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Storia della Letteratura Italiana

Giovanni Antonio Venturi
Sansoni Editore Firenze, 1929, pagine 327

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   LA PHIMA METÀ DEL SETTECENTO
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   questi scrittori Ludovico Antonio Muratori di Vignola nel modenese (1672-1750), eruditissimo e indefesso nel raccogliere e illustrare documenti, e Giambattista Vico napoletano (1668-1744), che tanta luce diffuse negli studi storici e filologici. Il Muratori 17 spese la vita, come ha detto il Settembrini, a scrivere il vero e ad operare il bene; ottimo sacerdote e scrittore operosissimo: fu bibliotecario all'Ambrosiana di Milano e j»oi a Modena; lasciò un grandissimo numero di opere, tra le quali prin-cipalissima i Rerum italicarum scriptores, immensa e preziosa raccolta di cronache e documenti vari relativi alla storia italiana di circa mille anni, dalle invasioni dei barbari al sec. XVI. Nel compilare e illustrare questa opera altri collaborarono col Muratori: fu stampata in ventotto volumi, dal 1723 al 1738, a Milano, a spese d' una compagnia di signori che si chiamava « Società Palatina ». Dopo i Rerum italicarum scriptores le opere più celebri e importanti del Muratori sono le Antiquitates ita-licae medii aevi, dotte e acute dissertazioni intese a delineare le condizioni dell'Italia nel Medio Evo, e gli Annali d'Italia, nei quali è esposta la storia dai principi dell'era volgare al 1749.
   Il Vico attese con grande ardore alle lettere, alla filosofìa e alla giurisprudenza; dimorò nove anni nel Cilento precettore dei nipoti del vescovo d'Ischia, studiando e meditando assiduamente, poi ottenne la cattedra di rettorica nell'Università di Napoli con esiguo stipendio: nel 1735 fu nominato da Carlo III regio istoriogra.fo ; ma ormai la sua salute era logora, e visse gli ultimi anni miseramente infermo. Come professore compose molte orazioni inaugurali, tra le quali la più famosa è quella « De nostri temporis studiorum ratione » : scrisse altre dotte opere latine, ma deve massimamente la sua gloria ai Principii d'una Scienza nuova d'intorno alla comune natura delle Nazioni, che pubblicò la prima volta nel 1725, e in una seconda edizione cinque anni dopo, con tante aggiunte e modificazioni da farne addirittura un'opera nuova, poi, corretta ancora, in una terza, finita di stampare dopo la sua morte. Anche dall'autobiografia che ci ha lasciata, e da varie lettere agli amici, si vede che l'autore sentiva il grande valore di questo libro. La Scienza nuova non attrae alla lettura, è difficile, oscura, ma rivela una mente originale, ardita, profonda; che, valendosi della filosofia e della filologia, spiega la sua forza meravigliosa per scoprire e determinare le leggi con le quali si svolge la civiltà dei popoli. Certo