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Un Figlio del Sole

Jack London
Bietti Milano, 1931, pagine 316

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   UN FIGLIO DEL SOLE
   147Ù1
   erano molto rilucenti, mobili, espressivi e molto rassomiglianti all'occhio della scimmia.
   Stette a guardare, con una smorfia di scaltro. La evidente soddisfazione che gli dava il tormento babbuino del paziente era naturale, dato che egli viveva in un mondo di dolore. Egli ne aveva sopportate la sua parte infliggendone agli altri una dose ben maggiore. Nel momento in cui la tenaglia tolse il dente strappato, strisciando sugli altri denti e uscendo dalla bocca con un suono ibrido, gli occhi del vecchio Koho sfavillarono di gioia, rivolti al povero negro che, stramazzato sul suolo della veranda, emetteva gemiti strazianti tenendosi la testa chiusa fra le mani.
   — Credo che stia per svenire, — disse Grief, curvandosi sulla vittima. — Capitano Ward, dategli una bibita, vi prego; e fareste meglio prenderne una anche voi; e voi, Worth, che tremate come una foglia, prendete qualcosa anche voi.
   E ne prenderò una anch'io, — disse Wal-lenstein, tergendosi il sudore dal viso. Il suo sguardo incontrò l'ombra di Koho sul pavimento e la seguì sino alla persona del vecchio capo. — Salve! chi è mai costui?