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Storia della Letteratura Italiana

Giovanni Antonio Venturi
Sansoni Editore Firenze, 1929, pagine 327

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   PERIODO DI DECADIMENTO
   avesse fabbricato un occhiale « con tale artifizio, che le cose molto lontane le faceva vedere come vicinissime »: questo bastò perché il Galilei, senza saperne di più, riuscisse ad immaginare e costruire un telescopio (1609); mediante il quale, sempre più perfezionato da lui, fece le scoperte astronomiche che bandiva in uno scritto latino, il Sidereus nuncius. Più delle altre destò l'universale attenzione, ed eccitò ardenti polemiche, nelle quali prese le parti di Galileo anche il Keplero, quella de' satelliti di Giove: «poiché Galileo, osserva il Favaro, aveva mostrato che Giove, mobile esso pure, sia intorno al sole, sia intorno alla terra, aveva anch'esso dei satelliti, ed era perciò un altro centro di movimento, si comprese subito dai peripatetici, che, accettando questo fatto, alla teoria della terra centro dell'universo sarebbe mancato uno dei più validi argomenti di difesa ».
   A glorificazione della famiglia de' Medici Galileo aveva chiamato Medìcea Sidera i satelliti di Giove; il Sidereus nuncius aveva dedicato a Cosimo II: e questi lo volle presso di sé come « Primario matematico dello Studio di Pisa », senza obbligo né di residenza né di lettura, e « Primario matematico e filosofo del Granduca di Toscana»: così il 1610 Galileo si stabiliva in Firenze, dove foce nuovo scoperto celesti, non minori di quelle già annunziate dal Sidereus nuncius. L'anno appresso recavasi a Roma e vi si tratteneva circa duo mesi, destandovi la più grande ammirazione: anche Paolo V lo accolse con singolare benevolenza; ma intanto già erano cominciati a nascere i sospetti dei teologi contro le dottrine di lui. Lo sdegno loro divampò, quando con uno scritto intorno alle macchie solari, pub-blicato per cura dell'Accademia dei Lincei 21 (alla quale Galileo era stato ascritto durante il suo soggiorno a Roma), egli per la prima volta sostenne apertamente la verità della dottrina copernicana, ed in una famosa lettera a Benedetto Castelli suo discepolo (a proposito di una discussione, che questi aveva avuto con la granduchessa madre, Cristina di Lorena) si dolse che tosse portata la Scrittura Sacra in dispute di cose naturali, e segnò nettamente i confini tra la fede e la scienza. Si gridò all'eretico: un domenicano lo accusò al Sant'Uffizio. Egli inviò a Cristina di Lorena una lettera, che non fu subito stampata ma fu nota, nella quale rafforzava di nuovi argomenti quanto aveva scritto nella lettera al Castelli, difendeva sé e il sistema coper-