IL PETRARCA E I TROVATORI.
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quel momento (com' egli dice altrove) straziato da mille morii \ (I) No, senza dubbio ; e cotesti sono i momenti nei quali egli non è più originale; nei quali il poeta psicologo, lo scrutatore nuovo e profondo dell' anima propria, diventa anclie lui un trovatore, facendo della poesia un giuoco di spirito.
Potrei dare altri esempi del genere stesso, ma lo reputo superfluo. Il Petrarca quando tenta appropriarsi il contenuto della lirica provenzale, quando va stentatamente infilando quattordici versi sopra una di quelle gelide e insipide generalità che costituiscono il fondo della poesia d'amore occitanica, non riesce in nessuna guisa a nascondere l'influenza che esercitò su lui quella scuola, e ci dà una poesia o gonfia o vuota, che non può nè piacerci nè commuoverci.
Questa è la parte del Canzoniere, non dirò solo meno bella, ma anche meno vera. È quella parte dove il poeta è meno sincero ; dove Laura perde- il profilo gentile di donna, per confondersi con dei simboli, con delle allegorie, per dar luogo a giuochi di parole e di concetto.
Perchè nel Petrarca non c' è solo, qua e là, la tendenza a trovadoreggiare, ossia a spremere dal proprio cervello una poesia di convenzione; ma ci è pure la smania delle personificazioni e delle allegorie.
Forse questo derivò in lui anche dalla lettura del Romanzo della Rosa, quel celebre libro francese del secolo XIII, che seguitò per molto tempo ad essere considerato il codice dell'amore.
Che il Petrarca lo conoscesse è certo. Abbiamo una sua epistola poetica a Guido Gonzaga signore di Mantova, colla quale gli accompagna un bel libro, il quale, coni'egli dice,
¦ quem Gallia coelo Àttollitque favens, summisque aequare laborat.
In questa epistola veramente il Petrarca dice più male che bene del Romanzo francese, dove il Gallo va recitando i suoi sogni al volgo:
Scilicet hic vulgo recitat sua somnia Gallus,
e sembra, mentre è desto, un uomo addormentato:
Sopitoque niliii vigilans distare videtur. ¦
Anzi egli prende da questo libro occasione per esaltare i latini, Virgilio, Ovidio, Properzio; ma conclude poi che a chi cerca cose peregrine e volgari, non si può offrirne una maggiore di questa:
. . . . vnlgaria enim et peregrina petenti Nil maius potuisse dari ....
Ora per chi sappia come nel Romanzo della Rosa tutto sia personificazione e allegoria; e come i personaggi di esso si chiamino Oiseuse, Deduit, Leesce, Cortoisie, Bel-Acueil e via discorrendo; e per chi si ricordi specialmente di un passo del Trionfo della Castità, una qualche relazione tra la poesia petrarchesca e il Romanzo francese potrà senza dubbio apparire.
Nel Trionfo della Castità dice il Petrarca che con Laura erano armate tutto le sue virtù:
E teneansi per mano a due a due.
Onestate e Vergogna alla front' era;
Nobile par delle virtù divine;
Che fan costei sopra le donne altera:
(1) Mi vedete straziare a mille morti.
Nel Son. « Quel ch'in Tessaglia, ecc. » Bartoli. Letteratura italiana.