I CINQUECENTISTI MINORI
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acume e calore dal Manzoni e da altri, se cioè essa spetti a tutta l'Italia, almeno a tutta 1' Italia cólta, o se essa non sia altro clic il linguaggio fiorentino, molti disputarono nel Cinquecento.20 Ricordammo come allora appunto il Trissino pubblicasse tradotto il De Vulgari Eloquentia, e ricordammo un dialogo del Machiavelli in confutazione delle teorie dantesche; le quali il Trissino medesimo svolse e propugnò nel dialogo II Castellano. Dalla parte del Trissino combatterono Gerolamo Muzio ed altri: contro, il Giambullari nel Gello, il Varchi nell'Ereolano, Leonardo Salviati ecc. : Claudio Tolomei senese, ponendosi di mezzo fra i contendenti, sostenne nel Cesano che, come il latino ebbe nome dal Lazio e non da Roma, così la nuova lingua doveva averlo dalla Toscana e non da Firenze. Lodovico Ca-stelvetro modenese (1505-1571), critico erudito ed acuto, benché non di rado pedantesco e spigolistro, commentatore di Dante e del Petrarca, traduttore ed espositore della Poetica di Aristotele, scrisse delle importanti Giunte alle Prose della volgar lingua del Bembo; e rispetto alla questione della lingua sostenne doversi usare dagli scrittori non già la lingua dei Trecentisti, ma la lingua parlata allora in Toscana, non quella del volgo, bensì il « puro toscano », quale si adopera « dalle persone simili allo scrittore ».
Ma tacendo di altri eruditi e critici e di altre dispute,30 notiamo un trattato, che col Cortegiano è delle opere più famose della prosa didascalica del Cinquecento, il Gcdateo di monsignor Giovanni Della Casa fiorentino (1503-1556); il quale fu Nunzio apostolico a Venezia, poi Segretario di Stato di Paolo IV, e compose sonetti, canzoni, capitoli, lodatissime orazioni, versioni e poesie e prose latine. 31 Nel Galateo, scritto a petizione e per consiglio di M. Galateo (onde il titolo), nome latinamente trasformato di Galeazzo Florimonte, buono, pio e dotto prelato, l'autore ragiona di quanto « si convenga di fare, per potere, in comunicando ed in usando con le genti, essere costumato e piacevole, e di bella maniera»; e deriva con.eleganza il suo stile dal Boccaccio e da Cicerone. « Chi nella scuola, altri nota, ha da educarsi almeno un poco alla cultura classica, vorrà studiare in questo Galateo, oltre la geniale intuizione del vero anche il nesso strettamente e agevolmente logico della sintassi e la mirabile proprietà e signoril nettezza del dire ».32 Giambattista Gelli di Firenze (1498-1563) d'umile condizione, studiosissimo