S'IO CAPITOLO VENTESIMOQUARTO.
E poi fa ai morto una lunga ed ampollosa apostrofe; e gli domanda se nell'atto di morire di crepacuore non si ricordò di Anassagora, di Pericle, di Catone, di Marzio, di Marco Orazio Pulvillo e di non so quanti altri che sostennero in pace la morte dei loro figliuoli.
Muore Bartolomeo della Pace (1), carissimo al Petrarca, ed egli scrive che, poiché sentiva piangendo disacerbarsi il suo dolore, pose in opera ogni mezzo per far si che il pianto fosse tanto quanto essere poteva, in guisa che avendo pianto una volta moltissimo, non potesse più piangere: feci omnia quihus quarti necessarie fiondimi esset, semel Jlerem, et non saepius, qvcd fieri non poterat nisi abundanlissime semel flessem.
Da questi luoghi il Petrarca si giudicherebbe un uomo senza cuore; eppure non lo era. Ma era bensì un uomo sul qualp la retorica incombeva con tutta la forza; un uomo che aveva bisogno di esser retore così nei dolori come nella gioja, come di fronte agli altri come di fronte a sè stesso.
Perdoniamogli pure quando egli si gingilla in esercizj puramente lctterarj. Ce ne sono alcuni di singolarissimi. Per esempio, quando ad un amico che gli ha domandato che giudizio faccia della vita, risponde ch'essa è un veleno dolce, una speranza inutile, un riso scomposto, un inutile pianto, una ricca povertà, una fiacca potenza, una bella bruttezza, un'oscura luce, un'umile altura, e via di seguito cosi per tre pagine, fino a onorata vergogna, seria sciocchezza, furba demenza, levigata scaltrezza, vacillante fermezza.
E quando, fingendo che alcuno lo consigli a prendere moglie, risponde che egli si procaccerebbe con essa un audace garrire, una febbre assidua, sozzure mascherate di bellezza, blandizie ingannevoli, simulati sospiri, dolorosi sorrisi, giogo intollerabile, naufragio fuor d'acqua, ed altre mille cose bruttissime che empiono una pagina intera.
Di fronte a siffatte puerilità noi possiamo rimanere affatto indifferenti. Ma non è più così quando la retorica penetra nei più santi affetti, quando per amore di essa egli sacrifica quello che sente.
Egli piange la morte di un suo carissimo, Francescano degli Albizzi; e la piange con parole calde di affetto. Ma poi sul finire della lettera ecco ricomparire la malnata retorica. Siccome l'Albizzi si è ammalato ed è morto a Savona, cosi par bello al Petrarca terminare con una fiera invettiva contro quella innocente città, gridandole :
« Apransi e si distendano a lungo quei colli che ora in giro ti cingono, sicché fatta spiaggia scoperta, indifesa, s'abbiano in te le navi stanza pericolosa e malsicura. Si sfracellino le muraglie e gli artefatti ripari da te opposti alla furia dei venti e dell'onde: e la violenza delle Sirti, il furor dell'Euripo, la rabbia di Scilla, l'impeto di Cariddi, e tutti quanti sono nell'ampio mare i pericoli sul lido tuo si rovescino. Scateni Eolo gl'inquieti fratelli, e l'Austro, e gli altri soliti ad infestar le tue rive, lasciata in pace ogn'altra parte del mondo, tengano sollevata sopra te sola una perpetua procelia. Quanto di malanni e di morti per ogni terra ed ogni mare quest'anno pestifero ebbe diffuso, tutto si raccolga in te sola, e se altrove un anno, in te duri eterna la peste. Dall'isola di Sardegna, e da ogni parte più impura del cielo, dai putridi stagni, dai laghi solfurei, dalle limacciose paludi sgombri o si parta l'aere più crasso ed infetto, e il gelo dell'artico polo, l'ardore dell'Etiopia, i serpenti dell'Africa, le tigri dell'Ircania, quanto infine di letale, di mostruoso, di ferino per lo mondo intero si spande, tutto da ogni angolo della terra si riunisca in te sola. Su te le triste nebbie, le velenose sorgenti, i maligni influssi, e ghiaccio e fuoco incrudeliscano. Salvo infine e felice tutto il resto dell'universo, possa tu sola perire da cima a fondo, e divenire terra di morte, paese di paura e di terrore, dimora del lutto e della miseria: da te il peregrino, da te il mercadante,
(1) Variae, 58,