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Storia della Letteratura Italiana

Giovanni Antonio Venturi
Sansoni Editore Firenze, 1929, pagine 327

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   I CINQUECENTISTI MINOBI
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   gnor Giovanni. Della Casa, l'autore del Galateo di cui parleremo, monsignor Giovanni Guidiccioni, Bartolommeo Cavalcanti fiorentino, Alberto Lollio ferrarese, Francesco Panigarola milanese, il più lodato degli oratori sacri.
   4. Passiamo ad altre forme della.prosa: furono delle forme predilette nel Cinquecento il dialogo e il trattato, che abbiamo visti usati anche dal Machiavelli e dal Tasso. Dialogo bellissimo, uno dei più eleganti e notevoli ''bri del Cinquecento, è il Gortegiano di Baldassar Castiglione. 27 Questi nacque nel 1478 a Casatico, villa della sua famiglia nel Mantovano: dotto nelle lettere e peritissimo nelle arti cavalleresche, fu dapprima al servizio di Lodovico Sforza, poi del marchese Francesco Gonzaga, col quale combatte nella battaglia del Garigliano (1503): passò quindi presso il duca Guidobaldo, d'Urbino, alla corte più colta ed elegante d'Italia., ove nel carnevale del 1506 scrisse un'egloga (Tirsi): lo stesso anno andò in Inghilterra per ricevere a nome di Guidobaldo l'ordine della giarrettiera dal re Enrico VII. Morto Guidobaldo, rimase col suo successore Francesco Maria, che accompagnò in varie imprese guerresche, e per il quale fu ambasciatore a Roma sotto Leone X: a Roma strinse amicizia con i più illustri scrittori ed artisti e specialmente con. Raffaello, che ne accoglieva volentieri i consigli per le proprie opere, e che alcune ne fece per commissione di lui. Tornato nel 1516 a Mantova, sposò Ippolita Torelli, ohe egli cantò e poco appresso, rapitagli dalla morte, pianse in bellissimi versi latini. Fu ambasciatore del Gonzaga a Roma; poi da Clemente VII fu mandato (1525) ambasciatore presso Carlo V a Madrid. Il sacco di Roma del 1527 lo addolorò profondamente,'tanto più che il Papa da principio sospettò di lui, che non gli avesse partecipato ciò che si macchinava alla corte spagnuòla. Morì a Toledo il 7 febbraio 1529.
   Nel suo dialogo, il Castiglione fìnse di riferire dei discorsi tenuti alla corte di Urbino (mentre egli era assente, ma che da altri riseppe) fra gentili dame e cavalieri, la duchessa Elisabetta ed Emilia Pio, Lodovico Canossa, Federico e Ottaviano Fre-goso, Giuliano de' Medici, il Bibbiena, il Bembo, ecc., intorno alle qualità che deve possedere il perfetto cortegiano, come allora intendevasi. Certo nessuno più del Castiglione, cavaliere compiuto, ornamento delle corti in cui visse, era adatto a trattare un siffatto argomento; intorno al quale abilmente rannodò,