Stai consultando: 'Storia della Letteratura Italiana ', Giovanni Antonio Venturi

   

Pagina (162/334)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina      Pagina


Pagina (162/334)       Pagina_Precedente Pagina_Successiva Indice Copertina




Storia della Letteratura Italiana

Giovanni Antonio Venturi
Sansoni Editore Firenze, 1929, pagine 327

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

Aderisci al progetto!

   
[Home Page]




[ Testo della pagina elaborato con OCR ]

   IL SEICENTO
   155
   nioano; e, sicuro delle sue buone ragioni, gli parve bene di andare a Roma per togliere ogni sospetto e sventare ogni trama (1615); ma colà gli fu intimato di non più tenere, insegnare o difendere così per iscritto come a voce la dottrina copernicana, condannata appunto in quell'occasione come assurda ed eretica, altrimenti si sarebbe contro di lui proceduto nel Sant'Uffizio '1616). Più tardi una disputa intorno alle comete irritò fieramente i Gesuiti contro il Galilei; il quale, assalito con malignità e violenza dal gesuita Orazio Grassi (sotto lo pseudonimo di Lotario Sarsi), rispose con una stupenda scrittura polemica, Il saggiatore (1623): ma d'infiniti dolori gli doveva esser cagione un'altra opera insigne, il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Sebbene, per prudenza e perché l'opera fosse approvata, non propugnasse apertamente il sistema copernicano, ma, com'era detto nel titolo, proponesse « indeterminatamente le ragioni filosofiche e naturali tanto per l'una quanto per l'altra parte»; in effetto dimostrava in modo evidente e indiscutibile la verità di quel sistema. Gl'interlocutori del dialogo, condotto con arte bellissima, sono due discepoli e amici dell'autore, il fiorentino Salviati e il veneto Sagredo, ed un filosofo peripatetico che ha il finto nome di Simplicio, erudito ma di mente piccina, tutto scrupoli nel seguire l'autorità di Aristotele. 11 libro uscì nel 1632 con la piena approvazione ecclesiastica, ma, pochi mesi dopo la pubblicazione, a Roma n'era vietata la vendita ed era nominata una congregazione particolare con l'incarico di esaminarlo: finalmente il 23 settembre di quell'anno, Urbano Vili, che innanzi aveva mostrato molta benevolenza per Galileo, gli faceva intimare di presentarsi dinanzi al Commissario generale del Sant' Uffizio di Roma. Vecchio, malato, dopo aver chiesto invano che la sua causa fosse trattata in Firenze, Galileo fu costretto ad andare a Roma; ed ivi fu sottoposto ad un lungo e crudele processo, che, cominciato il 12 aprile 1633, terminava il 22 giugno con la lettura della sentenza di condanna. Il dialogo era proibito, Galileo condannato al carcere del San-t' Uffizio : innanzi ai suoi giudici dovè abiurare la dottrina copernicana, dichiarare di maledirla e di detestarla! Urbano VIII gli concesse di ritirarsi, come in luogo di prigione, nella villa del Granduca di Toscana alla Trinità dei Monti; quindi, per le istanze dell'ambasciatore di Toscana, gli fu permesso di trasferirsi a Siena nella casa dell'arcivescovo Piccolomini, che gli ora