IL PETRARCA E I TROVATORI.
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ina vi troverete in un mondo dove tutto viene dal cervello e nulla dal cuore ; dove non c' è mai sentimento, ma sempre giuoco di spirito.
Federigo Diez diceva che tutte insieme le poesie dei trovatori sembrano il suono che esca da un solo strumento, e questa assenza di individualità accusa l'assenza della passione reale; accusa il cieco obbedire alla moda letteraria, e il cristallizzarsi dell'ingegno in un repertorio di frasi convenute.
Ma questo non è nel Petrarca. Se anche in lui rimane qualche cosa di quel mondo, se qualche rimembranza potete avvertirla, ciò non costituisce la sostanza della sua poesia; non ne è, anzi, che l'eccezione.
Fra i trovatori e luì sta di mezzo tutto un grande rivolgimento di pensiero e d'arte.
Quel che potè dargli la Provenza, fu tutto a suo danno. Quello che c'è in lui di grande e di nuovo, egli lo attinse tutto all'Antichità, all'Italia, al suo genio, alla sua passione.
Ammettiamo pure con un moderno (1) eh' egli abbia comuni coi provenzali « l'argomento, l'occasione e alcuni abiti esterni »; ma rivendichiamo la sua alta originalità; ma non confondiamo neppur da lontano la sua arte con quella dei trovatori, perchè sarebbe come confondere Cimabue con Tiziano, qualche visione del medio evo colla Divina Commedia. Quei poveri cantori dormono nei loro sepolcri, e appena li risveglia di quando in quando qualche romanista. 11 Petrarca è vivo, è spirante anche oggi dopo 500 anni ; ed è vivo perchè il genio vero non muore mai ; è vivo perchè le sue poesie trovano un'eco nelle anime nostre, perchè noi sentiamo ch'egli ha cantato quello che c'è di più caro nella vita; di più vero e di più profondo nei nostri petti umani.
(1) Carducci. Disc, citato, p. c