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IL, SECOLO XVI
rato della poesia, non la volle sacrificare alla giurisprudenza, e nel 1561 scrisse un poema II Rinaldo, che pubblicò l'anno successivo, col permesso del padre; il quale gli aveva intanto concesso di lasciare le leggi e darsi tutto agli studi di filosofia e d'eloquenza.
Li cominciò a Padova e li continuò all'Università di Bologna; ma accusato, forse non a torto, di aver scritta una pasquinata, una mordace satira contro compagni e professori ed altre persone, dovette fuggirsene da questa città, c ritornò a compiere gli studi a Padova; dove fu ospite del principe Scipione Gonzaga amico suo, e nell'Accademia degli Eterei, da questo istituita, lesse rime d'amore.
Nel 1565 il giovine poeta ottenne un posto fra i gentiluomini del cardinale Luigi d'Este, al quale già aveva dedicato il Rinaldo: così entrava nella splendida Corte estense, ed ivi, accarezzato e onorato da tutti, passò serenamente i primi tempi fra gli studi e gli svaghi. Nel 1569 ebbe però a soffrire un grave dolore: la perdita del padre. L'anno seguente andava col cardinale d'Este in Francia; ma vi rimase solo pochi mesi, poiché questi, trovandosi in difetto di denaro, lo licenziò con altri del suo séguito. Tornò in Italia e, dopo breve soggiorno a Roma e in Urbino, si ristabilì a Ferrara, accolto con onorevoli condizioni al servizio del duca Alfonso (1572). Nell'estate del 1573 fu rappresentato alla Corte il suo dramma pastorale VAminta con grandissimo plauso : lodi, onori non mancarono al Tasso, che intanto compiva il poema, già cominciato dal'59-60, per il quale doveva il suo nome divenire tanto popolare e glorioso. Ma l'indole sua irrequieta, malinconica, sospettosa, forse eccitata dalle invidie dei cortigiani, cominciò allora a tribolarlo e a rendergli sgradito il soggiorno di Ferrara. Nel 1575 andò a Roma, ma ritornò poi a Ferrara ancor più triste ed esaltato : lo assalivano infiniti dubbi intorno al suo poema, e lo tormentavano le censure di letterati ai quali ne aveva affidata spontaneamente la revisione : pieno di scrupoli e di sospetti, temeva che lo spiassero, che si volesse attentare alla sua vita, che l'avessero accusato di miscredenza al tribunale del Sant'Uffìzio; dava segni manifesti del grave turbamento della sua niente, e nulla valeva a distrarlo e a tranquillarlo. Nel 1577 fugge da Ferrara e va fino a Sorrento dalla sorella Cornelia, alla quale si narra che si presentasse con finto nome, travestito da pastore. Cu-