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IL, SECOLO XVI
Coltivò l'Ariosto pure la lirica italiana, spesso felicemente, benché mostrasse di tenere in poco conto le sue rime, delle quali alcune si riferiscono all'amore per Alessandra Benucci: notevole pregio hanno l'elegie. Ma importanza maggiore si deve attribuire alle commedie e alle satire.
A Ferrara, così ricca e magnifica in quel tempo, spetta il maggior merito, fra tutte le città italiane, nella resurrezione del teatro classico: grande vi era da parecchi anni la passione per gli spettacoli scenici, moltissimo diletto ne pigliava ora il duca Alfonso. Da ciò ebbe l'Ariosto incitamento e occasione a scrivere per il teatro, ad accingersi a comporre commedie regolari italiane su l'esempio dei latini. 8 La prima, la Gassarla, fu rappresentata a Ferrara nel carnevale del 1508; ed è così intitolata, con parola foggiata latinamente su Aulularia e simili, da una cassa di filati d'oro, che serve all'intreccio della commedia. L'anno appresso furono recitati i Suppositi (cioè i sostituiti, con allusione al travestimento e allo scambio di due persone), il cui intreccio è preso in parte dai Captivi di Plauto e in parte dal-VEunuco di Terenzio, ma la scena è trasportata in Ferrara. Seguirono poi altre tre commedie, che appaiono più moderne: il Negromante, la Lena e gli Studenti, lasciati incompiuti dall'autore, e terminati dal fratello Gabriele (che mutò il titolo in Scolastica), ed anche, con più garbo, da un figlio del poeta, Virginio. 9 Queste tre commedie sono in endecasillabi sdruccioli, senza rima, metro che parve all'Ariosto render bene il trimetro giambico dei comici latini: e anche le due prime, che egli aveva originariamente scritte in'prosa, ridusse poi a quella forma. Nelle commedie dell'Ariosto trovi, come in tutte le altre di quel tempo, intrecci troppo avviluppati, oscenità, facezie triviali; ma per la vivacità del dialogo, per certa finezza d'osservazione, per la naturalezza della lingua, in cui l'autore si studiò, come dice in un prologo, di attenersi quanto più poteva al toscano, esse sono fra le più pregevoli e lodate del Cinquecento. L'opera più bella però dell'Ariosto, dopo il Furioso, sono le sette satire in terza rima, spigliate e argute, importantissime anche per la biografìa del poeta, e per conoscerne a fondo l'indole, che vi si rispecchia con somma schiettezza. Egli ci si mostra proprio quale fu: buono, mite, contento di poco, ottimo con la famiglia e gli amici, amantissimo della libertà e della indipendenza che potè godere assai poco, onde frequentemente si rammarica., ma