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CAPITOLO III.
voglia nè attitudine a mescolarsi alle questioni di Stato. Una sula volta ci si provò, trascinato dall'agile fantasia, nel suo viaggio in Franeia; ma l'infelice risultato della prova lo persuase presto a contenersi dentro i limiti che le naturali attitudini gli segnavano.
Respinti dalla vita pubblica gl'Italiani di questa età, si raccolsero, come vedemmo (pag. 70), entro il santuario della famiglia, e vi adoperarono quelle forze ordinatrici che loro era tolto di adoperar nello Stato. E qui, nell'ambito modesto della famiglia, al contatto perpetuo della donna c dei bambini, essi sentono ravvivarsi il sentimento religioso, come portava il moto generale dell'età, o facilmente s'inducono a fingerlo per amore di pace c di prosperità.
In che rapporti si trovava Torquato con queste tendenze speciali dell'età sua?
Ancli'egli rifugge dalla vita pubblica; ma d suo rifugio non è, come per i più, la vita famigliare, la vita privata; anch'egli vorrebbe credere; ma non può creder tutto, e infingersi non sa. Egli si sente soprattutto poeta; si crede un essere privilegiato; sacro alle sue ispirazioni. In certi istanti, l'idea della famiglia lo attrae c lo seduco; ma allora egli immagina una famiglia sui generis, una famiglia che sia all'altezza di lui poeta, qualcosa di similo a ciò ch'ci trovava ne' suoi poemi e romanzi.
Al contatto della società del secolo decimosesto cadente, egli si urta pertanto con parecchi movimenti già sorti in contrasto colle sue tendenze.
Egli si urta dapprima colla critica, che troppi diritti vuole arrogarsi sulla poesia, sulla libera creazione del poeta spirato. Ma contro la critica nasuta egli è addestrato abbastanza; e benché sempre non riesca a tradurre in ragionamento suo quel eh'è suo sentimento, la molta dottrina poetica e il grande studio di Aristotile gli danno tal forza, che ei ben riesce a sostenere •vittoriosamente tal lotta.
Egli si urta contro gl'intrighi c le furberie e le grettezze di corte, alle quali egli contrappone invano d suo alto ingegno, la sua cara ingenuità, e di tratto in tratto la sua furberia goffa. Innamorato com'egb è dello splendido c facile vivere della corte ferrarese, che non lo comprende o non lo ammira abbastanza, egli la vorrebbe rifoggiare a modo suo, se ne vorrebbe fare una nicchia gloriosa, in cui splendesse carezzata e adorata da tutti la sua persona; in certi momenti egli fantastica anzi di superare gl ostacoli e di raggiungere nella corte stessa l'ideai nuovo di questa età, l'ideai di famiglia.
Egli si urta nella religione. Pensava egli dapprima di poter evitare la lotta a scrivendo come filosofo e credendo come cristiano (1) n ; ma poi la lotta gli s'impose suo malgrado, quando in certi momenti di debolezza egli sentì come le dottrine di Aristotele non si accordassero col catechismo; quando nello scoramento di qualche disfatta nelle gare di corte, gli rinacquero in cuore le paure religiose inspirategli da' Gesuiti e forse ancora dalla sensibilissima Porzia.
Ora, coi critici e coi cortigiani si può lottare c anche restar soccombenti, senza chc per ciò l'individuo ne vada infranto, specialmente quando uno ha vivissimo, come il Tasso, il sentimento del proprio valore. Ma come lottare contro questo nemicò interno, armato di tanti artigli e di tante paure, misterioso, irrazionale, cieco?
Dal momento che il debole e irresoluto Torquato, dopo aver fatto quasi una corsa giovanile per i campi di Aristotile e di Epicuro, ritorna alle idee o ai sentimenti giovanili, egl è perduto: colla fantasia ardente cgl ingrandirà il suo avversario, che una volta gli ha presa la mano; lo carezzerà, lo liscerà, per averne pace; e morrà poi soffocato fra le sue braccia poderose. Troppo onesto per fingere, troppo ntelligente ed ^strutto per credere ciecamente, cg dovrà finire colliso contro la universale corrente della vita italiana.
Se la sua fibra fosse stata più robusta, se il suo intelletto fosse stato più
(1) Lettere, IT, 93.