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sione schiettamente soggettiva di quello che accadeva in lui; o non piuttosto come altrettanti piccoli lavori letterari, scritti non per coloro a cui erano indirizzati, ma per i posteri.
La risposta a questa domanda è hen facile, ed è tale pur troppo da togliere molto del suo interesse all' epistolario Petrarchesco.
Noi sappiamo che egli faceva l'abbozzo delle sue lettere, sappiamo che le prestava a leggere agli amici, che le disponeva per ordine, che adoperava stile diverso secondo il vario genere di esse, che qualche volta dopo averle scritte le teneva presso a sè molti mesi prima di mandarle, che insomma egli pensava alla posterità sempre, e non per altri che per essa scriveva.
E questo un difetto, credo, comune a quasi tutti i grandi uomini: che ogni parola che esce loro dalla penna sia creduta da essi una cosa destinata alla immortalità. Gli epistolari scritti per i posteri sono molti, e ne abbiamo visto qual-cheduno anche noi, nel nostro secolo.
Ma nel Petrarca, veramente, un tale difetto giunge all'eccesso, arriva ad un punto tale che disgusta profondamente.
Egl) già, prima di tutto, quando scrive le sue lettere (notate bene, le lettere che sono la scrittura più personale che esista) pensa a adattare l'argomento, il ragionamento, lo stile alla qualità della persona a cui si dirige. È lui stesso che lo confessa, con una candida ingenuità. E quindi? quindi (è sempre lui che parla) c'è nelle sue lettere un ammasso di contradizioni: ut ea nunc relcgens interdum pu-ynantia loquutus ipse mihi videar (1).
Da ciò deriva ancora che voi diflìcilmente potete capire dove finisca la retorica e dove cominci il sentimento; dove ci sia verità e dove artifizio; dove parli il cuore o dove si affatichi in pesanti ragionamenti il cervello.
Voi vi imbattete in certe lettere che direste scritte da tutt'altro uomo che non sia stato il Petrarca. Per ritrovare qualche cosa di lui, bisogna che scaviate tutti gli strati della retorica ch'egli ha ammassati sopra il suo pensiero; e sposso dopo avere scavato ben bene, arrivate a non trovar nulla.
Supponete, per esempio, egli scrive a un Colonna per dirgli che non bisogna darsi molestia delle cose future, che bisogna tollerare le avversità con animo forte. Quale profusione di consigli da stoico, di precetti e di rimproveri da filosofo! « Vergognati, gli dice, d'invecchiare tra i lamenti; vergognati di lamentarti come un fanciullo: Pudeat inter lamentici senescere: imo vero pvdeat olim senem puerili-ter lamentari » (2). Il nascere, il vivere, il mangiare, il dormire, il vegliare, la fatica, la vecchiezza, l'infermità, la morte, sono tutte cose volute dalla natura. A che dunque sfogarci in querimonie inutili? Bellissime frasi! ma credete voi che ci sia qualche cosa di soggettivo in tutto ciò? credete voi di poter cogliere qualche cosa del suo carattere e della sua vita? Niente affatto. Voi non fate altro che avere una prova del come si possa scrivere in un modo e sentire in un altro.
Cosi quando leggete una lunga sua lettera contro gli adulteri (3), e lo sentite citare un passo della Cistellaria di Plauto dove, sono descritti i tormenti dell'amore, e citarlo per medicina all'amore di quegli a cui scrive, voi rimanete stupefatti ricordandovi che l'autore di quella è pur l'uomo che per venti anni sognò un adulterio; l'uomo che non seppe guarire del proprio amore neppure sfogandolo in tante centinaja di sonetti.
Se qualcheduno supponesse tutta codesta epistola scritta per avere occasione di citare i versi di Plauto, forse potrebbe parere troppo irriverente al Petrarca. Eppure, chi sa che questa supposizione non si avvicinasse molto al vero.
Certo la smania delle citazioni è in lui enorme; certo il voler parere erudito
(1) Prefazione alle Familiari.
(2) Be Reb. Fam. II, 8.
(3) Be Reb. Fam. IX, 4