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Storia Letteraria d'Italia
I primi due secoli
Adolfo Bartoli
Francesco Vallardi Milano, 1880, pagine 552

Digitalizzazione OCR e Pubblicazione
a cura di Federico Adamoli

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   IL SENTIMENTO DELL'AMICIZIA NEL PETRARCA. 540
   è uno dei suoi più forti bisogni. Egli cita a proposito di tutto, a proposito di tutto egli apro le porte all'arsenale della sua erudizione classica e sacra. Le apre anche quando parrebbe che dovesse tenerle chiuse. Un amico va visitarlo a Valchiusa, e sembra preoccupato da gravi cure (1). Si allontana dalla casa del Petrarca per visitare alcuni dei luoghi vicini, e più non torna. Il poeta lo aspetta invano per due giorni; e poi scrive a Socrate, dicendogli che gli fa paura la tristezza che notò su quel volto; e lo prega se ne sa qualche cosa a toglierlo da si penosa incertezza. La lettera qui sarebbe finita. Ma eccoti l'erudizione a sciuparla, con due citazioni di Ovidio e di Orazio; ed anche due citazioni che hanno pochissimo che fare col pietoso caso narrato nella lettera.
   Per dire che aspettava con gran desiderio certa opera di s. Agostino (2), non trova di meglio che il verso di Ovidio:
   Septima nox agitur, spatium mihi longius anno.
   Per lodare l'eloquenza di Cicerone, la paragona alla forza d'Ercole (3). Per rallegrarsi colla moglie di Carlo IV della figlia che le è nata, parla di Iside, di Car-menta, di Saffo, delle Sibille, di Pentesilea, di Tomiri, di Cleopatra, di Zenobia, di Lucrezia, di Clelia, di Marzia. Per lodare lo scrivere elegante di un amico lo paragona alle chiome di Cleopatra, allo sguardo di Fedra, a Sofonisba e ad altre (4). Per lodare le virtù di un vescovo morto parla di Giulio Cesare, di Olimpia madre di Alessandro, di Epaminonda, di Nerva, di Trajano e via dicendo (5). Per deplorare i mali che recava all'Italia la Gran Compagnia comincia da fare delle apostrofi a Camillo, a Paolo Emilio, a Mario, a Pompeo, a Bruto, a Tito, a Vespasiano, a Teodosio. Per esortare Carlo IV a discendere in Italia cita versi di Orazio, di Virgilio, di Lucano, di Stazio, di Giovenale (6). Per congratularsi con uno che si è ritirato a vivere in campagna, gli dice che se mai gli desse noia il gracidar delle oche, si ricordi di quelle che salvarono il Campidoglio (7).
   Questa smania di erudizione, sciupa veramente troppo spesso le lettere del Petrarca. Tutto in esse si riveste di un colorito retorico, anche gli affetti più vivi, anche i più sentiti dolori: tutto vi pare un artificio, un giuoco ben combinato di frasi, un musaico di parole, poste studiosamente l'una accanto all'altra per fare effetto.
   È ucciso a Paolo Annibaldeschi il figliuolo; e il povero padre cade, morto di dolore, sul cadavere adorato (8).
   Sapete voi quello che ne scrive il Petrarca, il quale (notate) era dell'Annibal-deschi amicissimo'?
   Sentite: cito testualmente:
   « Venne al nostro Paolo perduto il figliuolo. Nulla v'ha in questo di singolare. Paolo il Macedone ne perdette due: l'Annibaldeschi sol uno: e molti sono che più di due, e molti pure ne perderono quanti ne avevano. Priamo che a tant1 figli fu padre, rimase solo. — Ma questi a Paolo fu ucciso con ferro. E che importa se di ferro, di fuoco, di naufragio, di febbre o di veleno si muoia1? La morte è sempre la morte. — Ma il figlio di Paolo morì giovanetto. Lo so, perchè giovane era anche il padre. Ma qual ragione ella è questa ond'ei tanto si dolga'? »
   (1) Ved. De Reb. Fam. XVI, 7.
   (2) De Reb. Fam. XVIII, 3.
   (3) Ivi.
   (4) De Reb. Fam. XVIII, 7.
   {', De. Reb. Fam. XV, 14.
   (6) De Reb. Fam. XXIII, 2.
   (7) De Reb. Sen. Vili, 7. i8> Ved. Varine, 32.