S'IO CAPITOLO VENTESIMOQUARTO.
Se un altro trovatore parla (lei fuoco che 1' amore gli accese nel petto, subito si trova che il nostro poeta joue de mcme sur ces feux nella Ballata III :
Quel foco ch'io pensai che fosse spento Dal freddo tempo e dall' età men fresca, Fiamma e martir nell'anima rinfresca.
Ma chi può non vedere che siffatti raffronti sono affatto inconcludenti'? Se anche ci fosse qualche affinità di pensiero (del che dubito molto), non sarebbe forse 1' affinità che nasce da identiche situazioni, da identici affetti ?
Dove poi il signor Gidel tocca l'assurdo, è quando vuole, quando pretende di stabilire dei punti di contatto tra le. invettive contro il papato scritte dal Petrarca e quelle scritte da Guglielmo Figuieras. Una delle più fiere e più profonde passioni del Petrarca, ridotta ad essere un'imitazione dei trovatori! Qui ogni confutazione sarebbe inutile, sarebbe sprecata. Giudicando a questo modo, con siffatti criter.., il signor Gidel potrebbe un giorno venirci a dire che anche il Veggente di Gabriele Rossetti, che anche l'Arnaldo di G. B. Niccolini sono stati ispirati dalle sirventesi del Figuieras ! In verità io credo che sarebbe tempo sprecato il seguirlo più oltre nella falsa via ch'egli batte.
Riassumendomi, dunque, dirò che il Canzoniere risente bensì qualche cosa della scuola occitanica; ma nei suoi difetti, non nei suoi pregi. Il Petrarca si ricorda dei trovatori, nei momenti nei quali scrive senza che la passione gli agiti il petto; nei momenti in cui il suo genio poetico sonnecchia ed il suo cuore non batte. Però anche in codesti momenti egli non imita, da scolare inesperto, questo o quel verso, questa o quella strofa; ma solamente si appropria il fare di quella scuola; guarda al di fuori di sè coll'occhio del trovatore; si sforza di collocarsi da un punto di vista artificiale, veste di parole e di pensieri suoi lo spirito altrui, uno spirito già vecchio e eh' egli non riesce a ringiovanire. Ed allora sbucano fuori quei sonetti, quelle canzoni, quelle sestine che nel Canzoniere ci dispiacciono, che stuonano col rimanente, che sono faticosi a leggersi, e che farebbero giudicare una finzione l'amore di lui.
Leggiamo per esempio questo sonetto :
Quand'io movo i sospiri a chiamar voi, E'1 nome che nel cor mi scrisse Amore, LAUdando s'incomincia udir di fore Il suon de' primi dolci accenti suoi. Vostro stato REal, che 'ncontro poi,
Raddoppia all'alta impresa il mio valore: Ma, TAci, grida il fin, chè farle onore È d'altr'omeri soma, che da'tuoi. Cosi LAUdare e REverire insegna
La voce stessa, pur ch'altri vi chiami, 0 d'ogni reverenza e d'onor degna: Se non che forse Apollo si disdegna, Ch'a parlar de'suoi sempre verdi rami Lingua mortai presuntuosa vegna.
Sapete quello che qui ha voluto fare il Petrarca? Ha voluto fare quello che già avevano fatto i Provenzali nella loro cobla rescosta, quello che poi i grammatici chiamarono figura di composizione, mettendo insieme il nome di Laureto, colle prime sillabe delle tre parole Laudando, Real, Taci, Lau Re Ta ; ed ha voluto dire che il suono stesso del suo nome insegna, colla prima sillaba a lodarla (lau), colla seconda a riverirla (re).
Potreste voi credere che il Petrarca, intento a questi gingilli retorici, fosse in