IL SEICENTO
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4. La lirica,12 più d'ogni altro genere poetico, si prestò per la brevità dei componimenti a sfoggiare raffinatezze e bizzarrie di concetto e di forma, che non potevano esser continue in opere di lunga lena: si sogliono ricordare fra i più strambi secentisti o marinisti, benché ve ne sian anche dei peggiori, due bolognesi, Claudio Achillini e Girolamo Preti; al quale però, conviene notarlo, spiacevano il sensualismo e le lascivie del Marino. Ma. altri si posero per via diversa, sebbene non sempre immuni neppure essi dai difetti del tempo, proponendosi a modello i poeti greci e latini, tornando alle fonti classiche. 13
Capo di questa scuola fu Gabriello Cliiabrera savonese ( 1552-1638). Educato a Poma presso uno zio, ivi conobbe da giovinetto e spesso udì ragionare, com'egli racconta in una breve autobiografìa, Paolo Manuzio; ebbe familiarità con Marc'Antonio Mureto, dottissimo nelle lingue classiche, e con Sperone Speroni, e « da questi uomini chiarissimi raccoglieva ammaestramenti ». Ma « avvenne che, senza sua colpa, fu oltraggiato da un gentiluomo romano, ed egli vendicossi, né potendo meno, gli convenne d'abbandonar Roma », e tornò in patria. Protetto poi e favorito da Carlo Emanuele, dai Medici, dai Gonzaga, da Urbano VIII, dalla repubblica di Genova, condusse vita tranquilla e agiata, alternando la dimora a Savona con frequenti viaggi per l'Italia, intento agli studi e alla poesia. Compose e prose e versi moltissimi, gran numero di liriche, VAmedeide ed altri poemi eroici, poemetti, opere drammatiche, sermoni ecc. ; con le quali opere si acquistò ai suoi tempi tali onori e nominanza così splendida, che non a torto potè dire Urbano Vili nella epigrafe che dettò por lui: gloria quae sera post cineres ve-nit, vivens frui potuit. E se come epico e drammatico non ha lasciato tracce di sé, come lirico l'hanno tenuto in onore e studiato i più insigni poeti nostri, dal Parini al Carducci. Nell'opera innovatrice, che il Cliiabrera si propose, della lirica italiana tenne ad esempio e modello i poeti francesi della Pleiade, specialmente il Ronsard. Nelle canzoni volle trattare argomenti più gravi e alti che non fosse la materia amorosa, di cui si doveva essere ormai ristucchi, massimamente celebrando il valore guerresco dei suoi tempi e dei secoli precedenti con le nobili forme della lirica di Pindaro. Ma nessuna età fu mai meno pindarica di quella del Chiabrera; né questi aveva certo ali per sì audace volo. Di Pindaro, diligentemente letto e studiato nella tradu-