti i feriti e i morti. Ai tre italiani caduti furono resi solenni onoranze. Si discusse, invece, sulla sepoltura da dare ai non cristiani. Non erano essi, come dicevano gli uni, che predoni, non degni di commiserazione. Per gli altri erano sempre figli di Dio, anche se privi di battesimo della chiesa di Roma. E avevano normale sepoltura.
I feriti, tra cui il Montecchi, per le eroiche gesta, erano stati accolti, e amorevolmente assistiti, dalle migliori famiglie.



La banda di Santuccio, alla quale si erano aggiunte le bande di Titta Colranieri e di Salvatore Bianchini, nel percorrere le verdi rive del Tordino, s'imbatterono negli altri maomettani che, risalendo il fiume, marciavano con sicurezza verso Teramo. Tutto poteva ad essi essere lecito, non avendo più gli italiani spirito combattivo. Questa volta, però, con dolorosa sorpresa, si dovettero ricredere, ché in breve tempo furono affrontati, sbaragliati, inseguiti, nella fuga disordinata, sino al mare, sino alle navi. Poiché su quei legni vi erano italiani e a terra maomettani, le due parti, dopo uno scambio d'invettive, giunsero ad una più calma discussione, per la liberazione dei propri prigionieri. Concluso l'accordo, uno dei capi disse:
"Sino a questo momento noi sapevamo che gli italiani, dinanzi al pericolo, non sapevano che suonare le campane. Oggi voi avete dimostrato di saper anche combattere e con molta bravura. E' la prima volta, nelle nostre scorrerie, che siamo stati costretti a riprendere con la fuga la via del mare. Ma siete proprio italiani?"
Italiani e custodi del fuoco sacro della latinità, nel quale un giorno non lontano, gli italiani tutti, si dovranno riscaldare per riprendere, nello spazio, la marcia dei trionfi.
Italiani che, nel ricordo della nostra storia gloriosa, non sopportano soprusi. Ieri caddero sulla montagna, sotto i nostri colpi, gli spagnuoli; oggi nel piano voi. Ecco chi siamo. Ed ora riprendete i vostri prigionieri, i vostri feriti, i vostri morti e partite. Quando dal mare vi si offrisse ancora in vista quel monte dal duro nome di Gran Sasso, ricordatevi, per il vostro bene, che alla sua ombra vivono, vigili e aggressivi, i banditi del Martese." E i maomettani partirono.
Le tre bande, assolto il duro compito, tornarono a Teramo, ove furono accolte festosamente. Il Vicario, che parlò anche a nome del Viceré e della cittadinanza, espresse loro, con i ringraziamenti, la più profonda gratitudine per la generosa opera. S'aprì nello stesso tempo nella città una vera gara per offrire ai salvatori la più lieta ospitalità. Nel duomo, il giorno dopo, si celebrò una messa solenne, in suffragio dei caduti. Tutti vi erano presenti.
Sante Lucidi, molto commosso, pareva riconoscersi in quei piccoli seminaristi, tra i quali un giorno era stato, ignaro degli inganni del mondo. Seguiva, con l'immaginazione, gli eventi che l'avevano condotto, non ad una parrocchia, per la cura delle anime, ma sulla montagna, tra i boschi, per farvi il bandito.
Non sempre era stato cattivo; qualche volta, anzi, aveva compiuto atti generosi, ma era pur sempre un bandito. Pensava, nel raccoglimento del tempio, mentre il canto e la musica accompagnavano la messa, di farsi avanti, d'andare a gettarsi ai piedi del Vescovo, che sedeva sul trono, dietro l'altare, con composta dignità, e chiedergli perdono e la riammissione in seminario, per divenire servo di Dio. Ma alla visione di una calma vita, in una chiesa ornata d'angeli, non tardava a subentrare altra dolce figura e quando la funzione religiosa finì uscì, come tutti gli altri, nella città in movimento.



Dopo le vicende e il festoso soggiorno di Teramo, le bande del Lucidi e del Colranieri, secondo il loro desiderio, partirono l'una per Civitella, l'altra per Cellino. La banda di Salvatore Bianchini rimase a guardia della città, che si sentiva minacciata dalle facinorose bande irriconciliabili, le quali s'aggiravano, con torvi propositi, nei territori di Rocca Santa Maria e di Torricella. Un fatale giorno, evidentemente ingannate da false informazioni, comparvero baldanzose alle porte della città, per il saccheggio.
Questa volta, con una certa meraviglia, non erano state suonate le campane; non erano state chiuse le porte; non erano accorsi armati a difesa dei bastioni. Corse alla mente dello Sciacqua e del Vitelli, condottieri di quelle masnade, il sospetto di un qualche tranello, ma non lo temevano, ed entrarono nella città senza paura, con un disegno ben determinato.
Non un cittadino, per gli ordini del Bianchini, era rimasto in istrada, né un armato. I saccheggiatori, che vi fecero molto rumore, sparando qua e là, vi si sentirono padroni. Dopo un'affrettata ricognizione, si diressero, secondo il loro disegno, verso le case dei ricchi. Bussarono. Nessuna risposta. Alla pressione le porte cedevano, ma subito si richiudevano, come trappole, alle loro spalle, e robuste braccia li serravano in una stretta, dalla quale non più si liberavano. E caddero anche i capi, nella tragica trappola.
Gli altri banditi, rimasti fuori, conosciute le disgraziate vicende dell'impresa, si diedero a fuga precipitosa, verso la montagna.
Il giorno successivo, dopo un sommario giudizio, sette di quei banditi, tra essi lo Sciacqua e il Vitelli, pendevano lugubremente da sette alberi, nelle sette porte della città.
Terribile risposta alla sfida lanciata a Frondarola alla parola del frate, alla voce della civetta.



Mentre a Teramo si svolgevano tali eventi, Mosciano rendeva pure essa, ai suoi salvatori, larghe onoranze. Si parlava molto di Giulio Montecchi, ferito nel conflitto. Lo ricordavano quando giovanetto aveva ivi soggiornato, frequentando la chiesa parrocchiale. Non spiegavano, però, come mai, nella notte paurosa fosse a capo d'una banda di fuorilegge. Intervento miracoloso, ma avvolto di mistero.
Ma altre domande, altre considerazioni, con altra ansia si facevano, su quegli eventi, nel silenzio d'una stanza.
"Era mai possibile" pensava la buona Cinzia "che Giulio, che aveva parlato sotto la sua finestra, nella notte di luna, con il più fiorito dei linguaggi, fosse un bandito?" Non poteva essere. Il pericolo aveva forse accomunati, per una più valida difesa, banditi e non banditi. E se non fosse stato così? Vedeva cadere in questo dubbio i sogni sognati nelle preghiere della sera, nel risveglio fresco del mattino. Ma quel Giulio non era stato lui a liberarla dagli artigli dei corsari? A quell'ora, senza il suo intervento, viaggerebbe su una di quelle navi maledette, esposta a tutte le violenze, venduta poi come bestia su i nefandi mercati orientali. Non poteva dunque non portare anche lei, al salvatore, il suo ringraziamento. Dopo una fervida preghiera alla Madonna, sua divina inspiratrice, anche lei andava.
Il sole, nella calda giornata di luglio, superava la metà del corso, piegava verso la montagna dei Fiori. Poca gente s'incontrava nelle strade, sfiorate appena da un piacevole venticello. Qualche cane randagio, trotterellando, attraversava la breve piazza. Qualche vecchierello, stanco di questuare, molestato da innumerevoli mosche, riposava all'ombra di qualche casa. Ronzii d'api s'udivano qua e là, e pigolii di passeri, padroni dei tetti.
Cinzia, giunta tra quelle scenette nella casa dei Rossi, ove il Montecchi vi era amorevolmente curato, vi entrava. Dopo un po' si trovava sola con Giulio, che sedeva, con il braccio fasciato, nelle vicinanze d'una finestra, che guardava sul giardino.
"Tu qui, Cinzia? Quanto ho desiderato questa tua visita. Grande lotta, senza dubbio, si sarà combattuta in te, prima di venire a offrirmi questo dono di tanto valore. Non è vero?"
"E' vero. Io mi lusingo ancora che tu non sia di quella gente che vive di sangue. Dimmi, Giulio, che tu non sei bandito".
"Siamo nati, buona Cinzia, in una delle età più disgraziate: età in cui gli stranieri, forti del nostro disfacimento, torturano la nostra patria. Credi tu che se un qualche italiano, della tempra di un antico romano, ripetesse il grido: - Fuori i barbari! - credi tu che i banditi del Martese rimarrebbero inoperosi?
Talvolta sento che vi è in me qualche cosa i non comune e che il mio nome non scenderà, per l'eterno oblio, nella tomba."
"Perché bandito?
Non so. Tempo fa, mosso da curiosità, volli sentire il mago di Nepezzano, che tanto fa parlare di sé. Mago che vive fuori dell'abitato, in una spelonca, in compagnia di gufi, serpi e spiriti infernali. Prese poi un grosso sudicio libro, l'aprì, vi lesse. Successivamente mi prese una mano, mi guardò negli occhi, mi parlò come se in quel libro leggesse nel mio passato, nel mio presente, nel mio avvenire.
- Fa attenzione -, mi disse in forma enigmatica. - Veggo salire il sole, dopo l'incerto chiarore dell'alba, tra i colori dell'aurora. Sale il sole in un cielo sereno, in un cammino tranquillo. Nubi sorgono più tardi ad attenuare lo splendore. Più tardi altre nubi sorgono, cariche di tempesta. Scoppiano le folgori, rumoreggia il tuono, cade la grandine. Torna dopo la tempesta il sereno.
Veggo ancora una città, che sorge dal mare. E veggo lontano altre contrade, altri monti, sui quali si scatena, come un uragano, l'ira di Dio, l'ira degli uomini. Alti lamenti nei boschi, rivoli di sangue nei valloncelli, in cui si dissetano i corvi, si bagnano i serpi.
Veggo ancora una colonna di marmo su uno di quei monti, con un leone rampante in alto, con molti nomi in essa scolpiti, un nome in mezzo, a lettere grandi, illuminato da una luce che mai si spegne.
Tante altre cose veggo, ma come in una nebbia. Per oggi non posso dire altro. -
M'allontanai da quel luogo, che aveva in sé un non so che di tetro, molto turbato.
Cosa volle dire il mago di Nepezzano con il suo parlare oscuro? Virò? Sarò eroe, sarò felice, sarò infelice? Mistero.
Parlami ora tu, Cinzia, illumina con la tua luce la mia anima turbata, la mia vita oscura."
"Che posso dire? Strane, certo, le parole del mago. Ma per intanto veggo i banditi con foschi colori, ma risuona pure nel mio animo la dolce parola che uno di essi vi fece giungere, in una notte di poesia. In ciò appunto la lotta. Ma io sono venuta qui, ed è bene dirlo, unicamente per rendere omaggio alla tua valorosa condotta. La gratitudine, nella umana sensibilità, non è ancora spenta, e viva è per te, per la notte dei pirati, la mia gratitudine. Il resto è nelle mani di Dio."
"Posso quindi sperare?"
Cinzia non rispose. Altre visite interruppero quella conversazione. Poco dopo ella lasciata quella casa, andò a inginocchiarsi dinanzi alla Madonna, nella vicina chiesa, da dove uscì rinfrancata, quasi serena.
La sera stessa confidò alla madre il suo segreto, facendo la storia di quella vicenda sin dal nascere e le confidò le pene, i dubbi, le speranze.
La madre, pur ricordando che quel Montecchi aveva salvata la figlia, rimase da quella rivelazione molto turbata. Ben altro aveva sognata per la sua Cinzia. Correvano voci non sfavorevoli sul conto di quel giovane; non cessava, nondimeno, di essere stato uno della montagna.
La notizia produsse sgomento pure nell'animo del padre. Non s'aspettava che la sorte fosse con lui così nera. La disgraziata figlia era stata salvata dalle mani dei pirati del mare, per cadere nelle mani di quegli altri pirati nostrani, non meno sanguinari. No, no... Eh no! Le conseguenze? Non più purtroppo le leggi proteggevano i galantuomini; né le autorità, avvilite, avevano forza di farle rispettare.
Il governo della regione, per il diritto del più forte, era quasi nelle mani dei banditi, ai quali nulla si poteva negare. Vi erano stati, per simili rifiuti, rappresaglie terribili. Povera sventurata figlia!


La notizia, diffusasi nell'abitato, produsse ovunque forte impressione e molti discorsi. Non poteva essere possibile che quella giovane, ricca di censo, di bontà e di bellezza dovesse unirsi ad un bandito. Però... però il caso non era tanto disperato, non trattandosi d'un comune bandito. Il pretendente, come si sapeva, era colto, essendo stato in seminario; era ricco, avendo ereditato a Santo'Omero i beni del capo Geronimo; era valoroso, e una sicura prova l'aveva data nella stessa Mosciano, nel conflitto con i pirati. E la natura, in quanto al fisico, non gli era stata avara. Si doveva in ultimo tener conto del suo ritorno, con il gradimento di Napoli, nella comune regolare vita.
Quanto accadeva a Mosciano, accadeva pure a Cellino, a Campli. Ma Santuccio a Campli trovò un valido aiuto nel reverendo don Marzio, zio della forte Barbara. Anche i banditi erano uomini. D'altra parte chi avrebbe osato opporre un rifiuto alla loro richiesta? Introdurre simili personaggi poteva costituire, finalmente, nelle tre famiglie, elementi di sicurezza. Concorrevano a far vincere gli ultimi scrupoli le tre giovani, che ragionavano soprattutto con i diritti del cuore.
E le nozze, successivamente, si celebrarono come nozze di felicità.




CAPITOLO QUINTO: Le bande che ricacciano in mare i pirati tornano alla montagna. Riunione e nuova discussione tra il preside Torrejon e Giancarlo de Adamnis. Nuovo arrivo di truppe a Teramo.

Le autorità di Teramo, da tre anni tranquille, erano di nuovo turbate: il bandito Salvatore Bianchini, dopo la partenza per Napoli del vicario Porzio Aniello, era tornato, con i suoi uomini, alla montagna.
Anche se facinoroso, sentiva il rimorso dei sette compagni offerti, in un momento di smarrimento, al capestro della vendetta. Era vero che tanto Sciacqua di Montepagano quanto Carlo Vitelli avevano tenuto, nei confronti delle altre bande, una condotta di sopraffazione; ma era anche vero che trattandosi di compagni di lotta e di pericoli si sarebbe dovuto tutto perdonare, cercando con l'aiuto del padre Fulgenzio di ristabilire con essi buone relazioni.
Ogni qualvolta poi che s'avvicinava alle sette porte gli pareva di vedere ghignare al palo, con sguardo torvo di sangue, i sette impiccati e gli pareva d'udire con voce di tomba: - Traditore! Vile! Vendetta! Vendetta! -
Tornava indietro spaventato, depresso, senza che potesse liberarsi dalla terribile visione. Decideva di fuggire da quel luogo maledetto, e una notte i teramani intesero un insolito movimento di persone nella strada, calpestii affrettati, voci sommesse. Non erano tranquilli anche se ben chiusi nelle case. Non s'era mai sicuri, in nessun posto, in quei torbidi tempi. Cessarono a una certa ora i rumori; non cessarono le preoccupazioni. Si rinfrancarono quando, all'alba, la campana maggiore del Duomo suonò l'Avemmaria. Ma a giorno fatto s'avvidero che la banda di Salvatore Bianchini non vi era più.



Anche sulle altre bande, sempre irrequiete, con si poteva fare assegnamento. Quella di Titta Colranieri, la più numerosa, anch'essa, abbandonando Cellino, s'era ritirata nella robusta roccia di Poggio Umbricchio. Le bande del Lucidi e del Montecchi, per non chiare ragioni, s'erano rifiutate di trasferirsi a Teramo. Se ne presentiva la defezione. Le altre, quelle degli impiccati, ricostituite, si rendevano ogni giorno più pericolose. Giungevano frequenti notizie di aggressioni, saccheggi, uccisioni.
In una nuova riunione, presieduta dal preside Torrejon, si esaminarono a Teramo le nuove non facili condizioni. Dai banditi, ai quali, con l'indulto, erano state fatte tante concessioni, non vi era più nulla da sperare. I loro istinti, come quelli dei lupi, li riconduceva, forse contro la loro volontà, alla vita delle caverne. Era ormai ora di finirla con essi, con la malfida poco onorevole alleanza. Non più per distruggerli azioni isolate, ma d'accordo col confinante Stato pontificio, azioni coordinate e forti. Napoli ne era ormai stanca e dava tutti i mezzi per poter concludere in breve tempo la lotta. Intanto sarebbe stata costituita una milizia volontaria di cittadini per poter proteggere le loro case, le loro donne, i loro beni.



A Campli e a Mosciano, per il modo come vi si viveva, pareva che niente altro vi si dovesse desiderare. Pareva, ma non era. La defezione delle altre bande indultate ridestava negli altri agitazione, turbamento. La nostalgia delle avventure e della montagna prendeva un po' tutti. Il Lucidi e il Montecchi sentivano, inoltre, attorno a sé freddezza, diffidenza. Avvenivano nelle loro famiglie discussioni talvolta penose.
Una sera Cinzia, turbata, disse a Giulio:
"Dimmi che non mi lascerai. Dimentica una buona volta la montagna maledetta, che tanto ti tormenta. Se gli altri, sospinti come tu dici dal fato, vi sono tornati, dimostra tu di essere più forte di essi, più forte del fato. Resta vicino alla tua donna e ai tuoi figli e in questa casa in cui, in una notte di luna, portasti il canto d'amore."
"Tu sei buona, Cinzia. Il cielo doveva riservarti sorte più benigna. Non lo nascondo: la più aspra lotta si combatte in me, in questi giorni. Una forza diabolica scuote la mia volontà e le parole dello stregone di Nepezzano risuonano vive nel mio spirito. Vi dovranno essere dunque nella nostra vita vicende tali da far ricordare le strane parole? Lotterò a ogni modo per la nostra pace."
Per quel giorno gli affanni si calmarono, non le preoccupazioni.



Cadeva nel maggio larga benefica pioggia quando a notte inoltrata fu bussato a una delle porte secondarie della casa di Giulio. Allorché aprì, si trovò dinanzi Santuccio, che egli accolse con festa, pur presentendo, per il tempo e l'ora, non buone notizie. E le notizie non erano buone. Napoli e Roma, scosse dagli ultimi eventi, s'erano messe d'accordo per estirpare i fuorilegge, ovunque si trovassero. Verso l'Abruzzo, secondo quanto avevano riferito sicuri informatori, marciavano, con numerosa artiglieria, truppe scelte e briganti calabresi indultati. Anche le loro bande, che non inspiravano più fiducia, erano in pericolo. Bisognava, quindi, per sottrarsi in tempo a sorprese, tornare subito alla montagna. Era un'altra piccola bufera da affrontare serenamente e superare.
"Hanno disseminato spie ovunque i governatori" diceva Santuccio "per sorvegliare le nostre mosse. Dobbiamo usare, per evitare incidenti, molta prudenza. Ieri tutti ci applaudivano; domani, in disgrazia, potremmo essere considerati dal popolo, sempre volubile, cani randagi da massacrare.
La mia banda è stata già raccolta a Boceto. I tuoi si dovrebbero trovare colà nella notte di domani per proseguire insieme per Rocca Santa Maria.
Vengano dopo lassù e spagnuoli e napoletani e calabresi.
Ecco le ragioni di questa mia visita, in un'ora così tarda, in un tempo così cattivo."
"Avevo già il presentimento di quanto sta per accadere, caro Santuccio. Accettiamo la nuova sfida con animo sereno. M'addolora solo il pensiero di dover lasciare, quasi senza protezione, la buona compagna e i cari figli. Nelle sere scorse parlavo con Cinzia sull'eventualità di un nuovo allontanamento. Ne seguivano scene commoventi."
Santuccio a sua volta faceva presente che identico era il suo caso, ma per i fini ultimi occorreva tutto accettare con rassegnazione. Assicurava poi la Cinzia, quando comparve, che il distacco sarebbe stato di breve durata. Si trattava per allora di raccogliere in una sola località tutte le bande, per poi patteggiare, con una certa forza, con i governativi. Raggiunto l'accordo sarebbero tornati a godere la gioia della famiglia.
Per diradare un po' le ombre e ravvivare lo spirito, Santuccio, piacevole nella narrazione, raccontò, mentre cenavano, alcuni episodi della vita di seminario, tra l'altro che una notte, indossati camici bianchi, quelli che si usano per le processioni, si misero a correre chiassosamente dall'uno all'altro dormitorio. Ne nacque un baccano indiavolato. A mano a mano che i compagni si svegliavano balzavano dal letto, gridando, invocando aiuto.
Spiriti, ladri, banditi? Le urla giunsero lontano. Si corse alla campana. I rintocchi lenti, in quell'ora tarda, misero in subbuglio la città. E urla s'udivano fuori, rumori strani, colpi di archibugio. Gli armati, evidentemente, s'erano messi pure essi in movimento.
Vista la mala parata i due si liberarono dei camici e s'unirono nel baccano agli altri.
Si fecero il giorno dopo, dalla fervida fantasia popolare, le più strane congetture.



Conclusa la sua missione Santuccio uscì nella notte e nella pioggia per tornare, con la sua scorta, a Boceto.
Giulio Montecchi, non appena giorno, iniziò i preparativi della partenza che avvenne, con la sua banda, a tarda notte.
Mentre i banditi, riuniti a Rocca Santa Maria, studiavano i loro progetti, a Teramo s'adunarono, presso il preside Torrejon, autorità e maggiorenti. I più sostenevano la necessità, ciò che faceva molto piacere allo spagnuolo, d'una energica azione per restituire pace alla provincia.
"E' davvero doloroso", osservava il Torrejon, melanconicamente, "vedere le fabbriche chiuse, il commercio spento, i campi deserti, la miseria ovunque. I banditi, causa di tanta rovina, dominano per la nostra debolezza. Per finirla occorrono metodi forti: arrestare, deportare, distruggere, uccidere; ciò che noi fare e ne avremo i mezzi. Il Santo Padre manderà, per questa lotta risanatrice, anche sue truppe.
"Mi dispiace per il Santo Padre" replicava Gian Carlo de Adamnis. Ma debbo dire anche a voi, come già dissi al vicario Aniello Porzio, che il banditismo non esisterebbe se non esistesse il vostro malgoverno. Non ai banditi si deve attribuire la distruzione di tutte le nostre attività da voli lamentata, ma alla vostra voracità, alle vostre gabelle, contro le quali insorse testé violentemente il popolo napoletano. Le vostre truppe, funeste sanguisughe, o meglio vampiri insaziabili, completano l'opera.
Tempo fa, e voi non lo potete ignorare, mentre i vostri soldati, i vostri ufficiali si davano, a nostre spese, alle più pazzesche crapule, i nostri bambini, se non volevano morir di fame, dovevano cibarsi di erbe guaste.
Il nostro popolo non è cattivo. Ama la libertà, ma sa anche adattarsi, in taluni casi, se non vi sono abusi, alle catene della straniera dominazione."
"Io non so chi voi siate e con quale autorità parliate, ma non mi è difficile smentire le vostre affermazioni: voi, di natura anarchica, siete ribelli a ogni governo."
"Voi mentite e vi provo che qui si sa rendere omaggio a qualunque governo purché inspiri i propri atti a sensi di umana giustizia, come fu al tempo della regina Giovanna.
Le generazioni si tramandano, invero, con simpatia il racconto delle accoglienze fatte a lei quando volle visitare la nostra città. Si ricorda che entrò in essa a cavallo, con una lussuosa scorta, al suono festoso delle campane, tra l'entusiasmo del popolo. Commoventi furono le manifestazioni d'affetto fatte, in quella occasione, alla buona regina.
Che ne dite? Si inizi pure la nuova lotta. Non servirà che a procurare nuovo spargimento di sangue, nuovi desideri di riscossa. Questa è la verità. Molti dei miei cittadini non approveranno, a vostro conforto, queste mie franche parole. Il timore di nuove sventure può rendere deboli anche animi generosi.
Se voi Preside possedete doti superiori non potete non comprendere e non approvare queste mie considerazioni."
"Non vi posso comprendere", rispondeva il Vicario "cittadino de Adamnis, anzi mi meraviglio che abbiate osato di fare, dinanzi a me, un tale discorso. Io sono qui, e non lo dimenticate, non per fare vane chiacchiere, ma per distruggere, come sarà distrutto, il banditismo."
Concluse la pubblica discussione, il Torrejon, licenziati i malfidi cittadini, rimase con le sole autorità, alle quali espose il suo piano contro la montagna.
Non poteva però la sera, mentre godeva gli agi d'una ricca dimore, non ripensare alla tracotanza di quel tale de Adamnis, amico certo dei banditi, che avrebbe dovuto fare senz'altro arrestare.
Non capiva inoltre come in un così vasto campo di morti vi potessero essere ancora segni di vita. Fuochi fatui, senza dubbio, destinati a spegnersi non appena sprigionati dall'umida terra. L'Italia, terra classica di poltroneria, poteva essere brava a produrre cantastorie per le piazze; giullari per le corti; banditi per le grassazioni, ma non soldati per le patrie rivendicazioni.
Il generoso de Adamnis, dopo la legittima sfuriata, tornò alla casa solitaria, dove era atteso con ansia e preghiera.
Una sera che era rientrato più tardi, nel buio più fitto, la buona compagna non poté non manifestare il suo stato agitato. Ne seguì una discussione accorata, ma pacata. L'uomo, come egli affermava, si trova spesso a lottare con quei doveri che potevano avere, di volta in volta, per particolari ragioni, il sopravvento gli uni sugli altri: doveri di patria, di religione, di famiglia, senza possibilità di scelta.
E il discorso continuò, ansioso e tenero, sino a quando su di loro non scese, nel riposo del letto, il sonno.



Nei giorni seguenti la città vide giungere truppe, con grossi numerosi cannoni, per la nuova battaglia. Ma anche nell'altro campo non si dormiva. Come primo atto i capi condussero le proprie famiglie, per maggiore sicurezza, a Poggio Umbricchio, vero nido di aquile, su rocca inespugnabile, ove riempivano le ore d'ozio e di fastidio con passeggiate, con letture e col racconto di leggende, molte delle quali si riferivano alla vallata del Vomano.




CAPITOLO SESTO: Riunione di bande a Rocca Santa Maria. Festa. Nuova sconfitta degli spagnuoli.

Altre truppe spagnuole intanto erano giunte, alle quali Teramo, la città frivola, come la chiamavano, aveva tributato festose accoglienze.
Grave decadenza italiana.
Nella riunione di Rocca Santa Maria, ai compagni di lotta, Santuccio aveva detto:
"Abbiamo ripreso le armi, amici, e non dovranno essere deposte se non quando le nostre mete non siano state raggiunte. Non possiamo sempre vivere alla macchia, da banditi; né possiamo tornare, nelle attuali pietose condizioni, sotto l'impero di assurde leggi. Vogliamo rientrare nella società, si, ma dopo di aver creata, in mancanza di quella italiana, come era nel sogno del bisnonno di Marco Sciarra, la repubblica aprutina.
Se la minuscola Senarica, la 'Serenissima sorella' di Venezia, riuscì per il suo valore, per il proprio territorio, a tanto, perché non dovremmo riuscirci noi? Ferrea volontà, unione d'intenti, perfetta concordia e il cielo sarà con noi."
"Sarà con noi" replicò il Montecchi "se saremo uniti. Hai illuminato di viva luce la nostra via e il nostro avvenire. Dobbiamo impegnare tutte le nostre forze per dare alla nostra vita uno scopo, alle nostre donne uno stato felice, ai nostri figli uno stato onorato."
"Ma non ho detto tutto" aggiunse il Lucidi. "Non ho detto che a mezzo del doge di Senarica, appunto, mi sono rivolto per aiuti al doge di Venezia. La Serenissima, anche a ricordo delle prestazioni militari del bisnonno, ha fatto le sue promesse.
Dopo, con le nostre bande, andremo a difenderla dai nemici, che la minacciano da ogni parte."
Questo tra l'altro era stato detto a Rocca Santa Maria, ove si decise pure di festeggiare la vigilia dei nuovi eventi.
Sull'alba serena del nuovo giorno il suono di corni corse di poggio in poggio, di valle in valle, di monte in monte per chiamare a raccolta. E gente si mosse e arrivò da ogni parte, spigliata, allegra, vestita a festa. I giovani, freschi come la primavera che fioriva, dal cinguettio vivace come quello degli uccelli, formarono qua e là gruppi allegri.
Chiaro appariva, in quel movimento, il ripopolamento della montagna, nella tregua delle armi.
Non mancò padre Fulgenzio a risollevare gli animi con la sua parola di fede, d'amore, di speranza. Dopo la messa, celebrata all'aperto, si fece la processione propiziatoria. I giovani aprirono una viva gara, con offerta di danaro, per il trasporto a spalla, delle statue dei santi.
E la processione si svolse, nel fresco passeggio, tra canti e pioggia di fiori.
E allegra fu la colazione consumata, sul mezzogiorno, su i prati, su i poggi, entro i valloncelli, tra gli alberi. E i canti risposero ai canti, in gara poetica, in cortesia d'amore. L'anima popolare vi si sentiva, come si sentiva lo stormir delle foglie, il gorgoglio delle fonti, la musica della foresta, nella commovente spontanea semplicità.
La festa continuò, spensierata e rumorosa, con giuochi e danze, per tutto il pomeriggio. In sulla sera, il giuramento di fedeltà alla montagna, l'adunata si sciolse, mentre sulle cime dei monti, come per comando, s'accesero grandi fuochi.



E a Rocca Santa Maria, dopo non molto, Santuccio, rimasto solo, sbaragliò con la sua banda i quattromila governativi lanciatigli contro, catturando un convoglio di viveri che andò ad arricchire le proprie scarse provviste. In seguito, insieme al Colranieri, disceso da Poggio Umbricchio, andò a fugare gli iberici da Montorio.
Le truppe pontificie, prudentemente, non s'erano mosse dalla fortezza di Civitella, occupata nel loro giungere.
Il borioso Torrejon, rientrato sconfitto, disse in un'altra riunione:
"Sono confuso e insieme meravigliato, amici. Non credevo che i banditi avessero tanto ardimento e capacità, senza difettare di spirito di cavalleria. Non hanno incrudelito contro i prigionieri, anzi li hanno restituiti senza offenderli. Hanno curato i feriti, seppelliti i morti con cristiana pietà. E' un vero peccato che gente così brava viva fuori delle leggi. Coloro che si adoperassero per il loro ritorno nell'ordine dello Stato, acquisterebbe diritto alla più viva riconoscenza, da parte di tutti.



Le parole questa volta erano state più serene, nessuno, quindi, dei presenti, mosse obiezioni. Ma mentre a Teramo gli spagnuoli piangevano sulle sconfitte, a Poggio Umbricchio si festeggiavano le ultime vittorie.
Si iniziava la festa, come a Rocca Santa Maria, con una messa celebrata pure da padre Fulgenzio, nella piccola chiesa, scavata in roccia. Il dotto religioso, spiegando l'evangelo, aveva modo di esaltare, con la dottrina cristiana, l'amore che si deve nutrire per il prossimo, per la famiglia, per la patria. E diceva che era sempre grande questa nostra Italia, anche nella sventura. Grande perché aveva dato, con l'impero di Roma, nuove leggi e nuova civiltà al mondo. Grande perché aveva accolto nella sua capitale il Vicario di Cristo, illuminando con immensa luce la via della redenzione. Grande perché aveva elargito nel medioevo, con il divino genio, nuove bellezze all'ansiosa umanità.
Si compiacque, inoltre, per la severa lezione inflitta agli spagnuoli, profanatori, con tutto il loro bigottismo, del vero tempio di Dio. Si compiacque soprattutto per la nobile condotta tenuta nei loro confronti, dopo la vittoria.
Non bisognava mai incrudelire sui vinti, mai spargere sangue per brutalità.
Si trascorse la giornata in serena gioia. Si cantarono in coro i canti sgorgati, come fresche polle, dall'anima popolare e si ballò. Grossi fuochi s'accesero pure la sera, come per san Giovanni, su quel fatidico poggio.
Si chiuse la festa a tarda ora, con un inno di ringraziamento alla divinità, verso la quale rivolsero fiduciosi il loro ultimo pensiero.



"La Spagna dimostrerà tra breve, anche ai banditi del Martese, la sua decadenza!" così, con velenosa ironia, il preside Torrejon aveva detto a Teramo.
Pareva che questa volta, con la nuova offensiva, volesse giungere a risultati conclusivi. Nel mentre da una parte allargava la distruzione, dall'altra apriva strade, costruiva ponti, spianava ostacoli per il passaggio delle truppe e delle armi. Se fosse riuscito a portare i cannoni, temuti dai banditi, nel cuore della montagna, la partita, secondo lui, sarebbe stata vinta.
Ma altro lavoro condusse lo scaltro Torrejon, forse più proficuo, presso quelle bande disposte a vendicare col tradimento l'impiccagione di Sciacqua di Montepagano e di Carlo Vitelli. Aumentò nel medesimo tempo le taglie, che pesavano sulla testa dei capi.
Anche i nostri, che seguivano con molta attenzione i forti preparativi, non stavano in ozio.
E la lotta fu ripresa, poco dopo, con la massima durezza. A un certo momento le bande, per meglio sconcertare il nemico, si dettero alla insidiosa guerriglia.
Comparivano improvvisamente a Pescara, a Montesilvano, a Città Sant'Angelo e in altri centri. Così tutti i giorni. Titta rimase però con i suoi a Poggio Umbricchio, a protezione delle famiglie che vi si trovavano.
I governativi anche essi, per sottrarsi ai continui agguati, dovettero cambiare tattica. Costituirono reparti speciali, da mandare contro i capi, per la loro eliminazione. Una notte, invero, avvolsero, in silenzio, Cerquito, ove si trovava, con la sua banda, Santuccio. In sul far del giorno il cerchio si poteva considerare chiuso, inesorabilmente.
Nel medesimo tempo, un corpo di calabresi accerchiarono, a Villa Lempa, la banda di Salvatore Bianchini.
Molti erano stati i tentativi di Santuccio per rompere il cerchio, che lo serrava da ogni parte, ma senza riuscirvi. Vedeva già lugubremente la sua fine. Il Torrejon, con i mezzi che aveva, non si sarebbe fatto più sfuggire la preziosa preda, che doveva dare fama al suo nome, ricompensa alla sua opera. Ma il Bianchini, rotto con impeto irresistibile la propria rete, accorse a liberare dalla ferrea morsa lo sventurato compagno. Ricongiuntisi festosamente misero in fuga le truppe spagnuole.
Gli sconfitti non ripresero fiato che a Teramo. Non poté in tal modo il Torrejon, che comandava la spedizione, comunicare a Napoli, come aveva sperato, la vittoria. Per qualche giorno, nella sua avvelenata mortificazione, non si fece vedere. Ma la lotta non finì a Cerquito. Si riaccese più violenta, poco dopo, attorno a Poggio Umbricchio, a difesa della quale stava sempre il Colranieri, altra preziosa preda.
Poggio Umbricchio! Terra benedetta, carezzata dalla brezza, scendente dai monti; cullata dai canti uscenti dalle foreste secolari; rallegrata, dal basso, dal mormorio delle acque fluenti verso il piano.
Poggio Umbricchio! Punto luminoso, sorgente tra monte e monte, ricco di leggende, baciato dalla gloria.
Poggio Umbricchio! Teatro di epopea, altare di eroismo, suscitatore di alte virtù umane e nazionali.
Tu sarai ricordato, con commossa ammirazione, sino a quando il valore luminoso dello spirito non sarà vinto dalla fredda opaca materia, ciò che mai avverrà.
Da tre giorni la battaglia infieriva su quel poggio, sul quale cadeva, dalla mattina alla sera, una tempesta di proiettili. Quantunque di quel castello poco rimanesse, pur nessun segno di debolezza vi mostrarono i difensori, ai quali a mano a mano venivano a mancare acqua, munizioni, viveri.
Gli assalti, dopo il diroccamento, prodotto dalle grosse artiglierie, si susseguivano con truppe sempre fresche, con violenza sempre maggiore. Alle rovine, in ogni nuova ora, succedevano nuove rovine.
In quella memorabile difesa le donne, che vi partecipavano, si dimostravano degne compagne delle donne di Civitella, di Cellino e della gloriosa repubblica di Senarica. Accorrevano con la parola, con l'esempio, con le armi, serene e forti, ove maggiore appariva il pericolo. Gli stessi adolescenti stavano saldi, con le armi, tra le macerie insanguinate. Pareva che tutti volessero perire con la rocca gloriosa, anziché cadere nelle mani del nemico, imbestialito dinanzi alla leggendaria resistenza. Gli stessi bambini, condotti nei sotterranei, sembravano consapevoli della grandezza dell'ora.
Da otto giorni durava la micidiale battaglia, quando fu sospesa, per tacito accordo, per raccogliere i feriti, per seppellire i caduti, già in disfacimento, per trattare la cessazione della lotta.



"Voi, fiero popolo abruzzese" disse al Santuccio il Torrejon, nel convegno, "avete dimostrato di possedere alte virtù civili e militari. Sino a questo momento la vostra ribellione vi può fare anche onore e potete essere anche esaltati dai vostri per la fermezza e il valore. Io guardo a quel poggio con commossa ammirazione. Tra non molto sarà un cumulo di macerie fumanti. Vi sono molte donne, come so, in quella rocca; vi è la vostra donna, vi sono i vostri figli.
Su quel poggio i difensori hanno acceso, senza dubbio, una fiaccola che forse non si spegnerà nei secoli. Lo riconosco francamente. Ma ora basta. Cessate, ché continuando nella lotta che non può avere vittoria, cambiereste in grave colpa la vostra inutile resistenza.
Il mio signore è benevolmente disposto a ridare a voi, con larga amnistia, i vostri diritti di cittadini liberi. Riflettete bene prima di rispondere e pensate che le nostre leggi sono ferree, come ferree erano quelle di Roma. Dinanzi ad una ulteriore sconsigliata resistenza la clemenza si potrebbe mutare in forti azioni. Voi mi intendete."
"Non occorre, Preside, possedere molto acume per comprendere il significato della vostra adulazione, la gravità della vostra minaccia. Né l'una né l'altra può influire sul nostro carattere. Sappiate, a ogni modo, che se i nobili si sono vergognosamente piegati al vostro volere, la detestabile 'canaglia', come vuoi vi compiacete di chiamare il popolo, insorge, invece, e vi combatte. Lasciateci liberi, quindi, tanto più che il vostro malefico dominio, su una parte del mondo, di poco supererà il nostro secolo. Neri nubi già si addensano sul vostro cielo."
"Voi farneticate, presuntuoso bandito.", replicò il Preside. "Non più tregua, da questo momento, alle nostre azioni, e le più spietate."
"Vile satellite d'una razza maledetta", ribatté Santuccio. "La forza delle armi vi può ancora dare ragione, ma il vostro destino è segnato, nella forca dei malfattori. Miserabile d'uno sciagurato." E dopo una pioggia di altri improperi uscì, sbattendo violentemente la porta del locale, entro cui avevano parlato.
Dopo tale episodio, caduta la speranza per un bonario accordo, fu ripresa violenta la lotta. Santuccio e i suoi amici non si facevano ormai più illusioni sul suo esito. Ma mentre nubi oscuri s'addensavano sul loro capo una luce giunse dal fondo dell'Adriatico a confortare lo spirito scosso.
Il doge di Venezia aveva risposto, per quanto li riguardava, al doge di Senarica. La lettera, prezioso documento storico, tra l'altro diceva:

Il senato di San Marco ha molto gradito il saluto della Serenissima Sorella ed ha letto attentamente il suo messaggio. Venezia ricorda con gratitudine la fiera terra che nel passato, in un momento di pericolo, mandò generosamente in suo soccorso i lupi delle sue montagne, i quali, dopo avere sconfitto in Croazia i famigerati uscocchi, concorsero a mantenere, con il possesso di Candia, alto l'onore delle armi italiane.
Bravi soldati. Se tutti operassero come i due militi che voi ogni anno, in onore dei nostri patti e del vostro impegno, qui mandate, i saraceni e altri nemici non avrebbero più tanta tracotanza.
Noi sappiamo che Roma si mostrava poco grata verso gli altri popoli, dai quali era stata aiutata nelle sue memorabili conquiste. Ma sappiamo pure che un piccolo popolo di codesta terra, insorgendo, la rinsaviva.
Il concetto di quel popolo che prima gridò il santo nome d'Italia era ripreso, nel generale sfacelo, dopo molti secoli, da un'altra piccola città uscita dal mare, adottando il fatidico motto, o quasi, della Lega Santa: - Italia e libertà. -
La vostra Corfinio costituisce una luce, eternamente accesa, nell'epopea dei popoli. La repubblica di Venezia costituisce oggi un nucleo centrale di una splendida nebulosa, in ansioso lavoro, per attrarre e fondere insieme tutte le sparse molecole nazionali.
La repubblica marinara sarebbe grata alla repubblica dei monti se si adoperasse a far giungere in suo aiuto, per la propria difesa e per il raggiungimento delle sue mete, le nuove bande, tratte dal suo fiero popolo.
Dopo, anche le bande del Martese potrebbero avere da noi l'aiuto necessario, per le loro conquiste."

Avete inteso, amici? Teramo, secondo il torvo Preside, ha preparato per noi il capestro; Venezia, con generoso nazionale spirito, ci offre la gloria. Andremo a Venezia. Però, dobbiamo chiudere prima con onore i conti, da riaprire, con i nostri nemici, in altro tempo migliore".
Dopo la lettura della lettera e il commento, poiché la tregua era scaduta, ognuno corse a riprendere, a capo della propria banda, il posto di combattimento.
Ma quasi contemporaneamente altra riunione avveniva, in altra località, di altri capi banditi.



"Io ero, quale sottocapo, nella banda ci Sciacqua di Montepagano e mi trovavo a Teramo, nella notte tragica" iniziò il suo discorso Egidi della Nocella. "E' vero che nell'adunata di Frondarola vi era stato un grave contrasto; ma ciò non doveva indurre i dissidenti ad agire con tanta ferocia contro di noi. Bambinescamente puerile, attribuire la causa delle nostre sventure al canto della civetta.
Ben altre furono le ragioni di quella infamia. Io, che mi trovavo a Teramo nella notte tragica, sfuggi per miracolo al vile agguato. Mi salvai e vidi i nostri appesi agli alberi, come bestie maledette. Vidi il nostro capo che, nella robusta maturità, mi fissava con due occhi terribili. Nel passargli vicino, pareva che mi dicesse: - Vendetta, vendetta, compagni! -
Chiedeva vendetta, non ancora compiuta.
Tante volte mi è tornato in sogno, accigliato, sdegnato per il nostro ritardo. Tante altre volte vedendone l'ombra nel bosco ne ho ancora riudita l'affannosa invocazione: - Vendetta, vendetta. - E vendetta sia. Continuare nella disperata vita di bandito non è più possibile, quando poderose forze governative stringono intorno a noi sempre più fitta la loro rete e le nostre famiglie languono in un lurido carcere, in attesa di deportazione.
Il preside Torrejon ci offre, in compenso della nostra resa, restituzione delle nostre famiglie e dei nostri beni, assunzione, con i nostri gradi, nelle forze armate del vicereame. Le condizioni sono buone e noi potremmo migliorarle con certi altri nostri atti. Sangue richiama sangue. Sette furono i nostri a ghignare, lividi, alle sette porte; sette dovranno essere le teste di coloro che dovranno placare l'ira, nel sepolcro senza pace. E da ognuna di quelle teste cadrà nelle nostre tasche una pioggia di ducati d'oro.
- Tutti i nodi arrivano al pettine - dice un antico proverbio. Non potranno questa volta non arrivare al nodo scorsoio le teste orgogliose dei padroni della montagna."
"Bene hai parlato, o Egidi della Nocella", gli rispose Giuseppe Lucenti, "confesso però che riprovo ciò che è accaduto e ciò che sta per accadere. Noi corriamo verso la totale rovina. Altro era il nostro programma, altra la nostra fede, altre le nostre speranze.
Gravi possono essere i torti degli altri, più gravi saranno le conseguenze della pugnalata che stiamo per vibrare loro alle spalle. Un tal fatto non trova riscontro nella nostra storia. A Frondarola essi lanciarono la sfida a viso aperto; qui invece si trama come tramano i briganti nella notte, dietro le siepi, per assalire il viandante.
Saranno vendicati, si dice, gli impiccati di Teramo. Magra soddisfazione quando a guadagnare non sono gli impiccati, ma saranno coloro che ci considerano degni solo di catene e di bastone. Ancora una volta gli italiani, col distruggersi, nella loro demenza a vicenda, avranno rafforzata la potenza straniera.
Questa è la verità!"
"Può essere la verità", aggiunse al già detto Egidi", ma noi non abbiamo altra alternativa: o arrenderci o perire con tutti i nostri. Domani andremo in città a fare atto di sottomissione e tutto sarà finito."
Il giorno dopo la resa, alle condizioni pattuite, era un fatto compiuto.
Tra le defezioni quella di Salvatore Bianchini apparve la più grave. I governativi poterono così concentrare i loro sforzi, con sicuro successo, su le altre tre bande, in modo particolare su quella del Colranieri, che continuava nella eroica difesa di Poggio Umbricchio.
In città questi ultimi avvenimenti produssero effetti contrari. Fecero festa, chiassosamente, come per una propria vittoria, la ciurmaglia pagata e coloro che parteggiavano per gli iberici. Si udì pure il suono a festa delle campane, ma non di tutte, ché molti bravi sacerdoti s'erano opposti che la voce di Dio s'unisse al clamore della venduta canaglia, la quale, dopo la chiassosa dimostrazione di giubilo all'indirizzo dello straniero, andarono a insultare l'integro italianissimo de Adamnis.
Non poté non fare il nobile cittadino, sul triste caso, con la mite compagna, le sue penose considerazioni. Non aveva fatto mai del male, aveva fatto sempre del bene e un vivo amor di patria ardeva nel suo cuore. Ed ora era là sotto una pioggia di volgari insulti e di minacce.
Sorte comune agli onesti, agli apostoli della carità, dei santi umani ideali.

 


CAPITOLO SETTIMO: Resa, dopo eroica resistenza, di Poggio Umbricchio. Attesto delle famiglie dei capi banditi. Cattura di ufficiali spagnuoli.

Il cerchio si stringeva sempre più attorno alle bande rimaste a sostenere da sole, senza molte speranze, le proprie ragioni. I signori di Spagna potevano ancora trionfare, ma soltanto in forza del numero e della potenza dei mezzi distruttivi.
Mai nei secoli la silenziosa vallata del Vomano, che aveva pure visto le legioni di Roma e di Cartagine, era stata turbata da tanto fragore. Le palle degli obici e dei cannoni continuarono a cadere sul poggio col rumore della tempesta, con la potenza della folgore. Non rimaneva in piedi, in tanta rovina, che la piccola chiesa, dove officiava padre Fulgenzio, rimasto con i difensori.
Nel mentre sulla montagna alcuni italiani, con serena fermezza, imponevano rispetto allo straniero, a Teramo altri italiani, se così si potevano chiamare, con vile animo ripetevano il tradimento di Giuda.
I fedifraghi erano stati raccolti dal Preside, presso di sé, per l'elogio. Con il loro atto, diceva, avevano dimostrato di possedere molto giudizio. La Spagna, con i vasti possedimenti, si poteva ritenere l'erede legittima di Roma. Il potente suo esercito correva vittorioso da un punto all'altro della terra a difesa anche della romana Chiesa, seriamente minacciata.
Cosa potevano fare essi, miseri pigmei, dinanzi a un tanto colosso? I pochi stolidi, che ancora sopravvivevano, sarebbero stati frantumati come invisibili insetti, sotto il calcagno ferrato di un gigante. Ma per far presto dovevano pure dare la loro opera. Essi, pratici dei posti, sarebbero dovuti andare avanti, per scovare la preda. Gli altri avrebbero fatto il resto.
Gli rispondeva, contrariato, Giuseppe Lucenti, dichiarando che non poteva mai pensare, nel discendere dalla montagna, si volesse ad essi affidare un compito così odioso. Non sapeva gli altri cosa ne dicessero. Egli, per conto suo, non desiderava che di essere lasciato in pace.
"E sarete lasciato libero", replicava il Torrejon. Vi volevo dare un onorifico redditizio posto nelle forze armate del vicereame, non dovendo il buon cittadino starsene alla finestra, mentre gravi eventi si svolgono intorno a lui. Su, non vi perdete in sciocchi scrupoli. Tuffate senza ritegno le mani nello scrigno della felicità. Si dice male dell'oro, ma solo per giuoco di parole e da chi ne è senza. L'oro rischiara la vista, rasserena lo spirito, muta la mestizia in sorriso, il dolore in letizia, la vecchiaia in giovinezza. L'oro, anche con notevoli difetti, innalza, la miseria, anche con grandi virtù, abbassa.
Ed ora andiamo alla festa."
Tutti uscirono; non uscì ancora il Preside. Qualche cosa di torvo, mentre parlava, aveva rimuginato dentro di sé. L'arresto immediato di Giancarlo de Adamnis e di Giuseppe Lucenti, i quali, tolti alle famiglie nel cuore della notte, erano condotti in un lurido carcere, in attesa di provvedimenti più gravi.



Mentre a Teramo si tripudiava, a Poggio Umbricchio si combatteva e si moriva per una fede e con la speranza che da quel sacrificio si potesse trarre il fermento per le sante rivendicazioni.
Ma quando non vi erano più munizioni, né macigni, né acqua, né viveri; ma vi erano morti da seppellire, feriti da curare, bambini da salvare si imponeva la resa. Titta però non voleva cadere nelle mani dei nemici. Conosceva una via, praticata soltanto dalle volpi e dai lupi, che lo poteva condurre in salvo. Ma l'addolorava il pensiero di dover lasciare nelle mani di quella soldataglia tante care persone.
"Voi Titta vi potete allontanare tranquillo" gli disse padre Fulgenzio. "Io resterò qui a protezione dei deboli, con la forza che mi deriva dal mio abito. Il valore, d'altra parte, da tutti spiegato nell'impari lotta, dovrà imporre rispetto al nemico.
E' pure da tener presente che con il nostro saio, con la potenza del nostro ordine, incutiamo timore alla Spagna cattolicissima, che ha molto bisogno di noi. Supereremo, con l'aiuto di Dio, anche questa prova. Ci rivedremo presto, in un cielo più sereno, dopo l'oscura tempesta."



Sul far del giorno, mentre la banda, superando l'assedio, riuscì a raggiungere la sua meta, sul Poggio s'alzò la bandiera della resa. Quando gli iberici vi giunsero, da vittoriosi, non trovarono la preda maggiore. Inveirono brutalmente contro i rimasti, come il religioso.
"Voi, frate", disse uno dei comandanti, "ci renderete conto di quanto con la vostra complicità è qui accaduto. Avreste fatto meglio a restare nel convento, per goderne le gioie nascoste. Avete voluto correre, invece, bizzarramente le avventure dei banditi e ne pagherete il fio."
"Non temo minacce, né la morte", rispose senza paura il religioso. "Mi potete considerare, a vostro piacimento, bandito, favoreggiatore, prigioniero, ma nessun diritto avete d'insultarmi. Chi ne avrà il diritto, a suo tempo, mi giudicherà. Oggi qui voi mi dovete il rispetto imposto dalle leggi e dal mio abito, modesto nel valore materiale, ma grande nel valore morale, spirituale.
La mia presenza qui rientra nell'ordine della mia missione. Il mio posto è soprattutto dove vi sono sofferenze da lenire, ideali da sostenere, derelitti da confortare, anime da salvare.
Rispettate anche queste donne, gentili nei sentimenti, ferme nei propositi, eroiche nelle azioni.
Nel caso contrario non mancherà la storia di bollarvi col marchio d'infamia."
"Siete non poco arrogante, frate", rispose l'altro in tono vivace. "Vi diciamo, a ogni modo, che noi siamo soldati, con una precisa consegna da far rispettare, ovunque e da chiunque. Le prediche non ci interessano. Voi non siete per noi, nella nostra considerazione, che un volgare bandito, da assicurare alla giustizia. Ma non più chiacchiere. Si esca di qui e ognuno dichiari, col nome, la sua qualità."
Ebbe quel comandante un guizzo di gioia, mal repressa, quando seppe che tre delle donne erano mogli dei tre famosi capibanditi.
La sera di quello stesso giorno s'iniziò la discesa dal poggio glorioso. Quelle donne, rinchiuse nel carcere di Montorio, dovevano meditare sui casi della loro vita. La loro educazione era stata pari alle condizioni delle famiglie in cui erano nate, ma altri erano stati i sogni della loro giovinezza, altra la realtà, ma non ne erano scontente.



Titta raccontò a Santuccio, quando lo raggiunse a san Giorgio, le vicende della lotta di Poggio Umbricchio, la condotta eroica delle loro donne, chiuse, ora, come sapevano, nel carcere di Montorio. Dovevano essere liberate, senza ritardo, a ogni costo.
Il giorno dopo furono raggiunti dal Montecchi, che per sconcertare gli iberici aveva fatto una scorreria sino al fiume di Pescara. A Cologna aveva sbaragliata una colonna di soldati spagnuoli, dalla quale era stato attaccato, catturando, con i soldati, anche tre ufficiali.
Buono il pegno, ma doveva essere migliorato con qualche altra forte azione. E l'occasione non tardò ad offrirsi. Ad Altavilla si festeggiava dagli spagnuoli, con il comandante in testa, la vittoria di Poggio Umbricchio. Erano, con il vino, e con il canto, nel colmo dell'esaltazione, quando il grido: - I banditi, i banditi - produsse tra essi una indicibile confusione.
Gli uomini della montagna che, secondo il loro piano, erano giunti ad Altavilla con fulminea rapidità, messa in fuga la truppa, corsero a circondare l'edificio, entro il quale si trovavano gli ufficiali.
"Non usiamo con voi la frase: - Non vi spaventate. - Il soldato, e voi lo sapete, non deve mai tremare", disse ad essi il Montecchi. "Vi preghiamo solo di conservare la calma per poter ragionare.
E' capitato a voi lo stesso infortunio capitato a noi a Poggio Umbricchio, con la differenza che voi, per arrivarvi, sciupaste una montagna di proiettili e settimane di tempo; noi siamo qui giunti in pochi minuti e senza sparare un colpo.
Noi siamo per voi dei fuorilegge. Ecco l'errore. Non siamo, invece, che soldati dello Stato libero e indipendente della montagna. Banditi, come ci chiamate, sono i senza patria, coloro che si sono in questi giorni venduti a vuoi.
Ma tutto questo a voi non interessa. Quel che a voi può interessare è la vostra liberazione, che potrete ottenere con l'adoperarvi per la liberazione dei nostri soldati, rinchiusi nelle carceri di Teramo e di Montorio."
In quello stesso giorno, dopo un'ampia calma discussione, partì per la città, con molte promesse e molte speranze, uno di quegli ufficiali. Ma il Torrejon, sempre più arrogante, rispose negativamente alle offerte fatte. Nessun accordo. I banditi, che non facevano più paura, avevano un solo mezzo per salvare le proprie famiglie e gli amici: presentarsi in città con tutte le armi, o scomparire per sempre dal territorio del vicereame.
"Scomparire per sempre!", disse Santuccio agli altri. "Razza maledetta, imbastardita dal sangue degli arabi, un tempo loro padroni. Se altre ragioni non ci trattenessero, ben altro linguaggio faremmo tenere al novello despota di Teramo.
Ma oggi, toccati nella parte più viva, ci è forza tenere altra condotta. Se per la salvezza delle nostre famiglie dobbiamo partire, partiremo. Venezia ci aspetta. Andremo a Venezia, che è pure italiana, quindi la nostra stessa patria.




CAPITOLO OTTAVO: Conclusione di trattative con gli spagnuoli. Le bande di Santuccio di Froscia, di Titta Colranieri e di Giulio Montecchi vanno a combattere a favore della repubblica veneta, in guerra con la Turchia.

I sogni, cari ai giovani, sono fragili come gigli, tenui come i colori dell'aurora. La fantasia commossa vi ricama attorno, con morbida mano, vaghi disegni, rosse lusinghe, ma non tarda la luce della realtà, come quella del sole sull'aurora, con crudele compiacenza, a disfare a un tratto la delicata trama.
Avevano i nostri amici, dopo gli ultimi turbinosi eventi, molto fantasticato, con sereno spirito, sulle future imprese. Ma a mano a mano che s'avvicinava il giorno che li doveva mettere su altra via, apparivano sul loro cielo nubi prima non viste: nubi che s'allargavano, tumultuavano, prendevano forma e colore di tempesta.
Non poteva non produrre nel loro animo forte turbamento il pensiero dell'abbandono dei luoghi in cui erano nati e cresciuti e che raccoglievano come in uno scrigno le memorie, i piccoli cari tesori della giovinezza e della vita.
E mesto era lasciare, col suono delle acque, il fruscio delle foreste e la poesia dei silenzi, oltre alle persone amate, i propri cari monti.
Nell'intenerimento che predispone sempre alla bontà, chiamarono il comandante e gli altri ufficiali prigionieri per dir loro:
Noi potremmo fare a voi quel che voi avreste fatto a noi, se vostri prigionieri. Noi banditi pretuziani non lo facciamo. Questa sera, per nostra libera determinazione, vi faremo tornare a riprendere il vostro posto, nel vostro governo. Nulla vi chiediamo in contraccambio. Ognuno seguirà, bene o male, la propria vita.
Tra non molto noi lasceremo per sempre questa terra non vostra, per voi forse ingrata, dolce invece per noi. Il duro caso vuole così e noi ci sottoponiamo rassegnati al caso. Sarà adunque in tal modo una delle condizioni messe dal vostro Torrejon per la liberazione dei nostri amici e delle nostre famiglie.
Nulla vi chiediamo per noi. Vi preghiamo solo di volervi interessare affinché la promessa fattaci sia mantenuta."
"Tenni con i vostri", rispose quel comandante, "un duro linguaggio. Lo spirito acceso della guerra ci conduce spesso, purtroppo, ad alterare il nostro spirito, a modificare la nostra educazione. Se quel linguaggio mi fosse ricacciato in gola, voi adempireste a uno dei biblici insegnamenti. Voi non l'avete fatto, dimostrando così di avere nervi più saldi dei nostri. Mi propongo ora di ricambiare la vostra generosità. Io che, per particolari diritti di casta, oltre che di grado, qualche cosa conto nell'ordine del mio governo, vi prometto di prendere sotto la mia tutela le vostre famiglie e prima che partiate procurerò con esse un vostro incontro."
Dopo altre reciproche cortesie s'aprì a quegli ufficiali la porta della libertà. Non erano passati tre giorni che le meste donne ricevettero a Montorio l'inaspettata visita.
Giulio a nome degli altri, commosso, disse loro:
"Talvolta pensiamo se fu onesta la nostra azione nel trarvi dal vostro tranquillo nido, abbellito dai sogni della giovinezza. Quattro anni. o poco più, viveste nelle promesse del sogno. Dopo? Alla lirica seguì il dramma, certo non voluto da noi. Non vi è però soverchiamente da rammaricarsi. Su di voi, dilette compagne, per le vostre virtù, anche guerriere, non scenderà forse mai la dimenticanza; mai l'oscuro silenzio della tomba. Qualche anima ben nata, accesa da voi, potrebbe riportarvi, in un tempo più o meno lontano, con la bellezza delle vostre persone e dei vostri atti, sulla scena viva degli umani affetti.
Noi partiamo. Con le nostre nuove gesta, in un ordine più elevato, cercheremo di concorrere alla vostra esaltazione, alla riabilitazione, se così si deve dire, dei nostri figli. Ma partiamo, s'intende, con una grande tempesta nel cuore. Domani saremo lontani. Vedremo nuove contrade, nuove città, nuova gente, udremo nuove favelle, ma la vostra visione tornerà in ogni nuovo giorno a rendere più acuta la pena della lontananza."
Dopo queste dichiarazioni in comune, ognuno si raccolse con la propria famiglia, per mitigare, nella carezza della speranza, l'intimo affanno.
Rivolsero finalmente al buon padre Fulgenzio affettuose parole d'ammirazione e di gratitudine per la sua opera e per il suo religioso patriottico spirito. Gli ricordarono che se il tentativo di costituire la repubblica aprutina, simile a quella di Senarica, era fallito, ciò non doveva far disperare per l'avvenire. Il tentativo, in un tempo più favorevole, poteva essere ripetuto con concetto più largo, da non escludere la possibilità dell'unità nazionale. Essi intanto, lasciando le native montagne, andavano a portare in altre contrade il loro contributo per questa più grande costruzione.
Mentre cadeva la sera Giulio, Santuccio e Titta ripresero la via di Valle Castellana, per completare i preparativi della partenza.
Il giorno dopo, di buon'ora, le loro famiglie, anch'esse sotto il dolore della separazione, lasciarono Montorio, per tornare ognuna alla casa paterna.
Padre Fulgenzio, ritenuta ormai finita la sua missione fra i banditi, pure lui rientrò in convento per invocare con maggior fervore la protezione del cielo sugli amici, destinati ad altre più ardue imprese.
In tal modo si poteva ritenere chiuso il primo ciclo del banditismo politico abruzzese, durato, con le sue varie vicende, oltre un secolo.



E' vero che in esso erano apparse figure notevoli come quelle di Marco Sciarra, del barone Giulio Bosales, di Giuseppe Colranieri che avevano compiuto atti generosi; ma era anche vero che non tutti avevano avuto un vero e proprio carattere. Oggi potevano essere con gli uni, domani con gli altri. Oggi amici benigni, domani nemici pericolosi. Oggi potevano accorrere a rintuzzare una qualche violenza, domani divenire essi stessi attori di violenza. Ne facevano eccezione, per l'educazione e lo spirito dei loro capi, le tre bande che stavano per partire per Venezia.
Tutti però questi banditi avevano avuto il merito di tenere acceso lo spirito bellico e l'orgasmo nei nemici d'Italia.
L'ineffabile Torrejon, nei suoi rumorosi festeggiamenti, non aveva capito che la vittoria su di essi non era dovuta al suo talento, né al valore delle sue truppe. Nei giorni seguenti, quando gli parve che tutto era tornato normale, in una nuova riunione, con ipocrita compunzione disse che tutto quanto era accaduto nella bella provincia non era stato di gradimento né di Napoli, né di Madrid. Il suo signore intendeva ridare alla contrada, da secoli tormentata da faziosità partigiana, l'antica prosperità. A queste nobili intenzioni si era contrapposta, appunto, la cancrenosa piaga del banditismo, ora, con una energica operazione chirurgica, sanata. I banditi tra poco se ne sarebbero andati e la prosperità sarebbe tornata ovunque a fiorire.
Tante altre cose piacevoli disse il Preside, senza che si elevasse una voce a turbare la sua gioia.
Il buon de Adamnis, liberato dal carcere, raggiunse di corsa la sua casa, dove si pregava e si soffriva. Nei giorni successivi egli tornava a raccogliersi in sé e meditare sulle vicende umane.
In tanta depressione, come dichiarava alla compagna, non disperava in un futuro migliore. La storia, con i suoi ricorsi, come insegnava a Napoli, proprio in quei giorni, il giovane filosofo Giovan Battista Vico, era inesorabile nell'attuare tra i popoli i cicli di grandezza e di decadenza.
I rinnegatori, i traditori, gli asserviti allo straniero, sarebbero stati travolto senza pietà dalle legioni rimesse in marcia, con spirito romano, sulla via del mondo. Lo sentiva, lo vedeva con la sicura chiaroveggenza dei profeti. I falsi santuari, pieni di furfanti, sarebbero caduti sotto il peso della propria miserabilità.
"Guai a voi, gente senza fede e senza patria" pareva che dicesse, nei suoi soliloqui, il nobile de Adamnis. "Non dovrà dare più asilo a voi la terra luminosa dei santi, dei martiri, degli eroi. Il vostro posto è là, dove arida è la terra, fosco il cielo, sbiadito il sole."
Non disperava il bravo patriota, ma non poteva neppure sottrarsi ai forti scoramenti. Interveniva a confortarlo, come sempre, la compagna affettuosa. I suoi proponimenti erano sacri, senza dubbio. Qualche volta però, dinanzi alle contrarietà, spesso inevitabili, bisognava con santa rassegnazione chinare il capo.
Doveva trovare a ogni modo conforto nel suo passato, splendido di attività, santo di sacrifici, per dare tregua alle angustie. E in questa tregua dedicasi ad altre attività e cercare di rendere più bella la casa, più ampio il giardino, più ricca di alberi la camp