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Storia della Letteratura Italiana

Giovanni Antonio Venturi
Sansoni Editore Firenze, 1929, pagine 327

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   PERIODO DEI, RINNOVAMENTO
   Appartennero puro alla scuola dei classicisti e la continuarono molti altri. Giovanni Pindemonte (1751-1812), fratello d'Ippolito, è autore di liriche robuste e di tragedie che piacquero molto, e che non sono certo senza importanza nella storia del nostro teatro. 26 Luigi Lamberti di Reggio (1759-1813) è noto principalmente per la versione in terzine dei canti di Tirteo, e per un'ode I cocchi; dalla quale procede in qualche parte, rispetto all'invenzione, l'ode, tanto superiore però nell'eccellenza dell'arte, di Ugo Foscolo A Luigia Pallavicini. Cesare Arici bresciano (1782-1836) tradusse Virgilio e compose, insieme con altre poesie, eleganti poemi didascalici: La coltivazione degli ulivi, Il Corallo, La pastorizia e L'origine delle fonti. Francesco Benedetti di Cortona (1785-1821), che la vita travagliata finì col suicidio, scrisse tragedie, liriche e prose, animato sempre da un ardente amor di patria. Di Paolo Costa di Ravenna (1771-1836), forbito autore di versi e prose e di un commento alla Divina Commedia, che fu poi rifatto da Brunone Bianchi, ricordiamo l'Epistole e i Sermoni su l'arte poetica. Dionigi Strocchi di Faenza (1762-1850) voltò in bei versi italiani gl'inni di Callimaco, le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio; è uno dei più lodati fra i molti traduttori di questo tempo.
   Trattò la poesia giocosa e satirica con brio e con arguzia Filippo Pananti di Ronta nel Mugello (1766-1837) nel poema in sestine II Poeta di teatro e negli Epigrammi.
   7. Passiamo alla prosa. Contro la corruzione della lingua, tanto imbarbarita nella più parte dei prosatori, si levò con ardente zelo Antonio Cesari, buon prete veronese (1760-1828). S'era innamorato fin da giovinetto dei Trecentisti, e il « rimettere in fiore lo studio e la imitazione dei classici del Trecento » stimò l'unico modo di purgare la nostra lingua, di rifarla pura e bella; perciò egli si diede tutto a promuovere lo studio della lingua di quel secolo con lavori lessicali (ristampò il Vocabolario della Crusca con molte giunte, aiutato da alcuni amici, fra i quali dementino Vannetti di Rovereto, letterato dotto e di buon gusto) e con edizioni di antichi testi; a usarla con cura scrupolosa nello sue molte scritture. Principali fra queste la Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana (1810), dove cercò di dimostrare « il secol d'oro di nostra lingua esser stato il XIV»; il dialogo Le Grazie, dove esamina molte proprietà ed eleganze della nostra lingua; i dialoghi intitolati le