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Storia Letteraria d'Italia
Il Risorgimento
Giosia Invernizzi
Francesco Vallardi Milano, 1878, pagine 368

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a cura di Federico Adamoli

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   190 il risorgimento.
   furono condotti a Firenze dove lasciarono la testa sul patibolo. — Miglior sorte non toccò a Girolamo Gentile quando tentò di sottrarre Genova al giogo del duca di Mdano. — Nè più attivamente erano dal popolo sostenute quelle congiure che avevano di mira la sostituzione di uno ad altro principe nel dominio della città. In Ferrara, per esempio, si cospirò per far succedere al duca Borso, Nicolò, figlio di Lionello d' Este, in luogo di Ercole I, figlio legittimo di Nicolò III. Seicento fanti introdussero Nicolò d'Este in Ferrara; e, al solito, si sparsero per le vie chiamando i cittadini all' armi. Ma i cittadini li accolsero con indifferenza e paura; Ercole li disperse coli'armi, s'impadronì del suo rivale, e gli fece recider la testa. — È noto l'esito della congiura dei Pazzi, la più vasta ed ardita delle congiure di quest'epoca. Yi prendevano direttamente od indirettamente parte un papa, un cardinale, e le famiglie più potent di Firenze e d'altre città d'Italia: un prete doveva pugnalare Lorenzo de' Medici in Chiesa durante la messa, e precisamente all' elevazione dell'ostia consacrata. I risultati della congiura dovevano mutare lo stato in Firenze, ed esercitare una decisiva influenza sui destini degli altri stati italiani. Tuttavia quale fu l'esito della formidabile giornata 26 aprile 1478? Giuliano de'Medici giacque in S. Reparata vittima del pugnale dei congiurati, ma Lorenzo fu salvo. La città fu tutta in arme e piena di disordine e di spavento. Messer Jacopo de' Pazzi montò a cavallo, e con forse cento armati se n'andò alla piazza del Palagio, chiamando in suo ajuto il popolo e la libertà. « Ma perchè l'uno era dalla fortuna e dalla liberalità dei Medici fatto sordo, l'altra in Firenze non era cognosciuta non gli fu risposto da alcuno (1). » Il cardinal Salviati con due suoi cugini e con Jacopo Bracciolini furono, per ordine della Signoria, appiccati alle finestre del Palazzo. In se-gu. Lo la plebe, eccitata dai Medici a vendetta, cercò, trascinò per le pubbliche \ e e massacrò quanti congiurati e parenti dei congiurati potè avere nelle mani; in quei giorni più di settanta cittadini furono messi a morte. La supremazia di Lorenzo dei Medici sulla repubblica fiorentina uscì dalla congiura dei Pazzi più assicurata che mai. In Firenze, come in tutta Italia, l'indifferenza polìtica dei cittadini era la più salda base delle Signorie.
   D'altra parte se ci facciamo a considerare il movimento politico di quest'epoca là dove esclusivamente si operava, e cioè nelle Corti dei Signori italiani, da quali principii lo troviamo noi governato? Da un egoismo pieno di sospetti e di diffidenze. I governi italiani « pieni fra sè medesimi di emulazione e di gelosia non cessavano di osservare assiduamente gli andamenti l'uno dell'altro, interrompendosi scambievolmente tutti i disegni per li quali a qualunque di essi accrescere si potesse o imperio o riputazione (2). » Il concetto d'una Italia unita e possente viveva soltanto nella mente del latinisti; ma era un'Italia da erudito, senza rad ce nelle reali condizioni della sua esistenza attuale. L' uomo che doveva abbandonare le astrattezze classiche e divisare il concetto dell'Italia politica moderna come stato a sè fuori così dall'antichità dei latinisti del secolo XY, come dal Papato e dall'impero del Medio Evo, era però già nato, e cresceva in Firenze ira gii studi. Intanto, tranne che dall'egoismo, la politica dei Signori italiani non era guidata da altri principii. Ben talora gli spaventevoli progressi delle armi ottomane, minaccianti dal Bosforo l'Italia e la Cristianità, sorgevano a distrarla per un momento da' suoi fini egoistici. Ma le reciproche animosità e diffidenze, nonché la generale mancanza d'energia impedivano di concertare un piano generale di difesa. Venezia, minacciata ne' suoi possediment marittimi in Grecia ed in Albania, sostenne una lunga guerra contro Maometto II, ma gli stati italiani la lasciarono sola nella lotta, sicché esaurita di forze essa dovette al'a fine procacciarsi dal Sultano una pace disastrosa. Essa però, alla sua volta, sì vendicò di questo abbandono, rimanendo con una flotta inoperosa spettaci) Macchiavelli, Stor. fior., Lib. Vili.
   (2) Guicciardini.