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Storia della Letteratura Italiana nel Secolo XVI

U.A. Canello
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 327

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a cura di Federico Adamoli

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   CAPITOLO III.
   st/anità; è questo amore, questa loro preoccupazione personale che li fa dimentichi dei loro obblighi di cittadm< e di cristiani.
   E cho questo concetto fosse veramente nell'Ariosto, clic anzi egli ne avesse chiara coscienza, lo ricaviamo dalle sue stesse parole. Egli chiama Angelica
   La gran beltà che al gran signor d'Anglante Macchiò la chiara fama c l'alto ingegno:
   (vili, 03).
   e della forza distruttiva d'Amore egli dice altrove dure cose :
   Che non pub far d'un cor ch'abbia soggetto Questo crudele e traditore Amore, Poi eh'ad Orlando può levar dal petto La tanta fe' che debbe al sìio signore ? Già savio e pieno fu d'ogni rispetto E della santa Chiesa difensore ; Or per un vano amor, poco del zio, E di se poco, e men cura di Dio.
   (IX; 1).
   E tutti poi ricordano quel suo :
   Chi mette il pie su l'amorosa pania, Cerchi ritrarlo, e non v'inveschi l'ale; Che non è in somma Amor se non insania A giudizio de' savi universale.
   (xxiv, 1).
   Ma se questo è il concetto abbastanza severo eh' egli vagheggia rispetto alla vita pubblica, egli è anche troppo figlio del suo secolo e del suo paese per non risentire di tempo in tempo l'influenza del concetto opposto, del concetto ovidiano, che Amor omnia vincit, e che l'amore sublima tutte le forze dell'uomo e rende valorosi e gentil1 e quindi viene all'unità ideale del suo poema quella poca perspicuità e saldezza di cui abbiamo discorso. 11 concetto ovidiano, che, opportunamente temperato, è sano nei rapporti della vita privata, tenta di tempo in tempo di prendere la mano all'Ariosto anche quando narra di fatti pubblici. Egli sente ed esprime il contrasto fra le due tendenze, allorquando specialmente gl'interessi della vita privata vengono a collisione con quelli della pubb ica :
   Oh gran contrasto in g 'ovenil pensiero Besir di lumia ed impeto d'Amore!
   (xxv, 1).
   E si vegga anche l'esordio del canto XXXVIII.
   E quando narra d'avventure amorose, 11 poeta vi tj sofferma con molta compiacenza, ed esclama :
   Che dolce più, che piìi giocondo stato Saria mai quel d'un amoroso core ?
   (xxxi, 1).
   e apertamente inclina con Cristo a perdonar molto a ehi ama :